L’incubo nucleare

Non se ne parla molto, come capita con argomenti che turbano e diventano un tabù. Mi riferisco al pericolo nucleare e alle minacce di Putin, chiuso nel suo bunker come un Hitler qualunque. Ma, a differenza dei deliri del dittatore tedesco, che evocava quelle armi segrete risolutrici della guerra (alcune esistevano davvero), il dittatore russo possiede davvero un gigantesco arsenale atomico.
Sono nato e cresciuto con la minaccia che aleggiava sul mondo di un possibile uso delle bombe atomiche, che in realtà hanno avuto un uso terribile in un solo caso e poi nel periodo successivo sono state una minaccia solo latente.
Lo ricorda un articolo interessante nel Grand Continent domenicale:
“Certo, i bombardamenti di Hiroshima e di Nagasaki nell’agosto 1945 hanno creato un precedente storico. Ma bisogna tenere a mente che la bomba A sganciata dall’Enola Gay era circa cento volte meno potente delle bombe H che sono state sviluppate in seguito, e che il Giappone non aveva modo di rispondere. Alla luce dell’attuale contesto tecnologico e strategico, quando si riflette al rischio di una guerra nucleare tra la Russia e i paesi della NATO, non è assurdo considerare il fatto che l’arma atomica non sia mai stata impiegata. Il secondo antecedente è evidentemente il caso della crisi dei missili di Cuba nel 1962, quando la tensione montò al punto che un missile nucleare fu messo in rampa di lancio di un sottomarino russo sorpreso da navi americane, prima che la situazione si risolvesse per via diplomatica. Anche se queste due situazioni costituiscono dei casi-limite, e la seconda ci ricorda che il sangue freddo e il mantenimento di canali diplomatici funzionanti sono senza dubbio le nostre armi più preziose, non abbiamo nessun vero paragone per poter prevedere che cosa significherebbe, sul piano militare, economico e geopolitico, il lancio di una testata nucleare da parte della Russia”.
Poco più avanti esiste, tuttavia, una simulazione dello scenario agghiacciante se Putin decidesse di colpire in un delirio spaventoso:
“Una mappa animata prodotta questa settimana da un laboratorio dell'Università di Princeton, intitolata Plan A, illustra lo scenario peggiore. Prevede che un attacco iniziale russo, seguito da una risposta della NATO che degeneri in una guerra globale, ucciderebbe 90 milioni di persone in meno di un'ora. Questa cifra scandalosa illustra la natura sproporzionata di qualsiasi considerazione sulla guerra nucleare. È anche chiaro come l'arma atomica sia l'antitesi delle moderne tecniche di combattimento che, con l'aiuto di tecnologie perfezionate per i colpi mirati - droni, cecchini, eccetera - riducono la nostra tolleranza al rischio di attacco. Le armi atomiche, invece, non hanno altra funzione che quella di uccidere civili. Non può essere usata per vincere una battaglia o per sostenere le truppe sul campo. Usare le armi atomiche in un conflitto in stallo, con l'eccezione del colpo di mazza degli Stati Uniti su due città per costringere il Giappone ad arrendersi, è come uccidere un intero stadio se non si riesce a segnare un gol. Non serve a nulla se non a cambiare la natura della guerra”.
Solo pensarci mette i brividi e ci fa precipitare in un mondo desolato e spaventoso. Lo stesso articolo resta infine sospeso di fronte al rischio incombente, che la ragione dovrebbe escludere. Eppure il tarlo resta intatto e la vita quotidiana scorre con quella spada di Damocle nucleare che pende sulle nostre teste.
Italo Svevo, nel 1923, nel suo libro “La coscienza di Zeno” fu purtroppo profetico: “Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie”.

