Le canzoni di una vita

Le canzoni sono la colonna sonora della nostra vita. Basta ascoltarne una e se ci appartiene in qualche modo si accende una lampadina che la collega a qualche evento o più semplicemente riporta alla memoria musica e parole con incredibile spontaneità.
Scrisse argutamente Eugenio Scalfari: “La canzonetta custodisce la memoria. A guardar bene è un contenitore di memoria, probabilmente il più perfetto a stimolare quella parte del cervello che conserva i ricordi del passato, i volti, i luoghi, le vicende, gli amori e i dolori, insomma la biografia delle persone”.
Aggiungeva nella logica pluriuso il grande George Moustaki: “Una canzone? “E teatro, film, romanzo, idea, slogan, atto di fede, danza, festa, lutto, canto d’amore, arma, prodotto deperibile, compagnia, momento della vita”.
Dico sempre e ribadisco che anche su questo nessuna generazione precedente a quella della seconda metà del secolo scorso ha vissuto anche in questo rivoluzioni tecnologiche senza eguali. La solfa è sempre la stessa e volgarmente si dice che siamo passati - anche se so che l’espressione non è esatta - dall’ analogico al digitale. Certi apparecchi con cui si ascoltava la musica erano più meccanici nel senso vero e proprio!
Oggi la musica la si può ascoltare con diverse modalità e con una ricchezza di offerta che fa impallidire noi che andavamo a comprare dischi e musicassette e poi ci siamo ingegnati con walkman, CD, MP3 e iPod sino agli attuali streaming online.
La televisione e la radio sono stati una presenza rivoluzionaria con l’uscita dal monopolio Rai negli anni Settanta. Trasmissioni come l’ancora vivo Festival di Sanremo (che sembra ormai il paleolitico rispetto a XFactor e simili) e il Disco per l’Estate e il Festivalbar dettavano la linea.
Oggi mi pare che, a parte l’ancora crescente dominio angloamericano, si affermi una gigantesca kermesse di canzoni usa e getta con capacità delle major musicali di far emergere successi non solo per abili capacità di costruire personaggi, ma per campagne di marketing che impongono canzoni che appaiono dappertutto e sono spesso prodotti di laboratorio (in sala d’incisione, beninteso).
Eppure, cari lettori, basta poco per capire che cosa distingua il grano dalla pula e i fuoriclasse emergono come esempio per i “nuovi” che spesso durano il tempo di un cerino.
Nelle scorse ore, a proposito di canzoni rievocative, mi sono goduto il concerto del duo - cominciarono già in coppia agli esordi! - Francesco De Gregori e Antonello Venditti. Non solo è stato un tuffo in canzoni che sono state un caposaldo nei
miei decenni passati, ma la scoperta banale di come una band con professionisti di gran calibro e cantanti intonati efficaci facciano faville.
Come ha cantato il grande Francesco Guccini: “La canzone può aprirti il cuore | con la ragione o col sentimento | fatta di pane, vino, sudore | lunga una vita, lunga un momento. | Si può cantare a voce sguaiata | quando sei in branco, per allegria | o la sussurri appena accennata | se ti circonda la malinconia | e ti ricorda quel canto muto | la donna che ha fatto innamorare | le vite che tu non hai vissuto | e quella che tu vuoi dimenticare”.

