Scherzare sull’aperitivo

Un popolo con una così grande varietà di aperitivi come il nostro non può morire di fame.
(Marcello Marchesi)
Siamo sempre abituati a parlare di parole “importanti”, ma poi nell’uso comune ce ne sono alcune semplici che prosperano nei nostri discorsi e anzi - impressioni di vita vissuta - hanno avuto nel tempo un crescente ruolo sociale.
“Aperitivo”, appunto!
Il dizionario questa volta più che aiutare complica, almeno in apparenza. La parole viene dal latino medievale, aperitivus «che apre le vie per l’eliminazione», derivazione di aperire «aprire». Quindi come aggettivo sarebbe “adatto ad agevolare le secrezioni gastriche, stomachico: erbe aperitive; radici aperitive; un decottino dolcificante e aperitivo gioverebbe molto (Vallisneri). Con quest’accezione, furono in uso anche le varianti apertivo e apritivo”.
Storia morta e sepolta, dunque come storia più recente il sostantivo: ”Bevanda alcolica, generalmente a base di vini invecchiati, vermut, o di amari vegetali (china, rabarbaro, carciofo, ecc.), che ha effetto di stimolare l’appetito o, talora, anche di favorire la digestione: prendere l’aperitivo o un aperitivo; offrire un aperitivo”.
E ancora: “Nell’uso, il nome è esteso anche ad alcune bevande (in particolarmente gli amari o bitter) scarsamente alcoliche o analcoliche”.
Si avverte come la definizione sia datata, perché oggi sono o cocktail e le “bolle” a fare da padroni nei nostri aperitivi, che assumono una valenza festosa e collettiva, declinando verso il vivace “apericena”.
Scavando ancora di più si scopre — sarà vero? - che nel IV secolo a.C. il medico greco Ippocrate scoprì che, per alleviare i disturbi di inappetenza dei suoi pazienti, bastava somministrare loro una bevanda dal sapore piuttosto amaro, a base di vino bianco, fiori di dittamo, assenzio e ruta, e che a quanto pare aveva incredibili effetti benefici. Poi ogni epoca ha aggiunto il suo.
A Torino nel 1786 Antonio Benedetto Carpano diede vita a quella che divenne poi la bevanda da aperitivo per eccellenza: il Vermouth, un delizioso vino aromatizzato con china, che di lì a poco avrebbe conquistato l’allora re d’Italia Vittorio Emanuele II.
Fu proprio quest’ultimo, infatti, a nominare il Vermouth con China Carpano, ribattezzato poi Punt e Mes (per quel suo “punto e mezzo” di amaro in più), l’aperitivo Ufficiale di Corte, come bicchierino da bere prima di mettersi a tavola,
Sempre in Piemonte, i produttori di vino Martini e Rossi creano poi il Martini Bianco (un Vermouth a base di Moscato ed erbe aromatiche lasciate a macerare). A Milano, invece, Ausano Ramazzotti, un farmacista bolognese trasferito a Milano, creò il primo liquore da aperitivo non a base di vino. Si tratta dell’Amaro Ramazzotti, ricavato dalla macerazione e infusione della combinazione di ben 33 erbe, radici e spezie.
Ma non è finita qui, perché non possiamo parlare di aperitivo senza nominare il famosissimo Campari. Gaspari Campari acquistò a Novara, in Piemonte, un caffè, dove mise a punto la ricetta segreta del bitter, chiamato così per via del gusto particolarmente amaro (in tedesco la parola bitter significa appunto ‘amaro’). Ma poi trasferì il suo locale nella città meneghina, nella Galleria Vittorio Emanuele II all’angolo con Piazza Duomo, e iniziò a proporre il suo liquore prima dei pasti anziché dopo, come digestivo. Inutile dire che il successo fu immediato e da lì nasce la storia del Bitter Campari.
Oggi, finito l’happy hour alla milanese, siamo alla
“liberi tutti” attorno al già citato
‘apericena’, in cui l’aperitivo si trasforma in un vero e proprio sostituto della cena con una durata che supera di gran lunga quella originaria.
Dal passato remoto al presente un abisso.

