blog di luciano

La difficoltà di far ridere

Rowan AtkinsonUna premessa è d'obbligo: mi piace scherzare. Credo di averlo ereditato da mio padre. A dire il vero lui accompagnava le sue battute persino con la costruzione di burle ed era un indefesso barzellettiere. Io preferisco giocare con le parole e le situazioni e dunque anche con le persone in un esercizio che potrebbe essere in certe occasioni definito come "conversazione brillante" (quando ci riesco...). Non so se sia da considerarsi un tratto caratteriale, culturale o genetico. Cerco sempre di non debordare e talvolta può capitare di farlo e poi me ne pento, specie quando - e può capitare - la spiritosaggine non riesce bene o cola a picco diventando gaffe.
Per questo adoro chi con la comicità ci lavora e fra questi mi è sempre piaciuto, anche per l'unicità del suo genere, la goffaggine e la mimica straordinaria di Rowan Atkinson nella sua veste del ben noto Mister Bean.

La "Riunionite"

La vignetta di Voutch sulla 'Riunionite'Leggo e mi diverto con un articolo sul settimanale francese "Marianne Magazine" scritto con arguzia da Nicolas Carreau e sin dal titolo era facile capire di che cosa si volesse occupare: "La Réunionite", in italiano "Riunionite".
"Riunione" nel senso che così ci dà la "Treccani": "Il riunirsi di più persone (o anche, con valore concreto e collettivo, il complesso delle persone riunite) nello stesso luogo, di comune intesa o su invito o convocazione, sia per ritrovarsi e conversare, sia per assistere e partecipare a manifestazioni e incontri, sia per discutere e deliberare su questioni di pertinenza dell'organo collegiale di cui sono membri".
Tutti noi sappiamo per esperienza di che cosa si tratta. Chi faccia politica ha nelle riunioni gioia e tormento, compresa la varietà di tipologie e di esiti. Oggi significa anche, nella logica dei collegamenti in video, destreggiarsi attraverso le diverse piattaforme che li consentono e ogni tanto, a complicare le cose, me spunta una nuova.

Il ritorno del francese?

Camillo LangoneSo bene quanto Camillo Langone sia un un intellettuale controverso per certe sue opinioni in questi anni. Tuttavia questa volta un suo editoriale sul "Foglio" mi ha molto incuriosito. Si tratta di una presa di posizione sul francese - e il tema non è banale per i valdostani - di cui non sfugge qualche logica da agent provocateur, di cui non sfugge l'acume.
Lo si denota sin dalla prima parte dell'articolo, che parte ovviamente dalla avvenuta "Brexit": «Viva la patria, viva tutte le patrie e naturalmente viva l'Inghilterra: ma adesso che gli inglesi si sono isolati perché mai la lingua franca dell'Unione europea deve continuare a essere l'inglese? Non suona assurdo? Nelle strade di Bruxelles si parla francese (e fiammingo, ma il fiammingo lo lascerei perdere: qualcuno ha mai letto Gezelle? Conscience? Van Beers? Qualcuno, anzi, ha mai sentito nominare questi letterati importantissimi nelle Fiandre?). Dopo l'euroinglese ci vuole l'eurofrancese».

Lessico e personaggi del 2020

Sean ConneryQuante battute più o meno argute abbiamo fatto all'arrivo del 2021. Ma il soggetto non è stato tanto l'anno nuovo, quanto invece l'anno ormai passato su cui è stato persino scherzare per sdrammatizzare. Nei giorni scorsi siamo stati letteralmente sepolti da ricostruzioni di quanto è stato e di speranze per quanto sarà. Pur ottimista e convinto che passerà, preferisco per ora guardare al passato e non azzardare sul futuro.
Mi è molto piaciuto leggere nelle stesse ore un interessante gioco sulle parole del 2020 e ne propongo in parte i risultati, così come pubblicati da "Vanity Fair" e da "7" del "Corriere della Sera".
Comincerei da quest'ultimo. Autore è il già ministro Massimo Bray, oggi al vertice della "Treccani", che ne propone sei, che si accendono come fiammiferi alla sola pronuncia.

Il dibattito sul Turismo invernale sulle Alpi

Turismo dolce in Valle d'AostaLa forzata chiusura degli impianti di risalita in questa sfortunata stagione sciistica forse finirà: abbiamo ora la data del 18 gennaio e speriamo davvero che, con chiarezza nel protocollo di sicurezza, questa riapertura venga rispettata, altrimenti si passerebbe dal male al peggio.
La paralisi, verificatisi nel periodo migliore della stagione, ha suscitato un ampio dibattito al quale hanno preso parte diversi soggetti ed il confronto a distanza è stato utile. Alcuni, però, hanno approfittato delle conseguenze della sciagurata pandemia per riprendere un'impostazione in verità tutt'altro che nuova: un "j'accuse" verso un modello di sviluppo del turismo invernale sulle nostre montagne, che ruota grossomodo da mezzo secolo attorno agli impianti ed alla loro utilità.

