L’ora delle decisioni

Ne scrivo con dispiacere, evocando mesi di incontri in una Valle d’Aosta alla ricerca della stabilità politica, come se fosse un’introvabile chimera, il mostro leggendario della mitologia greca.
Capita nel gioco dell’oca: si torna da troppo tempo, dopo tante discussioni, al punto di partenza con il nulla di fatto e con un rinvio delle decisioni infinito che sembra il teatro dell’assurdo. Questo accresce la frustrazione di chi ci prova, trovandosi un pugno di mosche in mano e alimenta un’esasperazione popolare che non ha alcuna ideologia politica e non distingue più fra chi si ingegna cercando soluzioni e chi boicotta con gusto ogni tavolo.
Di conseguenza chi commenta con crescente preoccupazione gli eventi rischia di essere spiaccicato contro il muro come il grillo parlante di Pinocchio o di venire bollato apposta con dileggio genere ”Cicero pro domo sua”, come si dice di chi parla o agisce per il proprio tornaconto. C’è poi chi evoca il mitico “bene comune”, prezzemolo buono per ogni ambizione personale riconoscibile lontano un miglio per chi ha naso e io, modestamente e per le sue dimensioni, ne ho.
Le riunioni previste sempre come decisive di settimana in settimana sono ormai senza alcuna riservatezza, come si dovrebbe. Invece già durante i confronti c’è chi scrive fuori in presa diretta un bel Whatsapp e la politica diventa l’arte di far uscire le notizie che fanno più comodo a chi spiffera i contenuti, secondo la convenienza del momento e c’è chi ne fa la cronaca sguazzandoci.
Bisognerebbe chiudersi in conclave non per eleggere un Papa o per distribuire pani e pesci, ma per astrarsi da ruoli, deleghe e manuali Cencelli e fare in modo ordinato l’elenco delle priorità. Questo dovrebbe avvenire anche prima di capire alleanze, allargamenti e discettare come ho fatto pure io dell’ormai favolistica réunification (réunion sembra un’assemblea condominiale).
Ma è difficile farlo se, con tante teste e tante idee, manca la sintesi e a tratti quella necessaria lealtà che dovrebbe valere anche in politica per evitare che tutto vada in vacca. Mi riferisco alla necessità di lavorare per un progetto comune, al di là delle differenze, con numeri ragionevoli per non cadere in Consiglio regionale se solo ad uno venisse una colica renale, per non dire del dover trattare con chi si sente indispensabile - e ognuno può dirlo - per mantenere la rosicata maggioranza e alza il prezzo.
Certo ci sono i personalismi, ruggini vecchie e nuove, legittime ambizioni e personalità miste. Gli eserciti di tutti, al di là dei voti, sono ridotti a poca cosa. Le dispute fra maggioranza e opposizione in Consiglio sono troppo spesso - per chi attacca come un toro che vede il rosso - discussioni per il proprio rispettivo elettorato più che per la ricerca di sintesi necessarie per andare avanti.
Chi lavora sulle cose fa la figura del fesso rispetto a chi passa il tempo a pensare alla prossima rielezione, vedendo in chi incontra non un cittadino ma solo un elettore da cui farsi votare in una campagna elettorale a vita che distorce la realtà con una politica dei favori se non dei favoritismi che non porta bene sulla lunga distanza a chi la pratica.
Così si avanza a fatica e anche se i problemi si risolvono con pazienza questo conta poco. Si manifestano la lotta continua e il chiacchiericcio, specie da parte di chi ha come passatempo il movimentismo. Peccato che essere di lotta e di governo non può convivere e la Politica senza onore la pratica chi semina zizzania e complica anche gli affari semplici.
Chi indica le elezioni come un magico reset - e vien quasi da riderne - è perlopiù ispirato da chi non è in Consiglio regionale e spera di andarci o di tornarci, fingendosi il nuovo che avanza.
Strane storie che servono a poco se non ci sarà una scelta di buona volontà di partire da quanto necessario per la Valle d’Aosta più che dagli interessi di bottega, che hanno pure una loro dignità, ma di fronte a disegni credibili per uscire dal caos. Bisognerebbe farlo senza clamore mediatico e impegno civile con un mondo autonomista che dovrebbe essere coeso e facendo piazza pulita - come dice un detto - di ”parenti serpenti, cugini assassini, fratelli coltelli”.

