blog di luciano

Viva le spiagge, abbasso la montagna!

Ombrelloni chiusi...Il mondo della montagna non è avvezzo a lamentazioni e a piagnistei. Sarà un tratto culturale o caratteriale - fate voi - ma quel che è certo è che questo atteggiamento civile sembra essere scambiato in Italia come un'arrendevole rassegnazione.
Le montagne in Italia piacciono molto per la retorica convegnistica. Una tantum si scopre l'esistenza di queste "Terre Alte" e dei loro abitanti, ma nell'animus profondo di larga parte della politica italiana restiamo il Paese del mare. Un tratto romantico condivisibile ma spesso caricaturale alla "pizza e mandolino", che si trasforma talvolta in evidenti ingiustizie e mancanza di attenzione per chi vive in alto "sui bricchi" e non sulle coste.
Esemplare a questo proposito la questione dei gestori delle spiagge, dicesi «balneari», che hanno tenuto sospesa la legge sulla concorrenza in Parlamento grazie alla difesa strenua di parlamentari di vari gruppi, specie della Destra, che hanno fatto della battaglia in difesa degli ombrelloni la loro missione numero uno, senza il senso del ridicolo per questa scelta che fa ridere l'Europa ed ha violato sinora le norme comunitarie. Vedremo ora la soluzione di compromesso di cui oggi si scrive.
Intanto: in Italia ci sono ben 52.619 le concessioni demaniali marittime, di cui 11.104 sono per stabilimenti balneari, 1.231 per campeggi, circoli sportivi e complessi turistici, mentre le restanti sono per utilizzi vari (dati Legambiente 2019). Ci sono regioni, come Liguria ed Emilia-Romagna, dove quasi il 70 per cento delle spiagge è occupato da stabilimenti.
Ma la questione non è tanto il fatto che le spiagge libere in Italia siano un miraggio, quanto il fatto che le attuali concessioni balneari siano un regalo a vantaggio di pochi privilegiati.
Attualmente, in Italia, le concessioni demaniali marittime non sono assegnate con gara pubblica, come sarebbe invece richiesto dalla "Direttiva Bolkestein" del 2006. Una direttiva che ha l'obiettivo di garantire pari accessibilità a tutte le imprese europee nel concorrere, in questo caso, all'affidamento delle concessioni demaniali. Ci sono voluti provvedimenti dell'Autorità antitrust, della Commissione europea, sentenze della Corte di Giustizia, della Corte Costituzionale, dei Tar e da ultimo del Consiglio di Stato, ma alla fine la foresta pietrificata del regime delle concessioni balneari ha cominciato a scricchiolare
Ricordo che il giro d'affari del settore è stato valutato dai giudici di Palazzo Spada intorno ai 15 miliardi di euro mentre lo Stato ricava poco più di 100 milioni da quasi 27mila concessioni. Dunque scopriamo che la media annuale dei canoni per ogni concessione è al di sotto dei 4.000 euro annui. Una cifra del tutto irrisoria rispetto al giro di affari degli stabilimenti balneari.
Nessun settore che si basa su un bene immobile (spiagge e insediamenti turistici lo sono) ha un rapporto così sbilanciato tra costo degli immobili e ricavi. I soldi che rimangono nelle tasche dei concessionari sono sottratti a quelli del contribuente (lo Stato troverà altrove le risorse che non prende dalle spiagge) e, per di più, con contratti a lunghissima durata e quasi nessun rischio di concorrenza. I gestori hanno perciò un incentivo perverso a fare pochi investimenti per migliorare il servizio o tenere bassi i prezzi. Infine, a prescindere dalla buona volontà degli attuali concessionari, si è finora impedito l'ingresso di nuovi operatori più efficienti, con una perdita complessiva per l'intera economia.
Intanto la legge sulla concorrenza in approvazione, mentre accarezza i balneari con soluzioni all'italiana, nulla fa di buono per le concessioni idroelettriche, una delle ricchezze della montagna. Anzi, in questo caso il rischio è di andare a gare che potranno portare via queste risorse a vantaggio di chi - il caso della "CVA" valdostana è da manuale - serve da volano per l'occupazione, tutela il territorio e consente dividendi a favore della comunità. In un settore, quello delle energie rinnovabili, con cui tutti si sciacquano la bocca, così come sulla necessità di mantenere asset strategici.
Parole, parole, parole...
Meglio le spiagge, insomma.