Ci sono clima e clima

La parola “clima” ha una storia singolare. Deriva dal latino clīma -ătis e a sua volta dal greco klíma -atos “latitudine, regione”, ma anche “inclinazione“ con riferimento all’inclinazione dei raggi solari con le sue evidenti conseguenze fisiche.
Per me quel che è certo è che odora di geografia. Mi rivedo da bambino a sfogliare gli atlanti - ne avevo in casa più di uno - e studiare i Paesi del mondo e il clima era una delle caratteristiche che pure ti venivano chieste durante le interrogazioni a scuola.
Bella materia la geografia, purtroppo piuttosto negletta e invece chiave di lettura indispensabile per capire il pianeta sul quale viviamo e le straordinarie varianti dell’umanità cui apparteniamo legate a territori così diversi fra di loro.
Ma torniamo al clima, oggi protagonista sul palcoscenico della Storia per via del riscaldamento globale, di cui tutti i popoli del mondo - compresi i valdostani - hanno purtroppo evidenze inconfutabili. Generazioni come la mia hanno visto con i propri occhi lo svilupparsi di fenomeni un tempo quantomeno secolari.
Non nevica o stranevica; siccità o pioggia torrenziale (o grandine); ghiacciai che si ritraggono s permafrost che si scioglie; boschi che salgono di quota e che diventano a rischio incendi. Si potrebbe continuare, ma il peggio sono le minacce rispetto alla presenza umana, indispensabile sulle Alpi. da sempre terra di transito, di economia e di civiltà nate in simbiosi con l’habitat.
Per essere più precisi Clima sarebbe da dizionario: “Il complesso delle condizioni meteorologiche (elementi del c.: temperatura atmosferica, venti, precipitazioni), che caratterizzano una località o una regione nel corso dell’anno, mediato su un lungo periodo di tempo. Si distingue dal tempo (in senso meteorologico), che è una combinazione solo momentanea degli elementi medesimi. Più rigorosamente, si definisce il c. come la descrizione statistica in termini dei valori medi e della variabilità delle quantità rilevanti in un periodo di tempo che va dai mesi alle migliaia o ai milioni di anni. Secondo la definizione dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale, il periodo di media classico è di 30 anni”.
Ecco perché situazioni patologiche con caldo e siccità in questi mesi hanno ancora aspetti meteorologici brevi nel solco di cambiamenti climatici più lunghi. Giusto preoccuparsi e attivarsi, sapendo come non sia per nulla facile fra Paesi sui diversi Continenti con esigenze così diverse e spesso configgenti rispetto ai modelli di sviluppo.
Ma “clima” non ha solo il significato di attualità appena citato. Mai come in questi giorni sui giornali si usa la parola nell’accezione “clima politico” per le future e assai imminenti elezioni Politiche. Caldissimo il clima a Roma, ma anche la Valle d’Aosta non scherza affatto, sapendo per esperienza comune che queste elezioni sono sempre state in varie occasioni punto di snodo con riflessi evidenti sugli assetti regionali e nei rapporti con Roma.
Il tempo ci dirà se anche questo clima, come sta accadendo con quello citato all’inizio e che riguarda l’interazione fra uomo e Natura, stia peggiorando.
Certo aleggiano minacce attorno alla piccola Valle d’Aosta e la costruzione autonomistica può risultare fragile di fronte a scenari di cambiamenti istituzionali che potrebbero derivare dagli esiti delle urne. E sulla stessa Autonomia e i suoi destini non tutti neppure ad Aosta la pensano nello stesso modo e far finta che non sia così è una mistificazione.