Esserci ancora

Questi giorni sono dedicati al ricordo delle persone che non ci sono più e penso che tutti riflettiamo in qualche modo nell’occasione sul mistero della morte. Niente di nuovo, pensando che il culto dei morti è antico quanto l’umanità. Anche se molto cambia a seconda delle epoche e delle culture.
Noto, ad esempio, di questi tempi una crescita della scelta di non voler più i propri funerali. C’è chi chiede un annuncio post mortem e talvolta neanche più quello. Così come la scelta della cremazione (che ho chiesto quando verrà il momento) coincide talvolta con la decisione di non aver neanche più una tomba con una dispersione delle ceneri in un luogo amato.
Osservava già qualche anno fa Tiziano Terzani: “Quand’ero ragazzo era un fatto corale. Moriva un vicino di casa e tutti assistevano, aiutavano. La morte veniva mostrata. Si apriva la casa, il morto veniva esposto e ciascuno faceva così la sua conoscenza con la morte. Oggi è il contrario: la morte è un imbarazzo, viene nascosta. Nessuno sa più gestirla. Nessuno sa più cosa fare con un morto. L’esperienza della morte si fa sempre più rara e uno può arrivare alla propria senza mai aver visto quella di un altro”.
Difficile da far capire questi straniamento a chi ha bisogno, invece, di un luogo fisico d’incontro e confesso di aver visto nei miei viaggi cimitero di diverse confessioni religiose che sono evocativi e profondi. Anzi, consiglio sempre e non per scherzo di non farsi scrupoli a visitare dai cimiteri monumentali ai camposanti dei paesini di montagna, da certi cimiteri mediterranei sul mare a verte sepoltura nelle chiese più prestigiose. Può essere anche una sorta di medicina. Scriveva Emil Cioran: “Alla minima contrarietà, e a maggior ragione al minimo dispiacere, bisogna precipitarsi nel cimitero più vicino, dispensatore immediato di una calma che si cercherebbe invano altrove”.
Ha ragione Valérie Perrin: “Credo che ci siano due modi diversi per guardare un cimitero: come un luogo di tristezza e come un giardino "des esprits", un posto pieno di fotografie, di fiori ma anche di epitaffi che parlano d'amore, di bellezza e di resurrezione. Il cimitero è un luogo di tristezza ma anche di struggente poesia”.
Da bambino questa storia del periodo dei Morti mi turbava ed erano giorni con cattivi pensieri. Le visite ai cimiteri con le tombe di amici e parenti erano un rito ripetitivo e mi stupivo di quel mondo che si affannava nei cimiteri con una vera e propria alacrità fra tombe e loculi, che risultava stridente con la solennità dei luoghi dell’eterno riposo.
Ricordo un pensiero fugace, quasi infantile, in una frase di Antonio Tabucchi che si occupava di chi lì ci sta: “Cosa fanno le persone importanti in un cimitero? Dormono, anche loro dormono uguale uguale alle persone che non contarono niente. E tutti nella stessa posizione: orizzontali. L’eternità è orizzontale”.
Pensare alle persone scomparse, specie quelle più care ma non solo loro, alimenta una straordinaria macchina del tempo, che ci consente di evocare momenti e luoghi. E anche di pensare banalmente che pezzettini di chi non c’è più sono rimasti dentro di noi e basta poco per farli rivivere, fosse anche per un momento infinitesimale, che ti fa pensare che con te ci sono ancora o meglio sempre.

Certe tappe della vita

Invecchiare è un destino ineluttabile. E in fondo, al di là di ogni possibile commento, appare risolutivo a proposito il pensiero fulminante di Charles Augustin de Sainte-Beuve: “Invecchiare è noioso, ma è l’unico modo che abbiamo per vivere a lungo”. Per cui chi se ne lamenta dovrebbe pensare a questa implicazione non secondaria, anche se, guardando alla mia mamma che di anni ne ha ormai 92, bisogna sperare di arrivarci come lei in buona salute a certe venerande età e purtroppo certi suoi smarrimenti che arrivano sono un prezzo da pagare nell’ultimo tratto del proprio percorso terreno.
Quel che è certo è che il passare degli anni è segnato dalle solite tappe della vita, alcune felici altre no, come due facce della stessa moneta.
Una delle gioie nel proprio cammino sono le lauree dei propri figli. Laurent si laureò a Piacenza alla Cattolica con la magistrale in Food Marketing (la triennale in Scienze Politiche fu ad Aosta) in periodo Covid con una discussione della tesi on line e come tale piuttosto deprimente. Eravamo a casa solo lui ed io con fiducia nella bontà del Wi-Fi domestico, chiave di accesso a relatore e commissione.
Ora, per fortuna con presenza dal vivo, è toccato a sua sorella Eugénie (che aveva preso la triennale in Architettura a Torino) e questa volta ha concluso la magistrale a Mestre, con discussione della tesi presso Ca' Foscari già vista per noi familiari in video qualche ora prima, seguita infine dalla proclamazione (110/110) in nostra presenza con allegata scappata turistica a Venezia. La sua tesi, molto scientifica, è stata dedicata all’edificio settecentesco noto come “casa delle vigne” (vigna Pallin), che si trova a pochi passi dall’Institut agricole di Aosta. Un pittoresco padiglione che serviva come ospitalità a partire dai primi costruttori, il ramo Passerin d’Entrèves di Châtillon. La tesi ha riguardato in particolare le scandole in ceramica vetriata dai colori sgargianti posti sul tetto, probabilmente prodotte a Castellamonte.
In questa logica delle tappe della vita l’Università, come fu per me è per i miei cari, è una soddisfazione, questa volta da papà trepidante.
Studiare serve? Mi sforzo di ripetere di sì, anche se viviamo troppo spesso una sorta di scetticismo sul punto, mai registrato in passato. E invece lo studio - e non solo a scuola, beninteso, ma in tutte le altre modalità nel corso della propria vita - ti aiuta a crescere perché ogni pezzo di cultura in più è una conquista.
La nostra responsabilità di genitori, per non dire dell’obbligo professionale di chi insegna, veniva ben ricordato da quello straordinario divulgatore di scienza e cultura che è stato Piero Angela: “Nella vita ho imparato che, per ottenere il meglio dalle persone, bisogna riuscire a motivarle: nel caso dello studio, è fondamentale far scoprire quanto una materia possa essere interessante, andando oltre lo strato "duro", e raccontarla con un linguaggio stimolante e creativo”.
E, se necessario, quando bisogna persuadere qualcuno di questa necessità di apprendere e lo vedo con il mio figlio più piccolo, Alexis. che si affaccia inquieto all’adolescenza, adoperiamo il grande e bizzarro Albert Einstein:
“Non considerate mai lo studio come un dovere, ma come una occasione invidiabile di imparare a conoscere l'effetto liberatorio della bellezza spirituale, non solo per il vostro proprio godimento, ma per il bene della comunità alla quale appartiene la vostra opera futura”.
Ma torniamo alla laurea di Eugénie e all’occasione offerta per riflettere su grandi felicità come i figli che studiano e raggiungono la laurea. Io stesso mi sono laureato dopo essere diventato giornalista professionista, inseguendo subito dopo la Maturità quel mestiere che volevo fosse il mio. Ma per me e anche per i miei genitori la laurea era un dovere. E sono stati studi, quando già lavoravo, che mi hanno confermato il senso di una scelta: non fermarsi mai di studiare e ogni elemento nuovo che si apprende, specie quando serve per non restare indietro in un mondo che cambia, è un elemento prezioso per restare contemporaneo e non diventare passato.

