Oggi la giornata internazionale della Montagna

Il tempo trascorre troppo in fretta: sono passati ormai vent’anni dalla celebrazione dell’Anno internazionale delle montagne.
Lo scrivo non a caso l’11 dicembre, che da allora è diventata la giornata mondiale dedicata dalle Nazioni Unite alle Montagne (quest’anno dedicato alle donne) e che ho festeggiato più o meno ogni anno nel ricordo straordinario di quella esperienza, visto che ebbi l’onore di essere Presidente del Comitato italiano.
Ero parlamentare europeo, reduce da anni a Montecitorio, dove avevo imbastito una gruppo parlamentare Amici della Montagna, che era una macchina da guerra che si batteva per ottenere risultati piccoli e grandi in favore delle popolazioni e dei territori della montagna. Per questo si sceglieva la Finanziaria o qualche legge in transito per presentare soluzioni a problemi concreti. Una lobby buona che attraversava l’intero arco costituzionale e collaborava con tutte le associazioni, compreso quel Club Alpino Italiano, che mi invitava ai congressi annuali e che ora - vedi come cambiano le cose - si offende perché scrivo che non riconosco più un sodalizio che scende nell’agone politico in Valle d’Aosta contro un progetto funiviario come le Cime Bianche, prima che se ne conoscano i contenuti e la fattibilità tecnica e economica. A difendere il CAI, senza che ne abbia bisogno, scende in campo - per capire che alleanze hanno scelto - il meglio della Sinistra estrema valdostana, quelli per il NO duro e puro per qualunque cosa. I vertici del CAI o sono ingenui o nella storica associazione, cui la Valle d’Aosta diede un contributo sin dalla sua nascita con grandi personalità significative e molti esponenti autonomisti illustri ne hanno fatto parte, sta avvenendo - come ho detto - un cambio di DNA. Non parlo di ambientalismo in senso generico, ma di una discesa in campo squisitamente politica inusuale per un’associazione che dovrebbe raccogliere tutti. La reazione piccata nei miei confronti, dimenticando che ho dedicato anni a favore della montagna e far finta di niente sulle alleanze locali ora benedette dalla sede centrale, è ridicola e ingiustificata e merita forse un esame di coscienza e un confronto con le forze politiche locali che governano la Regione e non con i soli protestatari di professione all’opposizione. Questione di sostanza e non di forma. Solo dal dialogo possono nascere, come dimostra il caso della vicina Svizzera proprio con lo sviluppo del turismo alpino, impianti di risalita compresi, scelte condivise a vantaggio dello sviluppo e di una montagna abitata. Il resto è cascame ideologico, cui si contrappone e credo vada fatto - anche con il CAI - un dialogo fattivo e non solo su Cime Bianche.
Fatemi tornare al 2002 e a ricordi straordinari alla scoperta della ricchezza delle diverse montagne italiane con Bruxelles, come centro nevralgico per confrontare quelle europee con la lotta, infine riuscita, di inserire i territori montani nei Trattati europei e non fu semplice.
E poi, per me, due visite simbolo. La prima in Kirghizistan, il Paese che domandò alle Nazioni Unite l’indizione dell’Anno internazionale sulle tracce del geografo valdostano Jules Brocherel, che ne scrisse, essendo fra i primi scopritori assieme a quel personaggio che fu il Principe Borghese. E poi Quito, la capitale dell’Ecuador, per parlare delle montagne dei Paesi più poveri, cui noi popoli alpino dobbiamo proporre una cooperazione allo sviluppo degna di questo nome. All’epoca ci abitava Eloise Barbieri, alla quale chiesi se esistessero problemi d’insicurezza. Lessi la sua risposta al rientro e mi scriveva di non girare la sera e la notte per rischi di aggressioni. Con Enrico Borghi, al tempo Presidente Uncem, scorrazzammo inconsci del pericolo e a dir la verità vedevamo che gruppetti che ci guardavano come fossimo stati dei marziani.
Periodi indimenticabili della mia vita con il destino della montagna nel cuore. Impegno che mantengo ancora oggi capitanando la questione per la Conferenza delle Regioni.

