L'Europa e Draghi

L'Europa guarda al nuovo Governo italiano con grande interesse.
Lo dimostra Anne Rovan su "Le Figaro" in un articolo di cui vorrei riportare qualche passaggio assai significativo. Ecco un primo passaggio: "Mario Draghi n'a pas le droit à l'erreur. L'utilisation de cette manne sera son premier grand test européen, alors que l'économie italienne a dévissé de 8,9% en 2020. «N'oublions pas que le plan de relance européen a été fait pour ce pays. Le recours au "Mécanisme européen de stabilité" était impossible politiquement et on ne pouvait pas s'appuyer sur le budget de l'UE puisque ce pays est un contributeur net. C'est pour cela que l'on a inventé cette troisième voie», souligne Yves Bertoncini, le président du Mouvement européen. «L'Italie n'est pas habituée à avoir autant d'argent à investir. L'Europe devra faire preuve de patience», prévient pour sa part Enrico Letta, l'ancien président du Conseil italien, désormais à la tête de l'Institut Delors".

La voce dei catalani

Malgrado la Spagna abbia usato il pugno di ferro, prima con le forze dell'ordine e poi con i giudici, creando una situazione davvero inquietante nell'Unione europea, gli indipendentisti catalani hanno scalato la montagna delle difficoltà e raccolto voti in numero tale da dimostrare di essere ancora in forze e coerenti con la battaglia avviata in modo pacifico.
Così dimostrando che chi pensava che il fuoco di autodeterminazione si fosse spento aveva fatto male i calcoli e la logica repressiva risulta per Madrid un fallimento, così come l'evidente complicità delle autorità europee, silenti di fronte alle vicende catalane ed alla loro piega inquietante rispetto ad elementari principi di libertà combattuti a colpi di codice penale.
Resta il fatto indelebile che alle elezioni regionali per il rinnovo del Parlamento della Catalogna i partiti indipendentisti catalani che hanno governato durante l'ultima legislatura hanno ottenuto abbastanza seggi per garantirsi la maggioranza assoluta in Parlamento ed esprimere un nuovo presidente della "Generalitat", il Governo catalano, anche se nessuno di loro è risultato il partito più votato.

Un colpo d'ala per l'Autonomia

Quando è arrivato l'elenco dei ministri, oggi trasformato in articoletti con foto tipo album "Panini" dei calciatori, credo che siamo in tanti ad aver commentato di uno o di un altro la delusione della scelta.
D'altra parte Mario Draghi non è "Mandrake" e nel mettere assieme la squadra ha dovuto fare il fuoco con la legna che aveva. E per "legna" si intende anzitutto i voti necessari per governare, che è quanto necessita oggi essendo già attaccati ad una pianta per evitare di schiantarsi in un burrone.
Draghi, solidamente europeista, mi auguro che abbia anche la consapevolezza che per governare deve avere un occhio di riguardo verso la democrazia locale, che è lo scheletro che fa stare in piedi la Repubblica.
Va bene avere una visione delle cose sulla scala continentale che ha vissuto negli ultimi anni, ma deve evitare un centralismo romano che nella pandemia ha raggiunto vette inaudite, mortificando Regioni e territori in prima linea contro il virus e le sue tremende conseguenze economiche e sociali che si trascurano nel futuro, anche quando i vaccini sconfiggeranno il "covid-19".

Conversione ad U sull'Europa

Il mio non è mai stato un europeismo cieco. Ho avuto il privilegio di studiare l'integrazione europea e poi di praticarla. Per cui ne conosco pregi e difetti, potenzialità e debolezze. Non può essere altrimenti per un federalista che crede nella sussidiarietà vera e non a parole e l'Unione europea ha dimostrato molte volte che in conto è la retorica, altri e diversi i comportamenti.
Tuttavia ho sempre conservato il mio modo di pensare a favore dell'Unione europea, pur affinandone i contenuti e non avvolgendomi nel rischio di esaltazione retorica.
Per cui in questi giorni me la rido a vedere paladini dell’antieuropeismo cambiare idea per farsi benvolere da Mario Draghi, prossimo premier che per background è un simbolo vivente dell’europeismo.

Niente luce in fondo al tunnel

La crisi di Governo non mi appassiona. Ne ho vissute parecchie alla Camera con interessanti consultazioni con Presidenti della Repubblica e presidenti del Consiglio incaricato. Per cui dovrei mostrare un interesse "professionale".
Ma non ce la faccio proprio e compatisco Sergio Mattarella, galantuomo con cui ho passato anni di lavoro comune, che ha a che fare con molti degni di uno zoo. Al posto di trovare soluzioni di alto livello, gli propongo di riciclare per la terza volta Giuseppe Conte, che sembra una pizza da guarnire con quel che passa il convento, pur di salvare il salvabile con stomaci di ferro.
Regista è tal Goffredo Bettini, figura di terza fila del mondo già comunista, assurto a maître à penser del declino del Partito Democratico, riuscendo nel miracolo - per evitare Matteo Salvini, questo alibi multiuso - di saldare "pentastellati" e "contiani" già giudicati dal loro lavoro mediocre.

