Il ruolo di cittadino

Essere cittadini a pieno titolo, che esercitano i propri diritti ma sono capaci ad affrontare i propri doveri e non per le sole costrizioni giuridiche, ma anche per motivi morali.
Questo è avvenuto in epoca di pandemia e lo ha fatto larga parte della popolazione, anche quando certe regole erano difficili da digerire, se non talvolta incomprensibili.
Il senso del dovere, di fronte alle emergenze, paga. Chi ha deciso altrimenti ha fatto scelte che non condivido, violando i principi di convivenza. per inseguire niente altro che teorie bislacche.
Mauro Magatti lo ricorda, evocando la prossima e in parte già in corso, emergenza nel settore energetico. Così scrive sul Corriere della Sera: “Lo avevamo già visto col Covid: esiste una stretta relazione tra la regolazione statale e la responsabilità individuale. Una relazione che nell’emergenza sanitaria (uso corretto della mascherina, osservanza della quarantena, rispetto del metro di distanza, adesione alla campagna vaccinale etc.) ha suscitato fortissime polemiche, sfociate poi nelle tensioni registrate con i no vax.
Oggi di fronte al caro energia si ripete lo stesso copione: il programma del ministro sarà applicato? Chi ne controllerà l’esecuzione? Quale sarà la partecipazione popolare? Il punto è tutt’altro che banale. Per gestire la complessità dei problemi della supersocietà, il cittadino — inteso come persona libera, intelligente e responsabile — è chiamato a dare il proprio contributo per affrontare questioni che nessuno — né lo Stato né il mercato — da solo è in grado di risolvere”.
Insiste poi: “Il problema è che questo passaggio è tutt’altro che automatico: nel corso del tempo l’idea che il cittadino possa essere chiamato a metterci del suo per risolvere i problemi collettivi si è persa per strada. Ridotto a consumatore, portatore di istanze sui diritti individuali e di bisogni di assistenza statale, il cittadino contemporaneo è per lo più un richiedente. E certo non si pensa come qualcuno a cui spetta una parte delle cose da fare”
Di fronte alla crisi energetica e alla mobilitazione civile dei cittadini si segnalano tre questioni: “La prima riguarda il piano della comunicazione. È necessario fornire indicazioni chiare e coerenti su quello che è utile fare per raggiungere gli obiettivi comuni. Nel breve e nel lungo termine. Nei giorni della pandemia non sempre questo è successo, e spesso sconcerto e confusione hanno prevalso. (…)
La seconda condizione è di ordine politico. Il contributo individuale ha senso — e dunque si rafforza — se si colloca nel quadro di uno sforzo collettivo che viene verificato e misurato. Non basta indicare gli obiettivi da raggiungere insieme, occorre anche verificare che siano effettivamente perseguiti. Inoltre, prima di moltiplicare gli obblighi — strada che espone a tutta una serie di problemi — vale la pena pensare di introdurre delle premialità per chi aderisce alla campagna del risparmio energetico. Da questo punto di vista vanno benissimo i sussidi e gli aiuti ai più deboli. Ma a condizione che non si alimenti l’idea che alla fine il problema si risolva semplicemente scaricando i costi sulle spalle dello Stato.
Infine, il contributo di ciascuno va iscritto in una cornice di giustizia. A muoversi nella direzione auspicata devono essere dunque prima di tutto le istituzioni pubbliche (la scuola, le amministrazioni statali e locali, etc), coloro che hanno responsabilità politiche o amministrative, i grandi soggetti economici”.
Condivido i pensieri finali dell’editoriale: “La figura del «cittadino contributore» è un pezzo della risposta: noi non siamo solo «contribuenti» quando paghiamo le tasse, ma siamo anche «contributori» quando partecipiamo attivamente alla realizzazione di quel valore condiviso (una volta di chiamava bene comune) che permette di rispondere prima e più in fretta alle sfide delle emergenze che ci troviamo a dover affrontare. Un contributo che va riconosciuto e valorizzato”.
Concordo e rilancio: questo è uno dei capisaldi del pensiero federalista.