Credere a Babbo Natale

Esiste un’età in cui smettere di credere a Babbo Natale?
L’interrogativo è interessante e - a scanso di equivoci - chiarisco in premessa che la mia generazione aveva Gesù Bambino come riferimento principale, mentre Babbo Natale era già esistente, ma sullo sfondo
Comunque sia, resta chiaro che esiste un’età in cui il vecchio che vive nel Grande Nord sparisce in un battibaleno dalle attese dei nostri figli, che sia per mano di amichetti maliziosi o cugini stronzi oppure ancora per una serie di indizi che abbattono il mito senza suggeritori esterni.
Non ricordo quando mi accorsi personalmente della mistificazione e non ho un momento preciso in cui questo capitò con i miei figli ormai grandi, Laurent e Eugénie. Diciamo che “pluf!” sparisce d’improvviso con un pezzo per altro indelebile della propria infanzia e spiace che il personaggio declino nelle fantasie infantili.
Ora il dado è tratto anche per il piccolo Alexis, quasi dodicenne, che nutriva già dei dubbi tempo fa e oggi fa semblant de rien nell’ approssimarsi del Natale. Così, direi con intento piuttosto truffaldino a meno che non sia davvero un’anima candida, ha chiesto a noi genitori- mica stupido! - di portarlo a Rovaniemi in Lapponia presso quel quartier generale di Babbo Natale che i Finlandesi hanno attrezzato in grande pompa.
Così, nel breve tempo di un finesettimana, siamo volati lassù dove la notte incombe in modo inquietante a Dicembre. Ero stato in zona nel tempo del sole di Mezzanotte nella bella stagione ed ero rimasto sotto choc, situazione che si è ripetuta all’inverso con il buio che la fa da padrone.
Esperienza simpatica e avvolgente: dalla gita con la slitta trainata dalle renne a quella con i cani, dal bagno (bagno!) nelle acque ghiacciate con apposita muta alla gita notturna in motoslitta per vedere l’aurora boreale (ma il cielo era coperto!). Tutto compresso in poche ore. Ma il top è stato l’incontro con Lui, Babbo Natale, molto più credibile di certe mezzecalzette che si spacciano per lui senza un pizzico di stile. È stato molto gentile, ha preso la letterina e si è fatto pagare per la foto di rito. D’altra parte è sempre sulle spese con tutti i regali che deve portare a tutti i bambini del mondo…
Aggiungerei che questa visita mi ha convinto di una cosa importante: Babbo Natale esiste di certo e permettermi di non essere melenso, dicendo che il personaggio resta nei nostri cuori a qualunque età. Per cui, molto più prosaicamente, direi che visto che ci sono amiche che credono alle creme contro la cellulite, amici convinti che nel calcio non si vendano le partite, persone sicure che Conte sia un grande statista, famiglie che preferiscono un cane a un bambino, allora perché non cedere al fascino di Babbo Natale come fede natalizia?
Credo non faccia male a nessuno!
Poi, invecchiando, si diventa inevitabilmente bambini e dunque si chiude un po’ il cerchio. Ricordo quando i miei figli più grandi erano piccoli e andai vestito da Babbo Natale alla scuola di Moron, come da tradizione a rotazione fra genitori. Mio figlio non mi riconobbe, mia figlia invece mi beccò in un battibaleno malgrado il gran travestimento e fu la sola. Ero deputato all’epoca e la Dirigente scolastica di allora, oggi militante della sinistra estrema (e lo era già allora…), sostenne che la mia era stata…propaganda politica, sfidando il senso del ridicolo, sepolta ovviamente da una sonora risata. Babbo Natale quell’anno non le portò neppure un pacchettino. Giusta vendetta è per questo sono andato a casa sua a Rovaniemi in pellegrinaggio.