Il Papa torna a casa

Questa bella storia di Papa Francesco che torna in Piemonte da Pontefice, pranzando nella casa della cugina ad affermare le radici della famiglia Bergoglio, fa pensare. Esattamente come la sua ammissione del piemontese lingua madre appreso dalla nonna, ricordando ancora canzoni e filastrocche e usandolo coi parenti.
Il nonno del Papa emigrò in Argentina (e la nonna dall’Alessandrino) e lui torna - non per la prima volta, ma questa volta dall’alto del soglio pontificio - a Portacomaro nell’Astigiano dei Bergoglio per un pasto di famiglia, ovviamente alla piemontese.
Anche tanti valdostani sono finiti laggiù. Ricordo un viaggio del Senatore César Dujany in Argentina con un delegazione parlamentare e si mise a guardare un elenco telefonico, scoprendo un mare di cognomi indubitabilmente valdostani e ben più scientifica fu la scoperta della valdostana Alessandra Tognonato, che fu console a Buenos Aires, che appurò da documenti quanti fossero i valdostani, catalogati come piemontesi per ovvie ragioni.
In una scheda del Museo italiano dell’Emigrazione si legge: “L'emigrazione valdostana nasce dalla mobilità stagionale, tradizionale dell'arco alpino, e dalla prossimità con la Francia e la Svizzera, nonché dall'esistenza di una costante comunicazione con l'area germanica. Nel Trecento i mercanti di stoffe si spostavano d'inverno sul lago di Costanza e la Baviera; nel Settecento arrivavano sino all'Austria - Ungheria. Dal Cinquecento muratori, carpentieri e tagliapietre lavoravano d'estate in Francia e nel Piemonte, attratti in particolare da Marsiglia e Torino. Infine il commercio di bestiame, tipica attività locale, comportava spostamenti in tutte le aree limitrofe. L'emigrazione post-unitaria si innestò su questa mobilità a breve e medio raggio e acquistò caratteri internazionali perché alcune aree, come Nizza e la Savoia, non facevano più parte del medesimo Stato".
"Nei primi decenni dopo l'Unità gli spostamenti rimasero stagionali - si legge ancora - e contrassegnati dalla tendenza a tornare. Da fine Ottocento agli anni Trenta del ventesimo secolo l'emigrazione divenne definitiva, anche perché il governo fascista favorì l'espatrio di una popolazione ritenuta straniera in quanto francofona. Nello stesso periodo l'economia locale iniziò a sfruttare la risorsa turismo, preparando gli sviluppi successivi alla seconda guerra mondiale. Sino a quest'ultima, comunque, le partenze temporanee e definitive si divisero fra le abituali mete europee e quelle intercontinentali (Argentina e Brasile, Canada francese e Stati Uniti, Australia). Dopo la Seconda Guerra Mondiale l'esodo decrebbe e allo stesso tempo si orientò verso le fabbriche di Torino e della Svizzera. Quasi contemporaneamente l'industria turistica attrasse lavoratori, dal Veneto, dal Piemonte e dal Meridione, trasformando la Regione in area prevalentemente di accoglienza".
Mi pare che si confondano i walser con il resto dei valdostani sulla parte germanica, ma la sintesi è interessante.
Nel tempo - per quel che mi riguarda - ho scoperto, non so assolutamente di chissà quale ramo, un Caveri emigrato negli Stati Uniti, partendo da Le Havre in Normandia, mentre altri Caveri erano partiti dal porto di Genova (essendo originari della zona di Moneglia) proprio per andare in Argentina nella Terra del Fuoco (alcuni si sono poi trasferiti a Parigi, dove li ho conosciuti), mentre altri Caveri sono da tempo a Buenos Aires (il più famoso è stato l’architetto Claudio Caveri).
Un mondo di persone alla ricerca della fortuna e Bergoglio l’ha trovata nella Fede sino ad arrivare in Vaticano.

Le tante varianti del Freddo

Dopo tanti mesi caldi e a tratti torridi - che hanno segnato l’ennesimo record - il ritorno del freddo è una benedizione. Fa sorridere amaro scriverlo, visto che mai come quest’inverno i costi del riscaldamento peseranno gravemente.
Tuttavia, sappiano bene che sull’altro piatto della bilancia ci sono i danni e le preoccupazioni del riscaldamento globale e viene in mente subito la stagione invernale scorsa con poca neve e poca acqua. Per non dire di quanto inciderà sugli assetti ambientali e sociali l’orizzonte futuro con profonde trasformazioni e forti impatti, specie se non si invertirà la corsa.
Fra le discussioni da conversazione standard quelle sul caldo e il freddo, anche nella quotidianità, sono un classico. Con la constatazione che ci si lamenta comunque: del caldo quando fa caldo e del freddo quando fa freddo.
Ma è vero - autentico discorso da caffè al bar al mattino - che al freddo si può reagire con la giusta attrezzatura. Specie il “nostro” freddo alpino che è “secco” e mi vien da sorridere a pensare per contro a certe giornate nebbiose a Torino, quando cominciai a fare il giornalista, con nebbie fitte mai più viste e soprattutto quella umidità che ti entrava nelle ossa, benché imbacuccato.
E pensavi a consolazione a quel freddo d’alta quota, con gli sci ai piedi, con la neve che scricchiola sotto le lamine o a quell’impagabile sensazione della neve fresca che ti dà quel tocco inebriante nel suo turbinio, mentre scendi galleggiando nel gelo.
A ben pensarci è un po’ di anni che non ci sono più quelle temperature sotto zero nel fondovalle valdostano che trasformavano i prati in una tundra e lo stesso vale per quelle nevicate che anche a quote più basse congelavano il paesaggio.
Il freddo nei miei ricordi ha anche un aspetto tragico. Quando mi sono trovato per la prima volta, nel cuore dell’inverno con un’amica polacca a visitare il campo di sterminio di Auschwitz. Durante la seconda guerra mondiale, tra il 1940 e il 1944, furono sterminati là dentro, in quella macchina di morte, più di 1 milione di prigionieri, in larghissima aparte ebrei. Un luogo spettrale e doloroso che mi ha colpito in profondità. Il freddo era terribile in questo mondo in bianco e nero, così terribile perché evoca drammi umani e la violenza allo stato puro che si manifesta ancora come genius loci. Lì il freddo non era solo un fatto climatico, ma una specie di inquietante presenza nel percorrere quelle strade interne, vedere quegli edifici grigi, guardare le vetrine con i giocattoli, gli occhiali, le protesi di quelle persone poi volate via nel fumo dei forni crematori, cui vennero prima persino strappati i denti d’oro. Orrore e crudeltà.
Ha scritto Primo Levi su quei luoghi: ”Come questa nostra fame non è la sensazione di chi ha saltato un pasto, così il nostro modo di avere freddo esigerebbe un nome particolare. Noi diciamo “fame”, diciamo “stanchezza”, “paura” e “dolore”, diciamo “freddo”, e sono altre cose. Sono parole libere, create e usate da uomini liberi che vivevano, godendo e soffrendo, nelle loro case. Se i Lager fossero durati più a lungo, un nuovo aspro linguaggio sarebbe nato”.
Parole come macigni.
Ma, per carità, finiamo in allegria con un consolatorio Gianni Rodari:
”Bollettino meteorologico