Dietro allo stress

”Sono stressato”. Questa affermazione è oggi una specie di mantra e di questi eccessi vorrei occuparmi.
Ma bisogna partire da un assunto: quando una parola, come appunto stress, viene abusata finisce per essere banalizzata e si svilisce la realtà.
Un divulgatore senza eguali come Piero Angela, così riassume senza paroloni: ” I medici distinguono due diversi tipi di stress: quello «vitale», di breve durata, che accompagna molte nostre azioni e reazioni, e che fa parte del vivere quotidiano; e lo stress «prolungato», che non si può risolvere con la «lotta» o la «fuga», ma che rimane dentro l'individuo, girando in continuazione nei suoi circuiti cerebrali, senza trovare una via d'uscita. Queste situazioni di perdite di ruolo, o anche di perdite affettive, sono l'anticamera, per certi soggetti predisposti, di forme più o meno gravi di depressione”.
Bisogna, insomma, vigilare sulle cose serie e farsi scivolare quanto non è grave e fa parte degli inciampi quotidiani.
La storia di stress è interessante dalla solita Treccani. Sarebbe letteralmente «sforzo», un termine inglese che viene sorprendentemente dal francese antico estrece «strettezza, oppressione» (der. del lat. strictus «stretto»), e insieme aferesi (cioè con ma soppressione di una parte iniziale della parola da distress«angoscia, dolore»).
Come l’ormai abusata “resilienza” è usata in Fisica per designare lo sforzo nell’interno di un punto di un corpo elastico. Anche in medicina si adopera quando l’organismo reagisce a uno stimolo più o meno violento (stressor) di qualsiasi natura (microbica, tossica, traumatica, termica, emozionale, ecc.). Ma nel suo corrente, come dicevo, è un cocktail spesso non ben definito tra tensione nervosa e affaticamento psicofisico con annessi e connessi.
Vien da sorridere a pensare come questa parola abbia sostituito quanto derivava da un pubblicità di un amaro, il Cynar a base di carciofo, pubblicizzato nel Carosello della mia infanzia dall’attore Ernesto Calindri, ripreso seduto ad un tavolino in mezzo al traffico. Lo slogan liberatorio era: “Contro il logorio della vita moderna”.
Una parola interessante logorio (consumare con un uso intenso e prolungato), che si affianca ad altri considerati sinonimi come affaticamento, superlavoro, tensione. Fenomeni da tenere sotto controllo in senso soggettivo e con il controllo di chi ci sta vicino, che siano amici e familiari.
Ma ogni tanto, anche nella piccola Valle d’Aosta, noto una pericolosa enfatizzazione degli aspetti negativi, delle critiche ossessive, della conflittualità alla ricerca del
consenso. Una sorta di stress, che spinge a rotture nel cuore della nostra società
È bene rifletterci. Scrive la psicobiologa Anna Oliverio Ferraris: “Stress ricorrenti e stati ansiosi protratti possono disgregare psicologicamente non soltanto l'individuo, ma anche il gruppo e un'intera società che, stretta nella morsa di una negatività protratta può sviluppare fobie, idiosincrasie, forme regredite di emotività e di pensiero sfocianti in manifestazioni distruttive e in veri e propri comportamenti di follia collettiva che si sostituiscono, annullandoli, ai raggiungimenti della ragione, della cultura e dell'organizzazione sociale”.
Follia come definizione è forte e in senso più letterario che scientifico - perché non ne ho le competenze - noto un prevalere e anche un enfatizzare le situazione di disagio.
Questo disagio che si propaga spesso in una logica superficiale rischia di relativizzare il disagio più forte e più concreto su cui dovrebbero catalizzarsi le attenzioni.

Scusa

Le parole - lo dimostra l’excursus di questi giorni - sono uno straordinario repertorio cui attingere per esprimerci e possono servire ad interpretare tutte le emozioni di cui siamo capaci e che si alternano nella vita senza che sempre le si possa controllare
Lo scrittore Nathaniel Hawthorne ha osservato: ”Parole – così innocenti e innocue come sono, scritte sul dizionario, quanto potenti possono diventare nel bene e nel male quando sono nelle mani di chi sa come combinarle”.
Lo vediamo nell’uso che ne facciamo nel corso della nostra vita e nel loro uso plurimo, talvolta persino contraddittorio e che finisce appunto per fare o farci del bene e del male, a seconda di come certe parole vengono adoperate.
Spicca tra le altre in questa intrinseca ambiguità la parola ”scusa”.
Vediamo e con Treccani la parte buona: ”La parola scusa può indicare il perdono di una lieve mancanza, offesa o disturbo (domandare scusa; le chiedo scusa di quello che ho detto; non ha avuto l’umiltà di chiedermi scusa; chiedo scusa ma dovrei passare; domando scusa, a quale ufficio mi dovrei rivolgere?)”.
Oppure, altra sfaccettatura: ”Può indicare un fatto o una circostanza che in parte giustifica una mancanza o una colpa (quel che ha fatto non ammette scuse; non c’è scusa che valga; il suo gesto può trovare una scusa solo nello stato di disperazione in cui si trova)“
Ma esiste un lato del tutto diverso della medaglia: ”Una scusa, infine, è una giustificazione che non corrisponde alla verità, che non rappresenta il vero motivo di qualcosa (ha inventato una scusa per non venire; con la scusa che abita lontano arriva sempre tardi; sono tutte scuse per non lavorare; avere sempre una scusa pronta; questa è una scusa bella e buona!)”.
Insomma ci si può trovare nella situazione di chiedere scusa per avere inventato una scusa! E si sa, per esperienza, quanto certe scuse abbiano le gambe corte. Certo chiedere perdono per un peccato con la medesima parola: un autentico paradosso!
Così ci piomba addosso una parola che apparentemente è un parolone! In questo caso il paradosso è un’affermazione nella stessa frase che, per il suo contenuto per via dell’uso di una medesima parola adoperata due volte in maniera stridente, appare sorprendente.
Capita spesso nelle discussioni che certe parole cambino colore nel loro uso e che una conversazione orale o scritta si tramuti da discussione pacata ad accesa. Lo vediamo con certi nuovi mezzi di comunicazione - come la messaggistica di Whatsapp - che ormai imperano. Credo che si capitato a tutti di notare come basti pochissimo per infiammare discussioni a due o in gruppo. Basta una parola sbagliata o ambigua per infiammare la situazione e spesso neppure le scuse, di cui abbiamo appena parlato, aggiustano le cose! E ed questo gli astuti gestori consentono ormai di cancellare in fretta parole nate male, prima che sia troppo tardi…

