Da Barmasc a Dinajpur

Barmasc, frazione di Ayas che si trova sotto lo Zerbion, è uno dei miei luoghi del cuore. Ci andavo da piccolo con i miei genitori, da cronista tv seguii le vicende di un matto barricatosi nel piccolo santuario, da deputato partecipai alla messa dell’Angelus celebrata lassù da Giovanni Paolo II, ci sono andato con i miei bambini e con tanti amici.
Già in passato avevo notato in una baita solitaria in pietra una scritta che così diceva: “In questa casetta trascorse l’infanzia e l’adolescenza il pastorello Giuseppe Obert diventato pastore di anime nella lontana India”.
L’ho rivista l’altro giorno questa placca, giunto lì durante una gita dal Col de Joux attraverso il suggestivo sentiero lungo lo straordinario Ru Courtod, un conale di epoca medioevale che porta l’acqua dal Monte Rosa per irrigare la collina di Saint-Vincent, dopo un percorso di 25 km. Il passaggio attraverso le molte gallerie scavate nella roccia è un’esperienza unica.
Già a suo tempo mi ero ripromesso di saperne di più su questo prete di montagna finito in Asia
e sono incappato sul Web su di un articolo di pochi mesi fa su Asianews a firma Sumon Corraya: che annuncia l’avvio del procedimento di beatificazione di Mons. Obert: “L'annuncio a Dinajpur nel cinquantesimo della morte del missionario del Pime che fu vescovo della diocesi e fondò un ordine locale di suore subito dopo la separazione dall'India. Una religiosa rimasta per 31 giorni priva di conoscenza a causa del Covid è guarita dopo la preghiera delle consorelle che hanno invocato l'intercessione del fondatore”.
Intanto, come si è scoperto, oggi non bisogna parlare di India ma di Bangladesh e il giornalista così dettaglia: “Nel 50° anniversario della morte di p. Giuseppe Obert, misisonario del Pime che fu vescovo di Dinajpur dal 1949 al 1968, le suore catechiste del Cuore Immacolato di Maria Regina degli Angeli, conosciute in Bangladesh come le suore Shanti Rani da lui fondate, hanno annunciato l’intenzione di promuovere la sua causa di beatificazione. “Presto prenderemo l'iniziativa per aprire il processo canonico”, spiega la superiora generale dell’ordine, suor Beena S. Rozario.
“Pensiamo che lui sia un santo. Dovremmo pregare la sua intercessione”, continua la superiora generale delle suore Shanti Rani, “Alcune persone hanno già ricevuto grazie attraverso di lui. Una delle nostre sorelle colpita gravemente dal coronavirus è stata priva di sensi per 31 giorni. I medici avevano detto che non sarebbe sopravvissuta, ma - con la nostra incessante preghiera al vescovo Obert - guarì. Pensiamo che sia un miracolo” “.
Poi la spiegazione: “Nato nel 1890 a Lignod, nella regione montuosa italiana della Valle d’Aosta, p. Giuseppe partì per l’allora Bengala nel 1919. Nominato vescovo di Dinajpur nel 1949, 70 anni fondò l’ordine delle suore Shanti Rani quando a causa della separazione con l’India le suore non potevano può raggiungere questa zona per il lavoro pastorale. Il 3 ottobre 1951 la congregazione locale nacque con cinque giovani donne locali, nell’ostello gestito dalle suore di Maria Bambina, accanto alla casa del vescovo. La prima madre e maestra delle novizie fu suor Enrichetta Motta, delle suore di Maria Bambina con p. Francesco Ghezzi, missionario del Pime come amministratore speciale. Nello stesso anno altre sei giovani donne di Krishonogor, nel Bengala occidentale, si unirono alle novizie; l’ordine venne poi fondato ufficialmente il 19 marzo 1952 e il 30 aprile 1953, le religiose emisero i primi voti come Shanti Rani Sisters.
Oggi sono 164 e svolgono il loro ministero nell’educazione, nella salute e nella catechesi. Sei di loro sono oggi impegnate anche fuori dal Bangladesh come missionarie. “Fin dall'inizio, abbiamo insegnato ai catechisti e contribuito all’evangelizzazione nella parte settentrionale del Paese”, spiega suor Beena. “La nostra congregazione ha dato un enorme contributo in questo senso e l’obiettivo del vescovo Obert è stato raggiunto al 100%” conclude, ricordando una delle massime di p. Giuseppe: “Crescete in qualità, invece che di numero”.
Gli insegnamenti e le virtù di mons. Obert sono ricordati anche da mons. Gervas Rozario, vescovo di Rajshahi e vicepresidente della Conferenza episcopale cattolica del Bangladesh, che ricorda di essere stato un suo chierichetto. “Non l'ho mai visto esprimere rabbia – racconta - ho sempre visto un dolce sorriso sul suo viso. Era un essere umano gentile. Ha predicato tra i tribali nella parte settentrionale del Bangladesh conducendo una vita come quella di Gesù Cristo”. Per questo Mons. Gervas prega di poter “essere gentile come lui e di predicare il messaggio di Dio con il sorriso sulle labbra” “.
Una semplice iscrizione mi ha così portato lontano a incontrare questa personalità del passato diventato missionario, com’è avvenuto nel tempo per molti altri preti valdostani sparsi nel mondo, e chissà che non possa diventare Santo.

