La mia indifferenza

Condivido la scelta del Governo Draghi di chiedere nel lavoro un uso esteso e obbligatorio del green pass. Ciò avverrà con la solita modalità già in atto ad esempio nella scuola, con vaccinazione o tampone ogni 48 ore. Tampone a prezzi ribassati, ma non gratuito, se non per i soggetti fragili.
Credo che sia una scelta giusta, anche se personalmente in alcuni settori si sarebbe dovuta scegliere la vaccinazione obbligatoria a tutela di tutti. Ma il compromesso raggiunto non è comunque al ribasso.
Plaudo al buonsenso e al rigore che hanno portato a questa scelta.
Al netto di molte sparate ascoltate in queste settimane, inseguendo il consenso degli scettici e purtroppo dei contrari, l'esito finale non è quello di uno Stato di Polizia, ma di una Repubblica - visto il concorso delle Regioni - che tutela i cittadini e nega ad una minoranza chiassosa un diritto di veto.
Questa pandemia, per quel che mi riguarda, mi ha aperto gli occhi: ho scoperto, anche fra i miei conoscenti, degli atteggiamenti che mi hanno lasciato allibito e che hanno pure fatto scricchiolare amicizie di lunga data. Ci sono passaggi nella vita che non consentono ambiguità e la pandemia ha chiarito, almeno per me, l'esistenza di un confine non superabile.
Nulla di politico in sé, quanto di morale. Chi sceglie il settarismo si allontana dai miei valori e dunque neppure più mi attardo in inutili opere di convincimento.
I complici del virus meritano la mia indifferenza.

Gli islamisti ci devono preoccupare

Chissà che l'Occidente non cominci a capire che gli islamisti con il loro totalitarismo ideologico restano in buona salute e lo erano già prima che l'Afghanistan diventasse un Emirato islamico. Un simpatico ritorno ad avere uno Stato canaglia la cui logica è, con i talebani, il ritorno del terrore e dell'ignoranza.
Sento dire: «gli afgani si sentono traditi dall'Occidente». Osserverei che in vent'anni gli afgani stessi non hanno capito l'abc della Democrazia, con un esercito burletta, governanti corrotti ed inetti ed un calar le braghe in quattro e quattr'otto di fronte ai rozzi e violenti talebani. Difficile per loro piangere sul latte versato.
Ma attenzione che la stretta islamista si sta vedendo sui Paesi del Maghreb, come Tunisia, Algeria, Marocco, dove la Turchia islamica sta lavorando con grande impegno.
Lo spiega con dovizia di particolari l'ultimo numero di "Le Point" in cui si legge come l'islamismo radicale si stia espandendo. Questo vuol dire guai grossi per l'Europa sia per il terrorismo ed anche per la crescente logica di "assalto" al Vecchio Continente, facendo leva - come già avvenuto in Francia e Germania - anche su giovani figli o nipoti di migranti di tanti anni fa. Una logica ben inversa rispetto a quella dell'integrazione...
Non si reagisce con appelli vaghi al dialogo e con buonismo da salotto, ma con un'Unione europea che abbia una politica estera seria ed anche una politica di sicurezza senza "se" e senza "ma".
Altrimenti torneranno drammi e stragi, mentre in troppe moschee in Europea si predica l'odio e nascono società parallele dove non si rispettano i nostri principi costituzionali e si guarda più alla Sharia che al Diritto.