La facondia e i suoi fratelli

Che bello quando c’erano - e io li ho visti e vissuti - i comizi di una volta, quando anche nella piccola Valle d’Aosta centinaia e a volte migliaia (specie per i festeggiamenti post voto) venivano spontaneamente a seguire la politica e lo facevano senza spintarelle per esserci.
Le cose cambiano ed è inutile indugiare nei ricordi, che pure servono per scaldare il cuore e ciò consente di pensare che forse, a fronte di tempi difficili che si preannunciano, ci possa essere un ritorno di fiamma e di dignità. Nella storia valdostana ci sono stati alti e bassi fatti di oblio e di convinzione rispetto a quella voglia di essere e sentirsi comunità.
Ci si andava a suo tempo per passione e per fede politica ed erano i momenti in cui - parlerò di parole ormai desuete- si mettevano a confronto i discorsi degli uni e degli altri e si osservavano le rispettive capacità di tenere il palco e mantenere l’attenzione degli uditori.
Viene in mente “facondia”, che è la caratteristica di chi è facondo, dal latino facŭndus ‘eloquente, dalla parola facile’, derivazione di fāri ‘parlare’. Che finisce anche per avere una briciola di significato critico per chi…non la finisce più.
Chi parla in pubblico, guardando la platea, si accorge se gli scappa la mano e un segnale chiaro è quando non c’è silenzio in sala e si evidenziano segni di distrazione. Ma - specie per chi ha discorsi scritti, che sono una noia mortale - se non si coglie questa situazione si entra in una spirale del disinteresse.
Se si va a braccio l’attenzione è assicurato, sempre che non ci si perda. L’oratoria è un’arte antica, ma coi tempi le cose cambiano e nessuno può oggi rimpiangere certi discorsi torrentizi del passato, perché certa essenzialità oggi esiste e bisogna tenerne conto.
Se si entra nel dedalo dei sinonimi e dei contrari spuntano termini come eloquenza, ma anche logorrea e verbosità, ma al contrario non sempre la concisione è laconicità.
Diceva Cicerone, passato alla storia per le sue capacità oratorie, all’epoca oggetto di studio vero e proprio: “Il valente oratore deve essere un uomo che ha ascoltato molto con le proprie orecchie, ha visto molto, ha molto riflettuto e pensato, e molto ha anche appreso attraverso le sue letture”.
Aggiungerei che bisogna credere in quello che si dice. Chi parla senza avere la consapevolezza di quanto sostiene sa di falso a distanza. Lo sosteneva quel grande oratore che fu - anche nell’uso del mezzo radiofonico nascente - Winston Churcill: “L’oratore incarna le passioni della moltitudine. Per poter ispirare qualsiasi emozione, deve esserne lui stesso attraversato. Per suscitare indignazione, il suo cuore deve essere colmo di rabbia. Per muovere alle lacrime deve far fluire le proprie. Per convincere, deve credere. Le sue opinioni possono mutare man mano che le loro impressioni sbiadiscono, ma ogni oratore intende ciò che dice nell’istante in cui lo dice. Spesso potrà essere incoerente. Ma non sarà mai consapevolmente falso”.
Comunque sia, che sia sia avvezzi alla TV e su lavori con i Social, parlare in pubblico resta impagabile. Siamo animali…politici.