Siamo tutti ragazzi…

Giuseppe AntonelliE' interessante la rappresentazione che ciascuno ha di sé e pure quella che di ognuno di noi hanno gli altri.
Per esempio a me diverte molto che la gran parte delle persone adulte che incontro nel mio ruolo pubblico mi chiamino direttamente «Luciano», senza adoperare chissà quale titolo, di cui non c'è bisogno. Immagino che sia una sorta di familiarità, perché dopo tanti anni in cui uno ha incarichi noti finisci per essere una presenza conosciuta e direi "domestica" con cui avere un approccio colloquiale e non formale.
C'è in generale un'evoluzione dei costumi con aspetti positivi come questo, mentre mi pare non altrettanto condivisibile l'abuso del «tu» e pure lo straordinario utilizzo del termine «ragazzo».
Certo, fa piacere quando si è già vecchiotti sentirsi apostrofare, specie se in un gruppo di "attempati", con «cosa volete bere, ragazzi?».

Patriottismo e nazionalismo

Teresa ForcadesIn un articolo su "La Stampa" di Fabrizio Accattino sul Salone del Libro di Torino si parla di una suora catalana, intitolato "Forte come la morte è questo amore" (Castelvecchi).
"Il volume - scrive il giornalista - raccoglie otto lezioni sul "Cantico dei Cantici", un elogio dell'amore carnale tra due amanti che costituisce un unicum nel testo biblico". Tutto un programma…
Poi un altro passaggio sull'autrice: "Teresa Forcades è una monaca benedettina del monastero di Monserrat, in provincia di Valencia. Studiosa di fama internazionale, laureata in medicina con un master ad Harvard, lo scorso mese il "New York Times" le ha dedicato un ritratto in cui ha provato a metterne a fuoco l'attivismo politico, il femminismo, l'indipendentismo catalano. Persino il nazionalismo, vocabolo che per la verità oggi non suona benissimo".

Un nuovo Governo in Francia

Élisabeth Borne, nuovo Primo Ministro franceseCome sempre ho seguito con interesse e curiosità la nascita del nuovo Governo francese, dopo la vittoria di Emmanuel Macron alle elezioni presidenziali. Il Presidente riconfermato ha messo più tempo del solito per presentare la nuova squadra, che è un mix di vecchie conoscenze di grande esperienza e di nuovi ingressi scelti appositamente per soddisfare porzioni di società. Una scelta tattica in vista delle prossime elezioni politiche in cui Macron si gioca la solidità della propria azione nei prossimi cinque anni e la sfida riguarda il "macronismo" contro un'inusuale fronte popolare delle Sinistre unite attorno alla singolare figura di Jean-Luc Mélenchon.
Ci sono tre cose che mi hanno colpito nella nascita del nuovo Esecutivo d'Oltralpe. La prima è ben visibile: la scelta come Primo Ministro della sessantenne Élisabeth Borne, donna cresciuta a sinistra, già prefetto passata in politica. E' la seconda donna in Francia a ricoprire questo ruolo. La prima nel 1991 fu Édith Cresson, scelta da François Mitterand, ma durò solo un anno.

Evviva Colombo!

Furio ColomboVedi il caso. L'altro giorno ero in coda per fare gli esami del sangue a Châtillon, quando nell'attesa, con alcuni che aspettavano con me, ci siamo messi a parlare del passato del paese ed in particolare della "Montefibre". Oggi di quella fabbrica restano le palazzine adoperate come sede della "Fondazione turistica" ed il ricordo dell'importanza dello stabilimento è destinata a svaporare.
Cito un pezzo di "Wikipedia": "La "Châtillon", o "Società anonima italiana per le fibre tessili artificiali SpA", è stata un'azienda italiana operante nel settore delle tecnofibre.
Nel 1917, in piena prima guerra mondiale, fu fondata la "Soie de Châtillon" (in italiano, "Seta di Châtillon") con uno stabilimento nell'omonimo comune valdostano, più vicino alle centrali idroelettriche, in epoche in cui il trasporto di energia sulle lunghe distanze era ancora problematico. La produzione avviata fu quella della viscosa (poi rayon) che in quel momento era molto diffusa"
. La fabbrica passa a diverse società sino alla chiusura definitiva nel 1985 e ne ho un vago ricordo come giornalista.