Ritornare sulla Luna

Il 20 luglio del 1969 ero al mare, ad Imperia, avevo dieci anni e ricordo benissimo nelle confuse immagini televisive in bianco e nero quel duetto-duello fra Tito Stagno e Ruggero Orlando (che conobbi poi bene) sull'atterraggio del LEM sul nostro satellite. Erano le 20.18, quando il modulo lunare "Eagle", della missione "Nasa" "Apollo 11", ai comandi di Buzz Aldrin, si posava sul suolo lunare sull'altipiano denominato "Mare della Tranquillità". Solo sei ore più tardi, prima il comandante, Neil Armstrong («Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un gigantesco balzo per l'umanità») e poi Buzz Aldrin furono i primi esseri umani a mettere piede sulla Luna. L’ultimo allunaggio fu nel dicembre del 1972 con Eugene Cernan, l'ultimo uomo ad aver camminato sul nostro satellite. E dunque da 50 anni nessuno è più salito sin lassù.
Intanto si guarda al futuro e ancora nelle scorse ore è stato rinviato il test del razzo, che nel 2024 dovrebbe riportare gli astronauti in orbita intorno alla Luna, per farli poi tornare sul satellite della Terra nel 2025. Un passaggio per preparare l'atterraggio su Marte, cui la Nasa già lavora da anni.
Ho letto con curiosità su Le Monde un articolo di William Audureau et Gary Dagorn, che così è riassunto dal giornale: “Des propos mal interprétés de l’astronaute Thomas Pesquet sur la mission Artemis ont relancé le mythe selon lequel le NASA aurait monté un canular en 1969. “
Questa la frase, che ha scatenato i complottisti: “Est-ce humainement possible d’aller aussi loin ? (…) On va aller très loin, aussi loin qu’aucun être humain ne s’est jamais éloigné de la Terre”.
Spiegano i giornalisti: “Sa déclaration se référait en effet aux futures orbites autour de la Lune, prévues dans la mission Artemis II, qui seront bien plus éloignées que celles des missions Apollo. Mais pour certains commentateurs suspicieux, l’astronaute avouait que les Américains n’auraient jamais foulé le sol de la Lune. Cette théorie du complot, que l’on croyait passée de mode, est en réalité presque aussi vieille que les missions Apollo elles-mêmes”.
Si dipana poi il racconto che dimostra come e quanto una fake news con teoria strampalata possa diffondersi.
Eccone le origini: “En décembre 1969, cinq mois après les premiers pas de Neil Armstrong et Buzz Aldrin sur la Lune, le New York Times relevait les doutes des membres d’une association qui clamaient que l’exploit de la NASA aurait été réalisé en plein désert du Nevada. Il faut attendre 1976 pour qu’un inconnu, Bill Kaysing, accuse l’agence spatiale d’avoir organisé un canular, dans un court livre autoédité, We Never Went to the Moon.
Cet homme sans formation scientifique, employé chez Rocketdyne, un sous-traitant de la NASA, entre 1956 et 1963, affirme que les ingénieurs de cette entreprise motoriste de la fusée Saturn V, lui auraient confié leurs doutes sur la possibilité technique d’aller sur la Lune et d’en revenir en sécurité. Il y développe aussi les premiers grands arguments classiques qui seront popularisés plus tard (absence d’étoiles dans le ciel lunaire visible sur les clichés, absence de cratères creusés par le souffle des moteurs, etc.)”.
Queste storie appaiono e scompaiono negli anni successivi e io stesso ho conosciuto persone che coltivavano con convinzione queste idee balzane.
Il culmine in questi anni è stata la tesi che un serie di messaggi nascosti lasciati dal famoso Stanley Kubrick nel film Shining sarebbero la prova che la missione dell’Apollo 11 è stata tutta una montatura e che lo stesso regista fu il creatore dei filmati dello sbarco sulla Luna.
Kubrick aveva diretto “2001: odissea nello spazio” e – secondo le tesi complottiste – viene segretamente chiamato dal governo americano per realizzare i filmati di un finto allunaggio. Data la sua esperienza con gli effetti speciali legati allo spazio, il regista sarebbe stata la persona più indicata per inscenare l’epica impresa che la Nasa non sarebbe stato in grado di portare a termine, ma per motivi politici l’impresa doveva essere compiuta fittiziamente, girando una simulazione.
Sono naturalmente stupidaggini che ogni tanto tornano a galla, aspettando di tornare sulla Luna.