Italia sottozero.

Lo stivale è ghiacciato.

Sta la neve sul Vesuvio

come panna sul cioccolato.

A Roma i busti di marmo

del Incio battono i denti.

I gatti del Colosseo

a Roma, battono i denti.

Si pattina sul Po

e sui maggiori affluenti.

E’ gelata la coda

di un asino a Potenza.

Le gondole di Venezia

sono a letto con l’influenza.

Un pietoso alpinista

è partito da Torino

per mettere un berretto

sulla testa del Cervino.

Ma dov’è, dov’è il mago

con la fiaccola fatata

che porti in tutte le case

una calda fiammata?”.


Antifrancese mai

Il braccio di ferro dell’Italia con la Francia mi ha profondamente imbarazzato. Le gaffes di Giorgia Meloni (il Presidente!) hanno creato scintille con Emmanuel Macron (le Président!), che certo ha il suo caratterino, ma era stato il primo leader europeo a “sdoganare” in un incontro a Roma la giovane esponente di Fratelli d’Italia. Scelta non semplice, pensando che la maggior competitrice nella politica francese è Marine Le Pen, che ha radici nella stessa area di estrema destra dell’italiana.
A metterci una pezza ci ha pensato, con la solita signorilità e con garbo istituzionale, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che si è beccato persino le rampogne di Ignazio La Russa, Presidente del Senato e seconda carica dello Stato, che ha è stato come un elefante nella cristalleria rompendo un bon ton istituzionale. Un errore quello di Meloni, che dimostra la sua angustia culturale e la mancanza di fondamentali nella diplomazia e che conferma come non ci si possa improvvisare in certi ruoli.
Amo la Francia per la grande considerazione che ho verso la loro democrazia antica e la loro civilisation, compresa la lingua, che appartiene anche in piccola misura anche a noi valdostani. Per questo mi avvilisce che anche qui da noi ci siano coloro che mostrano logiche antifrancesi a causa di ignoranza e di disinformazione.
Rispondendo a lettere nella sua rubrica, Aldo Cazzullo sul Corriere scrive: “In effetti lo scontro con Macron è alla lunga un bel guaio per la Meloni sul piano politico, ma sul breve può essere un vantaggio propagandistico. Gli italiani sono convinti di essere disprezzati dai francesi. Invece, i francesi amano l’Italia e sono affascinati dagli italiani”.
Posso confermarlo: certi pregiudizi del passato verso gli italiens non li vedo più. Se ci sono delle eccezioni sono eventi rari. L’inverso, invece, è usuale, purtroppo.
Prosegue Cazzullo: “Diverso è il giudizio sulla nostra politica. L’Italia fascista attaccò la Francia con i tedeschi già a Parigi: una «pugnalata alle spalle» che in particolare i gollisti non ci hanno mai perdonato. La Francia è stata governata per quasi mezzo secolo dalla destra antifascista, espressione che da noi è considerata quasi un ossimoro. È abbastanza normale che qualsiasi giustificazione del fascismo suoni stonata sull’altro versante delle Alpi. Quando poi vince le elezioni italiane un partito che ha lo stesso identico simbolo di Marine Le Pen, contro cui Emmanuel Macron ha combattuto e vinto due durissime campagne presidenziali (senza contare legislative e amministrative), è chiaro che qualche problemino si crea. Se poi il governo francese, tra cento spocchie — «vigileremo sul rispetto dei diritti umani» — e mille pregiudizi, fa un gesto di buona volontà accogliendo una nave, e un’ora dopo si legge i tweet di tracotante esultanza del vicepremier, allora si può serenamente concludere che lo scontro ce lo siamo andati a cercare. E purtroppo non lo vinceremo, perché ci piaccia o no la Francia è un Paese che sotto ogni profilo — Pil, abitanti, nucleare militare e civile, peso e costo del debito pubblico, seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, financo numero di turisti — conta più di noi. Poi c’è la Germania, che conta ancora di più, e ha interessi ancora più divergenti dai nostri. Non occorre un genio della politica per capire che con la Francia sarebbe meglio andare d’accordo. Senza scomodare a ogni occasione rivalità e legami, Napoleone e Platini, Gambetta e Zola, Belmondo e Pierre Cardin, che si chiamava in realtà Piero Cardìn ed era di Sant’Andrea di Barbarana, Treviso”.
Parole che nel loro insieme condivido. Nel mio piccolo la settimana prossima non a caso parteciperò ad un interessante seminario sul Trattato del Quirinale, che era stato un passo in avanti significativo nei rapporti Italo-francesi, e che resta - malgrado le attuali turbolenze- pieno di spunti utili anche per la Valle d’Aosta.

