Meglio la schiettezza

Ci sono argomenti difficili da trattare e sui quali esprimersi ti espone alle critiche in un mondo nel quale la polemica è diventata pane quotidiano. Personalmente ho il difetto di parlare chiaro anche su argomenti divisivi. Non gioco nella squadra di chi dà un colpo al cerchio e uno alla botte per non dispiacere a nessuno, per cui capisco che c’è chi coltiva la vulgata secondo la quale ho un cattivo carattere. Se è un prezzo da pagare rispetto alla schiettezza contro la mistificazione, allora va bene così.
Ci pensavo rispetto a certe mie prese di posizione chiare sui vaccini. Ancora di recente aver espresso la bontà della scelta è la critica a chi non si è vaccinato mi ha portato un mare di insulti su Twitter, ovviamente pilotati dal sistema settario dei contrari al vaccino, che mostrano una visione antiscientifica e la ripresa dei soliti temi triti e ritriti. Ma quel che colpisce è la violenza nelle parole e parolacce, nelle minacce evidenti e rabbiose. nella catena di Sant’Antonio di commenti volgari. Eppure – mi spiace per loro – io continuo convintamente, malgrado la loro speranza che certe espressioni mi facciano paura o cambiare idea.
Ora si prospetta la questione delicatissima dei migranti che fuggono dai loro Paesi e arrivano in Italia sulle spiagge del Sud o attraverso i Balcani. E’ un tema annoso (ricorderete gli albanesi in fuga dal loro Paese nel 1991), che accende il dibattito politico e sul quale si esprimono posizioni del tutto inconciliabili fra chi vuole sbarrare le frontiere e chi consentire ingressi senza limiti. Naturalmente sono queste le due posizioni estreme, che da tempo si fronteggiano. L’argomento è carsico, nel senso che appare e scompare dal dibattito politico e oggi, in effetti, ci sono altre priorità più evidenti che mettono la sordina al tema.
Tuttavia non sfugge il fatto che la questione vada affrontata con maggior determinazione e non esclusivamente per una questione di ordine pubblico o di rispetto delle norme internazionali che, solo per fare un esempio, evidenziano l’assoluta legittimità del diritto d’asilo. Guardavo in queste ore – legate al settore scolastico – le ennesime statistiche che riguardano le nascite in Valle d’Aosta e la popolazione giovanile fra gli 0 e i 29 anni. Sono dati che spaventano per l’invecchiamento crescente della popolazione e l’impoverimento di una società senza nuove risorse. Certo è necessaria una politica più decisa per contrastare la denatalità, come fanno altri Paesi europei, ma gli esiti restano incerti e comunque non sul breve periodo. Il nostro tasso di fecondità è così basso da rischiare di essere quasi irreversibile. Avremo, comunque, necessità di rimpinguare la nostra popolazione.
Questo significa che avremo bisogno anche nel nostro piccolo di ragionare, nel limite delle nostre possibilità di fronte ad un problema epocale che obbliga l’Unione europee a politiche comuni, sui flussi migratori, che oggi avvengono a casaccio senza alcuna regia e in mano alla criminalità che regola il traffico dei disperati.
Credo che sia ora, come qualche volta in passato è avvenuto con alcune sperimentazioni nel settore turistico e in quello agricolo, di ragionare sul tema, uscendo dalle dispute ideologiche, profittando ad esempio di alcuni programmi comunitari sul Mediterraneo e sul Centro Europa. Se non si cercheranno forme di accordi e di pianificazione, allora sarà il Caso con le circostanze che si creeranno a gestire il fenomeno migratorio, di cui non si potrà fare a meno e ciò avverrà in modo caotico e forse conflittuale.

