Sul Casinò di Saint-Vincent

Le scelte imminenti sul vertice del Casinò di Saint-Vincent creano - prima ancora che avvengano - discussione e, poiché sono uno di coloro che se ne sta occupando, ci tengo a scrivere alcune cose.
Evito, nel farlo, eccessive ricostruzioni storiche, che pure sarebbero suggestive, visto che l'esistenza della Casa da Gioco coincide quasi esattamente con il lungo periodo che dal dopoguerra ci ha portato sino ad oggi, nel cammino parallelo con la storia dell'Autonomia valdostana. E dal 1947, quando non esisteva ancora la Regione autonoma propriamente detta, non solo è passata molta acqua sotto i ponti, ma la società valdostana è cambiata in profondità, così come è cambiato il gioco d'azzardo e soprattutto la clientela.
Sarebbe bello poter entrare nelle Sale da Gioco nei decenni successivi all'apertura grazie agli spostamenti di una macchina del tempo: già nel 1957 avremmo visto un ambiente diverso da quello post bellico, così nel 1967 saremmo alla vigilia di grandi rivolgimenti sociali, idem nel 1977 quando i miei ricordi iniziano ed essere personali in un Casinò in sviluppo, mentre nei decenni successivi ho vissuto da politico i grandi rivolgimenti di una Casa da Gioco nicchia elitaria e fastosa ad un clientela popolare e certo meno glamour. Si arriva poi alla crisi in parte prevedibile ed in parte no, che ha portato alle vicende odierne.
Ebbene, proprio questa cronologia in pillole mostra come il Casinò abbia avuto, negli alti e nei bassi, capacità di adattamento per adeguarsi ai diversi momenti vissuti.
Questo conforta e credo che nuove stagioni positive, specie se la pandemia non riesploderà, dimostreranno gli spazi di sviluppo possibili. Ma con una certezza fondamentale: chiunque si occupi della Casa da Gioco sa che negli anni a venire bisogna chiudere le ferite aperte negli anni scorsi e seguire il cammino preciso del rientro dai debiti e del conseguente rilancio posto con chiarezza nella definizione delle linee del concordato sotto il controllo del Tribunale di Aosta.
Il resto sono chiacchiere e speculazioni politiche.

La tragedia della Pyramide Vincent

Muoiono due giovani donne nel cuore dell'estate per assideramento ai 4.000 metri della Pyramide Vincent, non molto distante dal bivacco "Felice Giordano" e dalla base dei soccorritori italo-svizzeri, il rifugio "Città di Mantova", che hanno salvato il solo terzo componente della cordata.
Per chiunque legga questa notizia, se non conosce le insidie delle alte vette, può esserci un evidente sconcerto nel chiedersi come possano avvenire tragedie di questo genere, specie con persone che pare fossero avvezze ai rischi dell'alpinismo a quelle quote.
Eppure è successo perché quelle quote portano con sé situazioni e condizioni letali. E ci si domanda legittimamente come sia possibile che ciò avvenga con le previsioni meteo, che oggi consentono con ampio anticipo di sapere che tempo potrà fare con buona approssimazione sulle nostre montagne. E anche nuove tecnologie utili per un'alleata rapidissimo.
Forse, ma è solo un'ipotesi di fronte a troppe morti che colpiscono professionisti o conoscitori del mondo della montagna, esiste sempre il retropensiero che proprio la velocità dei soccorsi può spingere più in là la soglia del rischio e risolvere situazioni delicate.
In questo caso, per esempio, l'epilogo non sarebbe stato tragico se solo le condizioni proibitive non avessero impedito agli elicotteri valdostani e svizzeri di poter soccorrere in tempo i malcapitati.
Purtroppo le squadre da terra non hanno fatto in tempo ad evitare il dramma e non resta per i cronisti che raccontare i fatti e aggiungere altre due persone, Martina e Paola, alle cronache di un'estate con troppi morti in montagna.