Allergia al cretino

Alla fine non porto mai rancore, tranne casi rarissimi e giustificati, almeno ai miei occhi. Non soffro di invidie e trovo l’invidia un terribile veleno per chi ne è vittima.
Se ho un difetto che cerco di limitare e invece si sta acuendo è l’insofferenza con calante soglia di sopportazione di fronte alla stupidità.
Parlare di stupidità non è politicamente scorretto. “Stupidus” in latino suona come “stordito” e i romani di parolacce offensive ne avevano parecchie e questa in confronto era una specie di buffetto sulla guancia.
Ma in fondo è meglio usare la parola “cretino”, che viene dal nostro francoprovenzale crétin (che è dal latino christianus ) nel senso commiserativo di “povero cristo”, che era legato a chi era affetto da cretinismo. Malattia dovuta principalmente all'insufficienza di iodio, elemento essenziale per la sintesi degli ormoni tiroidei.
Sull’evoluzione della parola cretino ha scritto Simona Cresti dell’Accademia della Crusca una lunga e dotta risposta a specifica domanda, che parte propria verso una sorta di pietas verso i malati. Dice l’autrice: “I cretini vengono descritti come colpiti da varie deformità e soprattutto come semplicemente stupidi dalla nascita, senza quasi far riferimento alle cause fisiche della patologia. La caratteristica principale degli affetti da cretinismo appariva essere il deficit cognitivo, una conseguenza del disturbo, che diventa però tratto essenziale e necessario alla definizione di esso: per esempio nel Traité du goitre et du crétinisme (1797) F. E. Fodéré sostiene che “le crétinisme complet doit être défini: privation totale et originelle de la faculté de penser” “.
Ma perché diventa parola corrente? Questa la spiegazione: “L’evoluzione semantica del termine è molto rapida: nel giro di poco tempo nell’uso di cretino inizia a perdersi la memoria del senso in cui la parola era intesa originariamente. Carducci, nei Sermoni al deserto del 1887, può sostenere ancora di preferire offendere qualcuno chiamandolo “imbecille” piuttosto che “cretino”, essendo cretino un “neologismo pedantesco di volgarizzamento scientifico”. Ma di lì a poco l’impiego della parola in senso sempre più spesso non tecnico e ingiurioso dissiperà per la generalità dei parlanti la memoria del legame tra ingiuria e malattia, e più ancora quello tra malattia e cristianesimo”.
Certo è che la parolina ha creato battute micidiali, tipo: “Guardarsi dai criptocretini (Gesualdo Bufalino); Anche un cretino ha idee intelligenti; solo non le riconosce (Pino Caruso); Non sono gli alti e bassi che rendono la vita difficile; sono i cretini (Charlie Chaplin).
E ancora: I cretini, a differenza dei vuoti a perdere, non possono essere neppure riciclabili.
(Giuseppe D'Oria); Un cretino illuminato da lampi di imbecillità.
(Ennio Flaiano); Il cretino è imperturbabile, la sua forza vincente sta nel fatto di non sapere di essere tale, di non vedersi né mai dubitare di sé.
(Carlo Fruttero e Franco Lucentini, autori dell’imperdibile La prevalenza del cretino).
Hanno ragione altri tre noti battutisti: I cretini è meglio averli nemici. (Roberto Gervaso); Se riesci a stare per più di due minuti in compagnia di un cretino, sei un cretino anche tu. (Mino Maccari): Niente di più eccitante che passare da stupido agli occhi di un cretino. Sapendolo. (Marcello Marchesi).
Conclusivo e esaustivo il grande Leonardo Sciascia: “È ormai difficile incontrare un cretino che non sia intelligente e un intelligente che non sia un cretino. ma di intelligenti c'è sempre stata penuria; e dunque una certa malinconia, un certo rimpianto, tutte le volte ci assalgono che ci imbattiamo in cretini adulterati, sofisticati. Oh i bei cretini di una volta! Genuini, integrali. Come il pane di casa. Come l'olio e il vino dei contadini”.
Ogni tanto al cospetto del cretino mi arrabbio, ma sempre di più uso la terribile arma di mio papà Sandro: una battutaccia azzeccata mette al tappeto l’interessato più di mille ire.