Triste per gli USA

Vedere Donald Trump che dalla Casa Bianca ripete al suo popolo teorie complottiste, negando la sconfitta e accendendo gli animi, pensavo fosse il peggio. Ed invece assistere all'assalto di questa folla che invade Capitol Hill e viola uno dei simboli più antichi della democrazia parlamentare ha aumentato il disgusto ed anche le paure.
I politici che aizzano i propri sostenitori fanno questi danni, specie quando la miscela di ignoranza e stupidità diventa incendiaria e sfugge persino di mano a certi apprendisti stregoni.
Ci si ragioni anche qui in Italia: questa questione dell'odio come collante, dell'avversario che diventa nemico, dei "social" usati come clave, non è più democrazia e quindi bisogna preoccuparsi e reagire.
Basta con chi strumentalizza le cose, semplifica rozzamente e volgarmente. Non si può accettare che una democrazia solida come quella americana diventi fragile per via di un Presidente buffone, che sente la terra cedergli sotto i piedi.

Anno nuovo? Incrociamo le dita

Se si riavvolge il nastro di questo 2020 lo scenario è quello che ben sappiamo. Sono stati dodici mesi in un clima di generale inquietudine con dolori e paure ed una "spada di Damocle" incombente su ciascuno di noi.
Circola un umorismo macabro su questo anno che lasciamo indietro e che non rimpiangeremo per i danni umani, economici e sociali. Ferite da rimarginare e non sarà facile farlo, perché la parola "fine" su questa pandemia non è ancora stata scritta.
Certo, molte cose non saranno più come prima: la malattia e la morte, purtroppo sempre presenti, quest'anno sono state protagoniste sempre in primo piano nei nostri pensieri.
Per cui non è facile essere ottimisti nel traguardare il nuovo anno.

Contro le Alpi

Esiste sugli impianti a fune un'incomprensione grande come le Alpi. Mai come in questo momento è così.
Posso capire, ripeto posso capire che esistano rischi nella catena degli impianti a fune: ci sono problemi da risolvere all'arrivo ai parcheggi e per l'ottenimento dello "skipass"; lo stesso vale per le code e per le salite, pur diverse come accortezza, in telecabina, in funivia, in seggiovia; poi bisogna evitare assembramenti sulle piste e naturalmente bisogna essere attentissimi per la stessa ragione in bar e ristoranti.
Era l'insieme di misure scelte dagli esperti delle Regioni, che con gravissimo ritardo sono state esaminate da questa specie di Tribunale speciale, che è il "Comitato tecnico scientifico". Lo stesso Comitato ha eccepito con controproposta al protocollo con osservazioni più o meno pertinenti.

Conte? Non lo reggo più!

Scrivo di getto e sull'onda di una arrabbiatura. Oggi, non avendo capito nulla di quello che ha detto Giuseppe Conte (che non ho visto in diretta, ma in registrata, perché non lo reggo più per i suoi ritardi e per un eloquio fastidioso e inconcludente), mi sono riletto le misure stabilite.
Già arrivano in ritardo perché frutto di liti e compromessi e dunque in tempi indegni di un Paese civile coi propri cittadini, ma in più non se ne capisce il senso furbesco e levantino, degno di quei mercati dove la logica è la contrattazione sul prezzo.
Ho guardato altri premier alla televisione che si rivolgono con chiarezza ed educazione al proprio Paese e lo fanno con raziocinio e spiegando le ragioni delle scelte. Lo fanno nei tempi giusti e con rispetto, senza pompa e retorica. In momenti di difficoltà bisogna essere essenziali e comunicativi.
Conte no. Non lo è affatto. Crea disagio e persino ripulsa con quel suo modo di fare ammiccante e la totale mancanza di carisma e di rispetto.

Per evitare equivoci

Quel che mi ha addolorato nelle polemiche in Valle d'Aosta di questi giorni sugli spazi di adeguamento alla nostra realtà delle norme nazionali sul "covid-19" è l'accusa più stupida: «mettete l'economia davanti alla salute».
Chi lo dice lo fa per sterile polemica politica. Nessuna persona di buonsenso penserebbe mai di dimenticare i rischi della pandemia, specie pensando al prezzo doloroso che stiamo pagando con una generazione di anziani che ci lasciano, spesso in una terribile solitudine.
Ma non si può neppure pensare che si debbano applicare ad una Regione di montagna come la nostra e al sistema dei nostri Comuni regole imposte dal centro quando siano inadatte o inapplicabili.
Non è solo una questione di salvaguardare spazi legittimi della nostra Autonomia, ma di essere razionali e ragionevoli e adoperare gli strumenti normativi e regolamentari che abbiamo a nostra disposizione.

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