Guardare gli altri

Capisco che ci siano già abbastanza problemi nel mondo autonomista, che mi auguro ormai indirizzato verso una ricomposizione unitaria seria che sarebbe salutare, per non guardare troppo a casa degli altri. E mi pare per essere onesto che ogni schieramento in Italia sia impegnato in fase di revisioni più o meno profonde, che sortiranno assai probabilmente scenari nuovi. È interessante anche capire quanto durerà l’honeymoon con l’opinione pubblica di Giorgia Meloni, vista la capacità dell’elettorato non solo italiano di far salire personalità ai vertici per poi liberarsene in gran fretta.
Credo che sia dunque legittimo seguire gli eventi altrui per chi voglia tenersi informato e abbia legittimamente la necessità di formarsi un’opinione per capire come orientarsi.
La tenzone interna al PD - e prossimamente su questi schermi nella Lega - offre spunti interessanti e condivido, per cui la riporto, l’opinione assai schietta di Aldo Cazzullo, tratta dal Corriere di qualche giorno fa: “La candidatura di Elly Schlein non è il «ritorno al massimalismo»; è il tentativo della nomenklatura del Pd di nascondersi dietro una bella figura (non voglio dire figurina) per sfangarla ancora una volta e cambiare tutto affinché nulla cambi; con il retropensiero che i veri giochi per Palazzo Chigi si faranno tra anni, quando si tornerà alle urne. Con questo non intendo sminuire Elly Schlein, che ha una bella storia alle spalle, ed è una persona (non voglio dire personaggio) che dà speranza, include, mobilita. Ma, secondo la mia opinione, ha un’esperienza politica e amministrativa troppo limitata per guidare un grande partito e, in caso di vittoria elettorale, un governo”.
Segnalo ancora un punto. Mi pareva di aver capito che prima di approdare al PD la Schlein, mai iscritta e eletta sempre come indipendente, agisse in una galassia più a sinistra con a una certo punto una predicazione - che la situa ideologicamente - per una rinascita dei Verdi. Stupisce il padrinaggio della sua candidatura di un vecchio democristiano come Dario Franceschini.
Aggiunge Cazzullo: “Nelle democrazie moderne, avere un leader è importante. Lo era già ai tempi della Prima Repubblica, di De Gasperi e Fanfani — un gigante politico di cui si parla troppo poco —, di Craxi e Berlinguer. Senza Berlinguer (ce lo siamo già detti) il Pci non sarebbe arrivato al 34% dei voti. Di Berlinguer in giro non se ne vedono. C’è semmai un tentativo di aggregare il «partito degli amministratori» — Stefano Bonaccini, Dario Nardella, forse Matteo Ricci —, presidenti di Regione e sindaci che in questi anni sono riusciti a tenere insieme l’elettorato borghese e parte di quello popolare. Vedremo se riusciranno a trasferire con successo la formula a Roma, coltivando il dialogo con Renzi e Calenda e nello stesso tempo cacciando l’ombra che grava su di loro: essere troppo amici — o non essere abbastanza nemici — di Renzi e Calenda”.
Prima o poi il Terzo Polo dovrà capire bene dove andare e se la convivenza di due galli in un pollaio funzionerà.
Capisco la necessità di un leader, ma credo che più personalità a confronto possano e debbano convivere nella stessa compagine politica proprio per evitare, anche nei partiti, il rischio di derive autoritarie. L’equilibrio di poteri è sempre utile, anche per i leader.

L’ultimo istante

Mio papà se n’era andato a 86 anni, mia mamma poche ore fa a 92. Entrambi si sono spenti per la consunzione dell’età e ci si rassegna - cosa fare di altro? - a questo disegno del destino.
Ricordo, quando lamentavo lo stato di lento degrado di mio papà con un mio caro cugino, Paolo, quale fosse stato il suo commento: “Pensa a chi come me li ha persi troppo presto!”. Era ancora studente, in effetti, quando morirono entrambi i genitori a distanza di poco tempo. Anche lui poi morì troppo giovane per quella malattia che falcidia senza guardare in faccia nessuno.
Certo è che quando la morte ci tocca da vicino rifletti necessariamente sulla vita e sul distacco dai propri cari. Più invecchi, per altro, e più perdi familiari e amici.
Ricordo a questo proposito gli ultimi periodi della vita di mio papà, quando invocava quasi di morire, sfinito com’era da una condizione di salute sempre peggiore. E diceva di nascosto da mia mamma: ”Non ho più fratelli e sorelle, se ne sono andati gli amici più cari. Non posso fare più niente, che resto a fare?”.
Non c’erano parole convincenti di consolazione da dirgli in quel tratto di vita che contraddiceva l’essenza stessa di mio padre, uomo iperattivo, sempre sorridente in una sua profondità d’animo che celava ansie che in parte derivavano dall’esperienza del campo di concentramento, che l’aveva bollato per sempre appena ventenne.
Con mia mamma gli ultimi mesi sono stati una sua e nostra tribolazione con un mondo del passato che riemergeva con evidente distacco dal presente sino purtroppo ad una specie di silenzioso oblio, parlando lei solo più con i suoi occhi diventati tristi. Uno sfregio, quella condizione fisica e mentale degradata, rispetto alla sua bellezza di un tempo e a quel suo carattere puntuto, spento dalla vecchiaia.
Cosi vanno le cose e sono argomenti ricorrenti con i miei coetanei, impegnati anch’essi al capezzale di genitori anziani, che ridiventano bambini. Penso alle lotte fatte assieme a mio fratello affinché mia mamma accettasse in casa una badante per aiutarla. Esperimento inutile scontratosi con la sua cocciutaggine di fare da sola sino al crollo e alla decisione difficile di trovare una casa di riposo per vivere l’ultimo miglio. Lì si era trovata bene, ma il logorio dell’età ha fatto il resto nell’ineluttabilità del ciclo della vita. Ma con la giusta consapevolezza da parte nostra, nel suo caso, di un’esistenza che era stata felice, piena di cose belle, giunta com’era ad un’età veneranda sino a quel fine vita difficile.
Condizione finale che dimostra sempre di essere un confine inquietante, quando di fatto priva di cognizione e di energie fisiche in quello stato di languore che ferisce chi lo subisce e chi assiste impotente. Un tema importante, che in Italia è un tabù e va detto che il testamento biologico non è una soluzione che non mi convince molto, mentre sarebbe preferibile affrontare il tema, in scienza e coscienza, dell’eutanasia, quando il proprio stato di salute diventa nient’altro che un calvario per sé e per gli altri che stanno vicini.
Per fortuna quella senescenza che deforma e umilia anche le persone più care svaporerà grazie ai ricordi più belli e ci accompagneranno anch’essi - se così sarà - verso quell’età profonda in cui pian piano, come tutto in Natura, ci avvicineremo all’ultimo istante, verso il mistero dell’Aldilà.