Basta con questi filorussi

Non capisco come diavolo si possa essere filorussi. Sono stupefatto ogni volta che guardo i Social e spuntano personaggi di vario genere con profili spesso agghiaccianti, che insultano pesantemente chiunque osi condannare la Russia e esprimere la propria solidarietà all’Ucraina. Se ne leggono di tutti i colori da tutti i colori di provenienza non solo con devozione verso Putin, ma deformando la realtà con una logica di controinformazione che dovrebbe far vergognare chi l’adopera, fatti salvi i matti che pure ci sono in giro e a cui per pietà si deve consentire qualunque cosa e capendo, invece, molto bene chi - prima o poi lo sapremo - si attiene al famoso detto “pecunia non olet”.
Mi faceva sorridere amaro quanto scritto dal Foglio che con grande abilità si è interessato di un altro quotidiano, che neppure viene stampato a Mosca: “Una lettura come quella del Fatto quotidiano è ormai un’esperienza che nel mondo non si riesce a fare neppure in cirillico. Vladimir Putin è invitto, le sanzioni non gli fanno un baffo e il suo esercito avanza anche quando indietreggia, mentre l’Ucraina è allo sfacelo e Zelensky sta per essere scaricato dai suoi alleati occidentali che sono ormai sull’orlo del default. “Biden fa filtrare di aver chiesto a Zelensky di abbassare le penne anzitutto sulla Crimea”, scrive Marco Travaglio, e “il generale Inverno aiuterà i russi a riorganizzarsi per scatenare controffensive o mantenere lo stallo che ancora li avvantaggia”. Perché “la Russia non è collassata per le sanzioni (che rischiano di far collassare noi), il mastodontico invio di armi all’Ucraina – sempre più misera, ma assurta a seconda potenza militare del continente – e la sua controffensiva hanno appena scalfito il controllo russo sulle quattro regioni occupate e annesse”... “.
Lo stesso Travaglio dice le stesse cose in Televisione e non solo ai suoi scarsi lettori del suo quotidiano da sempre legato ai pentastellati e lo stesso vale per personaggi filorussi senza arte né parte chiamati sullo schermo come maîtres à penser.
Annota il Foglio: “In realtà, il sostegno occidentale a Zelensky è saldo e l’Ucraina ha liberato complessivamente circa 74.443 chilometri quadrati di territorio occupato dalle truppe russe (un’area pari al 25 per cento della superficie dell’italia). Contemporaneamente l’esperto del Fatto Alessandro Orsini, che pochi giorni prima assicurava che “a Kherson sarà un bagno di sangue, i russi non intendono abbandonare Kherson, vogliono fare un massacro”, spiega che a Kherson l’esercito russo era sovrastante e respingeva la controffensiva ammazzando “come mosche” gli ucraini, ma a un certo punto ha “ceduto la città” con una “operazione di alto livello organizzativo e logistico”. Si tratta di una narrazione talmente caricaturale che ormai non compare neppure nei talk-show della tv russa, dove i propagandisti putiniani sono di umore cupo per lo choc dalla perdita di Kherson e mettono in discussione i piani e la strategia del Cremlino sulla sua guerra. Finirà che per leggere qualche buona notizia sulla guerra, Putin dovrà chiedere una traduzione del Fatto all’ambasciata russa in Italia”.
Manca nell’articolo il riferimento al suggestivo ex generale Fabio Mini, uno dei commentatori del Fatto più comprensivi delle ragioni di Vladimir Putin e critico del comportamento dell’Ucraina, prendendosela con la NATO, quando vaneggia appoggiando i russi con la “narrazione fornita dall’Ucraina, ma orchestrata e preparata dall’esterno” e dicendo in sostanza che gli aggrediti hanno tutti i torti.
Roba da non credere!