Se avessimo la coda

Ci sono cose che fanno sorridere ed sempre una fortuna. In certo grigiore, che talvolta si tinge pure di nero, avere uno svago mentale aiuta. L’umorismo è una dote a cui ogni tanto mi aggrappo.
Ed è quanto è capitato, leggendo su La Zampa (sezione comune su La Repubblica e su La Stampa nella deprecabile omogeneizzazione delle due testate voluta dagli eredi Agnelli) un articolo simpatico di Noemi Penna.
L’incipit è questo: ”Come sarebbe la vita se gli umani avessero la coda? Le storie abbondano nelle mitologie di tutto il mondo. Ma in che modo quell’appendice che l’evoluzione ci ha fatto perdere qualcosa come 25 milioni di anni fa cambierebbe la nostra vita quotidiana?”.
Segue la spiegazione: ”In realtà, tutti noi abbiamo avuto una coda. Questo accade durante la quinta settimana gestazionale e normalmente scompare entro l’ottava. Alcuni neonati, però, possono mostrare questa escrescenza che non si è riassorbita. La “pseudo coda” spunta da una fessura nella colonna vertebrale o da un coccige irregolare: spesso contiene muscoli, tessuto connettivo e vasi sanguigni, ma non ossa o cartilagini, non è funzionale e di solito viene rimossa poco dopo la nascita”.
Su come sarebbe stata la nostra coda, se fosse rimasta?
Risposta: ”I nostri parenti più stretti, ovvero le scimmie del "vecchio mondo" che vivono in Africa, Asia e nell’Europa meridionale come babbuini e macachi, usano la coda principalmente per l’equilibrio e quindi probabilmente anche le nostre non sarebbero state prensili, perché sarebbero un passo indietro nell’evoluzione. Tuttavia, come spiega l’antropologo evoluzionista Peter Kappeler dell’Università di Göttingen, ciò non significa necessariamente che sarebbero inutili. “Una lunga coda pelosa come quella di un macaco potrebbe essere utile per avvolgerci al caldo, come una sciarpa incorporata. E se ci fossimo evoluti per andare in letargo durante l’inverno, le nostre code potrebbero tornare utili come sistema di accumulo di grasso”.
 Nel proseguo dal sorriso si passa alla risata: ”Secondo Jonathan Marks dell’Università della Carolina del Nord le code corte potrebbero rendere difficile sedersi su una sedia. “Chiaramente, se avessimo la coda, avremmo bisogno di ridisegnare i sedili delle auto e i costumi da bagno”. Averne una lunga, invece, altererebbe probabilmente il modo in cui camminiamo. “Una coda in stile T rex ci costringerebbe a piegarci in avanti sui fianchi, tenendo il petto parallelo al suolo piuttosto che in posizione verticale. Una coda da canguro sarebbe difficile da manovrare senza saltare, altrimenti si trascinerebbe fastidiosamente a terra. Sicuramente la nostra modalità di locomozione sarebbe molto diversa rispetto a come la conosciamo”, ha detto”.
Chissà se una coda ci avrebbe permesso di essere sbugiardati rispetto ai nostri reali sentimenti e alle nostre emozioni.
Pensiamo al gatto con due esempi, cominciando dalla coda dritta. Puntata su verso l'alto, a formare un angolo retto con il dorso, è una delle posizioni più classiche: è il segnale di un saluto, il suo ciao ma anche la sua gioia nel vederci, e spesso è il momento prima del contatto, in cui il micio studia chi ha davanti prima di avvicinarsi.
Veniamo alla coda del gatto che si agita velocemente. È un chiaro segnale di agitazione del gatto, forse paura o fastidio, spesso sintomo di rabbia. Guardati intorno per capire cosa lo disturba.
E il cane? Vediamo qualche esempio. La coda tesa, in posizione orizzontale rispetto al corpo, indica uno stato di tensione e nervosismo del cane.
Se la coda è tesa verso l’alto può indicare aggressività.
Quando la coda si muove velocemente da un lato all’altro e la testa del cane è alzata indica eccitazione ed euforia.
Se gli umani avessero la coda, allora sarebbe un bel problema celare i propri pensieri.