La variante Delta spaventa

Questa "variante Delta" (già indiana) mi inquieta abbastanza.
La prima ragione è che sta aggredendo molti Paesi del mondo che parevano in sicurezza ed ora stanno tornando indietro rispetto alle libertà già acquisite.
La seconda è il coro stonato dei famosi virologi, che cantano ognuno la propria canzone come se la scienza fosse un tiraggio a sorte.
Intanto - e questo è un male - la vaccinazione di massa batte la fiacca e non è solo questione di dosi di vaccino che mancano. Vi è infatti il rifiuto di molti, compreso il personale sanitario, di farsi inoculare il vaccino. Circostanza clamorosa, che mostra quanto certi pasticci sulla comunicazione sulla sicurezza dei vaccini si siano impastati con i pregiudizi e le falsità di chi è contro vaccini e vaccinazione.
Il rischio è che al tutto aperto si sussegua un tutto chiuso, che sarebbe un baratro per l'economia e per la socialità.
Nel caso della Valle d'Aosta abbiamo usato tutte le risorse a disposizione per varie riposte, ristori compresi, per arginare o danni provocati dalle chiusure. Nulla di ripetibile sarebbe possibile. Anche per questo il virus va combattuto ed è una guerra che vede tutti arruolati.
Chi diserta, non vaccinandosi, danneggia tutti.

Il Casinò riparte

La riapertura della Casa da gioco di Saint-Vincent, dopo otto mesi di chiusura, è una buona notizia. Le scelte operate dal "CTS - Comitato scientifico nazionale" hanno infatti penalizzato i Casinò per macroscopici errori di valutazione sulle misure di sicurezza.
Un giorno si studierà la capricciosità di questo organo tecnico assurto in molti passaggi della pandemia ad arbitro per nulla imparziale. Il pasticcio sui vaccini, con continuo cambio del loro utilizzo per fasce di età, è immagine scultorea di come chi si atteggia a gran decisore sconti poi gravi balbettamenti e molte incertezze che ne limitano la credibilità e l'autorevolezza.
Riaffermo qui l'importanza del Casinò e la necessità di rifarne una macchina utile per il turismo e redditizio per la comunità. Una sfida per nulla facile perché la gestione pubblica ha sicuramente molti lacci e lacciuoli e il mondo dei giochi in continua e rapida trasformazione obbliga ad essere dinamici e incentivi senza l'illusione di rifugiarsi nei fasti del passato. Tutto cambia e l'attuale scenario lascia spazi ai Casinò solo se sapranno rinnovarsi e adattarsi alle nuove esigenze della clientela.
Personalmente credo che, assestata la situazione e sanati i conti, bisognerà per tempo scegliere la strada di una gestione privata valida ed efficace. Il pubblico è inadatto ad occuparsi di un settore come il gioco lo può fare, com'è avvenuto in questi anni, solo a fronte di avvenimenti eccezionali e ce ne sono stati.
Speriamo ora che, in generale e non solo per il gioco legalizzato e sicuro garantito nei Casinò, torni una banalissima ma produttiva normalità.

I valori democratici

«Sin dalla formazione del governo sono stato molto chiaro: i due pilastri della politica estera italiana sono l'europeismo e l'atlantismo». Così ieri Mario Draghi, dopo un incontro con il Presidente americano Joe Biden, a margine del "G7" in Cornovaglia.
Raramente scrivo di politica internazionale, ma questa volta lo faccio perché è bene che questa frase sia stata pronunciata. E lo è malgrado la compagine governativa sia multicolore ed ondivaga sul tema. Basti pensare alla recente visita all'Ambasciata cinese di Beppe Grillo con il nuovo leader pentastellato, Giuseppe Conte, sfilatosi all'ultimo minuto. O anche alla simpatia verso la Russia espressa più volte dal leader leghista Matteo Salvini. Per non dire dall'antiamericanismo storico dell'ala più sinistra della coalizione.
Idem sull'antieuropeismo che ha visto voci concomitanti da aree diverse dell'attuale maggioranza con toni più o meno virulenti. Draghi ha rimesso la barra verso Bruxelles e chiarito con Washington che siamo nell'area occidentale e non schiacciamo l'occhiolino altrove. Che poi questo significhi per il presidente del Consiglio avere in mano realmente il bastone del comando è altra cosa.
Viviamo ormai di un elettorato che cambia idea velocemente e con leader che seguono gli umori popolari senza colpo ferire. Le maggioranze sono ballerine e "l'uno vale uno" grillino ha portato in politica - e non solo nei "pentastellati" - molti dilettanti alle sbaraglio. E la competenza rischia di essere vista come caratteristica solo dei tecnocrati.
Per cui lo scenario futuro resta indeterminato, ma sapere che non si guarda ai regimi liberticidi di Mosca e di Pechino è già una bella notizia per chi crede ancora nei valori democratici.