Le regole domestiche d’austerità

In Italia la verità sui rischi per l’inverno che verrà, se Putin chiuderà del tutto il rubinetti del gas (intanto Nord Stream non è ripartito con un pretesto), sono per ora attutiti dalla campagna elettorale. Nel senso che si parla dei possibili scenari negativi, ma non si calca la mano - come ad esempio fanno in Francia, dove si dice pane al pane e vino al vino - per non risultare spiacevoli in vista delle urne.
Comunque sia, anche se il peggio non dovesse avvenire, già la riduzione delle forniture e elementi speculativi sui mercati in parte sempre per mano russa hanno fatto impazzire i prezzi con bollette alle stelle per famiglie e imprese e scelte di risparmio e di sobrietà sono purtroppo necessarie per tutti.
Leggevo in queste ore i diversi vademecum per il risparmio energetico rivolti da molte istituzioni ai cittadini e, nel caso francese, anche le aziende hanno dovuto predisporre appositi piani di austerità per evitare scelte più drastiche.
Diamo un’occhiata a questi consigli per l’efficienza energetica, per diminuire i consumi e per risparmiare.
Ci sarà chiesto di ridurre il termostato a 19 gradi e che il riscaldamento rimanga acceso un’ora in meno al giorno rispetto al passato. Ogni grado in meno permette un risparmio del 7% dei costi del combustibile.
Leggo poi, guardando le indicazioni, delle ovvietà: se cambi l’aria non lasciare aperte le finestre troppo a lungo oppure quando sei fuori casa spegni il riscaldamento.
Sul consumo dell’acqua calda bisogna preferire la doccia al bagno o chiudere il rubinetto mentre ci si insapona o ci si lava i denti. Autentico trionfo personale nella dialettica con mia moglie: l’evitare di sciacquare i piatti prima di inserirli in lavastoviglie.
Sulla luce, a parte l’ammonimento con cui sono cresciuto - spegni le luci quando non c’è bisogno - bene ricordare la scelta di lampadine a basso consumo: il LED consuma fino
all’80% in meno di una lampadina a incandescenza.
Per risparmiare sul gas scopro l’importanza di coprire le pentole con i coperchi e di adoperare, quando si può, la pentola a pressione.
Sul frigorifero vari accorgimenti:
controllare la tenuta delle guarnizioni di gomma delle porte; evitare di riempirlo eccessivamente: l’aria deve poter circolare; non introdurre alimenti caldi.
Per lavatrice e lavastoviglie: con una tariffa bi-oraria usarle la sera, di notte e nel weekend e la preferenza per l’asciugatura naturale sia per le stoviglie sia per i panni.
Ci sono anche poi consigli come questi: spegnere le luci dello stand-by quando non si utilizzano il televisore o gli altri apparecchi elettronici incluso il wi-fi; staccare i trasformatori dalla corrente, perché consumano anche se il telefono non è attaccato
Non segnalo per la loro evidenza consigli tipo: meglio andare a piedi o in bicicletta che in auto perché si consuma meno o è più giudizioso prendere il treno che l’aereo! Appare anche ovvio il consiglio di scegliere elettrodomestici in classe energetica elevata (A, A+ o A++) per consumare meno.
Insomma: nulla di impossibile. Con la consapevolezza che i sacrifici personali e familiari sono tutt’altro che una goccia nel mare, se si remerà tutti dalla stessa parte.
Avendo in più e in cima ai pensieri una consapevolezza che pesa come un macigno: l’Italia produce solo il 22% dell’energia consumata e per il resto dipendiamo dagli altri. Ecco perché anche da noi in Valle d’Aosta dobbiamo modernizzare progressivamente le nostre centrali idroelettriche per rafforzare il settore delle energie rinnovabili.

Certo ambientalismo…

Capita di trovare articoli di notevole arguzia e l’autore in questo caso è una garanzia: il multiforme e provocatore Giuliano Ferrara. Basta scorrere la sua biografia, sempre a cavallo far politica e giornalista, per scoprire quanto gli piaccia stupire e stare sul palcoscenico.
Per cui, anche nel caso che citerò, facendo la tara su certi eccessi che lo caratterizzano, non si può non ammirare la capacità di essere ficcante e di interpretare alcuni pensieri che sono pure miei.
Già l’incipit sul “suo” Il Foglio” è uno spasso: “Non voglio provocare, ma quanti danni ha fatto l’ambientalismo? Ha predicato nuova energia, scordandosi di salvaguardare le condizioni di produzione e lavoro legate a quella vecchia. Ha diffuso un sentimento del “tutto elettrico”, senza tenere conto di come l’elettricità si produce. Ha terrorizzato la gente sul nucleare civile, che certo fa una legittima paura, e ha lasciato scoperta una fonte di energia pulita invocata a colpi di pale eoliche, contestate però anche quelle, come le trivelle invise alla sinistra ecologista e alla destra opportunista che ora dovrà vedersela con l’autunno dell’energia. Ha diffuso il culto dell’armonia, della bellezza, della natura benigna sfidata dalle piogge acide, e ora che la civilizzazione deve a sua volta sfidare la natura, tempo di pandemia, flirta con le ideologie no vax”.
Secondo capitolo secondo Ferrara: “Celebrando la pace arcobaleno, intrecciandosi con pacifismi di vario conio, ci ha reso esposti alla guerra plumbea, e alle sue peggiori conseguenze, frutto di mancata deterrenza. Ci ha detto di aspettarci una generica apocalisse, è arrivata la distruzione di un paese europeo indipendente, l’Ucraina, a mezzo di missili e carri armati che solo il produttivismo e il capitalismo globalizzato e la vecchia invisa alleanza occidentale sono in grado di contrastare con armi e fermezza diplomatica e politica. Ha messo mezza Europa in bicicletta, e ora nessuno giustamente vuole pedalare, serve gas, serve petrolio, le infami élite devono procurarlo e subito altrimenti chiudono le cartiere, la farmaceutica, la siderurgia, le industrie trainanti dell’esportazione, e diventiamo tutti più poveri, inoccupati, alle prese con le bollette aziendali e con quelle delle imprese in un colpo solo”.
Poi, come funziona bene, questo riferimento che per me ha pure nomi e cognomi: “L’ambientalismo ztl, diffuso come un morbo ideologico nelle scuole a partire dai primissimi anni, bandiera delle profie col cerchietto e dei loffissimi prof. e maestri del pensiero dominante, è una componente decisiva delle nostre debolezze, un segnale e una concausa delle nostre fragilità, una lettura scema dell’economia e della politica, un sogno da poco e a poco prezzo spacciato per ogni dove ad altissimi costi umani, come le metanfetamine e il Fentanyl. Un incubo suadente dal quale tutti dovremmo risvegliarci guardando in volto la Medusa della realtà storica e politica, abbandonando le ciance e le chimere per rimettere all’onore del mondo il ferro e il fuoco e la tecnologia che hanno forgiato il meglio del moderno.
La suggestione ambientalista, un cartello di idee false come la droga di Cali e Medellín, circolata massimamente attraverso la solita compiacenza dei media, ha invaso le coscienze e le ha disarmate, ha indotto quelle che Luigi Amicone chiamava le “passioni inutili”, ci ha mobilitati contro un’estate calda, di temperature elevate e prolungate, e asciutta, siccitosa, come se le stagioni fossero un nemico da combattere a colpi di condizionatore, e ci mobilita assurdamente contro gli eventi cosiddetti climatici, le inondazioni assassine, di cui abbiamo avuto abbondanza anche in passato, dovunque, gli incendi, che non sono così diffusi come si dice e non sono il prodotto di altro se non della bestialità incendiaria dell’uomo piromane, le deforestazioni che vanno di pari passo con la più grande riforestazione della storia umana, e il collasso dei mari e degli oceani, che sono in via di pulizia e miglioramento secondo tutti gli indici seri. I temporali sono diventati bombe d’acqua, e sono arrivate le bombe del vero nemico, che è sempre dentro la storia e fuori dalla natura rousseauiana idealizzata dell’uomo prima della civiltà. Bel capolavoro transumanista, l’ambientalismo”.
Immagino lo scandalo dei predicatori punti sul vivo!