La demostalgia

Non è mai facile trovare una chiave di lettura della realtà o meglio del vissuto. Ogni fenomeno lo si può osservare con chiavi diverse ed è un bene essere stimolati da chi propone ragionamenti originali.
Scorrendo la versione francese di Huffpost, sono incappato nei pensieri, che saranno approfonditi in un suo prossimo libro, di Delphine Jouenne (fondatrice di q società di comunicazione strategica) e che riguarda la crisi della democrazia. Attenzione, non è solo l’astensionismo, ma anche gli elementi di passività e pure di aggressività che sono in gioco.
Scrive la Jouenne: “Le dialogue est rompu car la confiance n’est plus. Ces derniers mois, nous avons été parfois les témoins, souvent les acteurs de scénario imprévisibles qui ont particulièrement mis à mal notre collectif : des mouvements de colère et des manifestations, une crise sanitaire, une urgence climatique sans précédent et même une guerre. Ce contexte a gangrené petit à petit notre société où le mal vivre semble être devenu légion”.
E ancora: “Depuis plusieurs mois, voire plusieurs années, des intellectuels, chercheurs, philosophes, professeurs dressent ce même constat alarmant d’un affaiblissement des croyances collectives, fruit d’un désenchantement progressif vis-à-vis du contrat social et dans une certaine mesure de la démocratie représentative”.
Mi pare una situazione generalizzata e palpabile anche da noi, a cui la Jouenne cerca di dare un nome: “Cette défiance généralisée vis-à-vis de nos institutions, ce fossé qui se creuse entre citoyens et politiques méritent que l’on mette un mot sur ces maux: démostalgie. De nature à penser notre tristesse, ce néologisme est construit sur le grec demos qui signifie le peuple. Le suffixe « algie » du grec algos se traduit par « douleur » ou « tristesse » en français. La détresse et la tristesse ont peu à peu gagné notre société. Déçus et amers, tristes et désemparés, bon nombre de nos concitoyens éprouvent une profonde perte de repères”.
Questo il quadro in cui in parte ci si può riconoscere: “La démostalgie se matérialise principalement par le regret de ce que l’on a connu ou par une vision parfois fantasmée d’un passé méconnu. Elle se traduit alors soit par un immobilisme conduisant à la mort clinique de la démocratie, soit par des signes de colère constituant un remède pire que le mal”.
L’autrice indica una linea: “Acceptons le changement de cap. Assumons-le. Laissons émerger une créativité, un courage, une impulsion collective que seuls les moments de désespoir peuvent produire. Pour qu’elle puisse s’exercer pleinement, la fraternité doit ainsi trouver sa place dans un récit national qui manifeste un attachement à un projet collectif. Le nôtre est épuisé. Réhabilitons le goût du débat. Retrouvons le sens des mots. Le temps presse”.
In un momento difficile, con una politica valdostana divisa e fratturata, questa idea generale di uscire dai malumori e dalle angustie che narcotizzano tutto, cercando di aprire un dibattito sull’Autonomia, avrebbe il senso forse di una lucida follia.

Piccolo è bello

L’azione di riflessione in corso a livello politico sulle piccole stazioni sciistiche della Valle d’Aosta ha una logica importante.
Sono stato per molti anni Presidente di una di queste: si occupava delle piste da discesa di Brusson e oggi fa parte del Monterosa Ski e riguarda gli impianti di Estoul-Palasinaz.
Questo mi aiutò diventare VicePresidente nazionale dell’ANEF (acronimo che sta per Associazione nazionale esercenti funiviari), esperienza unica per capire altre realtà montane.
Già allora - e parlo di una quarantina di anni fa - bisognava in quella attività prendere decisioni drastiche e si giunse alla determinazione non semplice di chiudere lo storico skilift di Brusson, situato nel cuore del paese a vantaggio del comprensorio più in alto con la realizzazione, di cui fui fierissimo, di una nuova seggiovia.
Ho seguito in più il destino di altre stazioni. Penso ad Antagnod, dove avevo una casa in affitto. Anche in quel caso un piccolo comprensorio che alimenta una presenza locale importante per il mantenimento di una zona, esattamente come avveniva ad Estoul. Piccoli impianti senza i quali molte attività chiuderebbero, lì come in località analoghe. Bisogna sempre ricordare che esiste un effetto moltiplicatore degli impianti sull’economia e questo vale per i grandi come per i piccoli.
Ho seguito il destino di altri due comprensori, pur diversi. Il primo - di cui ho parlato anche in Consiglio Valle con un certo trasporto - è il Weismatten di Gressoney-Saint-Jean, che fu negli anni Cinquanta fra le prime se non la prima seggiovia monoposto agli albori del boom dello sci. Si sono investiti molti soldi per avere, accanto alla mitica pista nera, uno stadio dello sci in onore del povero Leonardo David, seguendo le promesse delle autorità dello sci, che si dicevano disponibili ad avere una gara di Coppa del
Mondo dedicato al giovane gressonaro prematuramente scomparso, se avessimo allestito quanto necessario. Lo facemmo è mai la promesso è stata mantenuta. Quel piccolo comprensorio mantiene una sua ragion d’essere!
Idem per una battaglia combattuta di persona per il Col de Joux di Saint-Vincent, dove i miei tre figli hanno messo per la prima volta gli sci nei piedi. Un’improvvisa decisione di un Sindaco del passato portò alla chiusura. Oggi, per fortuna e coraggiosamente, si lavora per l’apertura in barba ad alcuni politici gufi del paese. La progettualità esce dal solo inverno e si indirizzo al mercato estivo della bicicletta. Non vedo l’ora comunque di sciarci di nuovo.
Potrei continuare l’elenco delle altre stazioni dove sono stato: da Crevacol a Cogne, da Rhêmes a Valgrisenche e non snocciolo le altre.
Intanto si sta studiando, accanto al supporto alle piccole con legge regionale, come avere una gestione più unitaria delle grandi e medie stazioni valdostane, cercando di contemperare un legame locale con logiche di ampio respiro per metterle assieme. Progetto ambizioso e difficile per logiche campanilistiche da superare con meccanismi di coinvolgimento delle comunità, ma sapendo che solo una massa critica unitaria può consentire di affrontare le sfide future anche con economie di scala.
Certo il tema del cambiamento climatico e dell’innevamento diverso dal passato non vanno sottostimati, ma certe Cassandre, che predicano Alpi senza più lo sci con modelli di sviluppo che fanno impressione per la loro ingenuità, estremizzando i rischi. Lo sci resta essenziale per il turismo di montagna, che certo deve trovare, come si sta facendo, nuove offerte che si aggiungano a quanto fatto. Ma le chiusure nel nome dell’ideologia di un ambientalismo massimalista sarebbero un colpo mortale per l’economia alpina anche nelle stazioni più piccole, che porterebbe allo stato d’abbandono di intere zone dove c’è uno sci meno costoso e più “umano” a portata delle famiglie e questo rischio bisogna evitarlo a tutti i costi.