La gabbia dell’estremismo

Ho sempre odiato gli estremisti e gli estremismi di qualunque colore siano e di qualunque pasta siano fatti. Chi è federalista aborrisce in modo equanime chiunque celebri, all’estrema destra come all’estrema sinistra, progetti politici contrari ai diritti umani, alle libertà e al principio di sussidiarietà.
Eppure bisogna riconoscere come l’estremista spicchi per la virulenza delle sue intenzioni, per la violenza nei suoi comportamenti, per i settarismo che lo unisce con propri simili e per il disprezzo profondo per chi non la pensi come lui. In genere lavora come un matto in favore della sua ideologia, in modo maniacale e integralista, accecato com’è dalla logica di un pensiero unico e non negoziabile.
Li ho visti e le vedo in azione questi faziosi. Sono gruppuscoli insignificanti e la sola esistenza è la grancassa mediatica, la petizione chiassosa, la denuncia facile, il dileggio verso chi combatte le loro idee. Lo fanno spesso nel nome di principi nobili e sbandierando quella democrazia che nelle loro sette – spesso con tanto di guru leader – non esiste affatto. Ma la cecità aiuta e trasforma in falange macedone anche gruppetti di persone che si fanno forza fra loro, cementando quelle convinzioni che li rendono irragionevoli. Inutile infatti il colloquio o la discussione. Come dei robottini istruiti, anche dopo lunghe interlocuzioni, tornano al punto di partenza, convinti che quella inamovibilità sia degna di medaglia di fedeltà.
Colpa loro e dei loro ispiratori? Certamente sì, tuttavia con un necessario distinguo. La colpa è anche nostra, in senso generale, perché consentiamo troppo spesso a minoranze chiassose non quello che è un loro ruolo legittimo, ma permettiamo a certi sproloqui di occupare spazi eccessivi, privi della proporzionalità rispetto a quanto contano. C’è una sovrarappresentazione di fenomeni marginali che si fanno forti nella loro fermezza di mettersi contro per partito preso in una logica detestabile di continua contestazione. Si diventa così antagonisti di professione e di fatto. Ha scritto Giovanni Sartori: “La visibilità è garantita alle posizioni estreme, alle stravaganze, agli «esagerati» e alle esagerazioni. Più una tesi è sballata, e più viene reclamizzata e diffusa. Le menti vuote si specializzano in estremismo intellettuale, e così acquistano notorietà (diffondendo, si capisce, vuotaggini)”.
L’antidoto esiste ed è la mobilitazione dei silenti contro i rumorosi. Il levarsi di tutti coloro che per quieto vivere non si fanno avanti. Una forma di assenza che lascia inevitabilmente lo spazio agli altri che gridano forte e si affermano.
A peggiorare tutto ci si sono messi i Social che fanno da aggregante fra chi la pensi in un certo modo grazie ad algoritmi che premiano l’unicità di idee e allontanano chi avrebbe da ridire. Una stanza piena di persone indottrinate poste solo di fronte a chi condivide le medesime convinzioni. Il contrario esatto della democrazia, che avrebbe nel dialogo il segreto per progredire. Chi resta fermo nelle sue convinzioni senza spazi alcuni di dialogo diventa inutile, chiuso nel suo estremismo e purtroppo i Social diventano una gabbia per chi decide di non confrontarsi.