Al capezzale del traforo del Gran San Bernardo

Non credo di poter essere considerato un novellino, ma ci sono occasioni nelle quali mi capita ancora di stupirmi, com’è avvenuto ancora in queste ore, partecipando come ospite parlante alla Commissione mista italo-svizzera del Traforo del Gran San Bernardo. Un dossier assai delicato che vede di fronte svizzeri e italiani al capezzale di questo traforo di cui la Regione, per la parte italiana, è azionista di maggioranza.
Mai come in certe occasioni ci si rende conto di quanto una parte dei rappresentanti ministeriali “romani” risultino incomprensibili per i pragmatici svizzeri, compresi i nostri amici più prossimi del Valais e del Vaud, che seguono la traduzione simultanea con occhi troppo spesso spalancati per lo stupore.
Quando vedono esplicitate promesse, memori già di riunioni passate in cui c’è chi prese impegni mai mantenuti, i nostri vicini e cugini insistono per avere una “carta canta”, nel senso che alle rassicurazioni verbali corrispondano impegni veri e propri e non parole. Inutile dire che “verba volant, scripta manent”.
Tant’è che ad un certo punto ho persino perso la pazienza, perché mi pareva ovvio che non rispondere alle loro domande o surfare su frasi di circostanza non servisse a nulla e questo al di là di certe cose che ho sentito sul diritto comunitario da parte di alcuni funzionari che devono aver cagionato chissà dove la morte di un professore universitario della materia.
Il fatto triste e facile da circostanziare è che il traforo, classe 1964 come nascita e molti anni prima come concezione progettuale, sente e sentirà il peso dell’età e necessita già ora è molto in prospettiva di lavori importanti di ammodernamento che costeranno parecchio, come già è costato molto il tunnel di sicurezza, anch’esso impantanatosi per un certo periodo dopo la costruzione nei sofismi tecnici della nostra amata Capitale.
Quel che è emerso di sicuro, grazie alle carte…, è che ripartirà con una spesa elevatissima (127 milioni di euro) la variante di Etroubles e di Saint-Oyen già costata molti soldi e tante soste del cantiere. Questo investimento statale deve convincere ad agire per coerenza il Governo italiano con cui abbiamo avuto in questi anni molte interlocuzioni per ottenere quanto necessario sulla infrastruttura e anche nel nostro caso alcune rassicurazioni non sono andate a buon fine.
Sono tre i punti essenziali, che ho ripetuto nella parte meno agitata dei miei interventi.
Bisogna anzitutto trovare le risorse da parte dello Stato con un finanziamento straordinario di circa 28 milioni per fare i lavori da svolgere sulla soletta di ventilazione della galleria su cui per l’appalto sta già lavorando la parte elvetica. Il Ministero delle Infrastrutture sembra confermare questa volontà, verbalizzata nell’incontro e almeno su questo ci siamo, malgrado una certa confusione sulle fonti di finanziamento.
È indispensabile poi per finanziare, in ulteriore prospettiva, i lavori nel tunnel attraverso l’allungamento della concessione che scadrà nel 2034 sino nella migliore delle ipotesi al 2070 e siamo pronti a fare la nostra parte a Bruxelles. Per questo è bene che la Regione autonoma sia informata con chiarezza dal Governo del percorso del dossier che sarà all’attenzione della Commissione europea. Invece, almeno per ora, c’è una certa nebbia, che preoccupa i nostri elvetici al tavolo e anche noi.
Riproporremo infine al nuovo Governo italiano la possibile cessione ad Anas del tratto oggi esercito da Sitrasb dallo svincolo verso il Colle sino all’imboccatura del tunnel, che è un costo spaventoso per una manutenzione non ben calcolata all’epoca della costruzione, quando rispetto al calcestruzzo esisteva una speranza di maggior solidità nel tempo.
Insisteremo poi sul piano locale con la SAV (Società autostrade valdostane) per rimettere a norma rapidamente il sistema di gallerie di Sorreley, oggi a traffico limitato da troppo tempo con carreggiata ristretta, che è come noto punto di giunzione con l’autostrada del fondovalle per risalire la vallata che porta sino al tunnel, evitando di attraversare Aosta. La chiusura periodica del traforo del Bianco rischia di aumentare il traffico e la viabilità deve essere efficiente.
Argomenti chiari da porre sul tavolo del nuovo Governo, sperando che non scompaia nella palude di una burocrazia che riesce spesso – nella straordinaria opacità della Città Eterna – a spostare decisioni che col tempo al posto di avvicinarsi alla soluzione sembrano allontanarsi con evidente beffa.
Per il tunnel verso la Svizzera questo non può avvenire.

