blog di luciano

Todos autonomistas

Ho lavorato a Roma e lo faccio da sempre ad Aosta, così come a Bruxelles con esponenti di tutti i partiti politici, com’è giusto fare in una democrazia. Un tempo esisteva, anche nella peggior polemica pubblica o nelle baruffe della vita parlamentare, un fondo di rispetto reciproco sul piano personale, che ormai, specie nel rapporto con le ali estreme, è saltato, perché imbevuto in egual misura di populismo e di demagogia.
L’avversario è un nemico, punto e basta e si adoperano sempre più metodi extrapolitici, come ad esempio la delazione giudiziaria con esposti e denunce, anche immotivati.
Ma l’aspetto più propriamente valdostano, non nuovissimo ma sempre più esteso, è il dirsi con enfasi “anche noi siamo autonomisti!”. Straordinario tentativo mimetico: partiti nazionali, spesso nazionalisti o dell’ormai noto rossoverde ambientalista, che in ambito locale urlano il loro autonomismo come elemento del loro DNA. Scelta furbesca e contronatura rispetto alla loro vera…natura.
Ogni volta questa storia evoca l'espressione spagnola «Todos caballeros» (in italiano «Tutti cavalieri»). Sarebbe stata pronunciata da Carlo V davanti ad una folla paludente, durante una visita ad Alghero (dove ancora oggi ci sono gli eredi dei catalani giunti come coloni nel Trecento) avvenuta tra il 7 e l'8 ottobre del 1541.
L'espressione è oggi utilizzata in tono dispregiativo per descrivere quelle proposte tendenti ad estendere urbi et orbi dei particolari privilegi, annullando così di fatto la distinzione o il prestigio derivante dagli stessi; allo stesso modo viene utilizzata per connotare l'esito di una vicenda nel quale tutti si proclamino vincitori.
Sul perché avesse detto quella frase, dando per ora per buono che ci sia stata, ci sono diverse teorie: un riconoscimento alla tenuta della comunità catalana a due secoli dall'arrivo in terra sarda; un saluto ad illustri cittadini locali che avrebbero seguito il Re in una spedizione a Tunisi; un plauso per la mattanza di animali - avvenuta in una sorta di "corrida" - che sarebbero state imbarcate come provviste per il viaggio in Africa; una risposta maldestra ad una folla che reclamava per filarsela via in fretta (si dice per impellenti esigenze fisiologiche...). Già questa serie di ipotesi scricchiola.
Scrive sul tema "Sarda News" in modo tombale un autore di cui non ritrovo il nome: "Avendo constatato come sia ancora radicata, così fra i divulgatori come fra gli uomini di cultura, la convinzione che l'imperatore Carlo V, in occasione della sua visita alla Città di Alghero nel 1541, abbia elevato tutti i suoi abitanti alla dignità cavalleresca, mi sento in dovere di avvertire, come algherese, che si tratta in realtà di una frottola tendenzialmente canzonatoria della quale si ignora l'origine.
Ho letto da cima a fondo, sia nella versione originale in lingua catalana, sia nella traslazione in lingua italiana proposta tempo addietro dal nostro concittadino Mario Salvietti (vedi "Carlo Quinto in Alghero. La relazione di Johan Galeaҫo nell'originale trascritto, tradotto e commentato", Edizioni del Sole, Alghero 1991), il resoconto delle due giornate trascorse dall'imperatore del Sacro Romano Impero sul suolo algherese, e posso assicurare che in nessuna parte di quel documento storico si fa cenno ad un fatto come quello in questione.
Johan Galeaҫo era un notaio algherese che all'arrivo di Carlo Quinto ricopriva l'ufficio pubblico di consigliere civico, e come tale era stato incaricato dall'Amministrazione di stilare una relazione ufficiale da conservare nell'archivio cittadino ad eterna memoria dell'avvenimento. Egli assolse il suo compito con grande scrupolo e precisione, spesso accompagnando il sovrano nei suoi spostamenti, talvolta dando ascolto a quanto potevano riferirgli altri personaggi autorevoli. Dobbiamo a lui la conoscenza dell'espressione «Bonita y bien asentada» sfuggita al monarca mentre, attorniato dalle massime autorità locali, osservava la roccaforte dall'alto di un poggio poco distante dalla Torre dello Sperone".