Aspettando il Natale

Non so bene come si possa definire il periodo prenatalizio. Si potrebbe dire che è un vortice che ci travolge oppure, più convincente, un lungo scivolo che ci dà una certa ebbrezza per poi finire bruscamente. Mi riferisco a cene e pranzi più meno augurali, a bicchierate e aperitivi, ma anche alla ricerca dei regali e quegli obblighi sociali per gli auguri, così come allestimenti vari a carattere festoso.
Per chi faccia politica e amministrazione c’è anche quel Moloch che è la Finanziaria: la chiamo così per semplificare, anche se nel tempo – a Roma come ad Aosta – si sono aggiunti documenti di programmazione, leggi e leggine, ma soprattutto fioccano le tabelle, quelle che danno i numeri.
Ho passato molti anni ad occuparmene in ruoli vari e specie alla Camera, dove la complessità era più accentuata. Era un periodo piuttosto tosto, per chi si impegna, e ricordo nottate intere alla Commissione Bilancio a vigilare su norme utili da non veder sparire o su emendamenti da far approvare con le complesse negoziazioni e la necessità assoluta di esserci. Se ti distrai può capitare di tutto e dunque bisogna non muoversi e svegliarsi con i caffè.
Diversa è stata ed è l’esperienza in Regione, dove vivi in una logica di costruzione vera e propria. Da Presidente della Regione dovevi avere non una visione settoriale, come mi capita oggi, ma una visione d’insieme e la navigazione fra cifre e obiettivi è sicuramente più difficile. Era anche l’occasione, però, per avere una visione d’insieme in meandri spesso non noti. La Valle d’Aosta è piccola, ma ha una sua complessità e vastità di materie di cui occuparsi.
Gli strumenti di programmazione, invece, sono molto interessanti. Ho sempre pensato che la loro forza sia quella di guardare avanti e non solo al contingente, che potrebbe essere anche più facile per chi lavora solo in logiche elettoralistiche di breve termine, che traguardano al massimo le elezioni che verranno. Invece è giusto guardare avanti con qualche accortezza. Bisogna zigzagare nella pastoie burocratiche che rischiano di far diventare troppo vecchie scelte che sono state fatte per tempo, ma non concretizzatesi nei tempi dovuti. E bisogna avere la flessibilità necessaria contro pianificazioni da socialismo reale: ci sono infatti avvenimenti imprevisti che devono essere affrontati con calma e determinazione. Pensiamo all’irrompere nelle nostre vite con effetti drammatici sulla nostra comunità, come la pandemia e gli stessi effetti della guerra in Ucraina hanno aperto scenari imprevisti, cui reagire.
So bene come di fronte a questo e cioè rapidità nelle realizzazioni e capacità di adattamento di fronte a situazioni nuove la democrazia rappresentativa e i meccanismi democratici non dimostrano sempre la reattività necessaria in questo nostro mondo sempre più veloce. Ci sono ampi margini di riforma: penso ai tempi delle Assemblee parlamentari e a certi riti ormai obsoleti con – ad esempio – legislazioni troppo corpose e difficoltà a modificarle rapidamente, ma anche gli strumenti amministrativi, i loro apparati e il parlar per atti finiscono per sembrare modalità di scelta al rallentatore. Così è e i necessari cambiamenti, per chi ci vive dentro, sono oggetto di attenzione per la consapevolezza che bisogna evitare fossati fra Politica e Società.
Fortuna che in questa temperie di pensieri e di preoccupazione arriva, con la sua calda e avvolgente ripetitività, il Natale è quanto ci occuperà o meglio ci distrarrà rispetto ai problemi quotidiani. So che è una parentesi abbastanza fugace e gennaio troneggia con la ripartenza del nuovo anno, ma distrarsi un po’ è salutare.