La smemoratezza di Landini

Non capisco l'ostilità che parte del sindacato, come il leader della Cgil Maurizio Landini, manifesta nei confronti di chi dev'essere sanzionato se non ottiene il green pass - e dunque non si vaccina - per adoperarlo laddove è stato previsto dal Governo Draghi.
Questa confusione, fatta propria dalla Cgil anche sul piano locale nella scia della segreteria nazionale, ha fatto scrivere un passaggio assai interessante da Paolo Mieli sul "Corriere della Sera", che pubblico non abbisognando di ulteriori commenti, se non precisando che nel brano precedente si ricorda la simpatia di Landini per Giuseppe Conte ed i suoi molti silenzi quando l'ex premier imponeva misure a colpi di dpcm: «Adesso Landini ha cambiato registro e sostiene che i protocolli sono sufficienti a garantire la salute nelle aziende e che, perciò, il green pass non serve. Ma protocolli sono stati sottoscritti anche per bar, ristoranti, cinema, teatri, treni, aerei. Per non parlare delle scuole. Ambienti in cui da tempo si sanifica, come è stato concordato con il governo, così da offrire garanzie di sicurezza (per quel che è possibile). Anche lì, anche in quei "luoghi di lavoro" non andrebbe sanzionato chi è sprovvisto di certificato verde?».
Poi così si esplicita la critica: «Viene da chiedersi da dove venga questa grande sensibilità a vantaggio di chi obietta alla certificazione vaccinale. E perché i leader sindacali non siano altrettanto sensibili nei confronti di coloro che, in possesso di green pass, dovrebbero esporsi a rischi vivendo la propria vita lavorativa a stretto contatto con persone che potrebbero contagiarli.
Il segretario della Cgil infine motiva l'attuale irrigidimento anti green pass con tre considerazioni davvero curiose. La prima: "Nessuno può sostenere che gli uffici o le fabbriche costituiscano oggi potenziali focolai per la diffusione del virus". E infatti non lo sostiene nessuno. Proprio nessuno. La seconda: "Non deve passare il messaggio sbagliato che i vaccini e il green pass, pur fondamentali, siano sufficienti a sconfiggere il virus". A chi si rivolge Landini? Che ci risulti, non c'è persona che dica una cosa del genere. Constatiamo, semmai, che le vaccinazioni servono, in caso di contagio, a non finire nei reparti di terapia intensiva o al cimitero. E non è poco. Ma sono discorsi diversi. Il terzo appunto del segretario della Cgil è già stato un cavallo di battaglia dell'opposizione di destra: "Se il governo pensa che il vaccino debba essere obbligatorio, lo dica e approvi una legge. Abbiano il coraggio di farlo!". Non è questione di coraggio, caro Landini»
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Chissà dov'era Landini quando Giuseppe Conte e Roberto Speranza con decreti notturni e nessuna legge ci chiudevano in casa.

Il mio Green pass

Quando ho messo sul mio telefono il qr code del "Green pass", stampando poi il tesserino cartaceo, mi sono emozionato. Aspettavo questo lasciapassare come il simbolo di una scelta scontata: vaccinarmi contro il "covid-19".
Come tutte le persone ragionevoli, per fortuna maggioranza schiacciante e forse troppo silenziosa, ho fiducia nel vaccino, pur sapendo che, come qualunque medicina, esistono possibili controindicazioni. Ma appartengo a una generazione che ne ha vissuto sulla propria pelle (compresa una cicatrice sul braccio!) i vantaggi della loro diffusione. Mai ho esitato sulla necessità che i miei figli li facessero e non solo quelli obbligatori.
Non discuto più con i "no-vax" perché è tempo perduto e perduti sono loro, nei casi più gravi siano ormai di fronte a casi di delirio contagioso con punte di violenza verbale per chi sostiene l’importanza dei vaccini. Ormai sono intollerante verso chi con le sue convinzioni rischia di far durare la pandemia per anni e discetta su diritti e libertà.
Sono persone che vanno messe al bando e la loro scelta antisociale deve comportare prezzi. Le sette da sempre sono nocive perché finiscono per danneggiare chi segue le regole ed il buonsenso.
Ho avuto paura di ammalarmi e di soffrire, se non persino di morire.
Ora mi sento più sereno e spero che questo maledetto virus non abbia alleati fra i miei simili.

Sul Casinò di Saint-Vincent

Le scelte imminenti sul vertice del Casinò di Saint-Vincent creano - prima ancora che avvengano - discussione e, poiché sono uno di coloro che se ne sta occupando, ci tengo a scrivere alcune cose.
Evito, nel farlo, eccessive ricostruzioni storiche, che pure sarebbero suggestive, visto che l'esistenza della Casa da Gioco coincide quasi esattamente con il lungo periodo che dal dopoguerra ci ha portato sino ad oggi, nel cammino parallelo con la storia dell'Autonomia valdostana. E dal 1947, quando non esisteva ancora la Regione autonoma propriamente detta, non solo è passata molta acqua sotto i ponti, ma la società valdostana è cambiata in profondità, così come è cambiato il gioco d'azzardo e soprattutto la clientela.
Sarebbe bello poter entrare nelle Sale da Gioco nei decenni successivi all'apertura grazie agli spostamenti di una macchina del tempo: già nel 1957 avremmo visto un ambiente diverso da quello post bellico, così nel 1967 saremmo alla vigilia di grandi rivolgimenti sociali, idem nel 1977 quando i miei ricordi iniziano ed essere personali in un Casinò in sviluppo, mentre nei decenni successivi ho vissuto da politico i grandi rivolgimenti di una Casa da Gioco nicchia elitaria e fastosa ad un clientela popolare e certo meno glamour. Si arriva poi alla crisi in parte prevedibile ed in parte no, che ha portato alle vicende odierne.
Ebbene, proprio questa cronologia in pillole mostra come il Casinò abbia avuto, negli alti e nei bassi, capacità di adattamento per adeguarsi ai diversi momenti vissuti.
Questo conforta e credo che nuove stagioni positive, specie se la pandemia non riesploderà, dimostreranno gli spazi di sviluppo possibili. Ma con una certezza fondamentale: chiunque si occupi della Casa da Gioco sa che negli anni a venire bisogna chiudere le ferite aperte negli anni scorsi e seguire il cammino preciso del rientro dai debiti e del conseguente rilancio posto con chiarezza nella definizione delle linee del concordato sotto il controllo del Tribunale di Aosta.
Il resto sono chiacchiere e speculazioni politiche.