Strano mondo

Complottisti, negazionisti, sovranisti: ormai ne incontri tutti i giorni e sono un male con cui convivere.
Li trovo molto prevedibili e seriali. Loro “sanno” e non si fanno ingannare, mentre noi sì: siamo fessi, manovrabili, pecoroni. Ogni discussione appare inutile e l’atteggiamento saccente non consente margini.
Perciò inutile cercare dialogo, anche se so quanti danni facciano e dunque bisognerebbe, se non fosse diabolico, perseverare.
Sono queruli e aggressivi e ti disprezzano, facendo squadra con i loro simili, perché agiscono sui Social che permettono loro di incontrare - grazie ai famigerati algoritmi - solo chi la pensi come nello stesso modo. Così si inerpicano in scambi di informazione grotteschi e ridicoli, che diventano il Verbo che è indiscutibile e, come tale, sacro. Amen.
Se uno, però, dissente - e qualche volta mi capita stupidamente di farlo - si scatenano contro la preda come una muta di cani nel nome della loro Credo, dimostrandosi integralisti su argomenti specifici e affini. Negano ogni evidenza e le informazioni che si prova a dar loro sono considerate menzogna, se non provocazione. Hanno i loro guru che dettano sprezzanti la linea contro ogni evidenza: prendere o lasciare e mai si deflette. Chi non si allinea finisce nella lista nera dei nemici.
Concita De Gregorio scriveva giorni fa su Repubblica: “Ciascuno può dire quel che ritiene - che i vaccini ti fanno diventare autistico, che Putin è democratico, che le Ong sono in combutta con gli scafisti e bloccare le navi di soccorso significa fermare l'esodo biblico dalla morte alla vita, fermare la storia mentre accade - il problema è chi ci crede. La grande questione è non chi dice: chi crede”.
Già ci saranno cattivi maestri e grandi vecchi che manipolano, ma non bisogna solo condannare i manipolatori ma intristirsi per i manipolati, che invece si sentono ganzi e super intelligenti, mentre noi - cambiando vocale - siamo gonzi e stupidi agnelli sacrificali dei vari poteri forti, se non peggio complici corrotti del Sistema.
La De Gregorio annota: “Come, quando è successo che i cittadini elettori, gli spettatori, gli utenti social che su tutto la sanno lunghissima hanno smesso di distinguere una boiata pazzesca da una storia vera o verosimile, com'è possibile che serva Elon Musk per certificare con un bollino blu la verità.
Come si spiega che il popolo antagonista che ti mette in guardia nelle chat dal diffidare dei poteri forti e dalla Nato, degli euroburocrati, dai competenti tecnocrati, dai giornalisti venduti, dal cibo contraffatto dal pensiero unico e dalla pace armata siano gli stessi che poi abboccano a qualsiasi slogan, alla pochette che diventa dolcevita, al vittimismo eroico di chi non ne indovina una ma fa il botto in tv”.
Già i Conte (in maglione perché è più di Sinistra), i Travaglio (gelidamente patologico), gli Orsini (strampalato con sguardo fisso) e tutta la compagnia funebre dei furboni, che fanno ascolti con chi li seguo come se fossero pifferai magici che trascinano nell’abisso dei loro mantra.
Conclude la De Gregorio: “La ragione per cui i negazionisti dell'evidenza sono sempre in tv è che fanno ascolti. Il pubblico, da casa, li sceglie col telecomando. E siccome la tv è un generatore di denaro, di pubblicità, chi fa ascolti vince su chi non li fa. È la domanda che genera l'offerta, in questo sistema. Nell'odiato Sistema. Sono i dati del giorno dopo che dicono chi aveva ragione, fino a che non arriverà qualcuno capace di suscitare con un'offerta nuova una domanda che non c'era.
Dunque è il pubblico che decide, siete voi. È abbastanza ridicolo dire che la tv i giornali fanno schifo se poi, dati alla mano, quel che volete è lo schifo. Un grande equivoco è che ci sia bisogno di semplificare, dire due tre cose semplici e sovente farlocche. Così si vince. Sì, è vero. La maggioranza adulta e analfabeta di codici la prendi”.
Insomma: non ci resta, talvolta, che abbozzare. Con il grande Fernando Pessoa che lo scrive tra il serio (molto) e il faceto (poco): “Nella vita attuale il mondo appartiene solo agli stupidi, agli insensibili e agli agitati. Il diritto a vivere e trionfare oggi si conquista quasi con gli stessi requisiti con cui si ottiene il ricovero in manicomio: l’incapacità di pensare, l’amoralità e l’ipereccitazione”.

