Io, tuttologo da tastiera

Giustissimo! Un esponente che oscilla fra maggioranza e opposizione dalla sua cabina di regia mi apostrofa con evidente dileggio (ma in privato dice cose peggiori) come “tuttologo da tastiera”. Confesso che la considero una medaglia da appuntare sul petto e ringrazio per il pensiero.
Mi spiego: come ho avuto modo di dire mille volte vengo dal giornalismo e ci sono ancora saldamente. I giornalisti, per definizione e tranne casi di specialisti minuti, sono dei generalisti (spregiativamente “tuttologi”) che per mestiere passano da un argomento all’altro. Quanto non mi stupisce affatto se gli argomenti che si trattano vengono approfonditi il giusto.
Ma anche chi fa politica si trova a dover trattare temi assai differenti. Come Deputato valdostano a Montecitorio (ma anche nelle Bicamerali) saltellavo da una Commissione all’altra, come mostrano i resoconti, e lo stesso vale per gli interventi in aula. Idem al Parlamento europeo e al Comitato delle Regioni e la stessa cosa come Presidente della Regione e assessore in diverse materie. Certo bisogna – come avvenuto anche in altri incarichi - avere dirigenti bravi, staff efficienti, approfondimenti con olio di gomito proprio, studiando i dossier. Perché la politica è fatica, anche se nella vulgata sembriamo dei pelandroni che fanno flanella. Quelli naturalmente ci sono e spesso si mimetizzano dietro a dichiarazioni roboanti di principio, leggendo la vita agli altri con scarsa attenzione ai risultati propri.
C’è chi purtroppo pensa che la politica sia fatta da piccoli machiavellismi, congiure di palazzo, movimentismo per esistere, voltafaccia per ricavare spazi di potere. Tutto ciò, per capirci, che rende la politica odiosa e i politici insopportabili, nuocendo di conseguenza alla credibilità delle Istituzioni e della Democrazia. Spiace che questo avvenga a detrimento di tutti, perché diventa poi difficile fare dei distinguo, finendo nel mezzo con conseguente tritacarne dell’opinione pubblica messa in confusione.
Personalmente ho sempre pensato che per essere credibili bisogna agire con convinzione e avere dei principi e degli ideali, perché la politica non è un mercato delle vacche in cui si giochi al rialzo, ma la ricerca di consenso sulle questioni importanti. Per cui è inutile avvilirsi delle critiche, specie di quelle che dovrebbero far male e invece fanno solo sorridere.
Ognuno sceglie, quando entra in politica. i propri padri nobili, e non mi metto certo a questionare sui gusti personali. Per quel che mi riguarda, anche se la differenza di età non mi ha consentito di avere rapporti approfonditi (e me ne dolgo), ho come modello inarrivabile mio zio Séverin Caveri – erede del pensiero di Emile Chanoux – che si dimostrò nocchiero nel dopoguerra e nel trentennio successivo del mondo autonomista e della nostra Autonomia politica e amministrativa. Un intellettuale e assieme uomo di azione che aveva mille interessi culturali, scriveva con acume di materie molto diverse, oratore di grande fatta, politico che sapeva giocare le sue carte a Roma e ad Aosta, avendo sempre di fronte a sé – e nessuno può negarlo – più l’interesse della Valle d’Aosta che il proprio tornaconto o affari vari. Certo è stato dimenticato, malgrado la forza della suo spessore politico e il suo ruolo centrale in anni difficili, ma questo fa parte del rischio di chi non aveva peli sulla lingua e possedeva il piglio del decisionista.
Il resto – cioè la polemica spicciola di chi si sente “Cicero pro domo sua” (il latino va usato se lo si è studiato) – appartiene alle miserie da cui è meglio tenersi lontani per non essere contaminati. Vien da dire: “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”, come da celeberrimo verso della Divina Commedia di Dante Alighieri che nei secoli si è trasformato in un modo di dire molto comune, anche se più frequentemente vengono usate varianti di origine popolare che, pur avendo il medesimo significato, presentano storpiature testuali; fra le più comuni ricordiamo “non ti curar di loro, ma guarda e passa”.
È Virgilio nel canto III dell’Inferno (III, 51) che pronuncia quei versi per descrivere i cosiddetti ignavi, ovvero i vili, «coloro che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo». Oggi l’espressione dantesca viene utilizzata per significare che non ci si deve preoccupare di pettegolezzi, calunnie o malignità altrui, una sorta di “lasciamo perdere, non si può piacere a tutti”. Proprio così!
In conclusione vorrei aggiungere che se tuttologo devo essere lo sono sempre de visu, perché in quello che scrivo ci metto la mia faccia e il mio nome e le stesse cose che scrivo le dico pubblicamente, anche nelle riunioni. Non sussurro ai giornalisti da dietro le quinte, minacciando di suggerire battute o azioni a chi è attore sulla scena.
Ma, come si dice, ognuno ha il suo legittimo modo di essere.