Il viaggio delle rondini

Mia moglie quest’estate, in certe serate in cui eravamo seduti sul terrazzo di casa (da cui vedo quattro castelli), mi guardava con sospetto di senilità, mentre seguivo affascinato il volo bizzarro delle rondini sopra la mia testa, incuriosito dal loro garrire, quel verso stridulo e insistente che riempie anch’esso il cielo.
Confesso le mie colpe: trovo persino ipnotiche quelle evoluzioni irregolari e giocose che mettono allegria e fanno più di altro bella stagione.
Il poeta ligure così Angelo Silvio Novaro così descrive le evoluzioni:
Quando muore il dì perduto
dietro qualche oscura vetta,
quando il buio occupa muto
ogni vuota erbosa via,
una strana frenesia
tra le rondini scoppietta.
Come bimbi sopra l'aia
giocan elle con giulive
grida intorno alla grondaia,
e poi su nel cielo rosa
vanno vanno senza posa
dove Iddio soletto vive.
Verrebbe quasi da dire - e ovviamente è una speculazione scherzosa - che, specie in epoca di crisi energetica, quanto di affascinante c’è nelle migrazioni stagioni delle rondini e che potendo andrebbe imitata nell’ inseguire il calore.
Le rondini arrivano da noi a primavera, viaggiano in enormi stormi attraverso il deserto del Sahara o lungo la valle del Nilo, partendo dal Sud Africa.
Le rondini in migrazione possono coprire fino a 320 km al giorno circa, con una velocità media di 32 km/h e volano a bassa quota. Per arrivare da noi percorrono in certi casi 12mila chilometri.
Poi a fine estate la maggior parte delle rondini si prepara a migrare. Volano in modo irrequieto e spesso si radunano sui fili del telegrafo. In autunno le rondini lasciano l’Italia, le prime a partire sono le più giovani, le nate durante l’estate. Qualche rondine isolata però può iniziare il viaggio anche in ottobre.
Il viaggio verso l’Africa dall’Italia dura circa 1 o 2 settimane.
Un arrivederci così descritto dal poeta Umberto Saba:
Quest'anno la partenza delle rondini
mi stringerà per un pensiero il cuore.
Poi stornelli faranno alto clamore
sugli alberi al ritrovo del viale
XX settembre. Poi al lungo male
dell'inverno compagni avrò qui solo
quel pensiero, e sui tetti il bruno passero.
Alla mia solitudine le rondini
mancheranno, e ai miei dì tardi l'amore”.

I misteri del Long Covid

Ancora oggi sono esterrefatto da chi predica logiche NoVax e teorie bislacche attorno alla pandemia.
Per fortuna si è trattato di un fenomeno settario che è destinato pian piano ad estinguersi e che ha purtroppo interessato - lo dico sulla base della mia esperienza personale - anche persone insospettabili che sono diventate militanti di una causa persa.
Sperando che il virus non riparta con il suo codazzo di danni di vario genere, resta una constatazione banale: ci sono molte persone che fisicamente risentono conseguenze dopo essere stati ammalati del Covid-19.
Leggo su Le Monde, a firma di Pascale Santi, un lungo reportage il cui senso è comprensibile sin dalle prime righe: “Plus de deux ans après le début de la pandémie de Covid-19, des millions de personnes infectées par le SARS-CoV-2 présentent encore des symptômes persistants plusieurs semaines, voire plusieurs mois, après avoir été infectées.
Y voit-on plus clair sur ce qu’on appelle Covid long ? Olivier Robineau, infectiologue au centre hospitalier de Tourcoing (Nord), coordinateur de l’action Covid long à l’ANRS-Maladies infectieuses émergentes (MIE), répond sans ambages : « On sait que ça existe, les données sont solides. Mais il y a des débats sur les mécanismes du Covid long, les causes, la prise en charge. » Il reste encore de nombreuses zones d’ombre”.
Conosco chi soffre di sintomi riportabili alla malattia e in certi casi la sofferenza si acuisce a causa delle incertezze della medicina sul da farsi.
Ancora l’articolo: “La variété des symptômes en fait une maladie complexe. C’est devenu un sujet de recherche en soi. Depuis la première publication sur le sujet en septembre 2020, pas moins de 2 000 articles scientifiques ont été publiés, selon la base de données Scopus. « Tout le monde a ressenti cette urgence de pouvoir travailler sur ce sujet. Avec le Covid, on n’a jamais vu dans la science un apport aussi rapide de connaissances, de nouveaux traitements, de vaccins. On espère que ce sera la même chose pour le Covid long, même si c’est un peu plus compliqué car nous sommes toujours à la recherche des causes physiopathologiques sous-jacentes », explique Mayssam Nehme, médecin cheffe de clinique dans le service de médecine de premier recours des Hôpitaux universitaires de Genève (HUG)”.
La giornalista spiega la vastità del fenomeno: “Entre 10 % et 30 % des personnes ayant présenté un Covid-19 seraient concernées. Une fourchette large qui peut s’expliquer par les types de populations étudiées et la définition de la maladie, qui varie selon les travaux.
En 2020 et 2021, dix-sept millions d’Européens ont souffert de troubles dus à un Covid long – et 145 millions dans le monde –, selon une estimation publiée à la mi-septembre par le bureau européen de l’OMS s’appuyant sur une analyse de l’Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME) (université de Washington). Cela représente plus de 16 % des 102,4 millions de personnes contaminées par le virus en 2020 et 2021 en Europe, précise l’OMS, qui appelle à plus de recherche”.
Insomma qualcosa ancora da studiare a fondo: ”Ce qui renvoie à la définition de la maladie, multiforme. Fatigue, essoufflement, troubles cognitifs (perte de mémoire, difficulté de concentration, etc.) ou psychiatriques, douleurs musculaires… ces symptômes variés et plus ou moins invalidants peuvent fluctuer dans le temps. La cohorte de patients ComPaRe (AP-HP, université Paris-Cité), qui compte 2 500 personnes ayant des symptômes persistants après une infection par le SARS-CoV-2, a recensé plus de cinquante symptômes fin 2020, dont la plupart ne sont pas spécifiques, à part l’anosmie et l’agueusie. Les signes semblent se majorer énormément après un effort, physique ou intellectuel, certains évoquent un malaise post-effort, comme si la personne avait un niveau d’énergie limité”.
Se si aggiungono i disagi psicologici - penso agli alunni ma anche agli insegnanti delle scuole che hanno dovuto avere il sostegno di professionisti - si può facilmente capire quanti danni umani abbia creato il maledetto virus.