Autunno caldo?

Torna da un passato ormai lontano l’espressione “Autunno caldo”, che dovrebbe - aggiornata ad oggi - indicare un periodo delicato che si concretizzerà nelle prossime settimane con preoccupazioni, disagi, proteste e altro ancora. Nulla di nuovo in questi anni in cui un grigiore si è depositato sulle nostre vite con momenti complesso in cui anche fare politica è diventato una gara ad ostacoli. Ognuno nel privato e nel pubblico potrebbe raccontare le su storie e quel disagio generalizzato che ci rende a tratti e a diversi gradi più ansiosi e talvolta cupi. L’aria dei tempi, che pure ho respirato da ragazzino, ci rendeva fiduciosi in un movimento progressivo e non regressivo.
Il riferimento storico di fatto è distante e persino improprio perché la Storia mai si ripete in modo identico. Era, comunque sia, l’autunno del 1969 (avevo 10 anni!) ed era in corso quel fenomeno di cambiamento discusso e discutibile che fu il Sessantotto. Una stagione ampia (tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, dovendola situare) di ribellione delle giovani generazioni, attratte dall’ideale di rivoluzionare la società e la politica. Quelle rivolte esercitarono una profonda influenza sui processi di trasformazione dei comportamenti e della mentalità è proprio di questi tempi ci sono stati tanti libri che ne hanno ripercorso le diverse tappe con un bilancio ex post.
Nell’autunno di 51 anni fa, dopo gli studenti, furono gli operai a scendere in piazza per richiedere allo stato una tutela dei lavoratori.
È l’aggettivo “caldo” serviva a descrivere in sintesi l’insieme delle manifestazioni, degli scioperi, delle occupazioni di Università e fabbriche e degli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Sortì da quell’insieme di eventi anche lo Statuto dei lavoratori.
Ora, sia chiaro, l’autunno caldo di oggi avrà caratteristiche diverse. Siamo ancora in apprensione per la pandemia che potrebbe tornare e pesa ancora non poco e si affacciano sulla scena un insieme di temi da far tremare i polsi.
Il primo - tutto italiano - è l’esito delle urne e la legittima preoccupazione che una come Giorgia Meloni possa finire a Palazzo Chigi con il suo codazzo di camerati. Roba da brivido.
Il secondo è la questione della guerra in Ucraina con il suo codazzo come la flambée terribile del prezzo dell’energia che colpisce famiglie e aziende e prevederà nei mesi a venire austerità e risparmi. Ma questa guerra si somma alla mancanza di materiale di vario genere con rincari conseguenti e soprattutto è tornata l’inflazione con rincari generalizzati e conseguenze gravi per le nostre tasche.
La terza preoccupazione riguarda i bizantinismi attorno al PNRR, soldi necessari per l’economia, che rischieranno di non essere spesi anche a causa della logica centralistica e con bandi che spesso creano solo pasticcio.
Si aggiunge, come ultimi tema, la questione delicata del cambiamento climatico e dell’attuale siccità che proprio tra poche settimane potrà peggiorare i danni già avuti, ad esempio in agricoltura, con una penuria d’acqua potabile che si aggiungerebbe a tutte le altre magagne elencate.
Nervi saldi si dimostrano indispensabili nei diversi livelli di responsabilità.