Io, tuttologo da tastiera

Appuntamento quotidiano col blog, all'alba...Giustissimo! Un esponente che oscilla fra maggioranza ed opposizione dalla sua "cabina di regia" mi apostrofa con evidente dileggio (ma in privato dice cose peggiori) come «tuttologo da tastiera». Confesso che la considero una medaglia da appuntare sul petto e ringrazio per il pensiero.
Mi spiego: come ho avuto modo di dire mille volte vengo dal giornalismo e ci sono ancora saldamente. I giornalisti, per definizione e tranne casi di specialisti minuti, sono dei generalisti (spregiativamente «tuttologi») che per mestiere passano da un argomento all'altro. Quanto non mi stupisce affatto se gli argomenti che si trattano vengono approfonditi il giusto.

Quel giorno, 40 anni fa

La 'Valentine' della 'Olivetti'Il tempo passa e se ne va e consolano i ricordi ed i momenti che valeva la pena di vivere. Patrimonio soggettivo e fotografia di un'epoca che non tornerà più e tocca sempre stare vigili per non finire troppo presto in naftalina.
Quarant'anni fa come oggi - un abisso solo scrivendo "1982" - diventavo giornalista professionista, passando all'orale.
Fu un punto d'arrivo della mia vita. Anzi, all'epoca pensavo che solo di quello, cioè del giornalismo radiotelevisivo, mi sarei occupato, essendo entrato alla "Rai" come praticante due anni prima. Senza falsa modestia, i microfoni e le telecamere erano e direi sono nel mio sangue, anche se poi larga parte della mi vita è stata dedicata alla politica, mantenendo per tenermi in allenamento a rotazione rubriche radio, televisive ed anche scritte, come avviene qui.

La vita che si vive

Le operazioni di salvataggio di Gianni Odisio da parte dei soccorritori di 'Air Zermatt'Quanto inchiostro è stato speso nel tempo sulla vita. A me piace una definizione semplice di Oriana Fallaci: «La Vita non è uno spettacolo muto o in bianco e nero. E' un arcobaleno inesauribile di colori, un concerto interminabile di rumori, un caos fantasmagorico di voci e di volti, di creature le cui azioni si intrecciano o si sovrappongono per tessere la catena di eventi che determinano il nostro personale destino».
Già, il destino, che contiene quell'imponderabilità che attraversa tutte le esistenze, mettendoci di fronte a bivi improvvisi, che possono aprirci strade nuove o chiudere anche la nostra avventura.
Ci pensavo, perché ho telefonato in queste ore ad un amico che ha visto - anche se l'espressione è un po' forte - la morte in faccia. Non lo avevo disturbato, sapendolo convalescente.

Come non capire Svezia e Finlandia?

Tytti Tuppurainen, la ministra finlandese agli Affari europeiHo avuto modo di conoscere svedesi e finlandesi nel mio lavoro a Bruxelles ed in qualche trasferta nei loro Paesi, ma ho avuto anche il piacere di avere degli amici cari in quei Paesi nelle mie frequentazioni giovanili. Sono ricordi molto belli, che rientrano in quella logica di conoscenza di culture diverse, che dimostrano tuttavia l'esistenza di quel collante che lega indissolubilmente chi crede nell'Europa più unita come unico antidoto alla guerra. Chi straparla di pace, senza rendersi conto di questo valore assoluto, o non capisce o è in assoluta malafede.
I popoli scandinavi mi sono sempre piaciuti e, nel misto dei popoli dell'Unione europea, hanno dato un apporto di serietà di comportamento e grande capacità di lavoro, senza mai rinunciare a divertirsi a dispetto di chi li considera dei "musoni".

Unità nella diversità

Diversità...«Grande è la confusione sotto il cielo. La situazione è eccellente…». La celebre frase pronunciata da Mao, durante la Rivoluzione culturale in Cina negli anni Sessanta, si adatterebbe perfettamente alla Valle d'Aosta di oggi.
Mao - ma la citazione era probabilmente la ripetizione di un detto di Confucio - vedeva nel caos, che facesse tabula rasa del passato, l'affermazione di una rottura violenta e persino sanguinaria per esaltare la sua dittatura personale attraverso la sua versione, rivelatasi liberticida, del comunismo.
Il caos valdostano, invece, non ha un'intestazione che si riferisca ad una persona con un progetto preciso in testa, ma ad un senso generale di tutti contro tutti che rende sempre più problematico immaginare un destino comune condiviso.

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