Quel giorno, 40 anni fa

La 'Valentine' della 'Olivetti'Il tempo passa e se ne va e consolano i ricordi ed i momenti che valeva la pena di vivere. Patrimonio soggettivo e fotografia di un'epoca che non tornerà più e tocca sempre stare vigili per non finire troppo presto in naftalina.
Quarant'anni fa come oggi - un abisso solo scrivendo "1982" - diventavo giornalista professionista, passando all'orale.
Fu un punto d'arrivo della mia vita. Anzi, all'epoca pensavo che solo di quello, cioè del giornalismo radiotelevisivo, mi sarei occupato, essendo entrato alla "Rai" come praticante due anni prima. Senza falsa modestia, i microfoni e le telecamere erano e direi sono nel mio sangue, anche se poi larga parte della mi vita è stata dedicata alla politica, mantenendo per tenermi in allenamento a rotazione rubriche radio, televisive ed anche scritte, come avviene qui.
Amo comunicare e credo di aver portato anche questo nella mia lunga attività politica, prima che si orlasse di trasparenza e fossimo travolti dai "social". Parlare in pubblico mi riporta spesso a quella necessità di raccontare insita nel giornalismo e dell'obbligo di farlo, se possibile, in modo comprensibile e suggestivo.
Ricordo bene quell'esame professionale svolto a Roma, prima lo scritto - con la vecchia macchina da scrivere portatile - e poi l'esame con un lungo interloquire con la Commissione e infine la gioia liberatoria.
Oggi mi fa un po' paura - ma nessuno è un eterno Peter Pan - pensare che sono uno dei più vecchi professionisti valdostani e pensionato da un annetto. Anche se penso che un giornalista non abbia un limite d'età e sin che dura la lucidità e resta viva la passione da qualche parte dirò la mia e spero di poterlo fare anche quando chiuderò la pagina della politica.
Nel mio lavoro di giornalista, nel periodo a tempo pieno, ho conosciuto tanti colleghi "famosi" e ho continuato a frequentarne, convinto che questo mestiere io resta importante, anche se oggi svilito e attaccato da molti dilettanti della materia. Il famoso tesserino bordeaux - il mio ormai con 40 bollini - è stato dato con eccessiva generosità e lo stesso vale per i colleghi pubblicisti con il loro tesserino verde. Le Università di giornalismo troppo spesso sono diventate oggetto di interesse di colleghi che sono diventati... professori più per la cassa che per reale competenza, ma le scuole restano del tutto utili contro certi analfabetismi di ritorno (ma anche di andata). Certo, studi specifici non potranno mai sostituire la praticaccia e la voglia di scavare nelle cose dalle più banali alle più difficili.
Quarant'anni fa i giornalisti professionisti erano pochi e da deputato dovetti cambiare la legge istitutiva dell'Ordine per avere un Ordine autonomo dal Piemonte, avversato dai soliti noti, che mai hanno ammesso di aver fatto una battaglia inutile. Già qualche anno prima ottenni - e ne fui primo presidente - il distacco dalla "Subalpina" di Torino dei valdostani, che si crearono il loro sindacato valdostano.
Non ho avuto per questo all'anniversario neanche una medaglietta...

La vita che si vive

Le operazioni di salvataggio di Gianni Odisio da parte dei soccorritori di 'Air Zermatt'Quanto inchiostro è stato speso nel tempo sulla vita. A me piace una definizione semplice di Oriana Fallaci: «La Vita non è uno spettacolo muto o in bianco e nero. E' un arcobaleno inesauribile di colori, un concerto interminabile di rumori, un caos fantasmagorico di voci e di volti, di creature le cui azioni si intrecciano o si sovrappongono per tessere la catena di eventi che determinano il nostro personale destino».
Già, il destino, che contiene quell'imponderabilità che attraversa tutte le esistenze, mettendoci di fronte a bivi improvvisi, che possono aprirci strade nuove o chiudere anche la nostra avventura.
Ci pensavo, perché ho telefonato in queste ore ad un amico che ha visto - anche se l'espressione è un po' forte - la morte in faccia. Non lo avevo disturbato, sapendolo convalescente.

Come non capire Svezia e Finlandia?

Tytti Tuppurainen, la ministra finlandese agli Affari europeiHo avuto modo di conoscere svedesi e finlandesi nel mio lavoro a Bruxelles ed in qualche trasferta nei loro Paesi, ma ho avuto anche il piacere di avere degli amici cari in quei Paesi nelle mie frequentazioni giovanili. Sono ricordi molto belli, che rientrano in quella logica di conoscenza di culture diverse, che dimostrano tuttavia l'esistenza di quel collante che lega indissolubilmente chi crede nell'Europa più unita come unico antidoto alla guerra. Chi straparla di pace, senza rendersi conto di questo valore assoluto, o non capisce o è in assoluta malafede.
I popoli scandinavi mi sono sempre piaciuti e, nel misto dei popoli dell'Unione europea, hanno dato un apporto di serietà di comportamento e grande capacità di lavoro, senza mai rinunciare a divertirsi a dispetto di chi li considera dei "musoni".

Unità nella diversità

Diversità...«Grande è la confusione sotto il cielo. La situazione è eccellente…». La celebre frase pronunciata da Mao, durante la Rivoluzione culturale in Cina negli anni Sessanta, si adatterebbe perfettamente alla Valle d'Aosta di oggi.
Mao - ma la citazione era probabilmente la ripetizione di un detto di Confucio - vedeva nel caos, che facesse tabula rasa del passato, l'affermazione di una rottura violenta e persino sanguinaria per esaltare la sua dittatura personale attraverso la sua versione, rivelatasi liberticida, del comunismo.
Il caos valdostano, invece, non ha un'intestazione che si riferisca ad una persona con un progetto preciso in testa, ma ad un senso generale di tutti contro tutti che rende sempre più problematico immaginare un destino comune condiviso.

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