Mai dimenticare gli islamisti

Non ho scritto per tempo dell’ orrendo tentativo di assassinio dello scrittore Salman Rushdie, che nel 1989 fu oggetto di una una condanna a morte da parte dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, il leader politico e religioso dell’Iran. Quella di Khomeini fu una fatwa, cioè la sentenza emessa da un’autorità religiosa e teoricamente vincolante per tutti i musulmani. La fatwa fu emessa dopo che Rushdie aveva scritto I versi satanici, un romanzo in cui, secondo Khomeini, Rushdie insultava la religione islamica e il suo profeta.
Per capire quanto gli estremisti siano stupidì ricordo cortei studenteschi ai tempi della scuola in cui militanti dell’estrema sinistra in corteo proponevano slogan inneggianti al medesimo Khomeini contro l’oppressione dello Scià di Persia nel nome della Rivoluzione…
Ma non è questo il punto. Quel che conta oggi è non essere ambigui sulla questione e ho visto troppi silenzi. Questo è avvenuto nei Paesi islamici, ma anche nella società italiana per una sorta di imbarazzo sbagliato, come se condanna e critiche dovessero sempre avvenire in punta di piedi per non disturbare. Invece ritengo che non ci debba essere nessuna sordina o chissà quale timidezza nel riaffermare le ragioni della libertà.
Ho letto su L’Express un editoriale assai convincente di Anne Rosencher, che evoca ideali della lotta di Resistenza: “Il y a, au coeur du Chant des partisans, une phrase qui suscite une émotion formidable : « Ami, si tu tombes, un ami sort de l’ombre à ta place. » Dans l’hymne de la Résistance, écrit par Kessel et Druon, cette promesse agit comme une exhortation. Elle dit : « Tu n’es pas seul ; ton combat n’est pas vain. Ton courage, d’autres l’auront. D’autres en seront dignes. » Mais c’est aussi une proclamation. Un pari, presque. « Ami, si tu tombes, un ami sort de l’ombre ta place. » Est-ce bien vrai ? C’est l’anxieuse question qui saisit le coeur, à chaque fois qu’un défenseur de la liberté est attaqué, comme Salman Rushdie”.
Poi l’esplicitazione delle preoccupazioni e il caso italiano è sovrapponibile al ragionamento sulla Francia: “On ne peut s’empêcher une brève revue des troupes : des soutiens, on en voit, bien sûr ; mais combien de « oui, mais »? Et combien d’indifférences? Ou de silence apeuré? On aimerait que tonne un fracas terrible. Que « le camp de la liberté » fasse entendre sa fermeté face aux intimidations. Las ! on se dit que les vaillants sont parfois bien seuls. Que nous ne les méritons pas.
Dans les jours comme ceux-là, je pense à tous ceux qui vivent sous la menace pour avoir défié l’islamisme. Ceux qui apprivoisent tant bien que mal la peur – existe-t-il une autre définition du courage ? – et que les attaques comme celle contre Salman Rushdie, trente-trois ans après la fatwa édictée contre lui, viennent replonger dans l’angoisse. Si la France est bien le « conservatoire de la liberté », si elle est la patrie de Voltaire, qui le premier osa projeter sa philosophie contre le carcan du dogme, alors notre nation et notre société doivent sans cesse réaffirmer leur soutien envers ces combattants-là. Sans se laisser paralyser par les faux humanistes, qui n’aiment les démocraties que politiquement désarmées”.
Non è questo il campo di un imbelle “politicamente corretto” o di silenzi che diventano complicità .
Prosegue, infatti, l’editoriale: “Il ne faut pas, non plus, se laisser intimider par ceux qui fustigent les laïques et les « blasphémateurs », qu’ils jugent matérialistes et décadents, insultants envers les fidèles et insensibles à la transcendance. Ils se trompent. L’homme est cet être curieux qui, pour la liberté – de créer ou de dire – s’expose, parfois, à payer de sa vie. Qu’est-ce, sinon de la transcendance ? « Ecraser les fanatismes et vénérer l’infini, telle est la loi », écrit Victor Hugo dans Les Misérables. Il y a de l’infini dans l’oeuvre et la vie de Rushdie. Courage à lui. Et aux autres. Ils sont « la garde prétorienne de la liberté »”.
Omissioni e cautele servono solo a favorire gli islamisti, che restano sempre pronti a colpire, perché ci vogliono morti.

Donne al macello

Viviamo in un mondo che non sta bene. Questa storia degli assassinii di donne, uccise da uomini trasformati in belve, lascia sempre più esterrefatti e non consente più elementi di minimizzazione.
E apre ad una serie di interrogativi mica da sottovalutare nella categoria più vasta degli omicidi, orribili sempre qualunque sia la vittima, ma questa delle donne nel mirino inquieta per un concatenamento evidente, giorno dopo giorno.
Il quadro giuridico dovrebbe essere abbastanza definito e poi ogni volta si scopre qualche bug sin dalla denuncia fino agli accertamenti delle forze dell’ordine e ciò vale anche per la successiva catena giudiziaria con tempi e misure come reazione ai rischi che sono spesso inaccettabili, perché ci scappa la morta.
In più - vogliamo dirlo senza avere paura delle parole - il fenomeno pone l’accento su problemi mentali ampiamente sottostimati, che si concretizzano con troppa facilità in gesti terrificanti, spesso anticipato da vere e proprie persecuzioni che hanno esiti finali che non era difficile immaginare. L’ultimo caso in Emilia Romagna ha visto l’incredibile commento del il Procuratore di Bologna: “Non è stata mala giustizia. Non emergeva rischio concreto di violenza”. Difatti…
Ma facciamo un passo indietro. “Femminicidio” - superando la limitazione del vecchio termine uxoricidio, che riguardava solo le mogli - è un neologismo non sempre compreso e io stesso ho visto nei primi tempi una quale forzatura ideologica e rischi di sensazionalismo. Oggi credo, però, al di là delle dispute penalistiche, che l’uso del termine possa essere utile per isolare la questione per l’evidente gravità.
Il termine fu coniato dalla criminologa Diana Russell, che lo usò per la prima volta 1992, nel libro Femicide, spiegandone così il significato come categoria criminologica: “Il concetto di femmicidio si estende aldilà della definizione giuridica di assassinio ed include quelle situazioni in cui la morte della donna rappresenta l'esito o la conseguenza di atteggiamenti o ti o pratiche sociali misogine”.
In Italia il termine ha avuto un utilizzo massiccio a partire dal 2008, quando Barbara Spinelli, consulente dell'ONU in materia di violenza sulle donne prima che assumesse su vari temi le attuali posizioni eccentriche al Parlamento europeo, ha pubblicato un libro dal titolo: Femminicidio.
La parola appare sul Devoto-Oli 2009, nello Zingarelli a partire dal 2010 e nel Vocabolario Treccani online si definisce così: "Qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l'identità attraverso l'assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte".
Forse più che una “o” finale sarebbe stato bene mettere una “e”, altrimenti di fatto il femminicidio verrebbe svuotato del suo terribile esito finale, che addolora e atterrisce.