Pensando alla Meloni

Occorre avere l’attenzione giusta rispetto alla recentissima nascita del Governo Meloni per capire dove questa prima donna al comando - distantissima dai miei ideali di Presidente del Consiglio - porterà l’Italia. Ha un suo bagaglio culturale che certo obbliga alla vigilanza e che lei tende a oscurare, contando sulla scarsa memoria degli italiani, che comprende anche la Storia nei suoi tratti più dolorosi, Fascismo compreso.
Bisogna, avendo contezza della realtà, affrontare i temi da risolvere nel confronto con Roma, senza svendere le proprie convinzioni e in primis l’adesione - per me indefessa - al credo autonomista e federalista.
Con ogni Governo nazionale con cui mi sono confrontato, quando fui deputato, partivo da un semplice elenco dei temi necessari per la Valle d’Aosta, che ho ritrovato anche in alcune agendine di allora, e che consegnavo in bella copia con il Senatore coéquipier anzitutto al Presidente incaricato prima della formazione del Governo (incontri annullati dalla Meloni con scelta discutibile). Argomenti che ripetevo in aula e persino allegavo ai resoconti parlamentari al momento della fiducia. Da questo elenco toglievo il tema quando veniva risolto e appuntavo in corso di Legislatura novità con priorità per questioni sopravvenute. Poi mi mettevo al lavoro, punto e basta, dentro alla Camera per leggi specifiche o norme utili da infilare dove si poteva, adoperando quando utile il sindacato ispettivo e incontri vis à vis necessari per illustrare le nostre ragioni. Tutto ciò prescindendo dal colore politico del mio interlocutore, spiegando le necessità in modo circostanziato. Cosa più facile con persone con cui eri in lunghezza d’onda, più difficile con altri. Questa è politica: interlocuzione e ricerca di punti d’incontro con gentilezza ma anche, se necessario, battendo i pugni sul tavolo e soprattutto cercando alleanze ed essendo sempre presenti quando ci vuole.
Detto così sembra semplice, ma non sempre lo è stato. Quel che contava è farsi conoscere e conoscere, stando a Roma tutto il tempo necessario e senza preclusioni anche con Ministri che pure non ti piacevano.
Rivendico un buon tasso di successi e il fatto di cui vantarmi di essere stati a Montecitorio ”il valdostano Caveri”, che era quello che dovevo essere.
Sugli indirizzi di questa Legislatura, in senso più vasto, mi riconosco bei filoni indicati sul Corriere dal sempreverde Sabino Cassese.
Il primo: ”L’esecutivo non potrà continuare pratiche che una parte di esso ha criticato dall’opposizione, come le troppe richieste di voti di fiducia per abbreviare l’esame parlamentare degli atti di iniziativa governativa.
Più in generale, la bilancia dei rapporti Parlamento-governo dovrà ritornare a pendere dalla parte del Parlamento. E questo produrrà il ripristino del «figurino» costituzionale, tradito negli ultimi decenni dalla «Costituzione vivente»”.
Il secondo: « Da molti anni, in un continuo crescendo, ministri della difesa, dell’economia, dell’agricoltura, dell’industria, della cultura, del turismo, del lavoro, sono chiamati a rappresentare gli interessi nazionali in consessi internazionali, nei quali occorre esser presenti e ben preparati, per far sentire la voce dell’Italia, per negoziare con perizia, per saper proporre compromessi ragionevoli”.
Il terzo: ”Un altro cambiamento importante nel sistema di governo italiano è quello che deriva dall’esperimento regionale, che ha ormai raggiunto il mezzo secolo di vita. I governi nazionali debbono, in molte materie, non solo quelle definite concorrenti, informarsi reciprocamente, discutere, negoziare, co-decidere con le regioni. E questo si è visto molto bene durante la pandemia, quando le regioni, anche perché forti del loro sistema presidenziale, hanno fatto la voce grossa con i governi nazionali. Una modifica del regolamento del Senato, apportata nel luglio scorso, prevede che la Commissione parlamentare per le questioni regionali possa invitare rappresentanti delle regioni a partecipare alle sedute della Commissione stessa. Questo è un altro raccordo a disposizione anche del governo, per evitare un eccesso di conflittualità centro-periferia.
Gli esecutivi statali, in sistemi policentrici come quelli contemporanei, articolati in tanti governi sub-nazionali e ancora più governi sovra-nazionali, costituiscono un punto di snodo essenziale. Sono tirati da una parte e dall’altra. Proprio per questo hanno acquisito un potere che durante il periodo dei «governi di assemblea» non avevano. Questo richiede non solo tanto lavoro, ma anche la capacità di «aggiustare il tiro» per adeguare strutture e azione di governo ai nuovi contesti. Una delle prime regole di ogni governo è di non rimanere prigionieri delle questioni urgenti, che tendono sempre a prendere la mano a quelle importanti”.
Parole sagge e speranze importanti, che vedo difficilmente realizzabili, ma lo scrivo senza pregiudizi e dunque vedremo dal vivo gli eventi e gli esiti conseguenti.