Caccia ai "like"

L'instabilità politica in questa fase storica ad Aosta come a Roma "nuoce gravemente alla salute", come si legge sui pacchetti di sigarette.
"Nuoce alla democrazia" che diventa un litigio infinito è una lotta continua, svalutandone il senso. Cresce così la considerazione di chi cerca scorciatoie, tipo "l'uomo (o la donna) forte”" che da solo raddrizzi le cose e metta ordine nel rischio pollaio.
In Valle d'Aosta la sinistra ha imboccato la strada dell'elezione diretta del presidente della Regione e chissà che a destra le sirene, anche per tradizioni di quell'area, non piacciano. Poi naturalmente si predica anche il proporzionale e non si capisce bene come le cose si tengano.
Molto più modestamente basterebbe abbassare la soglia del già vigente ma irraggiungibile premio di maggioranza per avere i numeri senza troppe acrobazie e stare dietro al malumore dei consiglieri che non si sentono abbastanza valorizzati e fanno la fronda.
Intanto basterebbe che contasse più la soluzione dei problemi gravissimi che l'affermazione dei propri ideologismi intoccabili come fossero scritti sulla roccia. Anche in altre fasi della storia valdostana le divisioni hanno nuociuto ed in altre, malgrado liti e divisioni come nel dopoguerra, su certi argomenti cardine si remava dalla stessa parte.
Si può chiamare "senso di responsabilità", ma so che è più facile accentuare le ragioni di dissenso che i punti in comune, quando i "social" attizzano gli animi ed i "like" dei supporter scaldano i cuori, pur divisivi e non adatti a cercare soluzioni.

Divide et impera

Non ci sono dubbi sul fatto che io abbia sempre creduto alla ricomposizione del mondo autonomista. Un processo che deve avvenire assecondando un idem sentire popolare che è stufo per due ragioni.
La prima sono le troppe divisioni di chi in realtà crede nei medesimi valori e si è disperso per ragioni comprensibili, ma che possono essere superate con regole democratiche condivise e rispetto del pluralismo.
Bisogna però - secondo punto - anche affrontare in modo sereno la perimetrazione di questo mondo autonomista per evitare quelle incursioni esterne che spesso hanno inquinato le sorgenti.
La posta in gioco non è di poco conto e non riguarda le pur legittime ambizioni personali, ma una progettualità condivisa per il futuro di quel puntino sul mappamondo che è la nostra Valle d'Aosta.
Piccoli come siamo dobbiamo, nel nome del buonsenso, agire insieme con rispetto reciproco e Statuti chiari cui attenersi.
Altrimenti sarà il "divide et impera" di cui godono coloro che all’Autonomia non credono affatto.

Lettera anonima

Che bello: ho ricevuto una lettera anonima.
Scritta, fingendo un certo analfabetismo con banale trucco, e redatta con lettere ritagliate dai giornali e mi accusa (con eventuali ritorsioni sulla mia auto e la mia casa) di aver chiuso la tratta ferroviaria "Aosta - Pré-Saint-Didier".
Con quella chiusura io non c'entro nulla, naturalmente, ma l'anonimo, abitante evidentemente in un Comune servito dalla ferrovia, si è affannato per insultarmi, e spero che questo gli abbia portato qualche subitaneo godimento.
Evidentemente dev'essere qualcuno anziano, perché a nessun giovane verrebbe in mente di far la fatica di mandare una lettera con messaggio fatto con carta, forbici e colla. Oggi è ben più facile, ma con maggior rischio di essere beccati, usare nomignoli e imbrattare il Web con cattiverie e stupidaggini.
Ma il mio anonimo disturbatore appartiene ad un'epoca di lettere anonime che, stante l'epoca dei "social" densa di turpitudini, fa quasi tenerezza, come un esempio di un tempo che fu.
Indizio: nessun annullo postale sulla busta. Ci vorrebbe l'ispettore Maigret per scovare lo stupido, ma giusto per farmi due risate.