Le contraddizioni di Adriano Olivetti

Ho fatto il Liceo ad Ivrea in anni in cui era ancora ben vivo lo “spirito olivettiano”, che mi ha sempre incuriosito e che ha imbevuto nel tempo il milieu eporediese.
Alla fine degli anni Settanta tutto era ormai nostalgico, come una fine di un’epoca e il rimpianto di quella personalità, che mi ha sempre incuriosito, che fu Adriano Olivetti.
Così nel tempo ho letto scritti suoi e di chi lo descriveva. Erano le sue pagine interessanti, spesso complesse, ma il suo credo federalista era stimolante per chi è federalista, così come lo era il molto materiale che lo riguardava, quasi sempre agiografico e celebrativo. Mi interessava quel suo legame con la Valle d’Aosta sul quale - a parte il famoso piano regolatore in piena epoca fascista - non ho mai trovato elementi utili su due punti. Il primo le sue implicazioni, dopo la caduta di Mussolini, fra il 1943 e il 1945, quando Olivetti trafficava in Svizzera con i servizi segreti angloamericani e poi - esiste qualche lettera degli anni 50 negli archivi Olivetti - i legami con mio zio Séverin, eletto come lui (ma Adriano si dimise quasi subito) in Parlamento nel 1958.
Torno al punto: ho trovato un libro rivelatore, che so che ha creato alcuni mal di pancia in quella parte di eporediesi nati e cresciuti nel mito olivettiano, prima del papà Camillo e poi del figlio Adriano. Una biografia di Paolo Bricco, giornalista e scrittore eporediese, intitolata “Adriano Olivetti, un italiano del Novecento”. Un libro avvincente, che ricostruisce una vita ora vincente e ora perdente di un uomo pieno di contraddizioni. Si smontano meccanismi di cose dette e ridette, inquadrando questa personalità in un contesto storico, economico e sociale più vasto e assai accurato.
Il percorso è il Novecento, dalla nascita nel 1901 alla morte prematura avvenuta in treno in Svizzera nel 1960. Segnalo come l’Olivetti incise molto anche sulla nostra Valle con tanti valdostani in Olivetti e con montanari che presero cascine lasciati dai canavesani che abbandonavano i campi per la fabbrica. In comune poi ci fu la Provincia di Aosta esistita dal 1927 al 1945 e che venne soppressa con decreto luogotenenziale per ridare alla Valle d’Aosta i suoi confini storici.
Cito, tornando a Olivetti, due passaggi illuminanti di Bricco: “Nel caso di Adriano appare insieme brillante e oscura l’abilità di innestare e contemperare l’impresa con le curiosità e con il girovagare di un’anima randagia e misteriosa, vocata anche alla vita politica pubblica e alla dimensione della comunità, all’illusione positivista delle scienze sociali in grado di mutare la natura dell’uomo e al seme della propria alterità ossessiva pronta in ogni istante a sconfinare in una specie di follia personale non deturpante, ma creatrice, e sempre con una cifra tecnoindustriale e organizzativo-industriale, estetico-industriale e comunitario-industriale.”
Il secondo: “Adriano ha una personalità polimorfa e composita, sfacciata e segreta, malinconica e divertente, nascosta e luccicante. Opera su più piani. Intreccia numerose dimensioni. Compie una ricerca interiore privata, costruisce un edificio economico e sociale pubblico con la sua impresa, sviluppa una propria idea della Storia, è convinto di potere avere un ruolo politico nell’Italia che è uscita dalla Seconda guerra mondiale malferma e piena di un desiderio di rivalsa e che è approdata alla democrazia affamata di futuro e sazia di rimozioni del passato. Per fare tutto questo–per essere tutto questo–Adriano ha bisogno di sé stesso, della sua anomalia e della sua naturale propensione a mutare sembianze, e ha bisogno degli altri. Gli altri, per lui, sono lo specchio, l’ombra e la proiezione della sua realtà intima: polimorfi, compositi, sfacciati, segreti. Uno diverso dall’altro. Tutti ricondotti a un disegno che, appunto, è insieme contraddittorio e coerente. Gli altri sono gli intellettuali.”
Già gli intellettuali che animarono con lui l’utopia, che è sfociata in vere realizzazioni sociali ma anche in elementi mitici alimentati nel tempo, e che crearono un ambiente che fece di Ivrea e del Canavese qualcosa di irripetibile.
Ma certa adesione al Fascismo, le radici ebraiche negate al tempo delle leggi razziali, le contraddizioni che azzopparono l’azienda dopo una crescita prodigiosa, una religiosità contraddittoria mista anche a logiche magiche e di occultismo, l’incapacità di essere collante di una famiglia bizzarra.
Mi limito a questo, perché il libro va letto e approfondito perché offre una marea di informazioni che creano un affresco interessante, in cui spicca questo uomo, Adriano Olivetti. Ne esce sminuito? Direi di no: ne esce, come chiunque, dipinto con onestà, evitando di frane un inutile santino.