Un’austerità rispettosa della democrazia

Durante la pandemia, con propria legge regionale, la Valle d’Aosta cercò, senza alcuna forzatura, di immaginare meccanismi per regolamentare in modo adatto al proprio territorio e alla propria popolazione le misure nazionali contro il virus e la sua diffusione.
Il Governo, per presunta incostituzionalità di parecchi articoli, decise di impugnare il provvedimento alla Corte Costituzionale.
L’allora Ministro Francesco Boccia, l’esponente PD ancora oggi vicino ai 5 Stelle, nel suo ruolo di responsabile degli Affari regionali, fu protagonista di una vicenda singolare. Poiché aveva bisogno del voto al Senato per dar vita ad un Conte ter annunciò al senatore valdostano Albert Lanièce di essere pronto a ritirare il ricorso alla Consulta se avesse appoggiato il nascente Governo.
Poi, per fortuna, spuntò Draghi, ma purtroppo il Governo mantenne l’impugnativa e la Corte Costituzionale di fatto bocciò la legge regionale valdostana. In sostanza la ragione principale fu semplice: di fronte ad una pandemia decidere tocca allo Stato con un cipiglio anti regionalista che personalmente mi colpì molto.
Perché rievoco questa vicenda certo lesiva di un’autonomia speciale come quella valdostana?
Per una ragione semplice e cioè mi spaventa molto che analogo percorso si farà, senza tenere conto banalmente del nostro territorio di montagna e delle sue caratteristiche umane e sociali, nell’insieme delle decisioni che si assumeranno per contrastare le certe carenze di gas e di energia elettrica.
L’austerità arriverà e il quotidiano mio ascolto delle radio francesi dimostra che in Francia si è già avanti, mentre in Italia si nicchia perché siamo in periodo elettorale e le cattive notizie non vanno bene. Sarebbe, invece, tempo di avere un quadro chiaro in Europa e anche in Italia e in questo contesto dovrebbero essere chiamati le Regioni e gli Enti locali a modulare, ad armonizzare le norme di livello statale e comunitario alle proprie particolari condizioni, evitando di far calare dall’alto decisioni che non risultino adatte in contesti diversi fra loro.
Dubito fortemente che questo avverrà perché il rispetto della democrazia locale sembra allontanarsi sempre di più e il centralismo sembra plasmare questa stagione politica e i segnali all’orizzonte non promettono nulla di buono.
Non è un allarmismo sterile e neppure strumentale, ma la constatazione che a più di vent’anni da una riforma costituzionale al limitare del federalismo (più verbale che reale) con l’utilizzo di un termine alla moda - vale a dire sussidiarietà - si sono registrati passi indietro da giganti.
Questo non va bene per molte ragioni e il tema delle autonomie in senso più vasto possibile non esiste nel dibattito nazionale e questo è già di per sé stesso segno dei tempi grami. Si preferiscono urla, strepiti, insulti e bassezze, che avranno un esito certo su cui già oggi sono pronto a scommettere.
Si tratta del probabile debordare e me ne dolgo dell’esercito già enorme degli astensionisti, che rinunciano e fanno male ad un loro diritto, ma va anche compreso quando questo è frutto dell’impazzimento della politica che alimenta il fenomeno con clamorosa nonchalance.