L’importante è sapere

Sia chiaro sin da subito che non è un bene che la Valle d’Aosta venga dilaniata dall’instabilità politica. E - lo preciso - si illude chi pensa che l’elezione diretta del Presidente sia la soluzione salvifica o che basti una riforma elettorale di chissà quale genere per eliminare questa situazione.
Certo l’attuale legge elettorale è pessima con questa storia della preferenza unica per evitare - si motivava a suo tempo - il controllo del voto, eliminabile ormai con il voto elettronico in un mondo digitale in cui è ridicolo continuare ad usare carta e matita copiativa.
Ma non è questo il punto. La principale ragione di instabilità risiede nella crisi profonda dei partiti e dei movimenti politici, che hanno perso la solidità di un tempo e vagano alla ricerca di una loro identità. Questo vale in particolare per quella eccezione rispetto alla politica nazionale, che è stata dal 1945 l’Union Valdôtaine.
Tra molte contraddizioni e forti personalità dominanti, il Mouvement era davvero la caratteristica valdostana distintiva rispetto all’ordinarietà della partitocrazia italiana. Convivevano talvolta confusamente al suo interno più anime che riuscivano infine o per capacità delle leadership o per senso di responsabilità dello stare insieme a superare lacerazioni da sempre presenti.
Poi questi equilibri si sono rotti. dopo i successi che avevano fatto crescere progressivamente l’UV sino ad ottenere la maggioranza da sola in Consiglio Valle. Un cammino per nulla piano, fatto di alti e bassi sino infine alla diaspora che io stesso ho vissuto, partecipando a nuove formazioni, pur sempre nel perimetro autonomista.
Non rinnego questa mia scelta, fatta anche da altri nel corso degli anni. Di vita ce n’è una sola e quando si ritiene che la propria dignità sia stata ferita è legittimo sbattere la porta e trovare nuovi spazi.
Tuttavia, questo non deve impedire di guardare oggi con freddezza allo scenario attuale e allo sconcerto di un caos per nulla confortante. Situazione fatta di rotture in tutti gli schieramenti politici, non solo nel mondo autonomista, ma per me è quella peculiarità valdostana che va salvaguardata, essendo uno dei collanti a difesa di un’Autonomia speciale che ha avuto e avrà più nemici che amici. Spesso i peggiori sono quelli che ci sono in casa e che fanno finta di riconoscersi nei valori autonomisti, ma neanche sanno di cosa parlano o nella realtà si comportano in modo ostile, pur nascondendosi dietro alla propaganda a uso elettoralistico.
Ecco perché resto convinto che si dovrebbe creare un’Union Valdôtaine coesa e compatta con meccanismi democratici interni che contemperino la civile convivenza con l’efficacia di funzionamento, perché l’azione politica dev’essere rapida e non consente perdite di tempo.
Da anni lo dico e con me altri lo fanno e comincio a pensare di essere un povero illuso, se non peggio perché percepito da qualcuno che dovrebbe ascoltare come uno che coltiva chissà quale ambizione nel perseguire la réunification (che è meglio di réunion).
Ogni volta che parlo o scrivo della riunificazione - sia chiaro - ricevo consensi e mi ero sinceramente convinto che ci fosse un idem sentire. Ora mi accorgo l’abisso fra il dire e il fare da parte di alcuni decisori e penso che siamo giunti al punto dell’adesso o mai più di fronte a crisi politiche a ripetizione che minano le istituzioni autonomiste e il nostro ordinamento e in una temperie italiana che non prevede cielo sereno.
Non lancerò - per non apparire patetico - un ultimo appello al buonsenso o all’amor patrio, essendo tutto già stato espresso ed in certi casi ripetersi non serve. So bene che esiste un reticolo complesso di detto e non detto, di comprensioni e incomprensioni, ma alla fine bisogna capire se esista o non esista una prospettiva comune. Non c’è nulla di peggio di traccheggiare e rinviare di anno in anno, come se il semplice parlarne fosse già una soluzione fatta e finita.
Non è, purtroppo, così e avere certezze illumina la scena, consentendo con serenità a ciascuno le scelte future.

Pensando all’Iran

Il velo islamico venne abolito in Iran nel 1936 da Reza Shah Pahlavi, il famoso Scià di Persia, defenestrato nel 1979 da quella rivoluzione islamica che avrebbe dovuto portare nuovi valori e - per chi ci credeva… - maggior libertà e invece ha significato una crescente condizione di oppressione attraverso una vera e propria dittatura per il popolo iraniano e grandi vessazioni verso le donne trascinate indietro rispetto allo status che avevano ottenuto. Questo ha significato per loro diritti negati e il velo obbligatorio, diventato e vissuto sempre di più come un simbolo di sudditanza.
Mi ricordo quando Romano Prodi a Bruxelles ci raccontava di questo Paese di una bellezza straordinaria e ci lasciava interdetti con questa storia delle piste di sci con due skilift, uno per le donne è uno per gli uomini con le donne costrette a sciare con il volto coperto. E io ricordavo le manifestazioni studentesche della
seconda metà degli anni Settanta con parte della Sinistra italiana - di certo i giovani comunisti - che con il solito antiamericanismo inneggiavano al ritorno in patria di Khomeyní, allora esule a Parigi amato dalla gauche caviar che prese uno dei peggiori abbàgli per chi divenne poi Guida suprema dell'Iran dal 1979 al 1989 con un feroce uso del peggior fondamentalismo.
Ora e non per la prima volta dal mese di Settembre le donne iraniane hanno scatenato una protesta che è diventata ribellione e ciò è avvenuto dopo l’uccisione di Mahsa Amini, una giovane uccisa dalle guardie della rivoluzione islamica perché portava in modo sbagliato il velo.
Da allora le proteste e la violenta repressione. Su Il Mulino Shirin Zakeri, ricercatrice e docente di Medioriente e Iran contemporaneo alla "Sapienza"-Università di Roma, ha tracciato alcuni aspetti della vicenda. Prima di citarla noto come l’attenzione occidentale sui fatti in corso si stia raffreddando e come certe piazze protestatarie in Italia siano state assenti.
Ecco qualche passaggio dell’articolo: “Sebbene all’origine ci siano le rivendicazioni femminili per la libertà, contro il controllo del corpo femminile e contro il velo obbligatorio, ora le proteste si sono allargate, al di là delle questioni femminili, enfatizzando parole come libertà e vita.
Lo slogan principale - “Donna, vita e libertà” - ha dato un’atmosfera vigorosa e nuova rispetto alle proteste precedenti: è uno slogan che sfida un sistema patriarcale e che va contro alcune leggi discriminatorie della Repubblica islamica, soprattutto in merito alle disuguaglianze di genere e ai pari diritti. La centralità del discorso femminile e la sensibilità del popolo iraniano verso l’immagine della donna, nonché la consapevolezza sui regolamenti non più tollerabili nella società iraniana, hanno dato un maggior peso critico contro l’intero sistema socio-politico”.
E ancora: “È la nuova generazione che ha sostenuto la continuità delle proteste. La generazione su cui sono stati investiti tanti fondi pubblici per avvicinarla ai principi della Rivoluzione islamica
È la nuova generazione che ha sostenuto la continuità delle proteste. Proprio la generazione su cui sono stati investiti tanti fondi pubblici per avvicinarli ai principi della Rivoluzione islamica; il che, a fronte delle proteste di queste settimane, mostra il fallimento dello stesso sistema ad educativo-ideologico iraniano”.
C’è da sperare che questa protesta fattasi speranza sortisca effetti positivi e serva anche a noi che viviamo in uno Stato di diritto per interrogarci su come in parti delle comunità islamiche che vivono anche in Europa, ci siano e vengano tollerate come se fosse accettabile nel nome del relativismo culturale, situazioni di discriminazione verso la donna. È bene parlarne per non essere ipocriti e piangere su vicende distanti, distogliendo lo sguardo per quanto avviene vicino a noi.