Insomma: il Re non l'ha detta questa frase, ma è rimasta lo stesso nel significato poco simpatico, ma così sintetica da diventare proverbiale.
Perché ne me occupo? Per tigna ("puntigliosità" suona meno popolaresco), guardando come non mai allo schieramento politico valdostano e al «Todos autonomistas», che ormai impazza.
Per carità, non ho autorità alcuna per dispensare patenti di autonomismo, ma contano le cose fatte più che le cose dette nel link fra esponenti locali e quanto realizzato dai loro referenti nazionali. Basta poi ascoltare certi discorsi o interventi in sedi ufficiali per vedere che, tolta la pagina di superficie, manchino certi fondamentali sull’ordinamento valdostano e persino sulla storia e geografia, che mostrano vuoti che caducano l’affermarsi background autonomista. Peggiorano le cose per alcuni se si apre il capitolo federalismo, che è peculiarità ormai esclusiva delle forze autonomiste, che a breve si riuniranno in una sola entità, che è quella primigenia.
Nessuno osa più usare il termine “regionalista”, che forse andrebbe bene per chi non ha mai saluto fino in cima le scale dell’autonomismo.
Resta poi il capitolo indipendentismo, che rispetto, ma di cui al momento mi sfuggono i passaggi istituzionali proposti per arrivarci e non è cosa di poco conto.
Caso a parte è quello di chi entrò nel mondo autonomista per scelta opportunistica per poi uscirne con logica da voltagabbana senza alcun pudore.
Quel che resta, alla fine, è la speranza che i valdostani sappia distinguere le mele dalle pere e che tornino a votare, perché altrimenti saranno altri a decidere del loro futuro.


Le Breuil-Cervinia e le troppe polemiche

Vorrei tornare, a bocce ferme e facendo finta di non aver letto e sentito sul tema un sacco di scemenze talvolta offensive, sulla questione della toponomastica sul tema Breuil-Cervinia, come personalmente ho sempre chiamato - anche quando ero giornalista Rai - la frazione di Valtournenche ai piedi del Cervino.
L’epopea di questa località, che ricordo aveva ambito con apposita petizione popolare a diventare Comune autonomo, nasce come luogo di alpeggio stagionale e poi sopravviene qualche struttura alberghiera in una seconda fase ottocentesca dell’alpinismo nascente.
Quella che lo storico valdostano Marco Cuaz così descrive su Le Alpi" (editore "Il Mulino"): «Fu la fine del "playground of Europe" e l'inizio della guerra delle bandiere. Le vette di alcune montagne particolarmente significative per la loro posizione e la loro visibilità, divennero luoghi si scontro reale o simbolico fra uomini di diverse nazionalità che ne percorrevano le vie di salita per issare la propria bandiera».
Insomma, la scoperta delle vette era stato appannaggio degli scienziati cosmopoliti settecenteschi, mentre l'alpinismo sportivo diventa simbolo nazionalistico e andrà a braccetto con il turismo, che poi, con lo sfruttamento della neve attraverso lo sci, sdoganerà l'inverno. E con l’avvento dello sci, esaltato dal regime fascista (celebre la foto del duce che scia a torso nudo al Terminillo) attraverso la nascita dei primi impianti di risalita, la località viene battezzata “Cervinia”. Si tratta ormai di un brand preciso, usato anche da Emile Chanoux. quando scrive, nei lavori preparatori della celebre Dichiarazione dei popoli alpini valdovaldese del 1943, che «con l'appoggio del potere centrale sorsero le grosse speculazioni di Cervinia e del Sestriere».
Ma altrove nei suoi scritti dice altre cose che condivido sull’aspetto simbolico di Cervinia (che lui chiama "Breuil" per ovvie ragioni), quando invitava il popolo valdostano - di fronte al grande turismo emergente - a non perdere la bussola: «Il doit rester lui-même avec son caractère, sa culture, sono orgueil! Il doit rester lui-même avec ses défauts».