Il Paese della Cuccagna

Seguo la confusa e caotica situazione politico-elettorale dell’Italia e temo che ci toccherà parlarne.
Quel che intanto colpisce è la gara al rilancio propagandistico fra le forze politiche maggiori che si contendono il Parlamento, anche se i sondaggi – ma ci si può fidare? – indicano già chi potrebbe uscire vincitore dalle urne. In molti, oltra al vizio di criticare più gli altri che affermare le proprie ragioni, propongono, spesso con toni irrealistici rispetto alla complessità, una sorta di Paese della Cuccagna, se l’Italia sarà governata da loro.
Anni fa ero in aeroporto e c’era – trovata geniale! – una specie di dispensatore di brevi brani letterari. A me spuntò “L'invitation au voyage" di Charles Baudelaire. L'inizio è: "Il est un pays superbe, un pays de Cocagne, dit-on, que je rêve de visiter avec une vieille amie. Pays singulier, noyé dans les brumes de notre Nord, et qu'on pourrait appeler l'Orient de l'Occident, la Chine de l'Europe, tant la chaude et capricieuse fantaisie s'y est donné carrière, tant elle l'a patiemment et opiniâtrement illustré de ses savantes et délicates végétations”.
E ancora: “Un vrai pays de Cocagne, où tout est beau, riche, tranquille, honnête; où le luxe a plaisir à se mirer dans l'ordre; où la vie est grasse et douce à respirer; d'où le désordre, la turbulence et l'imprévu sont exclus; où le bonheur est marié au silence; où la cuisine elle-même est poétique, grasse et excitante à la fois; où tout vous ressemble, mon cher ange".
Fu facile scoprire che quest'opera era datata 1861 in cui si rivolge alla fidanzata - penso fosse la celebre musa del poeta, Jeanne Duval  - a cui disegnare una città ideale o meglio "un idéal obsédant".
In italiano questo termine "cuccàgna" appare - secondo l'Etimologico - nel quindicesimo secolo e vuol dire "paese favoloso, ricco d'ogni ben di Dio; abbondanza", spesso resa in modo plastico dalle cibarie in cima allo scivoloso albero della cuccagna, che sembra in senso metaforico l’ascesa al seggio parlamentare per chi aspira al ruolo.
Viene dal francese "cocagne", diffuso nell'ambiente goliardico medievale per lo più nella locuzione "pays de Cocagne, paese di Cuccagna".
La spiegazione etimologica fa sorridere: "accettata dal Meyer-Lübke), che fa risalire "cocagne" al termine olandese "kokenje, dolce con zucchero e sciroppo" da donare ai bambini in occasione delle fiere, non è sostenibile perché con tutta probabilità è semmai "kokenje" a provenire dal francese; d'altra parte i tentativi di derivarlo dall'occitano "coco, torta" o "coco, caco, uovo" si scontrano col divario cronologico che separa queste forme dell'occitanico moderno dalle prime attestazioni di "cocagne" (circa 1200); contro difficoltà fonetiche insormontabili urta invece la proposta di Lurati di derivare "cocagne" in quanto "paese dei marginali, dei vagabondi" (i goliardi medievali) da "calca", nel senso di "vita vagabonda, mendicità". Le probabilità maggiori restano quelle di una base "coca, coco" proveniente dal lessico infantile, ma ci mancano i significati e i contesti originari che ne chiariscano la motivazione".
In fondo c’è qualche cosa d’infantile nel rischio di eccesso di promesse nella fase che precede il voto, la famosa “campagna elettorale”, che ricorda le grandi manovre militari.
Un compianto giornalista, Vittorio Zucconi, rappresentava bene in una frase il prima e il dopo: “Per essere eletti, si devono sparare promesse. Per governare, si deve scendere al compromesso con la realtà”.
Che oggi risulta essere molto difficile e vale l’ammonimento del politico francese Pierre Mendès France: “La démocratie, c'est beaucoup plus que la pratique des élections et le gouvernement de la majorité : c'est un type de moeurs, de vertu, de scrupule, de sens civique, de respect de l'adversaire; c'est un code moral”