Invocando la neve

Pensavo l’altro giorno a come l’obbligo in Valle d’Aosta delle gomme da neve a partire dal 15 ottobre fino al 15 aprile sia purtroppo un segno del passato.
Eppure, contro i catastrofismi e considerando fuori dalla norma inverni come quello scorso anno,
nevicherà sempre sulle Alpi, ma non più molto alle quote inferiori per via delle temperature e del rischio pioggia e ci saranno stagioni più corte.
Lo dico guardando al cielo e benedicendo le temperature basse finalmente giunte, che consentono di ”sparare” (verbo usato in positivo!) quella neve artificiale che permette di avere la base su cui si poggerà quella naturale, che ci auguriamo abbondante.
Scriveva Mario Rigoni Stern: “La neve ti mette tanta malinconia. Io ricordo quando sono nella mia stanza o a casa mia e vedo nevicare, la prima neve d'autunno, è una valanga di ricordi che ti preme il cuore”.
Certo per la mia generazione, che ha avuto il privilegio di vedere nevicate monstre, resterà sempre questa nostalgia (nel mio caso venata di allegria) per le "neiges d'antan", cui tanti di noi associano ricordi indelebili d'infanzia. Se penso che mettevo gli sci nei prati a fianco al castello di Verrès a 500 metri di altitudine…
Ma bisogna smitizzare l’espressione, il cui significato esatto, nella celebre poesia di François Villon («Mais où sont les neiges d'antan?»), riguarda la nevicata di un solo anno prima a Bruxelles e non di chissà quando.
Capisco che è deludente, ma è così.
Era esattamente l'inverno del 1511 e scrive di questo evento un professore universitario belga, Paul Verhuyck: "Cet hiver fut si sévère que les habitants bâtirent plus de cent poupées de neige par-ci par-là dans la ville; ce n'étaient pas tout à fait nos bonshommes de neige rudimentaires et enfantins, mais de véritables sculptures artistement ciselées dans la neige gelée". Uno spettacolo incredibile: con statue ispirate alla mitologia greca e latina, a personaggi biblici e popolareschi.
Altro che i pupazzi di neve!
Amo ricordare in queste occasioni le varietà delle bevi proprio nella classificazione francese.
Eccole: Neige croûtée: Couche de neige dont la surface présente une croûte plus ou moins cassante due au regel, au vent, à la pluie...
Neige fondante: neige composée de grains ronds regelés et qui commencent à fondre en surface ous l'action du soleil.
Neige fraîche: neige récente encore composée de particules reconnaissables.
Neige humide: neige contenant de l'eau sous forme liquide. Sa température est toujours de 0°C.
Neige mouillée: neige très humidifiée (pourrie).
Neige poudreuse: neige récente peu transformée caractérisée par une faible masse volumique et une cohésion faible (particules reconnaissables). Certaines neiges transformées (couches de faces planes) peuvent garder ou acquérir un aspect poudreux.
Neige profonde: neige poudreuse d'épaisseur importante.
Neige sèche: neige qui ne contient pas d'eau qainqinsous forme liquide.
Neige soufflée: neige ayant subi une action du vent (transport ou érosion). Les zones d'érosion sont en général caractérisées par une surface irrégulière (neige dure, zastrugis, rides...).
Neige trafollée: neige de surface déjà tracée par des skieurs. C'est un terme du langage familier.
Neige transformée: neige (totalement) métamorphosée ayant subi un cycle de gel/dégel et composé de grains ronds. La couche superficielle présente une croûte très dure le matin qui fond durant la journée.
(source: ANENA Guide Neige et Avalanches. Connaissances, pratiques, sécurité).
Aspettiamola, dunque, questa neve, che assume livree così diverse.