Montagna con pochi eletti

Non ci voleva molto a capire che la riduzione drastica dei parlamentari con il ridisegno dei collegi e delle circoscrizioni elettorali avrà, come una delle conseguenze nefaste per la democrazia, un venir meno importante di eletti rappresentativi delle zone di montagna. Il Parlamento italiano diventerà ancora più “cittadino” e di pianura e le voci delle aree considerate purtroppo più marginali si faranno più flebili in barba a tutta la retorica sulla montagna.
E’ vero che per la Valle d’Aosta, protetti come siamo dallo Statuto che ci assegna un deputato e un senatore, nulla cambia (anzi si conta leggermente di più!) e che una vocazione naturale – non sempre esercitata da chi eletto in passato – dovrebbe essere quella di sentirsi portavoce delle Montagne in senso più ampio rispetto alle nostre. Tuttavia si ridurrà al lumicino quel nucleo storico di “Amici della Montagna”, che personalmente trasformai, quando ero alla Camera, da una specie di sottosezione del Club Alpino (associazione ormai alleata con il peggio dell’ambientalismo) in una lobby buona che, specie in epoca di Finanziaria, riusciva a strappare ogni volta qualche cosa di positivo per la montagna.
Spiace davvero questa diminutio nel numero dei “montanari” e dimostra quanto il populismo e la demagogia che spinsero alla riduzione nel nome dell’antipolitica e della lotta alla “Casta” abbiano fatto dei danni e continua ancora questa loro musica stonata in una campagna elettorale in cui emergono purtroppo quelli che la sparano più grossa. E colpisce il fatto che del futuro delle montagne, nella loro diversità in un territorio come quello italiano, non abbiano uno spazio, occupato invece da liti da cortile, se non da pollaio.
E invece – basti pensare alla discussione sulla nuova legge sulla montagna, naufragata contro lo scioglimento anticipato delle Camere – ci sono aspetti legislativi a tutela e per il rilancio delle Terre Alte che sarebbero necessarie. Con la Ministra delle Regioni Maria Stella Gelmini ho avuto incontri abbastanza burrascosi sull’insieme di norme che il Governo aveva studiato in maniera del tutto unilaterale, mettendo assieme articoli vari in una specie di accozzaglia senza anima. Era stato necessario, nel mio ruolo di coordinatore della montagna per le Regioni e le Province autonome, fare un lavoro di pulizia ed evocare poteri e competenze delle Regioni finite sotto lo schiacciasassi di chi evidentemente della montagna sapeva poco. Sforzo che aveva sortito un testo “meglio che niente”, finito appunto nelle carte del Parlamento, ma decaduto con la fine della Legislatura.
A fine settembre riunirò ad Aosta tutti gli Assessori regionali che hanno la delega sulla montagna per poter ripartire con il piede giusto per il futuro, cogliendo l’occasione per evocare con loro quelle misure comuni che dobbiamo assumere come conseguenze del cambiamento climatico. Questione delicata e difficile, ma che prevede anche in questo caso la definizione di un idem sentire, che per fortuna – come avvenuto con la discussione sulla legge della Gelmini – non terrà conto delle sole posizioni politiche ma dei superiori interessi concreti di chi anzitutto la montagna la vive.