La cultura del rischio

Ormai credo che sia capitato a tutti di assistere a fenomeni meteorologici straordinari. Mi riferisco in particolare a certe piogge spaventose e violentissime, definite ormai impropriamente “bombe d’acqua”, che sarebbe una traduzione del vocabolo inglese cloudburst (letteralmente ‘esplosione di nuvola’).
Dal punto di vista scientifico e in buon italiano sarebbe, invece, “nubifragio”, che si raggiunge all’apice di questa scala di valori: meno di 1mm/hr → pioviggine; 1-2 mm/hr → pioggia debole; 2-6 mm/hr → pioggia moderata; 6-10 mm/hr → pioggia forte; 10-30 mm/hr → rovescio; oltre 30mm/hr → nubifragio.
C’è una ricerca del Politecnico di Torino che spiega come, su base statistica, in alcune aree d’Italia la frequenza e l’intensità dei nubifragi mostri in modo indiscutibile delle tendenze in crescita nel tempo. Questo a causa della maggiore capacità dell’atmosfera di immagazzinare vapore d’acqua, dovuta al riscaldamento globale con buona pace dei negazionisti.
Questo purtroppo avviene anche sulle Alpi con il mercurio che sale irrefrenabile e in Valle d’Aosta il fenomeno si è manifestato anche anche quest’estate siccitosa con pioggia e grandine, nelle rare occasioni e simili ad esplosioni, con il solito repertorio di danni e paure attraverso allagamenti,
straripamenti, frane, tubazioni saltate, abitazioni danneggiate, alberi sradicati, traffico bloccato e tutto il resto. Se si aggiunge sulle montagne quanto avviene in quota con le temperature elevate dalle cime in giù con i ghiacciai e il permafrost che si sciolgono il quadro si fa complesso e rende problematica la convivenza con questi fenomeni sommati fra loro.
Tutto questo ci obbliga ad essere vigili e reattivi. In Francia di questi tempi, ma il tema certo non è nuovo, si discute molto sulla cultura del rischio e la capacità di allertare i cittadini per tempo e di dare loro istruzioni precise sul da farsi di fronte a fenomeni catastrofici. Quanto ormai può avvenire grazia alla capillare presenza della telefonia mobile.
Questi sistemi di allarme pubblico sono essenziali per garantire la sicurezza dei cittadini. Esistono già da tempo, ad esempio negli Stati Uniti, dove vengono utilizzati per avvisare di inondazioni, incendi, o altre calamità, di rapimenti di minori, di potenziali attacchi nucleari, e di altro ancora In Europa a partire dal dicembre 2018 una direttiva imponeva a tutti gli stati membri dell’UE di dotarsi entro giugno 2022 di un sistema efficace di allarme pubblico basato appunto sulla telefonia. In Italia IT-alert è il nuovo sistema di allarme pubblico per l’informazione diretta dei cittadini in fase di realizzazione da parte del Dipartimento della Protezione Civile. A luglio 2022 è attualmente in beta testing, cioè si sta già concretamente sperimentando, secondo quanto sostenuto sul sito it-alert.it.
Trovo la questione davvero decisiva e mi auguro che si accelerino i tempi di messa in servizio (siamo già in ritardo) e si accompagni tutto questo con una campagna di educazione alla cultura del rischio. Anche nelle scuole bisognerà lavorare di più.