Elogio del pisolino

Oggi più che una parola sono un’insieme di parole, in genere sinonimi, che fotografano un fenomeno noto a tutti noi fin da bambini. Il famoso “pisolino”, che fa parte del lessico familiare e la cui semplice evocazione ci riporta piccolini.
Ne ricordo di assolutamente obbligatori, specie al mare a casa dei nonni durante l’estate, con tutti noi cugini imprigionati dopo pranzo sino alla prima adolescenza a dormire fra risa e lazzi sottovoce per non farsi sentire ed essere rimbrottati.
Si può usare anche pennichella, dal latino pendiculare, derivato di pendēre "pendere, reclinare il capo” sarebbe da dizionario “la breve dormita che si fa specie nelle prime ore del pomeriggio, dopo aver pranzato. Dicesi anche dormitina o appunto pisolino o anche pisolo, sonnellino, riposino o siesta. Quest’ultima definizione fa subito Spagna e sarebbe ‘meriggio’, per ellissi da hora(m) sexta(m) ‘ora sesta’ cioè mezzogiorno. Le lingue neolatine si inseguono fra di loro e creano catene linguistiche avvincenti.
Mio papà al mattino si svegliava prestissimo per partire in giro per le stalle con le sue pazienti bovine e tornava a casa per pranzo. Subito dopo sprofondava per qualche minuto in un sonno ristoratore. Lo stesso faceva, anche quando era già molto anziano, nonno Emilio, che era un singolare personaggio con manie igieniste in analogia con l’altro nonno René, fautore del metodo Kneipp con bagni curativi in acqua fredda.
Penso che queste paroline che designano il riposo postprandiale vadano sdoganate e con esse questa idea, quando si può fare, del piccolo sonno, che spezza la giornata. Mi capita qualche volta nei giorni festivi, quando finisco immerso in quel torpore da cui ti svegli senza sapere bene chi sei.
Ma attenzione! Rinvengo sul Web un primo pensiero: “Gli studi scientifici degli ultimi anni ci dicono che il riposino pomeridiano, la cosiddetta “pennichella”, fa bene al nostro cervello a ogni età, e non solo agli anziani, perché potenzia la memoria, la creatività, i riflessi, migliora l’umore e riduce lo stress – spiega l’esperto. – La pennichella più efficace, quella che fa bene al cervello, ha però caratteristiche specifiche e cioè non deve superare i 20 – 30 minuti, per non alterare il normale ciclo sonno-veglia”.
Con avvertenze altrove: “La pennichella post pranzo fa male alla salute. Lo dice uno studio presentato al Congresso della Società Europea di Cardiologia. In particolare a creare problemi al nostro organismo sarebbe un pisolino post pranzo più lungo di un’ora. Se la famosa siesta supera i 60 minuti, ecco che scatterebbe una correlazione con malattie cardiovascolari.
Secondo lo studio in questione, i sonnellini più lunghi di un’ora possono essere messi in relazione ad un aumento del rischio di morte per qualsiasi causa e in particolare un aumento delle probabilità che sorgano malattie cardiovascolari del 34% rispetto a chi non ha l’abitudine di riposarsi dopo pranzo”.
Alberto Sordi credo che non seguisse il precetto, ma superò tranquillamente gli 80 anni: “La pennica è sacra: un’ora e mezza a letto ogni giorno dopo pranzo. Sto disteso e godo nel sentire i clacson in lontananza. Quelli della gente che sta in macchina, in coda, suda, si affanna. Io ridacchio fra me e me e penso: ma ‘ndo annate?”.
Già, dove andiamo?