Plaidoyer per i ristoranti

Scatoloni di contenitori per l'asporto davanti ad un ristorante ad AostaAmo andare per ristoranti e considero questa mia predilezione una medaglia. Sarà che mangiare al ristorante da bambino era segno distintivo della domenica o di altro giorno di festa. Sa quindi anzitutto di famiglia e penso a tanti parenti che non ci sono più e me li ricordo ridenti e distesi, come solo lo stare insieme può dare.
Ho una carta geografia mentale di ristoranti memorabili dall'infanzia in su. Danno un senso, dovunque fossero, in certi casi di continuità, perché ci sono ancora, in altri casi invece sono stato chiusi e magari non siamo in tanti a salvarne la memoria. A me i ricordi piacciono molto e magari il fil rouge può essere proprio un cibo, un piatto, un vino e poi si risale sino alle tavolate e alle compagnie.
E ogni volta che vado in giro, quando posso, scelgo tappe ad hoc, che sia in altri Continenti o a pochi chilometri da casa con curiosità dalle stelle alle stalle, cioè dagli stellati agli agriturismi. Non bisogna andare troppo per il sottile, perché in qualunque posto, caro o economico, si può scoprire una perla rara.

"Le Monde" sui confini del Monte Bianco

L'articolo su 'Le Monde'Non capita tutti i giorni di essere intervistato da "Le Monde" e devo l'occasione a Jérôme Gautheret, corrispondente da Roma per il prestigioso quotidiano parigino. L'ho incontrato qualche settimana fa nel mio ufficio ad Aosta e siamo stati a lungo a parlare in una conversazione assai piacevole sulla famosa storia del confine sulla vetta del Monte Bianco.
La ragione della sua visita è meglio presentata nell'occhiello del suo pezzo, che così recita: «Entre les deux pays, l'imbroglio à propos du tracé de la frontière sur le "toit de l'Europe" dure depuis plus de cent cinquante ans. La création d'une "aire protégée" de 32 km² autour du sommet alpin, en octobre, a relancé les arguties».

La terza via

Timori per il vaccino...C'è un tema centrale in quest'ultimo giorno dell'anno: in un mondo normale tutti si vaccinerebbero, tranne coloro che che non lo possano fare per reali motivazioni mediche. Ma non sarà così. Basta dare un'occhiata sui "social" per vedere come esista una chiassosa e compatta minoranza (perché è minoranza) che occupa spazi enormi e vigili sugli altri nel nome della propria fede. Basta scrivere qualcosa e scatta la reazione più o meno vivace e talvolta violenta contro chi legittimamente ricorda la storia - pietra miliare per la scienza - dei vaccini e l'eradicazione conseguente di malattie terribili.
Così potrebbe essere per il "covid-19" ed invece la strada si farà tortuosa e più lunga e molto inchiostro verrà adoperato sul grande spauracchio dei "novax": l'obbligo vaccinale. Sul punto mai ho sentito grida così forti in vita mia nel nome della libertà, che si evoca ormai come panacea per coprire tutto e il suo contrario.

Che i giovani non abbiano paura

Marta CartabiaSono stati anni bellissimi quando divenni un giovane deputato. Mi accorgevo quando incontravo «i giovani», tipo liceali od universitari, come non ci fosse ancora un profondo gap generazionale. Riuscivo con facilità a sintonizzarmi sulle loro frequenze.
Ora ovviamente non ci riesco più con la stessa naturalezza, nel senso che molte cose stento a capirle, per quanto mi sforzi. E con rimpianto ci si sente come Ovidio: «Presi un pugno di sabbia e glielo porsi, scioccamente chiedendo un anno di vita per ogni granello; mi scordai di chiedere che fossero anni di giovinezza».
Eppure i giovani mi sono nel cuore come non mai in questa fase della vita in cui trovo necessario sentirmi solidale con loro, perché sono di certo le maggiori vittime di questa pandemia. Perché mai come oggi sono i più frustrati da queste chiusure e da queste limitazioni e il loro tempo perduto dovrebbe invece essere pieno di cose belle e vitali.

Il peso della pandemia

Claire MarinTutto è utile di questi tempi per capire di più di noi stessi e degli altri nel contesto nuovo e inedito per noi della pandemia con cui siamo obbligati a familiarizzare, malgré nous.
Leggo ed ammiro le parole in una lunga intervista su "Le Monde" di Nicolas Truong a Claire Marin "philosophe et enseigne dans les classes préparatoires aux grandes écoles à Paris".
La Marin analizza diversi aspetti in modo non convenzionale. Tra le cose che mi hanno colpito per prime c'è la logica domestica, la trasformazione della casa. In un passaggio c'è una bella citazione: «Michel Foucault dit que "nous vivons dans l'espace du dehors par lequel nous sommes attirés hors de nous-mêmes" ("Des espaces autres", Dits et écrits IV). Or nous avons été et sommes encore privés de ces espaces autres, qu'il s'agisse des lieux de passage, comme les rues, ou des "espaces de halte provisoire" comme les cafés ou les cinémas».

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