Gli studenti in carcere

Ringrazio il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria di aver accolto la proposta della nostra Sovrintendenza agli studi di effettuare all’interno della Casa circondariale di Brissogne una serie di incontri sulla legalità e la cittadinanza con esperti vari e soprattutto con la presenza dei vertici della struttura e di una rappresentanza dei detenuti.
È un’iniziativa nata in seguito alla firma fra l’allora Ministro della Giustizia, Marta Cartabria, ed il Presidente della Regione, Erik Lavevaz, di un protocollo d’intesa in materia di ordinamento penitenziario.
In passato molte volte ho visitato questo carcere, ben diverso dalla struttura storica della Torre dei Balivi che divenne prigione dal XV secolo, essendo invece una struttura grande nata negli anni Ottanta del secolo scorso e non più limitata detenuti locali. Vedere dal di dentro è ben diverso dal visitarla all’interno a contatto con quella umanità dolente che la abita coattivamente. C’è sempre un brivido e molte emozioni nel percorrere quei corridoi intervallati da cancelli che si aprono e che si chiudono con quelle celle in cui i condannati espiano le loro colpe.
Così è stato per i ragazzi delle scuole, che saranno alla fine circa 300 a varcare quel portone d’ingresso, ricevendo una scossa a contatto con un mondo dì reclusione che ho visto, con un primo gruppo, quanto possa impressionare gli studenti. In senso positivo, naturalmente, come se fosse - nella crudezza dei luoghi e delle testimonianze dei condannati - una specie di vaccino contro il rischio di cadere nell’illegalità.
Ho ricordato ai ragazzi due questioni. La prima è ricordare il come il comma tre dell’articolo 27 della Costituzione, sia chiaro nella sua essenzialità: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Non è così negli Stati non democratici, come avviene oggi con le donne incarcerate in Iran perché hanno manifestato per la loro libertà o i dissidenti politici in galera nella Russia di Putin, tanto per fare due esempi nell’attualità.
La seconda considerazione riguarda propri i giovani. Nella nostra piccola Valle d’Aosta per la prima volta si assiste alla nascita di bande giovanili che non si limitano a ragazzate adolescenziali, ma hanno ormai varcato il confine sul terreno dei reati veri e propri e non sempre penso abbiano coscienza di che cosa significhi e quali saranno le conseguenze gravi sul loro futuro. Chiari gli ammonimenti nelle testimonianze, cui ho assistito, dei detenuti, che nei loro racconti hanno spiegato e ammesso i propri errori che li hanno portati dietro le sbarre e hanno anche ricordato come siano pericolosi certi messaggi violenti e eversivi che vengono da certi rapper alla moda.
In un primo tempo i ragazzi presenti si sono chiusi in un silenzio che esprimeva il loro disagio. Da una parte esiste una crescente difficoltà nelle scuole ad esprimersi oralmente, in una scelta didattica che per ragioni buone e anche cattive tende a fare quasi esclusivamente degli scritti e questo frustra la capacità nell’ esprimersi in pubblico. Dall’altra spesso il silenzio parla, quando sentimenti ed emozioni stentano, specie in circostanze nuove e inconsuete, a trasformarsi in ragionamenti da condividere.
Quando il clima si è sgelato, è stato un piacere constatare, in questi ragazzi che sono quasi alla fine delle Superiori, come l’impatto fosse stato proficuo per compartecipare ad una discussione. Questo in fondo, al di là dei discorsi dei “grandi”, è lo scopo di una visita così impegnativa in un mondo parallelo e autocentrato, che mostra però un volto sconosciuto, che è bene capire e non solo come ammonimento per tracciare il solco della propria esistenza.