Attorno al "dovere"

"Dovere" è un parola semplice e difficile e può essere persino un verbo, che non considero desueto.
Dice la solita "Treccani", prima di infilarsi in un excursus filosofico dagli Stoici in poi: "Obbligo morale di fare determinate cose o concretamente ciò che l'uomo è obbligato a fare, dalla religione, dalla morale, dalle leggi, dalla ragione, dallo stato sociale eccetera".
"Eccetera" mi piace moltissimo, perché è mobile come l'orizzonte che si sposta senza mai raggiungerlo, in barba ai terrapiattisti.
Ma non divaghiamo. Poiché viviamo nell'epoca dei diritti - ed è un bene, per carità! - sarebbe bene sempre ricordare l'altra faccia della medaglia e cioè per ciascuno di noi l'incombere anche dei doveri.
Potrei - in un'arringa - citare per chiudere qui il famoso "abuso di diritto" così riassumibile, anche se forse bisogna leggere più volte la definizione: "Si può parlare di abuso del diritto quando si utilizza un determinato diritto, che l'ordinamento legittimamente riconosce in capo ad un soggetto, per finalità che non sono ricomprese in quel diritto stesso. Si tratta in sostanza di comportamenti di vario tipo e natura che hanno la funzione di alterare a proprio favore un diritto spettante al soggetto, andando aldilà dei limiti del diritto stesso".
Ne ho conosciuti che ne hanno approfittato e che sono allergici, invece, ai doveri. Li conosciamo tutti: sfuggono come bisce alle piccole a grandi cose della convivenza civile, che rende certi comportamenti un obbligo anche in una democrazia.
Ecco perché ci sono espressioni che andrebbero valorizzare come il vecchio "senso del dovere", che in giuste dosi serve nella vita. Un avvocato del diavolo potrebbe - a giusto titolo - segnalare appunto come lo stesso "dovere" va dosato con saggezza. Altrimenti - noi esseri umani - potremmo cadere nel "doverismo", che è una vera e propria patologia che può imprigionare.
Certo Massimo d'Azeglio prendeva la questione sul serio e non in punta di... Diritto: «A fare il proprio dovere, il più delle volte fastidioso, volgare, ignorato, ci vuol forza di volontà e persuasione che il dovere si deve adempiere non perché diverte o frutta, ma perché è dovere; e questa forza di volontà, questa persuasione, è quella preziosa dote che con un solo vocabolo si chiama carattere».
Più leggero, ma indica bene il perimetro senza elevarsi a livelli di discussione da capogiro la celebre coppia di scrittori Fruttero e Lucentini: «Tranne forse gli animali delle favole di La Fontaine, nessuno è mai stato bravo come gl'italiani nell'arte d'inventare nobili pretesti per eludere i propri doveri e fare i propri comodi».
Sorridere fa capire le cose molto più di un eccesso di... sermoni.
Allora vien voglia di chiudere, passando dal sostantivo al verbo.
E rispunta "Treccani" e si apre un mondo: "Dovere significa avere l'obbligo di fare qualcosa (dobbiamo essere onesti; il cittadino deve pagare le tasse; se hai promesso, devi mantenere). In molti casi, il verbo dà alla frase un tono di comando, oppure di volontà, o desiderio (così dev'essere; devo in tutti i modi riuscire a parlargli); in altre situazioni invece il significato è attenuato, e il verbo esprime un consiglio o una preghiera (dovete ascoltarmi; devi essere sincero con me); spesso è usato al modo condizionale, e significa essere necessario o essere opportuno (dovresti cambiare l'olio al motore; dovresti farlo): si ricorre al condizionale per esprimere questa necessità o opportunità in una forma cortese e attenuata".
E ancora: "Il verbo dovere può anche esprimere la necessità di fare qualcosa (devo mangiare; devi fare più moto), un bisogno (devo parlarti) o una costrizione dovuta a una qualche circostanza (è dovuto partire all'improvviso)".
I dizionari hanno il dono della sintesi, senza troppi ghirigori.

Onirico!