Autunno metafora della vita

Questo ottobre appare per ora solare come per mascherare le reali intenzioni dell’autunno, che resta - e non bisogna farsi distrarre - il periodo in cui la Natura si ritira e il buio ruba il posto alla luce.
Per cui è normale, ma vagamente ingannevole, che venga traslato ovunque quel termine “ottobrate romane”, che ricordano quel tempo magnifico a Roma di cui ho goduto negli anni in cui sono stato al lavoro nella Capitale.
Questo sole che resta lo ricorda il poeta Vincenzo Cardarelli in suoi versi:
“Sole d’autunno inatteso,

che splendi come in un di là,

con tenera perdizione

e vagabonda felicità,

tu ci trovi fiaccati,

vòlti al peggio
e la morte nell’anima”
Oppure, nel solco della francofonia, si può adoperare quel
”été indien” o “des Indiens”, le cui origini sono così spiegate da "Linternaute": «L'expression "été indien", utilisée pour la première fois en 1778 par l'écrivain franco-américain Hector St-John de Crevecœur, nous vient du Canada, ancien territoire occupé par les Indiens. Cette locution fait référence à la période automnale offrant un temps relativement ensoleillé, des températures radoucies et surtout une nature aux couleurs magnifiques».
Il poeta Jean Louis Ancelot così scrive: “Douces les nuits, belles journées,
Parmi les plus ensoleillées.
Le temps semble un peu s’arrêter.
Octobre vient de commencer.
Une saison pour âmes fortes,
Face à l’hiver qui nous apporte,
Ses longues nuits noires et glacées.
Le soir s’entend, du cerf, le brame,
L’été indien repose l’âme,
De ses parfums tranquillité...”.
Ma come non dedicarsi di questi tempi al "Fall Foliage" e cioè il godimento della vista dei boschi attraverso le chiome dei diversi colori degli alberi d'autunno, quando le foglie si apprestano a cadere. Un fenomeno sociale e turistico in Canada e in vaste zone degli Stati Uniti, esportato in Europa e anche da valorizzare in Valle d’Aosta, dove si usa anche il francesismo "feuillage" che ricorda l’autunno splendido del Québec, termine ormai tradotto in Italia nel meno musicale “fogliame”.
Trovo che sia una bella attività e lo diceva il grande scrittore di montagna Mario Rigoni Stern: «Quando sarete capaci di osservare diligentemente i mutamenti che persino le più umili tra le piante subiscono, scoprirete che ognuna di esse assume, prima o poi, la sua peculiare livrea autunnale; e se v'impegnerete a stilare una lista completa delle tinte smaglianti di cui sono in grado di rivestirsi, sarà lunga quasi quanto un catalogo delle piante che crescono intorno a voi».
Con l'unica evidente variante di essere sempre una visione effimera, che poi si scolora sino a scomparire ai nostri occhi con le foglie a terra. Viene in mente quella poesia, nei suoi ultimi versi, di Guillaume Apollinaire:

« Et que j’aime ô saison que j’aime tes rumeurs
Les fruits tombant sans qu’on les cueille
Le vent et la forêt qui pleurent
Toutes leurs larmes en automne feuille à feuille
Les feuilles
Qu’on foule
Un train
Qui roule
La vie
S’écoule »
L’autunno - scusate la banalità - come metafora della vita.