La tragedia della Pyramide Vincent

Muoiono due giovani donne nel cuore dell'estate per assideramento ai 4.000 metri della Pyramide Vincent, non molto distante dal bivacco "Felice Giordano" e dalla base dei soccorritori italo-svizzeri, il rifugio "Città di Mantova", che hanno salvato il solo terzo componente della cordata.
Per chiunque legga questa notizia, se non conosce le insidie delle alte vette, può esserci un evidente sconcerto nel chiedersi come possano avvenire tragedie di questo genere, specie con persone che pare fossero avvezze ai rischi dell'alpinismo a quelle quote.
Eppure è successo perché quelle quote portano con sé situazioni e condizioni letali. E ci si domanda legittimamente come sia possibile che ciò avvenga con le previsioni meteo, che oggi consentono con ampio anticipo di sapere che tempo potrà fare con buona approssimazione sulle nostre montagne. E anche nuove tecnologie utili per un'alleata rapidissimo.
Forse, ma è solo un'ipotesi di fronte a troppe morti che colpiscono professionisti o conoscitori del mondo della montagna, esiste sempre il retropensiero che proprio la velocità dei soccorsi può spingere più in là la soglia del rischio e risolvere situazioni delicate.
In questo caso, per esempio, l'epilogo non sarebbe stato tragico se solo le condizioni proibitive non avessero impedito agli elicotteri valdostani e svizzeri di poter soccorrere in tempo i malcapitati.
Purtroppo le squadre da terra non hanno fatto in tempo ad evitare il dramma e non resta per i cronisti che raccontare i fatti e aggiungere altre due persone, Martina e Paola, alle cronache di un'estate con troppi morti in montagna.

La variante Delta spaventa

Questa "variante Delta" (già indiana) mi inquieta abbastanza.
La prima ragione è che sta aggredendo molti Paesi del mondo che parevano in sicurezza ed ora stanno tornando indietro rispetto alle libertà già acquisite.
La seconda è il coro stonato dei famosi virologi, che cantano ognuno la propria canzone come se la scienza fosse un tiraggio a sorte.
Intanto - e questo è un male - la vaccinazione di massa batte la fiacca e non è solo questione di dosi di vaccino che mancano. Vi è infatti il rifiuto di molti, compreso il personale sanitario, di farsi inoculare il vaccino. Circostanza clamorosa, che mostra quanto certi pasticci sulla comunicazione sulla sicurezza dei vaccini si siano impastati con i pregiudizi e le falsità di chi è contro vaccini e vaccinazione.
Il rischio è che al tutto aperto si sussegua un tutto chiuso, che sarebbe un baratro per l'economia e per la socialità.
Nel caso della Valle d'Aosta abbiamo usato tutte le risorse a disposizione per varie riposte, ristori compresi, per arginare o danni provocati dalle chiusure. Nulla di ripetibile sarebbe possibile. Anche per questo il virus va combattuto ed è una guerra che vede tutti arruolati.
Chi diserta, non vaccinandosi, danneggia tutti.