I sogni son desideri di felicità / Nel sonno non hai pensieri / Li esprimi con sincerità / Se hai fede chissà che un giorno / La sorte non ti arriderà / Tu sogna e spera fermamente / Dimentica il presente / E il sogno realtà diverrà!
Cenerentola (1950)
Nessuna poesia! Ma una canzoncina che arriva dal passato remoto per parlare di una parola legata al sogno.
Personalmente sogno di più quando sono riposato, altrimenti quando sono stressato mi arrivano quei sogni mattutini che sono come uno squarcio. Avviene quando mi sveglio prima del solito (oggi per me la fine della notte si situa poco dopo le 5) e mi impongo di non alzarmi e arrivano sogni - anche apparentemente lunghi e complicati - che poi nella realtà sono durati un pugno di minuti.
La parola di oggi è un aggettivo, “onirico”, che pare penetrato nella lingua italiana a fine Ottocento, neologismo derivato dal greco
óneiros ‘sogno’, forma ampliata di ónar, di cui fa parte il suggestivo oneiromántis ‘interprete dei sogni’.
La nostra rodata Treccani annota: “riguarda il sogno o i sogni, o che avviene, che si manifesta nel sogno: attività onirica; la fase onirica del sonno; interpretazioni oniriche; visioni, immagini, scene e allucinazioni oniriche”
Descrive dice ancora il dizionario: “irreale, rarefatto, fantastico: un’atmosfera onirica, poesia onirica; il sapore onirico degli ultimi film di Fellini”.
Poi ci avviciniamo alla scienza: “In psicanalisi, lavoro onirico (traduzione del tedesco Traumarbeit), l’insieme delle operazioni psichiche per mezzo delle quali colui che sogna traduce il contenuto latente del sogno (e cioè i desiderî proibiti che questo tende a esaudire) in un contenuto manifesto, che possa essere accettato e, quindi, ricordato nello stato di veglia.
Chi meglio di Sigmund Freud, che lessi anche sui sogni perché i suoi libri - non ho mai chiesto a mio papà il perché - erano nella biblioteca di casa.
Così annotava il padre della psicoanalisi: “Anche nei sogni meglio interpretati è spesso necessario lasciare un punto all’oscuro, perché nel corso dell’interpretazione si nota che in quel punto ha inizio un groviglio di pensieri onirici che non si lascia sbrogliare, ma che non ha nemmeno fornito altri contributi al contenuto del sogno. Questo è allora l’ombelico del sogno, il punto in cui esso affonda nell’ignoto”
L’altro padre della materia, Carl Gustav Jung così sintetizzava: “Il sogno è una piccola porta nascosta nel santuario più profondo e intimo dell'animo.
Non so dire, ma “onirico” mi piace molto perché sembra in questa sua antica origine - che illumina la poesia del greco che tanto mi preoccupava al Ginnasio con il compitino di verbi - suonare come una parola meravigliosamente misteriosa e in effetti il sogno mantiene è un sacco di segreti.
Per sdrammatizzare come non ricordare l’ironia di Gesualdo Bufalino: “Come mi piacerebbe una "cura del sogno", se solo potessi sceglierli, i sogni, in anticipo, come si sceglie nella pagina degli spettacoli il film per la serata”.

Riabilitare un poco la Pigrizia

Ah! La pigrìzia! Come tant’è parole viene anche questa dal latino - il cui studio sta ahimè declinando - pigritia, derivazione di piger «pigro»
La Treccani è implacabile: “Il fatto d’esser pigro; la qualità, e quindi anche l’atteggiamento, il comportamento di chi è naturalmente pigro nell’agire, nell’operare, o anche soltanto nel muoversi: è noto per la sua pigrizia; a causa della sua pigrizia non riuscirà a fare nulla di buono; adocchia Colui che mostra sé più negligente Che se pigrizia fosse sua serocchia [cioè sua sorella] (Dante, con riferimento a Belacqua, un liutaio fiorentino, che sconta la sua pena tra gli spiriti negligenti nel 1° balzo del purgatorio)”.
E poi ancora: “pigrizia mentale, pigrizia intellettuale, atteggiamento di torpore della mente che si mostra lenta o trascurata nella ricerca della verità e nell’arricchimento delle proprie conoscenze. Anche come comportamento di gruppi sociali, istituzioni, o intere popolazioni (per i quali si parla più spesso di indolenza, lentezza, e simili): la pigrizia della nostra burocrazia; una nazione che crede alla collaborazione delle classi, che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, è una nazione che vale poco (Gobetti)”.
Infine: “Per estensione, e impropriamente., di animale che si mostri lento nel muoversi, nello spostarsi, nel camminare: la pigriza della lumaca, della tartaruga”.
Dico subito che non so per quale gioco familiare, specie con i miei figli, questo “j’accuse” verso la pigrizia è stato contestato. “Fare pigrizia” è diventato un positivo momento di relax, vissuto assieme in qualche svago familiare basico
E, invece, se leggi i sinonimi - alcuni per me dubbi - sprofondi:
“abulia, apatia, fannullaggine, indolenza, inerzia, infingardaggine, neghittosità, pigrezza”. Il culmine sono accidia, e ignavia”.
È proprio l’accidia, cari miei, è un vizio capitale, che descrive, facendo impressione, un torpore malinconico, l’inerzia nel vivere e - questo il punto - nel compiere opere di bene.
Se cerchiamo una colpevolizzante definizione laica può spuntare Jules Renard che così inchioda: “Pigrizia: l’abitudine di riposarsi ancor prima di essere stanchi”.
Fortuna che ci soccorre il mio amato etologo Konrad Lorenz: “Gli animali stessi sono così meravigliosamente pigri: all’animale è assolutamente estranea la folle smania di lavoro dell’uomo moderno, cui manca perfino il tempo di farsi una vera cultura. Anche le api e le formiche, queste personificazioni della solerzia, trascorrono la maggior parte della giornata immerse in un dolce far niente, solo che quelle ipocrite non si fanno vedere quando se ne stanno tranquillamente a casa, ma solo quando sono al lavoro”.
Chi non ha vergogna della sua pigrizia, che cela l’animo felino da predatore, sono i miei amatissimi gatti, passione che non posso più coltivare con una moglie allergica al pelo di questo animale.