La casa dei ricordi

Con mio fratello Alberto sapevamo bene che mia mamma, purtroppo non più autosufficiente e ricoverata in una struttura, non sarebbe più riuscita a tornare nella casa di famiglia, dove noi stessi siamo cresciuti.
Eppure la casa l’abbiamo lasciata così senza toccare nulla e solo ora che lei ci ha lasciati dovremo occuparcene, come può avvenire in certi punto e capo che propone la vita.
Avevo a suo tempo messo da parte un articolo di Antonio Polito sul Corriere nel quale mi ero del tutto immedesimato e da oggi vivrò quei medesimi sentimenti.
Così Polito: “Chi ci è passato sa che è un’esperienza che segna: come spingere il tasto fast rewind e riavvolgere il nastro della tua vita. Chiudere la casa dei genitori che non ci sono più. Svuotarla dei mobili e degli oggetti. Scegliere quale tenere e quale no delle mille cose che hanno accompagnato le giornate della tua infanzia, i fermenti della tua adolescenza, e che avevi lasciato dietro di te quando te ne sei andato, pensando di non rivederle mai più”.
Così in questi mesi in cui mamma era via, destinata a un crescente oblio con una sorta di commovente ritorno alla sua infanzia e a fantasie che intenerivano, ho vissuto - passando in casa - la sensazione viva di ritrovare oggetti evocatori di mille storie di vita vissuta. Mia mamma non buttava nulla e più invecchiava è più accumulava. Esiste lì qualcosa di più di un genius loci, ma cose che sono come penati.
Racconta - ed è interessante - lo stesso Polito: “C’è invece una pratica in Svezia che ho sempre trovato molto civile e che chiamano dostadning: consiste nel «fare le pulizie della morte» prima del tempo, appena si va in pensione, per liberarsi del superfluo e scegliere l’essenziale, e così risparmiare ai figli, quando sarà il momento, la fatica fisica e psicologica che sto facendo io adesso. Si vede che i miei genitori non la conoscevano. Ma credo che in quel loro accumulare senza fine ci fosse qualcosa di più dell’ignoranza di stili di vita più sobri e nordici, e cioè un molto mediterraneo concetto di focolare, che attribuisce alla casa un valore diverso dalla sua semplice funzione abitativa”.
Così è anche per noi che viviamo sulle Alpi. Ma alla fine Politico conclude con un’osservazione che mi colpisce: “Forse bisogna lasciare ai figli questo compito, quasi un rito di passaggio: si diventa davvero adulti solo quando si chiude la casa del padre”.
Aggiungerei…e della madre, pensando a loro, i miei genitori: la coppia che mi ha amato ed è stata anche fiera di me. Più invecchi e più ne sei consapevole.

La crisi spegne i minibar

Ho vissuto per anni una parte della settimana in hotel nei giorni in cui ero al lavoro a Roma e lo stesso è avvenuto a Bruxelles e a Strasburgo.
Un oggetto classico nella stanza, assolutamente tentatore, è sempre stato il minibar o frigobar, che saliva di contenuti ghiotti a seconda delle stelle. Era del tutto evidente quanto fosse una preoccupazione dei manager alberghieri il fatto che si consumasse senza pagare. Per cui la cauzione con carta di credito era diventato un fatto ossessivo. Il gruppo Accor aveva creato un sistema automatico basato sul peso per cui quando prelevavi qualunque cosa la reception ne prendeva nota. Mi spiegarono poi i receptionist che clienti disonesti avevano trovato vari modi fraudolenti per aggirare il congegno.
Da tempo, ma non ci avevo fatto troppa attenzione, avevo notato frighi sempre più spogli- spesso una sola bottiglietta d’acqua - segno che la lotta fra guardie e ladri aveva portato al progressivo svuotamento. Ora leggo Jessica Gourdon su Le Monde che annuncia una svolta ulteriore: “Une mignonnette de whisky, un sachet de pistaches, une canette de Schweppes… Les minibars, ces petits réfrigérateurs nichés dans les chambres d’hôtel, vivent leurs dernières heures sur secteur. Débranchés, remisés, recyclés : les hôtels s’en débarrassent. Ces cubes réfrigérés viennent rejoindre le panthéon des objets en voie de disparition dans les chambres d’hôtel, comme les coffres-forts, les couvertures ou les bouteilles d’eau en plastique.
Cet hiver, Accor a fait du débranchement de ses minibars un axe de son plan de communication sur ses économies d’énergie. Le groupe va mettre hors service 51 000 minibars en France, principalement dans les Novotel et les Mercure. « Cela représente une économie d’énergie de 7,5 GWh, ce qui équivaut à la consommation électrique annuelle de 1 600 foyers », affirme l’entreprise, qui précise qu’un minibar représente « entre 30 et 50 % de la consommation électrique d’une chambre » “.
Ma questa storia, ammantata di buone intenzioni in seguito al cambiamento dei costumi, ha anche dell’altro. Leggiamo: “Affichée comme un engagement écolo, la fin des minibars arrange bien les établissements : ce service constitue une gageure pour les gestionnaires d’hôtel, et pour les femmes de chambres qui doivent vérifier chaque jour si une canette manque à l’appel. « C’est un centre de coût pénible, avec une comptabilité difficile à établir, et qui fonctionne sur l’honnêteté. Si quelqu’un nie avoir consommé telle ou telle chose, c’est compliqué de prouver le contraire », observe Vanguelis Panayotis, du cabinet de conseil en hôtellerie MKG”.
E ancora proprio sul cambio dei modi di vivere: “Surtout, les hôteliers veulent pousser les clients à utiliser les espaces communs, dont les surfaces ont eu tendance à s’agrandir et à se moderniser ces dernières années : bars, espaces de coworking, restaurants… Au Too Hotel, un hôtel de luxe branché qui vient d’ouvrir ses portes au sommet des tours Duo, à Paris, aucun minibar dans les chambres. Laurent Taïeb, le patron, a aussi supprimé le room service (la possibilité de commander dans les chambres), un dispositif qu’il juge rarement satisfaisant. « On propose à nos clients soit d’aller au restaurant ou au bar de l’hôtel, soit de se faire livrer avec un service type Uber Eats. On réceptionne les sacs à la réception et on leur monte », explique l’entrepreneur.
« Le minibar fait partie d’un temps révolu. Avant, les clients voulaient trouver dans leur chambre d’hôtel ce qu’ils avaient chez eux : une canette fraîche, une télé avec Canal+, un téléphone, une barre de céréales. Aujourd’hui, on vient dans un hébergement pour l’expérience originale qu’il offre, l’ambiance, les rencontres qu’il permet », poursuit Karim Soleilhavoup, directeur du groupe Logis Hôtel”.
L’evoluzione è interessante contro certe solitudini che si possono vivere, stando chiusi nella stanza. In effetti la socialità aumenta se ci si deve muovere!