Due assilli

È molto difficile riuscire a miscelare nella propria vita, fatta salva la necessaria fortuna, momenti lieti e preoccupazioni incombenti.
Capita, anche in chi fa politica, di trovarsi con degli assilli. Per assillo si intende uno stimolo tormentoso che perseguita chi soffre di una grave preoccupazione. Non a caso la parola indicava in origine insetti fastidiosi, come il tafano, che ti ronzano attorno e ti morsicano.
Ci pensavo rinvenendo sul Corriere della Sera due articoli su due miei assilli che mi tormentano di questi tempi.
Sulla crisi demografica Roberto Volpi: ”Le previsioni 2022 della Population Division, Dipartimento dell’Onu che si occupa di studiare e fornire presente e tendenze future della popolazione di ciascun Paese e area geografico-territoriale del mondo, suonano come una campana a morto per l’Italia. E non intendere la gravità di questo suono è cosa che non sarà perdonata. Perché i dati non possono più essere ignorati, alla luce della loro assoluta gravità“.
E più avanti: “Siamo dunque finiti, visto che la contrazione delle nascite non si arresta — tanto che il record delle minori nascite di sempre verrà toccato con ogni probabilità proprio in questo 2022 — in un vicolo cieco? In una strada senza sbocchi? Sì, quasi. Se non del tutto. La differenza tra quasi e del tutto sta in quel che farà o saprà fare o vorrà fare la politica.
Per la fine del secolo la speranza di vita alla nascita, altrimenti detta vita media, sarà per gli italiani di 93,5 anni, ormai non così lontana dal secolo. Saremo per questo parametro secondi soltanto al Giappone, che sfonderà la soglia dei 94 anni. Ma c’è poco da festeggiare perché i processi della continua riduzione della popolazione e del suo sempre più spinto invecchiamento non sono che le due facce della stessa medaglia: il dislivello abissale tra nati e morti“.
Lo studio fatto in Valle d’Aosta con l’ausilio dell’Università cattolici conferma anche per noi tempi cupi.
Sposto di poco lo sguardo sulla pagina del giornale e incappo in un altro assillo con Monica Ricci Sargentini: “La notizia che la giustizia britannica considera Instagram e Pinterest responsabili del suicidio di una quattordicenne è l’occasione per riflettere sull’uso che i giovani fanno di smartphone e videogiochi. Negli ultimi sei mesi della sua vita Molly Russell aveva visto o condiviso, solo su Instagram, 2.100 post a tema autolesionismo, suicidio, depressione.
L’autrice cita a proposito uno studio: “«Coca Web» è il titolo del libro, uscito quest’anno, del senatore e giornalista Andrea Cangini in cui vengono presentati i risultati dell’indagine condotta dal Senato sul rapporto tra tecnologia digitale e giovani. Ne esce fuori un quadro agghiacciante. «Per la prima volta nella storia dell’umanità, le nuove generazioni mostrano un quoziente di intelligenza inferiore a quello delle generazioni che le hanno precedute. Calano le facoltà mentali dei più giovani, aumenta il loro disagio psicologico» scrive Cangini nell’introduzione. Gli esperti sono concordi nel mettere in relazione la mancanza di concentrazione e di memoria, la depressione e i disturbi alimentari con l’uso di social e videogiochi. I Giganti del Web hanno, dunque, un potere di condizionamento e di manipolazione senza precedenti”. Ovvio l’interrogativo conclusivo, stesso mio assillo: “Come contenerlo? Ciascun genitore si è posto il problema ma non abbastanza se consideriamo che in Italia sono tantissimi i bambini che usano il cellulare persino in età prescolare. Nella legislatura appena finita Cangini aveva presentato un progetto di legge per vietare l’uso degli smartphone ai minori di 14 anni. Una misura draconiana? L’anno scorso la Cina ha limitato a tre ore settimanali l’uso dei videogiochi ai minorenni. La realtà è davanti ai nostri occhi, domani nessuno di noi potrà dire: «Io non sapevo»”.
Non a caso sul tema c’è stato su Huffpost un intervento interessante di Guido Scorza che dice: ”Internet, l’ecosistema digitale, le app e i social media, infatti, non sono mai stati disegnati, progettati e sviluppati a misura di bambino e, pertanto, se un bambino li usa corre rischi imponderabili e, soprattutto, dai quali non c’è nessuno che possa effettivamente proteggerlo”.
Certo la logica delle limitazioni contro i rischi di dipendenza è una prima strada assieme ad una educazione a tappe per un uso consapevole.