Zucche vuote e zucconi

Fa sorridere il fatto che, nei giorni passati per Halloween, sia stata sdoganata sempre di più la zucca. Con grande impegno molti genitori che conosco - e l’ho fatto anch’io in questi anni - si sono messi a scavare una zucca per ricavarne un faccione e poi piazzarci dentro una candela per dare quell’espressione horror che alla fine fa più sorridere che paura.
Devo dire, pensando al passato, che questa storia di Halloween mi era apparsa, pur distante qual era prima che si affermasse anche da noi, dalle strisce dei Peanuts che guardavo su Linus. All’epoca nessuno poteva pensare che quella tradizione così americana, benché con radici celtiche e dunque europee, si sarebbe infine affermata in Italia.
Ma persisteva, guardando le vignette. un dubbio, che solo di recente ho svelato, pur nella sua evidente inutilità. Ogni anno - così appariva nei fumetti di Schulz - Linus scriveva al Grande Cocomero, come si fa con Babbo Natale. Sosteneva che nella notte di Halloween il grande Cocomero sorgesse per dare dei doni ai bambini. Note sono le strisce in cui Linus aspetta fiducioso l'arrivo del Cocomerone per rimanere poi sempre deluso assieme al fido Snoopy. Il resto della compagnia, per nulla convinto, abbandonava il campo e preferiva il tradizionale "Dolcetto o scherzetto".
Ma il cocomero cosa c’entra con la zucca? In lingua originale si parla infatti di The Great Pumpkin che tradotto letteralmente in lingua italiana diventa La grande Zucca. Questa diversità dipende probabilmente dal fatto che ai tempi delle prime traduzioni italiane la festa di Halloween era del tutto sconosciuta in Italia e si preferì scegliere un frutto mediterraneo più riconoscibile.
La zucca è davvero il frutto che ha molte varianti come forma e colore, pur essendo piante appartenenti tutte al genere cucurbita, che sono coltivate in tutto il mondo. La zucca “alla Halloween” - attenzione! - arrivò in Europa solo dopo la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo.
Nella mia esperienza familiare erano più le zucchine e i fiori di zucca ad essere mangiati, molto meno la zucca.
Fa sorridere scorrere la Treccani per capirne gli usi: “Frutto intero di zucca di media grandezza svuotato della polpa e dei semi e poi seccato, usato (soprattutto nel passato) per la sua leggerezza e impermeabilità come recipiente in cui portare con sé acqua, vino, sale, ecc., o anche come galleggiante e, legato insieme a coppia, per tenersi a galla nell’imparare a nuotare: “Se tu fossi in uno gran pelago, e fossi per affogare, qual vorresti innanzi avere addosso, o ’l vangelo di Santo Giovanni, o la zucca da notare? (Sacchetti)”.
Divertente anche un uso che mi pare scomparso: “Come esclamazione per esprimere vivace e risentito diniego: «Le zucche!» rispose questo Renzo «sapete che diavoli d’occhi ha il padre: mi leggerebbe in viso ... che c’è qualcosa per aria» (Manzoni ne I Promessi Sposi).
Resta invece ben presente il senso scherzoso o spregiativo, quando la zucca diventa la nostra testa: “Ed elli allor, battendosi la zucca ... (Dante)”. E ancora: “in tono di elogio: c’è del buon senso in quella zucca; con questa zucca farai strada”. Un classico sono “le espressioni non avere, o essere senza, sale in zucca (con riferimento all’usanza antica di portare il sale nelle zucche), e avere la zucca vuota”. Ma c’è anche il caso di chi ha il sale in zucca!
Ricordo, infine, l’espressione binaria sei uno “zuccone” e Treccani omette la licenziosa espressione “zucche” per i seni femminili.
Divertente qui in Valle la scelta del mio paese di origine, Verrès, di far nascere, ormai da alcuni anni, una sagra autunnale della zucca (incentivata da distribuzione di semi alla popolazione) con prelibatezza culinarie e il premio alla zucca più grande. Ricordo il “mostro” coltivato da Luca Crétier di Saint-Vincent con un peso di poco meno di 330 kg. , che sarebbe piaciuta a Linus per il suo Grande Cocomero.

Fuggire dall’informazione

Confesso che anche a me capita di essere travolto da questa informazione giornalistica
continua che ci arriva attraverso il cellulare. Una pioggia insistente con notifiche a raffica che si abbatte su di noi, generazione cresciuta con la lettura dei quotidiani e con i telegiornali Rai, oltreché di analoga informazione dei giornali radio. Erano tempi lenti che non creavano angoscia e forme di fatto di dipendenza. La prima rivoluzione avvenne con TV e Radio private e poi, a sconvolgere la carta stampata, il Web con le sue crescenti diavolerie che offrono una gamma di servizi informativi impensabili in passato e certo non ossessivi.
Fatto sta che oggi stiamo sul chi vive, passando da quel che capita nell’angolo di strada sotto casa ad eventi distanti e remoti che ci piombano addosso in tempo reale. Siamo sempre sul pezzo e anche i nervi ogni tanto sono a…pezzi.
Leggevo su Le Monde in un’inchiesta firmata da Célia Laborie del crescente fenomeno di chi decide di staccare la spina e non informarsi più: ”Ces derniers mois, cette tentation de se couper de l’ensemble des canaux d’information se répand dans toutes les strates de la société. D’après une étude publiée par la Fondation Jean-Jaurès en septembre, 53 % des Français déclarent souffrir de « fatigue informationnelle ». Pour y faire face, de nombreux sondés disent mettre en place des stratégies de retrait : désactiver les notifications de son smartphone, surveiller le temps passé sur les écrans, éviter les chaînes d’info en continu…”.
Certo veniamo da un periodo difficile e siamo piombati in altri guai non indifferenti su cui siamo letteralmente martellati ed esiste - l’ho detto spesso - quella logica giornalistica deteriore secondo la quale solo una cattiva notizia fa notizia.
Ancora da Le Monde: “L’aspect particulièrement anxiogène des actualités depuis la pandémie de Covid-19, l’accélération de la crise climatique et l’arrivée de la guerre en Ukraine ont forcément joué. Mais, parmi les facteurs qui les ont poussés à arrêter de s’informer, 34 % citent d’abord les débats jugés trop polémiques et agressifs, quand 32 % évoquent le manque de fiabilité des informations et 31 % l’impact négatif sur leur humeur ou leur moral. La tendance se double d’une défiance accrue envers le travail des journalistes : d’après l’enquête annuelle du Reuters Institute, seuls 29 % des Français déclarent avoir confiance dans les médias – un taux qui a baissé de neuf points depuis 2015”.
Interessante più avanti la ricerca di un nuovo approccio giornalistico su cui riflettere: ”Pour éviter de déprimer complètement leur audience, des journalistes américains ont imaginé au cours des années 1990 les méthodes du « journalisme de solution ». « Les techniques du journalisme classique sont utilisées, mais le principe, c’est qu’on ne s’arrête pas au constat d’un problème de société. On évoque une ou plusieurs solutions qui pourraient permettre de le résoudre », explique Pauline Amiel, directrice de l’Ecole de journalisme et de communication d’Aix-Marseille et autrice de l’essai Le Journalisme de solutions (Presses universitaires de Grenoble, 2020).
Cette nouvelle tendance arrive progressivement en France, notamment en 2007 avec le Libé des solutions, un numéro spécial annuel de Libération entièrement consacré aux remèdes possibles aux maux de notre époque”.
Un modo interessante non per nascondere la realtà con la logica delle “buone notizie”, ma di affrontare temi difficili non solo creando ansia, ma avendo una prospettiva delle posizioni soluzioni per sciogliere nodi difficili.