Domande Oltralpe

Leggo ogni giorno il quotidiano francese Le Dauphiné, che copre zone d’Oltralpe con cui la Valle d’Aosta ha da una parte una storia comune sotto Casa Savoia e dall’altro territori di montagna assolutamente analoghi ai nostri. Le Alpi hanno, nei loro 1200 km di lunghezza e 300 km di larghezza, straordinarie analogie e analoghi problemi da affrontare e ciò vale a maggior ragione per l’area del Monte Bianco cui apparteniamo.
Il giornalista Sébastien Voinot si pone per il versante francese del tetto d’Europa alcuni interrogativi interessanti anche se traslati sul nostro versante. Io ne scelgo tre.
Prima domanda: Les stations auront-elles encore de la neige en 2050 ? Traggo qualche passaggio dalla risposta: “Avec le réchauffement climatique, de nombreuses stations de ski de moyenne montagne sont menacées par la raréfaction de l’or blanc. La hausse des températures suit un ordre de grandeur de 0,3 degré par décennie, soit près d’1 degré en 2050. Selon le consortium ClimSnow, la durée d’enneigement se réduira d’environ un mois par degré de réchauffement planétaire. Dit autrement, c’est une remontée de l’altitude d’enneigement de 100 à 250 mètres dans 30 ans, ce qui va inévitablement poser la question de la rentabilité de certaines installations”.
Poi con realismo e senza certo catastrofismo “verde”: “Nul doute que les stations du Mont-Blanc vont souffrir, mais difficile d’imaginer des fermetures en cascade d’ici 2050. Dans ce contexte annoncé, l’offre ski devra s’adapter à l’enneigement futur de nos montagnes”.
Seconda domanda: Y aura-t-il encore des camions dans la vallée ?
Risposta: “2032, c’est la dernière échéance la plus réaliste sur la possible ouverture du fameux Lyon-Turin. La création de cette ligne ferroviaire est sans cesse reculée, mais selon toute vraisemblance, elle devrait être ouverte avant 2050.
La promesse pour la vallée de l’Arve, c’est une baisse drastique du transport international poids lourds. Aujourd’hui, 1 700 camions passent par l’aire de régulation de Passy pour rejoindre plus haut, le tunnel du Mont-Blanc.
Dans 30 ans, l’infrastructure sera toujours là, d’autant qu’elle fait l’objet d’un grand programme de rénovation sur 2022 et 2023. Difficile de croire qu’elle n’accueillera plus de poids lourds, mais la réglementation devrait évoluer drastiquement pour ne laisser que des véhicules dits propres, comme ceux très attendus à hydrogène”.
Chi conosce il dossier è cosciente di come la questione sia molto più complessa e non si può non pensare, sapendo del secco non francese del raddoppio del traforo sul percorso attuale, ad un tunnel di base del Monte Bianco che in lunga prospettiva sostituisca - con tecnologie di trasporto diverse dalla strada come l’intermodalità - il vecchio tunnel.
Terza domanda: Qu’en sera-t-il de la fréquentation de la voie normale du mont Blanc ?
“L’ascension du Toit de l’Europe est loin d’être qu’une affaire d’alpinisme. (…) Avec l’avènement des réseaux sociaux qui anoblissent l’accomplissement personnel, le mont Blanc devrait rester un objectif pour bon nombre de sportifs en herbe durant de longues années.
Mais la voie normale est sujette à l’évolution climatique. Le risque ne cesse d’augmenter, année après année, dans le couloir du Goûter, les chutes de pierres sont légion. La fermeture des refuges de l’itinéraire durant 15 jours cet été en est une parfaite illustration. Comment l’ascension des 4 810 m pourra garder ce passage historique, probablement de plus en plus risqué en haute saison ? Le monde de l’alpinisme pourrait proposer un autre itinéraire, moins risqué. Si celui-ci devient plus dur, alors peut-être que cette course en montagne sera moins courue en 2050”.
Il tema è interessante e riguarda l’approccio anche ad altre cime, come per esempio il “nostro” e svizzero Cervino.

Dalla cuccia allo Spleen

”Era una notte buia e tempestosa”: è questa la frase con cui Snoopy, il cane punta di diamante fra i Peanuts, inizia le sue storie, scrivendo sulla sua macchina da scrivere, posizionato sul tetto della sua proverbiale cuccia.
Frase che in tanti - che ne conoscono l’origine - usiamo con senso scherzoso in diverse occasioni, e lo fa specie chi come me è figlio di Linus, la rivista di fumetti dove comparivano un tempo le strisce divertenti, ironiche e spesso sagge di Charles M. Schulz. Un’eredità che resta solida pure dopo la sua scomparsa.a dimostrazione che i fumetti sono stati un passaggio importante è che per ora tiene botta.
Ci pensavo rispetto a questi anni difficili e alla terribile difficoltà di mantenere una certa leggerezza di fronte ai momenti che stiamo vivendo e che ci obbligano a tenere a bada i nostri umori.
C’è questa parola - che assomiglia in qualche modo all’incipit un po’ gotico del celebre bracchetto di Linus - che è da prendere, invece, molto molto sul serio. È “spleen”, che sarebbe atteggiamento sentimentale malinconico. È un termine inglese che viene dall’antico francese “esplen” a sua volta di origine germanica si derivazione neolatina, che sarebbe niente altro che la milza. Si tratta dell’estensione metaforica, che si fonda sulla teoria degli umori, elaborata dalla medicina antica, che attribuisce alla milza la produzione di umor nero e il termine ha incontrato favore nella letteratura romantica. Ad essere precisi si tratta del romanticismo oscuro, cui potremmo dire appartenga l’incipit di Snoopy.
La più significativa espressione, ma già in chiave trasgressiva, è la poesia “Spleen” di Charles Baudelaire, che si trova nella prima parte de Les Fleurs du mal, descrivendo uno stato d’animo malinconico e insofferente
Ne ricordo i versi iniziali:
Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle
Sur l’esprit gémissant en proie aux longs ennuis,
Et que de l’horizon embrassant tout le cercle
Il nous verse un jour noir plus triste que les nuits