I capponi di Renzo

Vabbè: partiamo dal presupposto che chi fa politica ha sempre e legittimamente delle ambizioni personali, sperando che queste aspirazioni coincidano sempre con il bene pubblico.
Personalmente sono ormai una specie di indovino che vede arrivare chi, quasi sempre sparlando dei politici, in realtà aspetta solo la volta buona (o cattiva, a seconda dei risultati) per candidarsi per diventare lui stesso…politico.
Categoria, comunque sia, assai varia quella dei politici.
Ficcante Guy de Maupassant, quando chiosava: “Era uno di quegli uomini politici senza un suo volto preciso, senza convinzioni proprie, senza grandi mezzi, senza ardimento e senza una seria preparazione, un avvocatuccio di provincia, un simpatico figurino nella sua cittaduzza, un furbacchiotto che sapeva barcamenarsi fra i partiti estremisti, una specie di gesuita repubblicano e di fungo liberale di dubbia commestibilità, come ne spuntano a bizzeffe sul letamaio popolare del suffragio universale”.
Espressione brutta quest’ultima per chi crede nella democrazia, ma certo qualche volta il suffragio universale è servito per reggere dittatori (vedi Putin) o eleggere stupidi (molti esempi sono possibili, vicini e lontani).
Ma l’aspetto ormai irritante della politica sta nella difficoltà di andare d’accordo, specie quando a richiederlo sono le circostanze difficili
Ma chi meglio di Alessandro Manzoni ne “I promessi sposi” (mi raccontano di un’insegnante che ha liquidato il libro dalle sue lezioni per dei romanzetti!) per spiegarne l’assurdità?
Ricordo il passaggio diventato proverbiale e cioè i capponi di Renzo Tramaglino: “Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe, a capo all’in giù, nella mano d’un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente. Ora stendeva il braccio per collera, ora l’alzava per disperazione, ora lo dibatteva in aria, come per minaccia, e, in tutti i modi, dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura”.
La descrizione così vivida ricorda di quando Renzo va dall’Azzeccagarbugli e per ripagarlo del servizio che gli chiederà, gli porta in dono appunto quattro capponi. Questi polli sono destinati a finir male tutti insieme: sono compagni di sventura ma non trovano neppure al limitare del loro dramma niente di meglio che beccarsi tra loro.
Quanti ne vedo che sono così in politica in un’epoca in cui bisognerebbe che chi, dotato di senso di responsabilità. dovrebbe imporsi di fare squadra e lavorare assieme. Un imperativo per uscire da situazioni complesse, che non consentono divisioni che complicano le cose, fanno perdere tempo prezioso e risorse utili che derivano dall’invece necessario idem sentire.
Certo che è un’esercizio difficile che richiede sforzo e buona volontà. Come diceva il Mahatma Gandhi: ”Perché ci sia vera unità, questa deve sopportare la tensione più pesante senza spezzarsi”.

L’elettricità che spaventa

La sera, alla fine di una cena in un ristorante, il proprietario ripete quanto già mi sono sentito dire nel corso della giornata da tanti altri: l’insostenibile crescita dei costi dell’elettricità. Conseguenza - verrebbe da dire prezzo da pagare, come sostenne per primo con coraggio il Presidente francese Emmanuel Macron- della guerra in Ucraina e dei meccanismi complessi innescati dai ricatti russi su gas sul mercato elettrico, che si ripercuotono sulle utenze e fanno traballare l’economia e tremare famiglie e imprese.
La mattina, percorro la casa al buio, dopo aver staccato il telefonino dalla presa elettrica, e vedo nel breve tragitto verso la vetrata che dà sulla valle luci e lucine sulle pareti domestiche/ Ecco dalla finestra lo spettacolo delle luci che, prima dell’alba, illuminano a perdita d’occhio il panorama esterno.
La lotta contro il buio è una nuova forma di energia è stata vinta dall’elettricità e questa invenzione ottocentesca ha cambiato la nostra vita in profondità e la sfida non è ancora finita verso nuovi impieghi.
Leggo su di un sito di un’azienda del settore, che adopera ovviamente un comprensibile tono enfatico: “Se oggi usiamo la corrente elettrica per alimentare gli elettrodomestici, fornire luce e calore alle nostre case, mettere in moto macchinari più o meno complessi, è perché il grande fermento del 1800 ha portato a scoprirne innumerevoli applicazioni. Nessuna più importante di quella di Thomas Edison: la lampadina. Questa abbagliante invenzione vede la luce (letteralmente) nel 1879 e da quel momento il mondo non sarà più lo stesso. Lavoratori, studenti, scrittori, viaggiatori, medici e scienziati hanno un modo molto più semplice per svolgere le loro attività nelle ore serali rispetto alla lampada ad olio. Il mondo occidentale comincia a percepire di trovarsi sull’orlo di un precipizio: da quel momento in poi niente sarà più lo stesso. Tutti gli studiosi, da Tesla a Fleming a Einstein riconoscono l’importanza della scoperta della corrente elettrica e la useranno in tutti i loro esperimenti futuri. la corrente elettrica ha ancora tanto da dare al mondo, agli esseri umani e al pianeta”.
E ancora: “Le ricerche degli ultimi decenni si concentrano sull’invenzione dell’elettricità green, più sostenibile e meno inquinante rispetto a quella tradizionale. Questa, alimentata da fonti di energia rinnovabile come l’eolico, il fotovoltaico, l’energia da biomasse, è certamente il futuro della fornitura di corrente per milioni di persone in tutto il mondo. Le scoperte sull’energia sostenibile permetteranno di salvaguardare le risorse limitate del pianeta e usare fonti rinnovabili e inesauribili, consentendo un accesso all’energia più ampio e più sicuro per tutti”.
Intanto la crisi energetica, nella sua complessità, ci pone di fronte ad un inverno complicato e temibile, di cui ancora non si capiscono bene i tassi di gravità per le nostre tasche e per le implicazioni economiche e sociali più vaste. Certo l’occasione servirà per riflettere su alcune certezze e sulle priorità familiari e collettive.
Anche questa emergenza passerà e farà riflettere sulla stupidità della guerra che innesca guai e sofferenze. Ogni volta ci si illude che l’umanità ne apprenda le tristi conseguenze per poi purtroppo ritrovarsi di nuovo di fronte a scenari complessi e dolorosi.