Questo mi sembra il punto vero. La scomparsa annunciata del termine “Cervinia” pare essere, se si è tutti in buona fede, una specie di commedia degli equivoci. Nella pulizia linguistica fatta dal Comune di Valtournenche (quanto usuale per tutti i Comuni) e sottoposta a apposita Commissione regionale, spunta “Le Breuil” e tutti - Comune in primis e Regione di fatto per ratifica - accettano. Ma c’è un però: la denominazione novellata cancella di fatto “Cervinia” e da qui le polemiche, che ho commentato a caldo con un breve post: “Breuil è il nome vero, Cervinia scelta di epoca fascista. Ovviamente andranno ripristinate entrambe le definizioni, in modo armonico, come avvenuto sino ad oggi. Eviterei tempeste in un bicchiere d’acqua”.
Invece, burrasche!
Apro parentesi: il fascismo aveva stravolto, in odio al particolarismo valdostano, le denominazioni dei Comuni valdostani con traduzioni ridicole in italiano. E, come per gli sloveni, la puntata successiva sarebbe stata modificare i cognomi francofoni con la medesima italianizzazione forzata. La logica, applicata purtroppo quasi subito dall’avvento del fascismo, aveva cancellato scuole e bandito francese e patois a dimostrazione questo sì di una “cancel culture” ante litteram.
Il ritorno della toponomastica storica fu una delle prime battaglie post Liberazione, come la soppressione della Provincia di Aosta unita al Canavese, anch’essa legata ad una logica di dilavamento della valdostanità. Ma nel tempo si è lavorato, tornati anche per i Comuni i toponimi veri, per “pulire” i nomi in una logica scientifica di ricostruzione esatta delle tradizioni passate e non per chissà quale pulizia “etnica”.
Particolare curioso alla Costituente Alcide De Gasperi (che qualcuno vorrebbe fare Santo e personalmente non ne vedrei il perché) intervenne sul nostro Statuto, immaginando sulla traccia sciagurata del caso sudtirolese con le traduzioni sceme di Tolomeo in italiano dal tedesco, di prevedere la bilinguità (questo il termine usato) per i nomi dei Comuni. A seccare la proposta fu il grande Emilio Lussu, sardista relatore in aula, che segnalò come sarebbe stato ridicolo affiancare a La Thuile la definizione fascista antifrancese Porta Littoria….
Ma torniamo a Cervinia: ormai si tratta di un marchio affermato di cui sarebbe stupido fare a meno. In quanto avvenuto per un pasticcio non c’è stata nessuna ragione xenofoba o giù di lì. Per cui neofascisti e destrorsi vari sono corsi inutilmente al capezzale di Cervinia e lo hanno fatto con evidenti note nostalgiche per il Ventennio con grida, urla e starnazzi degni di miglior causa.
Pubblicità gratuita per Le Breuil-Cervinia e meravigliosa cartina di tornasole della stupidità come caratteristica di certa politica, che apparteniene a questa stagione politica populista che spero avrà vita breve.
Ma aggiungo ancora una questione: possiamo guardare il dito e non la luna. La realtà più importante non è il nome ma lo sviluppo della località che dovrebbe interessare, pensando al passato, al presente e al futuro.
Il passato è la speculazione specie nel dopoguerra, quando l'Autonomia speciale ancora in fasce venne sconfitta - a colpi di sentenze - dal partito dei costruttori e fallì il tentativo di preservare la conca da certi scempi.
Il presente è l’abbraccio più forte con Zermatt con i nuovi impianti che rendono possibile la liaison senza sci ai piedi e questa “cuginanza” va rafforzata non facendo della Valle d’Aosta nel sistema l’anello debole, ma avanzando con il Vallese con un’azione congiunta.
Il futuro è questa direzione, tenendo in mente gli impianti di risalita e anche qualunque nuova forma di attrattività turistica. Guardando anche alla possibilità offerta dalle Cime Bianche e dai collegamenti con il Monterosa ski. So che è un tema discusso con toni eccessivi, ma questa è la logica delle ideologie estremiste, essendo ormai diventato un simbolo santificato per un ambientalismo che politicamente non sfonda e dunque si agita su qualunque dossier per dimostrare di esistere. Per alcuni di loro, sfumata l’utopia comunista, questa è la nuova religione verde con cui si mobilitano su la qualunque.