L’anonimo astensionista

Mentre la politica valdostana, ma non è la sola perché l’instabilità sembra ormai insita nella democrazia, arranca alla ricerca di un equilibrio che eviti le seconde elezioni anticipate, gli astensionisti sono e restano dei desaparecidos.
Il termine forse non è felice, ma è vero che se ai non votanti aggiungiamo le schede bianche e nulle questo esercito di rinunciatari è in mezzo a noi. Chissà quanti ne sfioro ogni giorno nei tanti incontri che faccio sul lavoro e nel tempo libero. Tranne rari casi, ma sono quelle quasi sempre persone bizzarre che se la pigliano genericamente con la politica e i politici, nessuno - dico nessuno! - mi ha mai affrontato, dicendo pacatamente: “Io non voto più!”.
Sarebbe davvero interessante, ma tecnicamente impossibile ormai perché la privacy impedisce di sapere chi ormai snobba il voto, poter scavare di persona nel fenomeno. Incontrare chi ha deciso di non partecipare a quel momento del voto, di quel suffragio universale che è stato così difficile e sofferto da raggiungere. Una conquista mica da ridere, se pensiamo a quanti regimi dittatoriali ci sono nel mondo, compresi quelli che usano le votazioni come beffa.
Scorrendo l’ottima sintesi della Treccani, ricordo come per la nostra Valle d’Aosta valeva, sino alla proclamazione del Regno d’Italia, la legislazione sarda (Regio editto n. 680/1848; R.d. n. 3778/1859), estesa al nuovo Stato unitario (l. n. 4385/1860), che prevedeva un suffragio particolarmente ristretto (circa il 2 per cento della popolazione) e combinava alti requisiti di censo e di capacità, oltre al requisito di saper leggere e scrivere. Un primo allargamento del suffragio è stato operato con la l. n. 593/1882, che abbassò l’età minima da venticinque a ventuno anni ed ha ridotto significativamente i requisiti di censo a favore di quelli di capacità (l’aver compiuto con buon esito il corso elementare obbligatorio), portando il rapporto tra elettori e popolazione al 7 per cento. Un più cospicuo allargamento del corpo elettorale (fino a circa il 23 per cento) si ebbe con la l. n. 665/1912, che introdusse il cosiddetto suffragio quasi universale maschile: a seguito di questa legge, parteciparono al voto tutti i cittadini maschi di età superiore ai ventuno anni che avessero superato con buon esito l’esame di scuola elementare e tutti i cittadini di età superiore ai trenta anni indipendentemente dal loro grado di istruzione.
Il suffragio universale maschile vero e proprio fu introdotto con la l. n. 1985/1918, che ammise al voto tutti cittadini maschi di età superiore ai ventuno anni, nonché i cittadini di età superiore ai diciotto anni che avessero prestato il servizio militare durante la Prima Guerra mondiale. Il voto alla donne venne riconosciuto, invece, con il d.lgs.lgt. n. 23/1945. Dopo le prime elezioni comunali, questo allargamento interessò nel 1946 il referendum fra Monarchia e Repubblica e in contemporanea l’elezione dell’Assemblea Costituente. Da allora il fatto più significativo è stato l’abbassamento a 18 anni del diritto di voto, essendo questa la maggiore età, valida ormai per tutte le elezioni, Senato compreso.
Insomma: un percorso ad ostacoli, che incappò anche nelle norme restrittive del diritto di voto di epoca fascista, e non a caso si evocano i valori della Resistenza come le basi per il ritorno ad un voto libero e il suo rafforzamento con il voto alle donne.
Resta il fatto che oggi la fuga dal voto ha superato quei livelli endemici di astensionismo e questo non solo svuota le urne, ma suona come un campanello dall’allarme sul funzionamento di un meccanismo essenziale della democrazia. Questo risulta particolarmente grave laddove, come da noi, la comunità è piccola e rischia di sgonfiarsi quel meccanismo partecipativo che sostanzia anche l’Autonomia speciale, che non è affatto un’acquisizione, pur imperfetta, ottenuta per sempre. Anzi…