Baudelaire visse fra il 1821 e il 1867 e - pare che il creatore di Snoopy non lo sapesse - “Era una notte buia e tempestosa” - dice il sito illibraio - fu usato per la prima volta nel 1830, quando il drammaturgo e politico britannico Edward George Earle Bulwer-Lytton (1803-1873) dava alle stampe il romanzo Paul Clifford, che si apriva proprio con la frase “It was a dark and stormy night”. E ancor prima di lui, nel 1807, una locuzione era apparsa nell’opera satirica A history of New York di Washington Irving (1783-1859):
Insomma: padri nobili, che il nostro Snoopy non aveva letto e neppure il suo fido Woostock che avrebbe potuto consigliarlo.
Esiste, insomma, questa idea del dark che, nella capacità umana di scherzare sul triste e persino sul macabro, si rovescia in divertimento.
Halloween incombe e fa ridere chi dice “non è una nostra tradizione” o chi, peggio ancora, sostiene “un attentato paganeggiante alla religione”. Le tradizioni vanno e vengono nella contaminazione culturale e anche - seconda osservazione - nel nostro cristianesimo si mischiano immagini terribili di dolore e di sangue che sono la premessa alla gioia dell’”andate in pace”, che invita al sorriso e all’abbraccio di una comunità.

Il nostro pane quotidiano

Nel quadro di un progetto europeo transfrontaliero diverse località alpine italiane, francesi, svizzeri e slovene hanno celebrato giorni fa il “pan ner”, il pane nero che accomuna la “Civilisation alpestre” come la chiamava l’Abbé Joseph Bréan.
Per noi cinquanta forni dei villaggi di molti comuni della Valle d’Aosta si sono accesi per questa festa con un grande successo di pubblico nel solco di un’antica tradizione della vita comunitaria dei villaggi.
Faccio entrare in campo il grande studioso del francoprovenzale, Saverio Favre, con quanto scritto sul sito regionale dedicato al Patois.
Così dice: ”Autrefois, le pain était si important pour nos communautés qu'il représentait la vie et méritait le respect, voire même la vénération, de la part de tous. De nombreux usages relatifs au pain ont disparu, d'autres ont survécu jusqu'à nos jours, bien que pas partout et parfois avec des variantes ou des modifications. Dans de nombreuses paroisses, pendant la messe de funérailles, au cours de l'offertoire, un parent du défunt portant un cierge donnait un pain au célébrant qui le déposait sur l'autel. Ce pain servait à nourrir les chiens de garde du cimetière, qui devaient empêcher aux animaux sauvages et aux bêtes féroces d'y entrer pour creuser les tombes”.
E più avanti: ”À table, le pain ­ qui était toujours du pain noir, du pain de seigle ­ devait être traité avec un respect particulier : avant de le couper, il fallait faire sur lui le signe de la croix avec un couteau, un geste accompagné parfois de la formule Mon Djeu, manteun-nó todzor de si bon pan, « Mon Dieu, donne-nous toujours de ce bon pain » ; ce même signe de la croix était fait avant de manger le pain béni, au moment de rompre le caillé, sur un champ qui venait d'être labouré, avec le manche du râteau (ou éventuellement avec deux bouts de bois), et en disant, dans ce dernier cas, un De profundis ... pour les âmes de ceux qui avaient labouré ce même terrain autrefois. Le pain ne devait jamais être posé à l'envers sur la table, c'était un manque de respect: selon certains témoignages, si l'on posait le pain à l'envers c'était parce qu'on ne l'avait pas gagné honnêtement. Il ne fallait jamais jeter le pain. Pour souligner la vénération de nos aïeux pour le pain, une personne d'Ayas disait habituellement : Pètoùech alé pa a messa, ma chinqué pa vià lo pan!, « Plutôt n'allez pas à la messe, mais ne jetez pas le pain ! », estimant ainsi que jeter le pain était un péché plus grave que ne pas aller à la messe du dimanche (à l'époque presque tous étaient pratiquants)”.
Ho già parlato dell’ultimo libro di
Vito Teti, che scrive: ”Che il pane, per contiguità metonimiche, è il cibo che nutre e dà il senso, che il pane invera la fatica di chi l’ha prodotto. Di questa pedagogia del valore “filosofico” e culturale del pane resta memoria nelle tante iniziative promosse per la produzione biologica e per un consumo sostenibile, che rimane ancorato al rapporto con la terra, la fatica, la frugalitas”. D’altra parte, nel recitare il Padre Nostro, chiediamo sempre il “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”.
Fa sempre impressione, quando si è in altri Paesi e in Italia in altre Regioni, scoprire quanti pani esistano con diverse forme e gusti a dimostrazione della straordinaria inventiva umana e questo vale per le diverse modalità di impastii e di cottura. Una specie di sinfonia di cereali.