25 aprile senza retorica

E' vero che le date della Storia sono destinate a restare nei libri, ma molto meno nella coscienza collettiva.
Ricordo sempre come già per la mia generazione risultassero estranee certe date topiche del famoso Risorgimento, che scaldavano il cuore a chi era nato nell'Ottocento.
Così il 25 aprile, che a me il cuore lo scalda, perché sono frutto di quella temperie politica e culturale. Ho avuto la fortuna di conoscere le storie dai protagonisti e di studiare su libri che mi hanno fatto crescere la consapevolezza di vicende ancora ben vive.
Già per i miei figli è diverso, per quanto incuriositi possano essere e consapevoli di certi valori democratici che spero di essere stato capace a trasmettere.
Allora il 25 aprile, come tante tante date sue sorelle sul calendario, possono comunque vivere non tanto nelle celebrazioni quanto nelle idee di fondo, lasciata perdere certa retorica fastidiosa.
Scriveva il partigiano Emanuele Artom, prima di essere torturato ed ucciso nel 1944, nel suo diario, invitando a raccontare anche le cose sgradevoli, «perché fra qualche decennio una nuova rettorica patriottarda o pseudo-liberale non venga a esaltare le formazioni dei purissimi eroi; siamo quello che siamo: un complesso di individui, in parte disinteressati e in buona fede, in parte arrivisti politici, in parte soldati sbandati che temono la deportazione in Germania».
Già bande con personalità diverse, immaginando ognuno un'Italia differente nel dopoguerra, che si trovarono a combattere un nemico oscuro, il nazifascimo.
Una brutta bestia nella categoria delle dittature, che tornano nei secoli ad opprimere le libertà, che sono la punta di diamante della Liberazione, come dice la parola stessa.

Draghi accantona Speranza

Capisco il rovello del premier Mario Draghi fra tener chiuso e riaprire. In questo anno di pandemia di fatto hanno sempre vinto due protagonisti della vicenda, ma ora si cambia e si riapre!
Il primo, rimasto al Governo anche nel passaggio fra il Conte bis e Draghi, è Roberto Speranza, rigorista da sempre e espressione politica dell'ala più a sinistra della maggioranza. Un politico puro, nel senso che il suo curriculum mostra solo un cursus honorum nel "dopo PCI", che ha scelto senza alcun tentennamento la linea più rigida possibile e mai ha ascoltato altro. Sino alla situazione ormai insostenibile da giapponese nella giungla smontata da Draghi, come ben raccontano i giornali.
Verso la Valle d'Aosta non è stato granché corretto con comunicazioni tardive e sordità totale verso lo sci, demonizzato come il peggio possibile con danni enormi per il turismo invernale.
Il secondo protagonista è stato Francesco Boccia, almeno tolto da ministro delle Regioni nel passaggio al nuovo Governo. Ha incarnato ed ancora incarna la linea dell'accordo fra Partito Democratico e "pentastellati" ed è stato anti-regionalista in generale ed anche nei confronti della Valle d'Aosta. Aveva aperto un dialogo solo quando sembrava servisse il voto al Senato del senatore Albert Lanièce per tenere in vita l’ultimo Governo Conte. Anche lui, rigorista verso il mondo della montagna, è di fatto uno sconfitto.
Oggi si guarda avanti e questo non significa calare l'attenzione, ma tornare a vivere, perché la saturazione era giunta a livelli non più sopportabili.
La campagna vaccinale prosegua a spron battuto!

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