Emergenza energia

Ci sono emergenze che obbligano a riflettere anche in questo concitato periodo elettorale. Nell’autunno che ormai si profila si sarebbe dovuto fare a meno di elezioni e bisogna seguire l’evento pieno di sfide, ma senza distogliere lo sguardo da problemi gravi non risolvibili a colpi di slogan e men che mai con battutine sui Social.
Per ora chi ha cominciato a mettere le mani avanti con la a sua rude franchezza è stato il Presidente francese Emanuel Macron nel suo ultimo discorso: “Je pense à notre peuple auquel il faudra de la force d’âme pour regarder en face le temps qui vient, résister aux incertitudes, parfois à la facilité et à l’adversité et, unis, accepter de payer le prix de notre liberté et de nos valeurs“.
L’esempio più impressionante è la questione energia e gli aumenti folli.
Mi hanno mandato questo articolo da qualenergia.it che - con grande dovizia di particolari - offre un quadro preoccupante è al quale bisognerà rispondere con una strategia nazionale ed europea.
Cerco di farne una sintesi. Questo l’inizio: “Gli italiani sono correttamente informati sui prossimi ulteriori rincari dei prezzi dell’energia che troveranno in bolletta nell’ultimo trimestre 2022 e in avanti e su come potranno ridurne il peso?
Presi dal rumore di fondo del teatrino della politica pre-elettorale, molti non sono informati o non hanno ancora compreso che gli aumenti dei prezzo del gas e, di conseguenza dell’energia elettrica, avranno un impatto notevolissimo sui consumatori domestici e sulle imprese già dal 1° ottobre. E i media non stanno certo evidenziando a sufficienza lo scenario che potremmo avere tra poco più di un mese e mezzo”.
E così si prosegue: “Un impatto che di recente l’Autorità per l’energia ha stimato in un +100% rispetto all’attuale costo in bolletta se dovessero restare le quotazioni del gas dell’ultimo mese (media di circa 180 €/MWh, con picchi oltre i 200 euro). Siamo ormai a 2 euro a metro cubo! E oggi ogni famiglia per il gas spende il 70-80% in più di un anno fa (stima di circa 1700-1800 € all’anno per consumi tipo).
In sintesi e questo spaventa: “Si tratta di prezzi pari a 10 volte quelli medi degli ultimi cinque anni”.
Poi si precisa e vale anche per possibili interventi regionali: “Con questi prezzi pur in presenza dei previsti interventi da parte del Governo a riduzione di tali variazioni, non si potrebbero evitare variazioni dei costi che mai si sono verificate. Tali costi risulterebbero difficilmente sostenibili per tutti i consumatori, non solo domestici, con potenziali ripercussioni sulla tenuta dell’intera filiera”, ha avvertito Arera”.
Già in Valle le diverse associazioni imprenditoriali hanno aggiunto la loro voce a sindacati e associazioni dei consumatori per segnalare emergenze attuali e ora di certo quelle di prospettiva.
Infine: “Le motivazioni di questo rialzo sono diverse, a partire dalla guerra in Ucraina e non ultima la speculazione. Poi con la crisi delle forniture di metano dalla Russia c’è la corsa dei paesi europei, soprattutto nelle ultime settimane, a riempire le riserve per l’inverno, che ha fatto rialzare il prezzo del gas. In Italia attualmente (3 agosto) gli stoccaggi sono al 74%, comunque in calo sensibile rispetto agli anni scorsi”.
La seconda parte dell’articolo riguarda l’elettrico: “Ma vediamo ora come è aumentato anche il prezzo dell’energia elettrica in Italia, influenzato fortemente dal peso del gas nel mix elettrico italiano.
Il prezzo unico nazionale (PUN), che determina il prezzo del kWh che paghiamo in bolletta, in media negli scorsi anni non si discostava dai 60 euro/MWh, cioè 6 cent€/kWh (nel 2019 era di 52,32 € e nel 2020 di 38,92 €). Ma nel 2021, soprattutto per i rialzi degli ultimi mesi dell’anno, è arrivato a 125,46 euro/MWh (media annuale PUN).
Oggi a inizio agosto la media annuale del PUN è intorno ai 303 euro/MWh (+7 volte la media del 2020 e circa +2,5 volte del 2021), con picchi recenti di 538 €/MWh (4 agosto) e una media di 491 euro per il mese di agosto”.
Si aggiunge ancora: “In Italia il PUN è tra i più elevati dei paesi dell’Europa occidentale, anche a causa di un ritardo quasi decennale nelle strategie energetiche per la diffusione di rinnovabili, efficienza e risparmio.
Mentre diverse PMI stanno soffrendo per i rincari già evidenti da oltre una decina di mesi, molte famiglie (e anche enti locali) non hanno ancora l’esatta percezione degli aumenti attuali e futuri, né di come affrontarli. Nonostante siamo di fronte ad una domanda relativamente rigida, immaginiamo, solo per ipotesi, quale poteva essere la reazione dei consumatori se la benzina avesse toccato un prezzo alla pompa di 10-12 euro al litro.
Invece, interpretare le bollette che ci arrivano bimestralmente a casa è roba da esperti. E il fatto che per gas e luce non abbiamo una sorta di distributore che ci indichi giornalmente il prezzo ci rende meno consapevoli e fa ritardare le nostre reazioni e comportamenti di consumo, nonché la pressione che dovremmo far sentire alla politica e ai fornitori di energia per provare ad invertire almeno un po’ la pericolosa rotta che stiamo percorrendo”.
Parole assolutamente condivisibili.

L’invidia all’Inferno

Lo psicanalista e saggista Massimo Recalcati è ormai una delle firme di punta di Repubblica.
Riesce sempre a commentare vicende di attualità, profittandone per scavare in elementi più profondi.
In queste ore si è occupato di questo tema: “Sanna Marin - coraggiosa premier finlandese - è entrata nell'occhio del ciclone social e mediatico perché un video divenuto pubblico la riproduce mentre in una festa tra amici balla e si diverte. L'accusa non è solo sfacciatamente moralistica - perché una figura con responsabilità politiche non avrebbe il diritto di divertirsi? - ma merita di essere considerata con attenzione”.
Poi inizia lo scavo, applicabile in molti altri casi anche nella nostra quotidianità: ”Al centro c'è innanzitutto, ancora una volta, la passione accanita dell'invidia. Tommaso d'Aquino la definiva come la tristezza causata per il bene altrui che impedisce l'affermazione della propria eccellenza. Più sinteticamente, Lacan affermava che l'invidia è sempre invidia della vita. Nello sguardo risentito dell'invidioso ciò che, infatti, risulta intollerabile, è proprio la manifestazione della gioia della vita.
Non a caso i soggetti sui quali solitamente si scarica la pioggia acida dell'invidia sono soggetti che sanno, in modo differenti, incarnare la potenza di quella gioia. È una lezione della psicoanalisi: non si invidia mai l'estraneo, ma si invidia sempre la vita che si vorrebbe essere e non si riesce ad essere. L'invidiato è, cioè, sempre l'ideale inconscio dell'invidioso”.
Quanto c’è da riflettere in un mondo popolato, anche in politica, da invidiosi!
Spiega più avanti Recalcati: “Ebbene, questa donna che ha preso decisioni difficili in un tempo di grande crisi (pandemia, guerra in Ucraina), che ha portato il suo Paese verso la Nato, che ha rivendicato l'autonomia del suo popolo di fronte alla prepotenza bellica della Russia, sa anche godere della vita, sa vivere una festa. È forse questo il peccato che deve espiare?”.
Poi il pensiero finale, che mi conforta in queste ore in cui, dopo una certa delusione, ho fatto festa con amici: “Lo sappiamo per esperienza, difficilmente chi non sa fare festa sa vivere la vita. Piuttosto la può solo osservare da distanza sempre pronto al giudizio severo. Per questo Dante, nel girone popolato dagli invidiosi li rappresenta con gli occhi cuciti da fili di ferro”.
Ii grande romanziere Carlos Ruiz Zafón, morto purtroppo anzitempo, ha scritto: “L'invidia è la religione dei mediocri. Li consola, risponde alle inquietudini che li divorano e, in ultima istanza, imputridisce le loro anime e consente di giustificare la loro grettezza e la loro avidità fino a credere che siano virtù e che le porte del cielo si spalancheranno solo per gli infelici come loro, che attraversano la vita senza lasciare altra traccia se non i loro sleali tentativi di sminuire gli altri e di escludere, e se possibile distruggere, chi, per il semplice fatto di esistere e di essere ciò che è, mette in risalto la loro povertà di spirito, di mente e di fegato. Fortunato colui al quale latrano i cretini, perché la sua anima non apparterrà mai a loro”.
Mai.