Brividi per Twitter

È dal gennaio 2012 che sono un utente di Twitter ed è, con il profilo temporaneo di Whatsapp, il Social vero e proprio su cui opero di più tutti i giorni.
A chi mi chiede perché non sono mai entrato su Facebook rispondo sempre che mi ha spaventato il tasso di maleducazione e di litigiosità, mentre coltivo una certa curiosità per Instagram, ma allo stato attuale non avrei il tempo per aggiungere questo Social.
Già la quotidianità di questo mio Blog è un esercizio più impegnativo di quanto sembri e mi fa sorridere chi pensa che abbia chissà chi che mi aiuti nella scrittura, essendo tutta farina del mio sacco, nel bene come nel male.
Certo in questo periodo seguo con curiosità le azioni di Elon Musk, il bizzarro miliardario americano, istrionico inventore di plurime attività, che mai potrà aspirare - come forse gli piacerebbe - a diventare Presidente degli Stati Uniti, essendo nato in Sudafrica e la nascita negli States è condizione non negoziabile per candidarsi per la Casa Bianca.
Non ne ho ancora capito bene le intenzioni sul futuro di Twitter e leggo commenti diversi di chi se ne intende più di me.
Ad esempio Riccardo Luna su La Repubblica annotava qualche giorno fa: “Riepilogo delle prime 72 ore di Elon Musk come proprietario di Twitter (“Chief Twit”, recita la sua bio da venerdì scorso): ha licenziato 3 top manager “per giusta causa”, per provare a non pagare le liquidazioni milionarie previste; ha chiesto a tutti gli sviluppatori di presentarsi da lui con il codice sviluppato negli ultimi 30 giorni per poter valutare, in base al lavoro che hanno svolto, se confermarli o licenziarli; ha fatto modificare la homepage di Twitter mettendo in evidenza le ultime notizie e i Trending Topic; ha lanciato un sondaggio per farsi dire dagli utenti se resuscitare Vine, la app dei video brevi che durò per poco ma che potrebbe tornare utile per fare concorrenza a TikTok; ha condiviso (e poi cancellato) una storia, quasi sicuramente falsa, da una testata giornalistica screditata, sull’attentato al marito di una famosa esponente del Partito Democratico (Nancy Pelosi).
Tutto in un weekend”.
L’aggiornamento di queste ore è il licenziamento di migliaia di dipendenti, evidentemente non passati al suo personale test di efficienza e di utilità.
Aggiunge Luna più avanti speranzoso: “In questa frenesia c’è però un disegno, un obiettivo che vale più di qualunque conto economico: creare una “digital town square”, una grande piattaforma social dove le persone possano informarsi e dialogare senza violenza verbale e false notizie. Possibile? La domanda è importante e delicata, e invece di liquidarla con una risata vale la pena provare a formularla diversamente. Eliminare l’odio online, renderci più comprensivi e tolleranti delle ragioni degli altri, può essere anche una questione tecnologica, può dipendere da come è scritto un software? Se è vero, com'è vero, che negli ultimi dieci anni i social network, per aumentare i profitti, hanno alimentato divisioni e faziosità, hanno sostenuto populismi vari, hanno incoraggiato complottisti e No Vax, e quindi hanno indebolito le democrazie, è possibile, modificando gli algoritmi, arrivare al risultato contrario senza ricorrere alla censura?”.
Insomma: non si capisce ancora se dobbiamo fare il tifo o preoccuparci.
Più inquieta Béatrice Mathieu su L’Express: ”Avec le rachat de Twitter, Elon Musk remet une pièce dans la machine de son délire messianique. Pour s’en convaincre, il suffit de lire la déclaration publiée sur le réseau social pour officialiser l’opération : « La raison pour laquelle j’ai acquis Twitter est qu’il est important pour l’avenir de la civilisation d’avoir une place publique numérique commune où un éventail de croyances peut être débattu de manière saine sans recourir à la violence. »
Certo una grande ambizione. Osserva ancora la giornalista: ”Quand en 2002 il crée SpaceX, c’est parce qu’il est persuadé que l’espèce humaine a un avenir multiplanétaire. Quand il rachète Tesla, c’est pour protéger la Terre de la pollution grâce aux batteries électriques. Quand il développe Optimus, son robot humanoïde, c’est pour soulager l’homme. Comme il entend guérir les patients atteints de maladies dégénératives avec ses implants neuronaux de Neuralink. A rebours des gourous de la Silicon Valley qui plébiscitent les progrès de l’intelligence artificielle, lui en pointe les risques.
Evidemment, Musk n’a rien d’un philanthrope désintéressé. Il a réussi avec SpaceX et Tesla, mais rien ne garantit son succès avec Twitter. Face aux dérives, les Etats se sont armés. Musk a promis de faire la chasse aux faux comptes, d’assurer la fin de l’anonymat et de faire la transparence sur l’algorithme du réseau. Mais, en Europe notamment, il devra se plier aux nouvelles règles du Digital Services Act (DSA). Les plateformes en ligne devront désormais mettre en place un mécanisme de signalement des contenus illicites et être en mesure de procéder rapidement à leur retrait. Mais, derrière le patron-messie, le pirate n’est jamais loin. Il a construit sa gigafactory de Berlin sans permis de construire ; il a décidé du premier essai de son starship sans attendre le feu vert de l’autorité américaine d’aviation…
« L’oiseau est libéré », a-t-il tweeté après le rachat. Oui, mais selon nos règles, lui a répondu par le même canal le commissaire européen Thierry Breton”.
L’Europa - anche se le sue ambizioni spaziali sono state concrete - sul futuro del Web aiuterà Musk a restare con i piedi per terra?