Di nuovo sulla Luna e poi Marte

O graziosa luna, io mi rammento

Che, or volge l’anno, sovra questo colle

Io venia pien d’angoscia a rimirarti:

E tu pendevi allor su quella selva

Siccome or fai, che tutta la rischiari.
(Giacomo Leopardi)

Quante Lune hanno descritto i poeti e quante lune, da diverse prospettive e in stagioni diverse, ciascuno di noi ha visto nei cieli.
Ora la Luna torna di attualità e sembrano passati secoli da quando l’uomo calcò il suolo lunare per l’ultima volta.
Sulla riconquista della luna scrivono alcuni autori sull’ultimo Internazionale. Nulla di romantico, per carità! Semmai una spiegazione utile della posta in gioco. Con una consapevolezza nella lettura, che mi ha accompagna da tempo e cioè che quelle spedizioni lunari furono rischiosissime e in certi casi fu davvero la Fortuna ad evitare tragedie spaziali.
Ma torniamo al punto con Leah Crane, New Scientist, Regno Unito: «”Mentre compio l’ultimo passo dell’uomo su questa superficie, vorrei solo dire quello che penso sarà ricordato dalla storia: che la sfida americana di oggi ha forgiato il destino umano di domani”. Queste furono alcune delle ultime parole pronunciate nel 1972 sulla Luna dall’astronauta statunitense Eugene Cernan mentre saliva la scaletta per rientrare nel modulo lunare. Contrariamente alle sue speranze, da allora nessuno ha più messo piede sul mondo solitario che orbita intorno al nostro. Ma le cose stanno per cambiare, perché gli Stati Uniti prevedono di tornare a mandare esseri umani sulla Luna entro il 2025 e stabilirci una base permanente. Se a questo si aggiungono i piani della Cina e di altri paesi, per non parlare delle tante missioni robotiche, è evidente che stiamo entrando in una nuova era di esplorazione della Luna. La domanda, dopo tanti anni, è: perché ora?».
Intanto il programma in essere verso la Luna serve per una seconda ambizione: andare su Marte. E non è più, come ricorda l’autore, una corsa ì solitaria degli Stati Uniti: “Artemis è una gigantesca collaborazione. Varie parti delle missioni sono affidate alle agenzia spaziali di Unione europea, Canada, Giappone e altri paesi. “È un caso molto diverso dall’Apollo”, dice Erika Alvarez, ingegnere della squadra Artemis della Nasa. La progettazione e costruzione di elementi tecnologici cruciali, come per esempio i veicoli per l’allunaggio e la stazione spaziale orbitante, saranno appaltate ad aziende private. Mentre i primi voli useranno il razzo Sls, di proprietà dello stato, alcuni viaggi successivi per portare carichi sulla Luna saranno effettuati con la Starship, un vettore altrettanto enorme progettato e costruito dalla SpaceX di Elon Musk. È molto più economico dell’Sls da gestire, e alcuni pensano che potrebbe sostituirlo completamente”.
Già, i privati: chi lo avrebbe mai detto!
Ma, come dicevamo, il balzo vero sarà verso Marte, come scrive Crane: “ I primi esseri umani a raggiungere Marte affronteranno un viaggio di nove mesi solo per arrivarci, e dovranno restare lì per altri mesi prima di poter cominciare il viaggio di ritorno. Per questo imparare a creare un insediamento sulla Luna sarà indispensabile per poter prendere anche solo in considerazione un soggiorno sul pianeta rosso. “La Luna è una base perfetta per testare queste tecnologie, le attrezzature, la manutenzione e le riparazioni. Perché dalla Luna possiamo sempre tornare a casa”, spiega Alvarez.
Secondo alcuni non vale la pena mandare esseri umani lontano dalla Terra. Se l’obiettivo è esplorare e fare ricerca, mandiamo dei robot: sono molto più resistenti e adattabili degli esseri umani. Potrebbero non essere in grado di interpretare il paesaggio intorno a loro, ma possono inviarci dati e immagini.
Come dice Dittmar, però, forse questa nuova spinta a mandare di nuovo qualcuno sulla Luna è semplicemente nella natura umana: la nostra specie ama esplorare. “Perché mai dovremmo salire su una barca e avventurarci sull’acqua dove non riusciamo ad arrivare a nuoto?”, dice. “Perché dovremmo attraversare un passo di montagna o un ponte di ghiaccio? È scritto nella nostra natura, ha senso biologicamente. Quello che succede ora è che la nostra tecnologia si è sviluppata, come accadde quando ci portò fuori dall’Africa e oltre gli oceani. Ora si è evoluta fino a portarci fuori dal pianeta. Non mi sembra diverso dal resto della storia umana”.
Già, la voglia di scoprire, di esplorare, di rischiare. Avremo mille difetti, ma lo spirito di avventura non difetta.

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