Parole, parole, parole…

Da domani, tranne fatti rilevanti di cui mi sentissi obbligato ad occuparmi, apro - come già avvenne in passato - una pausa nel cuore dell’estate.
Trovo utile, esattamente come avviene con le vacanze quando ci si ristora dalla quotidianità, aprire una spazio libero ai propri pensieri. Abbandonare per un attimo il lavoro, in un periodo che resta per nulla banale per molte ragioni e lo stesso impegnativo, consente digressioni che confortano.
Mi occuperò di parole dimenticate o sottostimate. Ha scritto la poetessa Emily Dickinson: “Non conosco nulla al mondo che abbia tanto potere quanto la parola. A volte ne scrivo una, e la guardo, fino a quando non comincia a splendere”. Per questo credo che ognuno di noi abbia delle sue parole preferite o persino a rischio ripetizione. Capita a qualunque età, anche dopo lo straordinario periodo dell’apprendimento che si scopre soprattutto con i propri figli, di trovarne di nuove e di scoprirne l’utilità.
Sulla parola parola ha scritto Stefano Bartezzaghi: “Parola, si sa, è una parola e fra le parole è una delle meno univoche. La parola è il vocabolo ("ossesso è una parola palindromica") ed è l'impegno del locutore nel proprio discorso ("ti do la mia parola"); è la facoltà ("il dono della parola") ed è il diritto di parlare ("do la parola a ..."); è un'affermazione, una presa di posizione nel discorso ("avere l'ultima parola") ed è un indirizzo ("la parola del maestro"); è il vacuo succedaneo dei fatti ("solo a parole") ed è un modo di parlare ("avere la parola facile"): nella sua variabilità semantica, la parola parola allude alle virtù oscillatorie del linguaggio”.
E bisogna ancora ricordare con Gabriel Garcia Marquez: “Le parole non vengono create dagli accademici nelle accademie bensì dalla gente per strada. Gli autori dei dizionari le catturano quasi sempre troppo tardi e le imbalsamano in ordine alfabetico, in molti casi quando non significano più ciò che intendevano gli autori”.
A me piacciono le parole. Mi piacciono quando scrivo e mi trovo a doverle pesare nella speranza di essere efficace. E mi piace seguirne il flusso quando mi capita di parlare in pubblico non solo nella speranza di comunicare bene quanto penso, ma per il gusto di poterle inanellare nel rapporto che si crea con le persone che ti ascoltano.
Gianni Rodari, con una sua filastrocca diventata famosa specialmente nella versione musicata e cantata da Sergio Endrigo, ha dato una definizione che va davvero al di là di ogni eccesso intellettualistico:
“Abbiamo parole per vendere,

parole per comprare,

parole per fare parole.

Andiamo a cercare insieme

le parole per pensare.
Abbiamo parole per fingere,
parole per ferire,

parole per fare il solletico.

Andiamo a cercare insieme

le parole per amare.

Abbiamo parole per piangere,
parole per tacere,

parole per fare rumore.

Andiamo a cercare insieme

le parole per parlare”.
La scelta delle parole che qui verranno finisce per essere abbastanza casuale, più o meno sintetica e certamente soggettiva, senza essere pretenzioso.
Perché, per fortuna, con le parole si può anche giocare.

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