Vorrei un Minion

I film di animazione, che per me a vita saranno noti come cartoni animati, hanno rappresentato un classico della mia infanzia e poi anche nelle successive fasi della mia vita per via pure della differenza di età fra i miei figli. Con quello di 11 anni, infatti, sono ancora arruolato e devo dire che si tratta sempre di un piacere, anche perché molte di queste pellicole contengono – per la capacità degli sceneggiatori – dialoghi a lettura diversa e spesso ci sono anche doppi sensi maliziosi non distinguibili dai bambini. L’assoluta perfezione tecnologica stranisce, pensando ai vecchi film disneyani e bisogna dire la verità che alcuni di questi, per essere veramente godibili, vanno visti sul grande schermo e cerco di farlo a difesa anche dei cinema.
Sono andato a vedere in queste ore ”Minions 2 - Come Gru diventa Cattivissimo”, il film diretto da Kyle Balda, che è il prequel del film d'animazione con protagonisti i buffi personaggi gialli di Cattivissimo. Il film approfondisce le origini di Felonius Gru (voce originale di Steve Carell, voce italiana di Max Giusti) e di come sia diventato cattivissimo, ambientando la storia nel cuore degli anni '70.
Ho trovato la storia molto simpatica e i buffi personaggi del tutto travolgenti. Apro una parentesi per chi non sapesse di che cosa parlo. I Minions, visibili ormai in ogni carnevale dei bambini, sono gialli, piccolini, con la testa ovale, pelati o con un ciuffetto di capelli in cima alla testa. Possiedono uno o due occhi e braccia e gambe sottili. Indossano una salopette di jeans, guanti, stivaletti, occhiali e sembrano sempre essere al lavoro, anche se perlopiù combinano pasticci.
La parola “minion” in inglese sta per “servitore” o “galoppino” ma anche per “tirapiedi”. Certo questi personaggi hanno un gran cuore e una goffa furbizia.
Pasticcioni, divertenti e combinaguai, i minions creano scene di ilarità in tutti i film, ed è impossibile non amarli. Parlano un linguaggio inventato che suona come una specie di esperanto. La loro frase più frequente, detta quando hanno fame, è: “Me want bananas”, perché adorano le banane e sono disposti a tutto per averne una.
Anni fa, a dimostrazione di come si viva in un mondo che stravolge tutto, un utente di Facebook spagnolo, Luciano Gonzales, fece credere che questi personaggi fossero nelle loro fattezze ispirati ad una serie di esperimenti nazisti applicati sui bambini ebrei.
La 'bufala' aveva fatto il giro del web immediatamente, sfruttando il confronto tra una foto di repertorio e un'altra dei Minions. L'immagine era accompagnata da questo messaggio: “Lo sapevate? ‘Minions’ (dal tedesco ‘minion’ ‘schiavo) era il nome dato ai bambini ebrei, adottato da scienziati nazisti durante i loro esperimenti. I bambini ebrei vittime di esperimenti soffrivano, e visto che non parlavano tedesco, le uniche parole che pronunciavano erano suoni che facevano molto ridere i tedeschi”.
La foto rappresentava persone con un casco in testa che assomigliano molto ai Minions.
In realtà l'immagine di repertorio apparteneva al Royal Navy Submarine Museum del Regno Unito e raffigura dei sommozzatori durante un esercizio di salvataggio all’inizio del 20esimo secolo.
Poveri Minions finiti nel tritacarne di una fake news, da cui sono usciti in fretta con i loro borbottii e i loro guizzi!

Condividi contenuti

Registrazione Tribunale di Aosta n.2/2018 | Direttore responsabile Mara Ghidinelli | © 2008-2021 Luciano Caveri