Il Casinò riparte

La riapertura della Casa da gioco di Saint-Vincent, dopo otto mesi di chiusura, è una buona notizia. Le scelte operate dal "CTS - Comitato scientifico nazionale" hanno infatti penalizzato i Casinò per macroscopici errori di valutazione sulle misure di sicurezza.
Un giorno si studierà la capricciosità di questo organo tecnico assurto in molti passaggi della pandemia ad arbitro per nulla imparziale. Il pasticcio sui vaccini, con continuo cambio del loro utilizzo per fasce di età, è immagine scultorea di come chi si atteggia a gran decisore sconti poi gravi balbettamenti e molte incertezze che ne limitano la credibilità e l'autorevolezza.
Riaffermo qui l'importanza del Casinò e la necessità di rifarne una macchina utile per il turismo e redditizio per la comunità. Una sfida per nulla facile perché la gestione pubblica ha sicuramente molti lacci e lacciuoli e il mondo dei giochi in continua e rapida trasformazione obbliga ad essere dinamici e incentivi senza l'illusione di rifugiarsi nei fasti del passato. Tutto cambia e l'attuale scenario lascia spazi ai Casinò solo se sapranno rinnovarsi e adattarsi alle nuove esigenze della clientela.
Personalmente credo che, assestata la situazione e sanati i conti, bisognerà per tempo scegliere la strada di una gestione privata valida ed efficace. Il pubblico è inadatto ad occuparsi di un settore come il gioco lo può fare, com'è avvenuto in questi anni, solo a fronte di avvenimenti eccezionali e ce ne sono stati.
Speriamo ora che, in generale e non solo per il gioco legalizzato e sicuro garantito nei Casinò, torni una banalissima ma produttiva normalità.

I valori democratici

«Sin dalla formazione del governo sono stato molto chiaro: i due pilastri della politica estera italiana sono l'europeismo e l'atlantismo». Così ieri Mario Draghi, dopo un incontro con il Presidente americano Joe Biden, a margine del "G7" in Cornovaglia.
Raramente scrivo di politica internazionale, ma questa volta lo faccio perché è bene che questa frase sia stata pronunciata. E lo è malgrado la compagine governativa sia multicolore ed ondivaga sul tema. Basti pensare alla recente visita all'Ambasciata cinese di Beppe Grillo con il nuovo leader pentastellato, Giuseppe Conte, sfilatosi all'ultimo minuto. O anche alla simpatia verso la Russia espressa più volte dal leader leghista Matteo Salvini. Per non dire dall'antiamericanismo storico dell'ala più sinistra della coalizione.
Idem sull'antieuropeismo che ha visto voci concomitanti da aree diverse dell'attuale maggioranza con toni più o meno virulenti. Draghi ha rimesso la barra verso Bruxelles e chiarito con Washington che siamo nell'area occidentale e non schiacciamo l'occhiolino altrove. Che poi questo significhi per il presidente del Consiglio avere in mano realmente il bastone del comando è altra cosa.
Viviamo ormai di un elettorato che cambia idea velocemente e con leader che seguono gli umori popolari senza colpo ferire. Le maggioranze sono ballerine e "l'uno vale uno" grillino ha portato in politica - e non solo nei "pentastellati" - molti dilettanti alle sbaraglio. E la competenza rischia di essere vista come caratteristica solo dei tecnocrati.
Per cui lo scenario futuro resta indeterminato, ma sapere che non si guarda ai regimi liberticidi di Mosca e di Pechino è già una bella notizia per chi crede ancora nei valori democratici.

Caccia ai "like"

L'instabilità politica in questa fase storica ad Aosta come a Roma "nuoce gravemente alla salute", come si legge sui pacchetti di sigarette.
"Nuoce alla democrazia" che diventa un litigio infinito è una lotta continua, svalutandone il senso. Cresce così la considerazione di chi cerca scorciatoie, tipo "l'uomo (o la donna) forte”" che da solo raddrizzi le cose e metta ordine nel rischio pollaio.
In Valle d'Aosta la sinistra ha imboccato la strada dell'elezione diretta del presidente della Regione e chissà che a destra le sirene, anche per tradizioni di quell'area, non piacciano. Poi naturalmente si predica anche il proporzionale e non si capisce bene come le cose si tengano.
Molto più modestamente basterebbe abbassare la soglia del già vigente ma irraggiungibile premio di maggioranza per avere i numeri senza troppe acrobazie e stare dietro al malumore dei consiglieri che non si sentono abbastanza valorizzati e fanno la fronda.
Intanto basterebbe che contasse più la soluzione dei problemi gravissimi che l'affermazione dei propri ideologismi intoccabili come fossero scritti sulla roccia. Anche in altre fasi della storia valdostana le divisioni hanno nuociuto ed in altre, malgrado liti e divisioni come nel dopoguerra, su certi argomenti cardine si remava dalla stessa parte.
Si può chiamare "senso di responsabilità", ma so che è più facile accentuare le ragioni di dissenso che i punti in comune, quando i "social" attizzano gli animi ed i "like" dei supporter scaldano i cuori, pur divisivi e non adatti a cercare soluzioni.

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