Alcol:quel compagno antico e insidioso

Esistono argomenti scivolosi, che vanno trattati in punta di piedi o meglio in punta di penna, per non prestare il fianco alle critiche.
Parliamo di alcol, che fa solidamente parte della cultura valdostana e questo - se il consumo è consapevole - non è un danno, lo diventa anche tragicamente in caso di abuso e di dipendenza finale.
Per cui è interessante verificare l’impatto sulla nostra società degli usi e anche degli abusi e rispetto al passato anche per la piccola Valle d’Aosta è utile vedere l’impatto di mode e tendenze che ci invadono “allegramente”.
Mi ha molto divertito leggere di una nuova moda nel racconto suggestivo di Giulio Silvano su Il Foglio: “Se in Giappone il governo è costretto a invitare la generazione Z al consumo di alcolici per raccogliere un po’ di tasse sul sake negli Stati Uniti esplode la moda del cocktail con la marijuana, senza alcol ma con dentro il Thc. Basta gin e vodka, solo indica e sativa per i giovani, che vogliono rilassarsi senza innervosirsi, che vogliono fare gli aperitivi in compagnia senza il rischio di risse nei pub, agevolati dall’apertura alle canne legalizzate. Ma cosa sarebbe il mondo oggi senza Bacco, senza il nettare della fermentazione?”.
Viene citato il libro di Edward Slingerland, prontamente acquistato perché sono stato attirato dal titolo “Sbronzi. Come abbiamo bevuto, danzato e barcollato sulla strada della civiltà”, pubblicato in Italia da Utet.
Dice il giornalista: “L’alcol non fa necessariamente sempre bene – coma etilico, dipendenza, gastriti, epatiti, cirrosi, tromboflebiti etc. etc. – ma, come scrive Slingerland, “per essere sopravvissuta così a lungo, e per aver mantenuto un ruolo centrale nella vita sociale dell’uomo, i vantaggi dell’ebbrezza – nel corso della storia umana – devono aver superato le conseguenze negative più ovvie”. Il lato oscuro di Dioniso, che esiste, non è comunque abbastanza forte da vincere il lato luminoso dell’annebbiamento, quello dell’ebbrezza, della scintilla dell’ingegno, come possono dimostrare tanti scrittori e poeti, da Verlaine a Hemingway, da Poe a Baudelaire”.
Ora, non si tratta di esaltare l’alcol o di neppure, per contro, di magnificare la scelta degli astemi, ma di segnalare l’antichissima scelta dell’umanità di avere dell’alcol un uso plurimo e talvolta geniale, che ha assecondato differenze culturali e territoriali.
Scherza ma non troppo Silvano, scrivendo: “La storia insomma sarebbe ben diversa se i nostri progenitori non avessero capito la bellezza della fermentazione. Sembrerebbe che in molte parti del mondo la produzione di bevande alcoliche, birra in particolare, abbia preceduto l’agricoltura di migliaia di anni. Ad esempio nelle Americhe, molto prima che si riuscisse a coltivare il mais, veniva cresciuto il teosinte, da cui si ricavava una farina terribile, ma un ottimo alcolico. La birra era più importante del pane. L’happy hour esisteva ben prima della scrittura. Il lavoro di Slingerland, tenendo in considerazione le diverse discipline, dalla neuroscienza cognitiva alle scienze sociali, dalla genetica alla psicofarmacologia, dimostra che nei millenni l’intossicazione ha aiutato l’essere umano ad alleviare lo stress, a stimolare la creatività e, soprattutto, a socializzare, il primo passo necessario per passare da tribù a città. Federico di Prussia rimase inorridito quando vide che i suoi soldati bevevano caffè e scrisse in un proclama “il mio popolo deve bere birra”, che aiutava il morale e univa gli animi. Ma già tra celti, anglosassoni e germani le bevute e i banchetti servivano a rinsaldare i legami tra i guerrieri. Importante anche il fatto che l’alcol aiutasse a dire la verità, e a creare quindi fiducia tra diverse tribù, e “la socialità ruota intorno alla fiducia”.
E ancora: “Dalla Cina alla Grecia, dall’Egitto a Israele, le antiche civiltà poi non possono prescindere dai rituali alcolici, dal sacrificio e dal cin-cin. E non c’è rituale, non c’è danza, senza un disinibitore, che sia un grog millenario tra i dolmen o un mojito in discoteca. Già nel neolitico in Turchia troviamo rappresentazioni grafiche dell’estasi sul vasellame, nelle tombe dell’armenia troviamo i calici. Il primo miracolo di Gesù, il gesto attraverso il quale mostra i suoi superpoteri divini, è la tramutazione dell’acqua in vino, necessario per continuare i festeggiamenti al matrimonio – trasformando l’acqua in vino “manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui”, dice il Vangelo di Giovanni. Secondo Christopher Hitchens è l’unico miracolo meritevole del Nuovo testamento e, aggiungeva sul tema: “L’alcol rende le altre persone meno noiose, e il cibo meno insipido””.
Ovviamente modus in rebus. Mai esagerare e far precipitare la propria vita nel bicchiere se diventa vizio. Ci scherzava lo scrittore Robert Musil: “Se avete intenzione di affogare i vostri problemi nell’alcol, tenete presente che alcuni problemi sanno nuotare benissimo”.