Le rinnovabili incomprese

Raramente ho sentito e sento ancora delle scemenze come quelle dette da tanti politici di ogni schieramento - purtroppo compreso Draghi - sugli extraprofitti delle società del settore energetico. Ancora ieri autorevoli leader hanno blaterato senza conoscere il dossier e agendo per sentito dire.
Seguo, come da mia delega, le società partecipate e fra queste la CVA, e quindi sono stato costretto a capire meccanismi del mercato elettrico, che è effettivamente bislacco. Ma di sicuro lo sono certi interventi punitivi messi in legge con norme fiscali scritte con i piedi, che dimostrano come i decisori non abbiano capito le dinamiche di chi produce energia rinnovabile e dovrebbe essere premiato e non penalizzato. Però teniamoci forte, perché le già citate dichiarazioni di queste ore fanno temere tempi cupi anche per chi dovrebbe essere agevolato.
In un editoriale dell’Istituto Bruno Leoni si legge: “Scade oggi, 31 agosto, il termine entro il quale le imprese del settore energetico che non hanno versato l'acconto sull'imposta straordinaria sugli "extraprofitti" potranno ravvedersi. Se non lo fanno, il decreto aiuti-bis del 9 agosto raddoppia le sanzioni e priva i contribuenti dei consueti strumenti che l'ordinamento mette a disposizione per aggiustare la propria posizione fiscale, disponendo oltre tutto un piano di verifiche a tappeto da parte della Guardia di finanza e dell'Agenzia delle entrate. Così - purtroppo, non è una sorpresa - un balzello arbitrario e distorsivo produce un'attuazione perversa e fa venire meno le tutele dei contribuenti. Come sempre, una violazione dello stato di diritto ne genera altre”.
Triste constatazione che dimostra come la leva fiscale possa essere usata senza discernimento come una clava sulla testa di imprese e cittadini e in tema energetico la cautela dovrebbe contemperare i diritti degli utilizzatori di energia contro le speculazioni e anche la solidità delle imprese che, se strozzare, finiscono a carte quarantotto.
Ancora l’editoriale: “La tassa era stata introdotta, con un'aliquota del 10 per cento, dal decreto Ucraina-bis di marzo. Durante l'iter di conversione, senza una spiegazione e senza alcun approfondimento, l'aliquota era stata elevata di due volte e mezzo, fino al 25 per cento. Poiché la base imponibile non è costituita dagli utili delle imprese energetiche, ma dalla differenza nei saldi Iva tra due periodi (ottobre 2021-aprile 2022 contro ottobre 2020-aprile 2021), di cui il secondo in gran parte coincidente con una fase di lockdown, l'impatto sui bilanci delle imprese non ha quasi alcuna relazione coi profitti effettivi, e in alcuni casi può rivelarsi insostenibile”.
Prosegue la spiegazione: “Alla scadenza dell'acconto (30 giugno), però, si è scoperto che il gettito dell'imposta è stato molto inferiore ai quasi 11 miliardi preventivati: poco più di un miliardo. Questo è dovuto probabilmente a una sovrastima iniziale, ma anche - e forse soprattutto - alla scelta di molte imprese di non versare l'imposta nell'attesa dell'esito dei ricorsi, nella convinzione che il balzello finirà per essere giudicato incostituzionale. Ecco allora che il governo è intervenuto nuovamente. Chi non regolarizza la propria posizione adesso, e non versa integralmente il saldo entro il 30 novembre, verrà venire meno i principali istituti di garanzia e anzi sarà soggetto a sanzioni eccezionali. Infatti, il decreto aiuti-bis esclude gli strumenti di agevolazione connessi ai ritardati pagamenti quali il ravvedimento operoso e anzi raddoppia la sanzione ordinaria, dal 30 al 60 per cento”.
Commento finale: “Si tratta di un atteggiamento arrogante e punitivo che considera il contribuente - in questo caso le imprese del settore energetico - sempre e solo un delinquente, ignorando le garanzie previste dall'ordinamento. L'idea di fondo è che qualunque atto del governo è giusto per definizione, e guai a chiedere una verifica dei suoi presupposti o della sua sostenibilità.
Ancora una volta, la politica fiscale sembra trovare il fondamento della sua autorità non già nella Costituzione e nella legge, ma nel Marchese del grillo: io so' io”.
(E voi non siete un c…)

Pensieri sulle elezioni

Leggevo sul Corriere della Sera un articolo sulle prossime elezioni politiche di Massimiliano Tarantino Direttore Fondazione Feltrinelli.
Come spesso capita si tratta, attraverso stimoli di editorialisti, di porsi di fronte a idee e proposte, che finiscono per essere filtrate attraverso l’esperienza che ciascuno di noi ha accumulato nel tempo.
Ho partecipato personalmente a diverse campagne elettorali e mi sono occupato anche di campagne altrui e trovo che molte cose restino uguali nel tempo e altre siano cambiate in profondità.
Osserva Tarantino: “La campagna elettorale è il tempo del bicchiere mezzo pieno, anzi della ridda di soluzioni semplificate perché il proprio bicchiere sembri mezzo pieno, e quello dell’avversario perennemente mezzo vuoto. La politica si riduce all’osso, tema soluzione sorriso. Pillole di consolazione per elettori arrabbiati, spunti frammentati costruiti per catturare l’attenzione, far innamorare, incantare. Con due conseguenze, il voto poco consapevole dei più affezionati e l’aumento a dismisura del partito dell’astensione. Ma non è una strada ineluttabile, possiamo vivere la campagna elettorale dotandoci di qualche anticorpo che non ci faccia partecipare per stordimento ma per convincimento”.
Un menu interessante per chi alla fine resta, anche se non come attore nelle attuali elezioni per via dei giochi della politica, interessato a parlarne perché con la democrazia non si scherza.
Trovo stimolante questo primo pensiero: “I partiti propongono soluzioni un po’ su tutto, ma rarissimamente si tratta di idee originali che non hanno delle esperienze analoghe in altri Paesi. Tutti gli schieramenti appartengono a famiglie europee che si muovono su binari simili, se non identici. Confrontare le soluzioni italiane con quelle già sperimentate dai cugini spagnoli, francesi o tedeschi consente di uscire dal nostro ombelico e di togliere la componente di propaganda andando al cuore dell’applicabilità delle varie riforme. La politica è realtà”.
Mi sembra giusto: benissimo, nel caso delle Politiche in Valle d’Aosta, guardare a temi specifici e a problemi locali da risolvere, ma questo sguardo altrove evita di sprofondare in logiche “provinciali” e chi parla poco di Europa va guardato con sospetto.
Altro punto: “La politica tende a rincorrere una fiducia incondizionata e ad indurre l’elettore all’accettazione fideistica. Non bisogna credere, serve informarsi e internet, la tv, i giornali non bastano. Servono strumenti di approfondimento lenti, come solo i libri sanno essere. Un giro in libreria per un paio di acquisti mirati consente di dedicare il tempo giusto al confronto e all’approfondimento. La politica è cultura”.
Come non condividere la necessità di avere elettori (e allo specchio eletti) che abbiano consapevolezza del voto e delle sfide conseguenti?
E ancora, specie di fronte alla sfida della vanità e del “chi le spara più grosse”: “Segui il denaro. Nessuna soluzione è a saldo zero. Sebbene sia oltremodo legittimo per le varie parti in gara la scelta di cosa preferire nella propria agenda delle priorità, non sempre, per usare un eufemismo, sono trasparenti le conseguenze economiche. Vanno ricercate e se non ci sono vanno pretese, con domande accurate e risposte puntuali. Quanto ci costa? La politica è denaro”.
Infine: “Siamo diventati degli elettori poco esigenti. Ci siamo abituati al fiato corto, richiediamo soluzioni Ikea, facili da montare, per assecondare un bisogno impellente. Poi si vedrà, ci penserà qualcun altro. Invece quel qualcun altro siamo noi. Diamo fiducia alle proposte che ci fanno vedere un modello di società complessiva nella quale ci riconosciamo, non assecondiamo il beneficio individuale che erode o trascura la prospettiva della comunità. La politica è generosità”.
Scrivere quest’ultima frase immagino sia stato difficile in una logica di antipolitica che non deflette malgrado tutto. Il senso di comunità resta il segno necessario che crea la differenza.