Il politico e i pregiudizi

Esistono le cose concrete e poi ci sono i pregiudizi, che in qualunque caso ci rendono peggiori e pure un po’ fessi e a tratti inutilmente cattivi. Si tratta di uno specchio deformante.
La definizione da dizionario del pregiudizio suona più o meno così: “Idea opinione concepita sulla base di convinzioni personali e prevenzioni generali, senza una conoscenza diretta dei fatti, delle persone, delle cose, tale da condizionare fortemente la valutazione, e da indurre quindi in errore”. Diceva Voltaire: “I pregiudizi sono ciò che gli sciocchi usano per ragionare”. E precisava meglio: “Il pregiudizio è un’opinione senza giudizio”.
Pensavo al lavoro - ripeto, al lavoro - che ho fatto per larga parte della mia vita: la politica. Forse dovrei scrivere più opportunamente il politico e me fregio con fierezza e senza complessi.
Sentite, però, come suona, “il politico”, e pensate oggettivamente a quale reazione stimola appena pronunciata.
L’esperimento è facile: la rete diffusa di pregiudizi rispetto ai politici senza alcuna distinzione agisce in fretta e crea d’emblée un senso di antipatia e di rigetto senza troppi distinguo - come dicevo - fra buono e cattivo.
Qualcuno penserà che ho bel coraggio a difendere la categoria. E in fondo chi lo sostiene non ha tutti i torti. A fare notizia sono le cattive notizie e sono piene le cronache negli anni di politici disonesti, incapaci ed arruffoni. Questo diventa un elemento decisivo: sul banco degli accusati ci va tutta la categoria, com’è avvenuto nella logica della Casta, che ha fatto precipitare anche chi non lo merita nello stesso pentolone e solo accennare una timida difesa suscita ironia se non sarcasmo.
Sapendo che l’antipolitica esiste ed è cosa seria, non mi ci metto io a fare l’avvocato difensore. Ma osservo almeno una sola questione e cioè una delle madri di tutti i pregiudizi e che considera il fare politica sia espressione massima del dolce far niente, di una forma estrema di pigrizia se non di parassitismo.
A questa arrière pensée mi ribello e non per un riflesso corporativo. Ma perché posso testimoniare di come, per chi lo faccia seriamente, la vituperata politica - e ragioni di disprezzo di sicuro ce ne sono - sia attività totalizzante e faticosa.
Quando trovo chi con sorrisino e aria di sufficienza mi apostrofa “Eh! Il politico…” vedo in quella sospensione da puntini una sentenza del genere: “questo non ha mai fatto un tubo, beato lui”.
Allora mi piacerebbe fare un gioco e metterli nei miei panni in alcuni dei ruoli elettivi che ho ricoperto, cercando sempre di fare il mio dovere. Scoprirebbe giornate senza orari, problemi da risolvere, dossier da studiare e molto altro ancora, compresa una volontaria rinuncia a momenti di vita privata.
Non lo scrivo per fare la vittima e so bene che ci sono lavori più faticosi e certo meno gratificanti è peggio pagati. Ma il pregiudizio di essere considerato un nullafacente vita tutto rosa e fiori nella bambagia con annessi privilegi da califfo è davvero insopportabile.
Però ci ho fatto il calo e dunque “crepi l’astrologo!” e con lui chi vive di invidia e di gelosia. Ne ho conosciuti tanti e, senza pregiudizio, ho sempre pensato quanto sia triste la loro vita.