Bisognerebbe sulla località di cui parliamo avere, invece, del coraggio. La polemica sul brutto Stone, grattacielo inopportuno che si voleva costruire con il rischio di vederne altri ancora, ha avuto un senso. Ci vorrebbe, infatti, una logica complessiva e non pezzo per pezzo, immaginando una grande operazione di risanamento e riordino urbanistico, modello per tutte le Alpi. Questa sarebbe la vera scelta coraggiosa a Le Breuil, così come a…Cervinia.

Ammirato dall’Académie francaise

Il caso talvolta consente un’esperienza inattesa, che si rivela tuttavia memorabile.
Ho sempre ammirato la capacità di valorizzare protocollo e cerimoniale dei francesi e ho sempre considerato certe regole di comportamento non come un cascame del passato, ma come un rispetto delle tradizioni, degli obblighi del comportamento, del necessario lustro per le istituzioni.
Bisogna sapersi comportare, rispettare usi e costumi, mantenere elementi che non sono solo bon ton e galateo, ma sostanziano solennità e rispetto dei ruoli.
I francesi non hanno avuto come l’Italia il grillismo sciatto, maleducato e privo dei fondamentali dei comportamenti civili o l’approssimazione nelle istituzioni di troppi parvenu che rozzamente ricoprono ruoli importanti senza attenersi a decaloghi che indicano come fare e come comportarsip grazie anche alle mani esperte di chi si deve occupare di questa materia che non è formalismo ma sostanza.
Ma veniamo al punto.
“Prix Henri Mondor: Mme Federica LOCATELLI, pour « Stéphane Mallarmé, l'homme poursuit noir sur blanc». Professeur à l'université de la Vallée d'Aoste, spécialiste de la poésie française symboliste et moderne, Mme Locatelli analyse le mouvement métaphorique qui soutient le poème mallarméen (images, échos sonores, relations syntaxiques) et qui se donne à voir comme un objet volumétrique (astre, bloc de cristal, diamant), d'où le « signe adamantin » que, selon Mme Locatelli, Mallarmé cherche d'une manière obsédante”.
Un libro su Mallarmé, celebre autore ottocentesco della cerchia dei ”poeti maledetti”, mi ha consentito, nel seguire la premiazione della professoressa appena citata, che ha onorato l’Ateneo valdostano, di entrare in uno dei templi della cultura francese, l’Académie française. Ho così testato in questo luogo straordinario il vero e proprio balletto che dall’ingresso all’uscita accompagna gli ospiti fra musiche, saluti militari, divise degli academiciéns, discorsi di elevato profilo e via di questo passo in un luogo che parla di Storia.
Siamo di fronte alla Senna.
La traggo da Wikipedia: “Nel 1661, nel suo testamento il cardinale Mazarino, grazie alle sue grandi ricchezze, dispone la fondazione di un collegio in grado di ospitare sessanta gentiluomini delle nazioni tenute all'obbedienza verso il re in conseguenza della pace di Vestfalia (1648) e del trattato dei Pirenei (1659); da questo deriva il nome di Collège des Quatre-Nations (le quali sono Artois, Alsazia, Rossiglione e Piemonte). Jean-Baptiste Colbert incarica Louis Le Vau di edificare il collegio di fronte alla Cour carrée del Louvre. La costruzione fu realizzata tra il 1662 e il 1688.
Nel 1805, su richiesta di Napoleone, l'Institut de France si installa nel collegio. L'architetto Antoine Vaudoyer trasforma la cappella nella sala destinata alle sedute”.
Qui ho preso posto con stupore per la bellezza dell’edificio stesso, accompagnato al posto con grande perizia.