Da Barmasc a Dinajpur

Barmasc, frazione di Ayas che si trova sotto lo Zerbion, è uno dei miei luoghi del cuore. Ci andavo da piccolo con i miei genitori, da cronista tv seguii le vicende di un matto barricatosi nel piccolo santuario, da deputato partecipai alla messa dell’Angelus celebrata lassù da Giovanni Paolo II, ci sono andato con i miei bambini e con tanti amici.
Già in passato avevo notato in una baita solitaria in pietra una scritta che così diceva: “In questa casetta trascorse l’infanzia e l’adolescenza il pastorello Giuseppe Obert diventato pastore di anime nella lontana India”.
L’ho rivista l’altro giorno questa placca, giunto lì durante una gita dal Col de Joux attraverso il suggestivo sentiero lungo lo straordinario Ru Courtod, un conale di epoca medioevale che porta l’acqua dal Monte Rosa per irrigare la collina di Saint-Vincent, dopo un percorso di 25 km. Il passaggio attraverso le molte gallerie scavate nella roccia è un’esperienza unica.
Già a suo tempo mi ero ripromesso di saperne di più su questo prete di montagna finito in Asia
e sono incappato sul Web su di un articolo di pochi mesi fa su Asianews a firma Sumon Corraya: che annuncia l’avvio del procedimento di beatificazione di Mons. Obert: “L'annuncio a Dinajpur nel cinquantesimo della morte del missionario del Pime che fu vescovo della diocesi e fondò un ordine locale di suore subito dopo la separazione dall'India. Una religiosa rimasta per 31 giorni priva di conoscenza a causa del Covid è guarita dopo la preghiera delle consorelle che hanno invocato l'intercessione del fondatore”.
Intanto, come si è scoperto, oggi non bisogna parlare di India ma di Bangladesh e il giornalista così dettaglia: “Nel 50° anniversario della morte di p. Giuseppe Obert, misisonario del Pime che fu vescovo di Dinajpur dal 1949 al 1968, le suore catechiste del Cuore Immacolato di Maria Regina degli Angeli, conosciute in Bangladesh come le suore Shanti Rani da lui fondate, hanno annunciato l’intenzione di promuovere la sua causa di beatificazione. “Presto prenderemo l'iniziativa per aprire il processo canonico”, spiega la superiora generale dell’ordine, suor Beena S. Rozario.
“Pensiamo che lui sia un santo. Dovremmo pregare la sua intercessione”, continua la superiora generale delle suore Shanti Rani, “Alcune persone hanno già ricevuto grazie attraverso di lui. Una delle nostre sorelle colpita gravemente dal coronavirus è stata priva di sensi per 31 giorni. I medici avevano detto che non sarebbe sopravvissuta, ma - con la nostra incessante preghiera al vescovo Obert - guarì. Pensiamo che sia un miracolo” “.
Poi la spiegazione: “Nato nel 1890 a Lignod, nella regione montuosa italiana della Valle d’Aosta, p. Giuseppe partì per l’allora Bengala nel 1919. Nominato vescovo di Dinajpur nel 1949, 70 anni fondò l’ordine delle suore Shanti Rani quando a causa della separazione con l’India le suore non potevano può raggiungere questa zona per il lavoro pastorale. Il 3 ottobre 1951 la congregazione locale nacque con cinque giovani donne locali, nell’ostello gestito dalle suore di Maria Bambina, accanto alla casa del vescovo. La prima madre e maestra delle novizie fu suor Enrichetta Motta, delle suore di Maria Bambina con p. Francesco Ghezzi, missionario del Pime come amministratore speciale. Nello stesso anno altre sei giovani donne di Krishonogor, nel Bengala occidentale, si unirono alle novizie; l’ordine venne poi fondato ufficialmente il 19 marzo 1952 e il 30 aprile 1953, le religiose emisero i primi voti come Shanti Rani Sisters.
Oggi sono 164 e svolgono il loro ministero nell’educazione, nella salute e nella catechesi. Sei di loro sono oggi impegnate anche fuori dal Bangladesh come missionarie. “Fin dall'inizio, abbiamo insegnato ai catechisti e contribuito all’evangelizzazione nella parte settentrionale del Paese”, spiega suor Beena. “La nostra congregazione ha dato un enorme contributo in questo senso e l’obiettivo del vescovo Obert è stato raggiunto al 100%” conclude, ricordando una delle massime di p. Giuseppe: “Crescete in qualità, invece che di numero”.
Gli insegnamenti e le virtù di mons. Obert sono ricordati anche da mons. Gervas Rozario, vescovo di Rajshahi e vicepresidente della Conferenza episcopale cattolica del Bangladesh, che ricorda di essere stato un suo chierichetto. “Non l'ho mai visto esprimere rabbia – racconta - ho sempre visto un dolce sorriso sul suo viso. Era un essere umano gentile. Ha predicato tra i tribali nella parte settentrionale del Bangladesh conducendo una vita come quella di Gesù Cristo”. Per questo Mons. Gervas prega di poter “essere gentile come lui e di predicare il messaggio di Dio con il sorriso sulle labbra” “.
Una semplice iscrizione mi ha così portato lontano a incontrare questa personalità del passato diventato missionario, com’è avvenuto nel tempo per molti altri preti valdostani sparsi nel mondo, e chissà che non possa diventare Santo.