L’Inferno sulla Terra

Per me si va ne la città dolente,

per me si va ne l’etterno dolore,

per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore:

fecemi la divina podestate,

la somma sapienza e ‘l primo amore.

Dinanzi a me non fuor cose create

se non etterne, e io etterno duro.

Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate.
(
(Dante Alighieri)
Ah! L’Inferno dantesco, che è di certo la strutturazione più suggestiva e complessa in poetica di come dovrebbe essere quel luogo, così descritto brevemente nella logica da dizionario: ”Nella concezione cristiana, stato di eterna sofferenza delle anime dei peccatori, consistente nella privazione della visione di Dio, ma raffigurato, nelle credenze popolari, come un luogo dove i dannati scontano per l’eternità le loro colpe non soltanto con pene morali ma anche con tormenti materiali, tra cui soprattutto il fuoco”.
Gaétan Supertino su Le Monde nota, in un suo articolo, come la nozione di ”inferno” sia sempre più applicata a questo nostro mondo: ”La rhétorique de l’enfer se déploie pour décrire notre monde, désignant ici les flammes des mégafeux «qui ont transformé cet été en enfer » (TF1, 13 septembre), là «les tentations des enfers» en Ukraine (Le Figaro, 30 septembre), ou encore «l’enfer du Covid long» (La République de Seine-et-Marne, septembre), pour citer quelques exemples récents.
Dans le contexte de la Toussaint, période de commémoration des morts, ce sont bien les vivants qui s’inquiètent de l’enfer. «Si l’enfer de l’au-delà n’intéresse plus grand monde, l’enfer terrestre est plus populaire que jamais : nous en voyons des images tous les jours à la télévision, et cela n’émeut plus guère», résume Georges Minois.
È Interessante questa logica di “umanizzazione“ dell’inferno, che vale anche nelle sue varianti, secondo diverse religioni, che siano ade, aldilà, averno, inferi, oltretomba, regno dei morti, tartaro e altri ancora.
Su questo osserva l’autore: “L’enfer va progressivement prendre une tournure de plus en plus morale. En Grèce, cela se fera sous l’influence de la philosophie platonicienne et de l’orphisme : les vertueux vont aux Champs Elysées, les méchants sont jetés dans le Tartare. Dans le bouddhisme, les mauvaises actions peuvent conduire aux enfers dans une prochaine vie, sous l’effet du karma.
Mais le concept va surtout se complexifier avec les monothéismes, en particulier le christianisme et l’islam. En plus de punir les non vertueux, le monde infernal vient sanctionner ceux qui rejettent Dieu, les pécheurs. Les livres les plus tardifs de la Bible hébraïque développent l’idée d’une justice divine qui s’appliquerait dans l’autre monde. Alors que le Talmud reste ambigu sur le sujet, le Nouveau Testament et le Coran menacent clairement les pécheurs d’être jetés dans la Géhenne, le feu éternel, probablement inspiré du « Val du gémissement » ou « Gî-Hinnom » hébreu, site d’un ancien culte cananéen où brûlaient des offrandes à Baal”.
Poi l’Inferno si evolve: “Les écrits apocryphes, tant juifs que chrétiens, vont considérablement enrichir l’imaginaire infernal. Les pères de l’Eglise, puis les autorités religieuses du Moyen Age placeront l’enfer au cœur de leur doctrine, et donc de la vie des chrétiens. L’enfer n’est toutefois pas l’apanage des clercs et des théologiens. Peinture, sculpture, architecture, littérature : au Moyen Age, puis à la Renaissance, il est partout. « L’enfer est le lieu où résonnent les plaintes de l’homme coupable voué à un châtiment sans fin », résume l’historien Jérôme Baschet. Il aplanit également les inégalités sociales : pauvres et riches, faibles et puissants, s’y côtoient, et même des papes, comme chez Dante”.
Poi l’inferno si secolarizza e diventa qualcosa che si manifesta fra di noi ancora viventi e su questo chiude Supertino: “A mesure que les sociétés se sécularisent, les autorités ecclésiales vont délaisser la rhétorique de l’enfer – sans jamais l’abandonner totalement. A l’inverse, ce dernier va rester très présent chez beaucoup d’auteurs profanes, de Verlaine et Rimbaud à Sartre et Camus, sans oublier la psychanalyse qui en fera un révélateur de nos fantasmes et de nos pulsions.
L’enfer déménage sur terre et souligne alors la faiblesse de l’homme moderne, devenu individu plongé dans un monde sans dieu(x). Le désigner, le regarder, le raconter, l’analyser, en rire, devient alors un premier pas vers la remise en question. «
”L’objet de l’enfer est moins
de “faire peur” que de “faire agir », écrit Jérôme Baschet à propos de l’enfer médiéval. Cela s’applique peut-être, aussi, à nos enfers contemporains”.
Insomma: una situazione dipinge la condizione umana già in vita anche nei suoi aspetti dolorosi e tragici.