Perché non piace il POS?

Condoni e sanatorie, tranne rari casi, sono sterco del diavolo. Nel senso che servono come se fosse denaro per comprarsi i favori di pezzi di elettorato. Il caso di Ischia è così tragico da non avere bisogno di troppe parole. La cosiddetta “pace fiscale” serve per fare l’occhiolino a chi non ha fatto il proprio dovere di contribuente.
Ha scritto Sergio Ricossa: “In fatto di morale, il fisco è due volte peccatore: quando fa pagare tributi ingiusti, e quando concede sanatorie, amnstie e condoni agli evasori”.
Interessante dal punto di vista psicologico è il favore degli attuali governanti verso il denaro contante e i dubbi verso l’uso della moneta elettronica. Si tratta di una scelta anacronistica e che certo piace a chi fa il “nero” nelle transazioni economiche e deve usare quel denaro, per così dire “spacciandolo”.
Sul Foglio fa sorridere l’arguzia di Saverio Raimondo, che usa l’antica ma sempre valida tecnica dello sfottò: “Giorgia Meloni deve essere di quelle (pardon, quelli: è il Presidente) che si dimenticano sempre il pin del proprio bancomat, con conseguenti rossori e sudori freddi: altrimenti non si spiega questa guerra al Pos e ai pagamenti elettronici. Sembra dettata da un odio personale, un capriccio, visto che non c’è alcuna ragione al mondo per essere contrari a una transazione economica elettronica”.
È più avanti scherza: “Forse alla base c’è un trauma, come in “Marnie” di Alfred Hitchcock: in passato deve essere successo che Giorgia Meloni in un negozio è andata per pagare con il bancomat, e il Pos le ha detto “transazione negata”. (Parafrasando Woody Allen: le parole più brutte al mondo non sono “ti odio”, e nemmeno “è maligno”, ma “credito insufficiente”). Possiamo immaginare l’imbarazzo, la vergogna, l’umiliazione che avrà provato Giorgia Meloni, sempre così indipendente, tutta d’un pezzo, nel fare la figura della povera – i tanto odiati poveri! – proprio di fronte a un piccolo commerciante, sua base elettorale. Con il peso dello sguardo giudicante altrui addosso, sentendosi assediata più che dai giornalisti, Giorgia Meloni avrà assicurato il commerciante che i soldi sul suo conto ci sono – detestando la balbuzie che improvvisamente avrà increspato il suo eloquio e il rossore che ne avvampava le guance tradendone le fragilità – e avrà chiesto di riprovare, ma niente: seconda transazione negata. La vergogna si sarà trasformata in rabbia, la rabbia in sproloqui contro i poteri forti. Avrà chiesto dov’era il bancomat più vicino, sarà uscita sotto la pioggia, e una volta trovata una banca e aver letto sullo schermo “sportello fuori servizio” avrà imprecato contro Soros. Da lì il trauma, che oggi finisce in manovra finanziaria”.
Una risata talvolta fa più effetto di tante concioni. Anche a me capita di farlo per non prendersi troppo sul serio e per non prendere troppo sul serio gli altri.
Poi il giornalista si fa un pochino più serio: “Si tratta del primo, vero passo falso di Giorgia Meloni; un passo che l’allontana da quella gente alla quale lei dice di appartenere, che si vanta di rappresentare. Il bancomat ha svoltato le nostre vite comuni proprio nei micro-pagamenti, perché ha debellato il resto in ramini. Chi le vuole tutte quelle monetine che adesso torneranno a infestare le nostre tasche, a sfondare i nostri portafogli? Sono inutilizzabili, persino le macchinette le sputano via. Vuoi innalzare il tetto al contante? Allora però alza anche il pavimento, io le monetine da 1, 2 o 5 centesimi non le voglio! Mi è chiaro che il ragionamento di Meloni è macro-economico: togliere l’obbligo del Pos è un bonus alla piccola evasione, per rilanciarne i consumi e l’impresa. Il problema è che questa manovra garantisce alla piccola evasione il mantenimento dello status quo, ma non gli dà gli strumenti per crescere e fare un reale scatto economico e sociale. Il governo dovrebbe attuare politiche ben più strutturali per aiutare i piccoli evasori a diventare grandi evasori – che è la vera disuguaglianza, il vero divario economico che affligge questo paese”.

Condividi contenuti

Registrazione Tribunale di Aosta n.2/2018 | Direttore responsabile Mara Ghidinelli | © 2008-2021 Luciano Caveri