Autunno caldo?

Torna da un passato ormai lontano l’espressione “Autunno caldo”, che dovrebbe - aggiornata ad oggi - indicare un periodo delicato che si concretizzerà nelle prossime settimane con preoccupazioni, disagi, proteste e altro ancora. Nulla di nuovo in questi anni in cui un grigiore si è depositato sulle nostre vite con momenti complesso in cui anche fare politica è diventato una gara ad ostacoli. Ognuno nel privato e nel pubblico potrebbe raccontare le su storie e quel disagio generalizzato che ci rende a tratti e a diversi gradi più ansiosi e talvolta cupi. L’aria dei tempi, che pure ho respirato da ragazzino, ci rendeva fiduciosi in un movimento progressivo e non regressivo.
Il riferimento storico di fatto è distante e persino improprio perché la Storia mai si ripete in modo identico. Era, comunque sia, l’autunno del 1969 (avevo 10 anni!) ed era in corso quel fenomeno di cambiamento discusso e discutibile che fu il Sessantotto. Una stagione ampia (tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, dovendola situare) di ribellione delle giovani generazioni, attratte dall’ideale di rivoluzionare la società e la politica. Quelle rivolte esercitarono una profonda influenza sui processi di trasformazione dei comportamenti e della mentalità è proprio di questi tempi ci sono stati tanti libri che ne hanno ripercorso le diverse tappe con un bilancio ex post.
Nell’autunno di 51 anni fa, dopo gli studenti, furono gli operai a scendere in piazza per richiedere allo stato una tutela dei lavoratori.
È l’aggettivo “caldo” serviva a descrivere in sintesi l’insieme delle manifestazioni, degli scioperi, delle occupazioni di Università e fabbriche e degli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Sortì da quell’insieme di eventi anche lo Statuto dei lavoratori.
Ora, sia chiaro, l’autunno caldo di oggi avrà caratteristiche diverse. Siamo ancora in apprensione per la pandemia che potrebbe tornare e pesa ancora non poco e si affacciano sulla scena un insieme di temi da far tremare i polsi.
Il primo - tutto italiano - è l’esito delle urne e la legittima preoccupazione che una come Giorgia Meloni possa finire a Palazzo Chigi con il suo codazzo di camerati. Roba da brivido.
Il secondo è la questione della guerra in Ucraina con il suo codazzo come la flambée terribile del prezzo dell’energia che colpisce famiglie e aziende e prevederà nei mesi a venire austerità e risparmi. Ma questa guerra si somma alla mancanza di materiale di vario genere con rincari conseguenti e soprattutto è tornata l’inflazione con rincari generalizzati e conseguenze gravi per le nostre tasche.
La terza preoccupazione riguarda i bizantinismi attorno al PNRR, soldi necessari per l’economia, che rischieranno di non essere spesi anche a causa della logica centralistica e con bandi che spesso creano solo pasticcio.
Si aggiunge, come ultimi tema, la questione delicata del cambiamento climatico e dell’attuale siccità che proprio tra poche settimane potrà peggiorare i danni già avuti, ad esempio in agricoltura, con una penuria d’acqua potabile che si aggiungerebbe a tutte le altre magagne elencate.
Nervi saldi si dimostrano indispensabili nei diversi livelli di responsabilità.

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