Il rischio dell’assuefazione

Una delle grandi fregature di noi esseri umani, forse accentuata oggi dalla rapidità attuale dei mezzi di comunicazioni e dalle informazioni che circolano di conseguenza con grande velocità, è l’assuefazione. Un termine medico-scientifico, che significa da dizionario “fenomeno che si verifica nell’organismo per effetto della somministrazione continua di un farmaco (analgesici, tranquillanti, ecc.), per cui viene a diminuire, o addirittura ad annullarsi, la sua efficacia”. Si potrebbe usare abitudine, ma non avrebbe la stessa efficacia nel ragionamento.
Mi riferisco alla guerra in Ucraina e al rischio che mese dopo mese la nostra attenzione tenda ad affievolirsi e diventi una specie di rumore di fondo cui ci si abitui. Fatti che perdano importanza per la ripetitività degli eventi e per una naturale tendenza a far spazio ad altro - anche di meglio di quanto ci spaventa - nei nostri pensieri.
Ho letto in questi giorni il terzo libro di Antonio Scurati su Mussolini con il suo efficace racconto di come maturò la Seconda guerra mondiale nel risiko che portò Hitler (inizialmente con la complicità di Stalin e la mollezza delle Grandi potenze rispetto all’espansionismo nazista) a conquistare l’Europa.
Penso sempre, grazie alla passione per la Storia che ha fatto parte dei miei studi e resta una certezza per meglio capire la quotidianità, quanto sia difficile capire le cose quando le si vive hic et nunc. Lo stesso appunto - come ha dimostrato Scurati con i suoi libri precedenti - valse nell’affermazione inaspettata nei suoi esiti di Mussolini e della sua creatura, il fascismo. Una serie incredibile di situazioni, spesso davvero casuali, costruì una tempesta perfetta, che portò al regime e al Ventennio fatto di drammi e tragedie. Solo degli imbecilli possono nutrire nostalgie per quanto avvenne e questo di questi tempi va detto e ridetto contro il revisionismo storico e la ricerca ridicola dei “lati buoni” della dittatura.
Per questo bisogna posizionare con esattezza cosa c’è dietro il progetto di riconquista di Vladimir Putin nella logica di quello “spazio vitale”, che è un progetto che non va bollato solo come folle, per quanto lo sia. Perché è una realtà concreta e violenta sul campo di battaglia nel disprezzo totale di regole di ingaggio e dei trattati internazionali. Siamo di fronte a quotidiani crimini di guerra che non potranno mai e poi mai diventare nella loro ripetitività qualcosa a cui farsi il callo.
Resta da questo punto di vista stupefacente che in Italia, oggi con posti di responsabilità al Governo, ci siano coloro che, nel corso degli eventi, hanno ammiccato a Putin. Lo stesso vale per quella parte di Sinistra stracciona che cela dietro al pacifismo il vecchio vizio antiamericano e mette assieme con un cinismo vergognoso gli ucraini aggrediti con i russi aggressori.
Esiste, infine, un elemento ancora più grave, che deriva forse dalla logica del “al lupo, al lupo”, che ha segnato molte generazioni ed è stata ereditato nel rischio di ottimismo da chi è venuto dopo. E cioè la convinzione che la minaccia nucleare sia alla fine una specie di bluff, perché dalla guerra fredda in poi il deterrente potente ad un uso delle bombe atomiche è stato frutto della consapevolezza che un conflitto reale avrebbe distrutto tutto senza avere a conti fatti vincitori e vinti. Purtroppo sempre la Storia insegna che farsi illusioni spesso vuol dire anche coprirsi gli occhi con la pelle del salame, senza fare i conti cioè con elementi irrazionali e situazioni contingenti che possono far degenerare le cose.
Ecco perché non ci si può consentire logiche di sottostima o, come dicevo all’inizio, di assuefazione. È bene restare vigili e aiutare gli ucraini senza se e senza ma e senza certi distinguo che puzzano di zolfo assieme a chi se ne fa interprete.

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