Il Berlusconi “sparlante”

Lo è o ci fa? L’interrogativo su Silvio Berlusconi è legittimo, dopo le uscite pressoché quotidiane da cavallo pazzo che picconano (per usare un verbo che venne usato per le esternazioni bislacche del Presidente Cossiga) la stabilità del centrodestra e fanno imbufalire Giorgia Meloni, ormai piazzata sulle scale di Palazzo Chigi.
Il punto più dolente è un Cavaliere che ai suoi eletti ha rivelato il suo sentimento filorusso (prendendo anche le distanze dal leader ucraino Zelensky) nel corso di un monologo a tratti grottesco.
Elio Vito, che è stato parlamentare di lungo corso prima radicale e poi di Forza Italia, ha fatto un tweet rivelatore almeno di un aspetto. Scrive: “Non faccia l'ingenua anche Meloni, le posizioni di Berlusconi su Putin, Crimea, Donbass, l'Ucraina erano note e ribadite, ahimè, anche dopo l'invasione russa. E lei ci si è alleata, ha preso voti, vinto collegi e le elezioni con Berlusconi. Ora fa l'atlantica, lei, amica di Orban”.
Già, la Meloni ha in corso una straordinaria azione di camuffamento che ha convinto gli italiani, abili nel farsi prendere all’amo come fece lo stesso Berlusconi, delle sue doti straordinarie e soprattutto di aver abiurato le radici neofasciste da cui indubitabilmente arriva.
Ma torniamo a Berlusca e alla sua vera o presunta cena di - spiace usare la parola - rincoglionimento senile.
Ha scritto lo scafato Francesco Merlo su Il Foglio: “Non sente bene da un orecchio, parla un po’ a ruota libera, si confonde sui collegi uninominali, racconta sempre la stessa barzelletta su lui e il Papa in aereo, comincia forse ad assomigliare al personaggio di quel film in cui Michele Placido interpreta un uomo politico che divenuto anziano non riesce più a dire le bugie e dunque dice tutto quello che pensa, eppure... “guardate che Berlusconi era così anche vent’anni fa. La resa scenica è logorata dagli anni, certo, ma l’animus pugnandi è lucido. Silvio a volte fa cose irrazionali che dipendono da un’esorbitante personalizzazione dei conflitti. E ora gli interessa solo una cosa, credetemi e non è politica: lui vuole sfregiare Giorgia Meloni, l’abusiva”. Dice così Fabrizio Cicchitto che è stato il capogruppo del Cavaliere negli anni napoleonici e disastrosi del Pdl, culminati nella notissima e furibonda lite con Gianfranco Fini, forse il climax ascendente dell’irrazionalità di questo Titano ribelle, Silvio Berlusconi appunto, mezzo Prometeo e mezzo Anticristo, anomalo perché in conflitto d’interessi, in conflitto d’interessi perché anomalo, chiamato dal destino a imporsi, a distruggere, a dilaniare anche se stesso in una battaglia e in una sofferenza sovrumane: “Dopo di me il diluvio”. Casini, Fini, Alfano, Tremonti, Scelli, Bertolaso, Brambilla, Samorì, Fiori, Martinelli (quello di Grom), Toti, Parisi... per venticinque anni Berlusconi ha lasciato intravedere ai suoi smaniosi alleati e cortigiani la possibilità di consegnare lo scettro a qualcuno di loro, indicando ora l’uno, ora l’altro, ora tutti e ora nessuno. Insomma ha divorato più delfini lui di qualsiasi altro pescecane, annichilendo persone anche per un nonnulla, e forse soltanto perché, come dice Giuliano Urbani, che Forza Italia la fondò con il Cavaliere nel 1994, “per Silvio è inconcepibile che qualcun altro possa fare il leader e il presidente del Consiglio del centrodestra al posto suo. Tanto meno la Meloni che sembra fatta costituzionalmente per non piacergli. Piccola, donna, giovane e anche un po’ ‘fascistina’ come disse Fedele Confalonieri”. E Salvini allora? “Salvini non è mai stato leader di niente, ha governato con i grillini e non è mai stato in predicato di diventare presidente del Consiglio. La Meloni invece lo manda ai matti. Letteralmente. E’ proprio così, io lo conosco Berlusconi”. E allora eccolo il Cavaliere, che giovedì scorso aveva cercato di ritardare l’elezione di Ignazio La Russa in Senato, a sfregio, come si dice. Ed eccolo ancora, non soltanto imprevedibile ma anche un po’ sadico, mentre si fa fotografare con i famosi appunti su
Meloni “supponente, prepotente, arrogante e offensiva”. Eccolo infine, il giorno dopo, spinto quasi contro la sua volontà da Gianni Letta, dalla figlia Marina e da Pier Silvio ad andare in Via della Scrofa, la sede di Fratelli d’italia. Canossa. Una pace durata lo spazio di una sera”.
Poi - spiace interrompere questa prosa prorompente - la fuga delle registrazioni, destinata forse a proseguire, con cui ha messo macigni sulla strada della Meloni.
Insomma: lo è o ci fa?
Non ho certezze, ma lo spettacolo, anche nei suoi aspetti miserandi, è assicurato.

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