L’interesse

La parola “interesse” è - scusate la banalità - interessante e, come capita spesso, ha caratteristiche double face, che fanno sì che nell’uso si presti ad utilizzi che paiono contraddittori.
L’inflazione galoppante fa impallidire chi - ed io sono fra questi - per via del costo del denaro un mutuo variabile e teme gli interessi crescenti che svuoteranno le tasche. Per altro “avere degli interessi” è generalmente riconosciuta come una chiave di volta per migliorare la propria vita e non stare chiusi in sé stessi. Ma “interesse” può avere anche un destino ancora più nobile di cui dirò.
Intanto dal sito “Una parola al giorno” ricordo l’etimologia dal latino: interesse essere in mezzo, partecipare, composto di inter tra esse essere. Così prosegue la spiegazione: “Una parola comune che solo la riflessione etimologica ci può chiarire in tutta la sua semplicissima portata: l’interesse è ciò che sta in mezzo. In che senso?
L’interesse è un legame, una giunzione che avvicina qualcuno a qualcosa o a qualcun altro. Simile ad arpione che aggancia e trae, simile a ponte che permette il passaggio, l’interesse è la variegatissima, inafferrabile cifra dell’unione fra io e tutto il mondo intorno, che invita alla partecipazione e al coinvolgimento. Senza interesse l’uomo resta un’autarchica e squallida torre d’avorio, capace solo di osservazioni distanti e distorte; l’uomo ricco di interessi è invece ben calato nella sua realtà, nodo solido di rete. Anche se non sempre questo interesse ci suona positivo: gli interessi dei politici, i conflitti di interessi ci riecheggiano furberie e tornaconti personali”.
Ah! Questa politica sempre a tinte scure. Cerco sempre di chiedere dei distinguo contro la banalizzazione e la richiesta di distinzioni per evitare il mucchio e che dalla torre vengano buttati giù tutti quelli che fanno politica, messi in un tutt’uno.
Invece l’evocazione di quella logica di stare assieme, di spalleggiarsi, di farsi forti di fronte agli eventi di ogni genere dovrebbe dare un senso a molte cose. Ci pensavo, sempre maniacalmente applicandolo a questa piccola Valle d’Aosta che trema di fronte agli scenari attuali che non confortano affatto, rispetto all’esistenza di una sorta di interesse superiore o, se preferite, interesse generale. Facile evocarlo, difficile farlo, ma indispensabile ragionarci.
In fondo niente di straordinario se non la speranza, che forse è illusoria, che si possa guardare in alto e mettere assieme le migliori energie per far fronte ai molti guai e alle legittime preoccupazioni. Questo fonda il valore di una comunità.
Diceva bene Erich Fromm: “La democrazia può resistere alla minaccia autoritaria soltanto a patto che si trasformi, da “democrazia di spettatori passivi”, in “democrazia di partecipanti attivi”, nella quale cioè i problemi della comunità siano familiari al singolo e per lui importanti quanto le sue faccende private”.
Vale per i singoli e a maggior ragione per le forze politiche.

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