L'indifferenza

Gianfranco Fini durante la seduta alla Camera per la fiducia al GovernoQuando si analizzano le ragioni dell'astensionismo alle elezioni, c'è chi sostiene - con logica tranquillizzante - che in tutte le grandi democrazie (come Stati Uniti e Svizzera) la mancata partecipazione al voto è la normalità. Anzi, quelli che si considerano più furbi, concionano sul fatto che un tempo gli italiani votavano troppo perché reduci dalla logica plebiscitaria del fascismo. Balle, purtroppo, come quelle dei commentatori che parlano della solidità di un Governo azzoppato dopo il voto di ieri.
Si tratta infatti, tornando al tema, di un modo per relativizzare un tema centrale della crisi della democrazia italiana (e valdostana, visto che anche da noi cresce l'astensionismo) che ha a mio avviso un secondo aspetto: l'indifferenza.
La crisi di partecipazione si evidenzia nel continuo ridimensionamento delle organizzazioni politiche, che non è legata solo alla sfiducia verso il voto, ma è un senso di sfiducia generale, che crea un ripiegamento nel privato e una scelta di indifferenza o di impegno politico concepito, tipo fuoco d'artificio, contro un'opera pubblica che ti dà fastidio per poi ripiombare in una sorta di catatonia.
Credo nella democrazia rappresentativa e temo la logica demagogica di un utilizzo strumentale di forme di democrazia diretta, che vale in positivo per temi dirimenti, come avvenne in Italia con divorzio e aborto. Ma credo anche che la democrazia sia conoscenza e consapevolezza, che possono pure spingerti a non votare, ma l'indifferenza significa invece assenza e anche un evidente degradarsi dell'elementare conoscenza di meccanismi istituzionali che portano ad una sorta di analfabetismo della democrazia di cui c'è poco da star lieti.
Penso che ci saranno forme naturali di difesa da questa sorta di malattia: essere consapevoli è la premessa contro il degrado della politica e i rischi di predazione della cosa pubblica.

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