Eccomi nel cuore dell’Académie française, sorta attorno nel 1629 dalle riunioni di un gruppo di letterati e organizzata regolarmente per opera di Richelieu, che nel 1635 ne divenne ‘protettore’ e le affidò il compito di preparare un dizionario, una grammatica, una retorica e una poetica. Ha assunto poi il carattere di accademia letteraria, volta in particolare a regolamentare l’uso in materia di espressione linguistica. Soppressa dalla Rivoluzione (1793) che la sostituì parzialmente con le sezioni di grammatica e poesia dell’Institut creato nel 1795, riorganizzata da Napoleone (1803) con la classe di letteratura e lingua francese dello stesso Institut, fu restaurata dalla monarchia nel 1816. Le ‘poltrone’ (fauteuils) sono 40 (i ‘quaranta immortali’: numero raggiunto per la prima volta nel 1636 e solo la morte di un membro consente un nuovo ingresso), mentre la carica più importante è quella del ‘segretario perpetuo’, definizione anch’essa che fa impressione e sembra azzerare il tempo che passa e mostra la longue durée della Académie.
C’era presente tutto il gotha della letteratura francese in una lunghissima premiazione. Con il brivido di essere a due passi dall’amato Daniel Pennac e da quel Bernard Pivot che ammiravo su Antenne 2. Incredibilmente scenica la schiera di questi “immortels” (alcuni in verità in condizioni assai precarie in barba alla poetica definizione) con la loro veste verde damascata e la spada d’ordinanza.
Emozionanti i discorsi ufficiali. Con l’unico italiano della schiera, Maurizio Serra dall’incredibile curriculum vitae, che ha parlato della “virtù” e ne cito un passaggio che sembra un ammonimento per certi politici che conosco: “Une société qui s'affadit en recherche du consensus à tout prix et au plus bas dénominateur commun perd le sens de ses valeurs. À l'affaiblissement d'une pensée fragilisée par le conformisme ambiant, se joignent d'autres facteurs d'érosion: l'incivilité des mœurs, la négation du sens de la mesure, de l'ironie et de la pudeur, qualités jadis propres à l'honnête homme, pour en arriver à la mise au rencart de cette notion de la politesse, au sens le plus ample et à la fois précis du terme, qui pour tout étranger un peu civilisé représente une richesse intrinsèquement française, un don de la France au monde”.

La politica di coesione e le Regioni

In un’Italia dove troppo spesso la politica non sa cosa farà domani, capisco quanto faccia impressione che in Europa si discuta già della politica di coesione dopo il 2027.
Preciso, prima di entrare nel tema, che non sono un fans sfegatato dell’Unione europea com’è oggi e da federalista - ne avessi i poteri - cambierei radicalmente la politica comunitaria, ma sugli aspetti previsionali c’è invece da imparare.
In soldoni la politica di coesione ha una serie di fondi su diversi programmi di azioni, che si trasformano in progetti, che in questo periodo, sino al 2027 ruotano attorno a cinque obiettivi: un'Europa più intelligente, più verde, più connessa, più sociale, più vicina ai cittadini.
Slogan che si devono trasformare in investimenti e noi in Valle d’Aosta lo stiamo facendo.
La cornice è riassumibile in questo passaggio sintetico: “Per promuovere uno sviluppo armonioso dell'insieme dell'Unione, l'Unione europea rafforza la sua coesione economica, sociale e territoriale. In particolare l'Unione mira a ridurre il divario tra i livelli di sviluppo delle sue varie regioni. Tra le regioni interessate, un'attenzione speciale è rivolta alle zone rurali, alle zone interessate da transizione industriale e alle regioni che presentano gravi e permanenti svantaggi naturali o demografici, quali le regioni più settentrionali con bassissima densità demografica nonché le regioni insulari, transfrontaliere e di montagna”.
Nel tempo una cifra enorme di questi interventi si è riversata anche in Valle d’Aosta e ha consentito di apprendere modalità di studio che prevedono poi le decisioni concrete, che sono risultate utili anche nelle scelte politiche e amministrative che non hanno direttamente a che fare con i finanziamenti europei. Non è tutto rosa e fiori, pensando a certe incombenze burocratiche e ad una rete di controlli asfissianti, ma comunque il gioco vale la candela.
Quindi in questa fase bisogna progettare e spendere, ma - pensando al futuro - bisogno intanto pensare al contesto per modificare quanto inquieta.
Su questo al Comitato delle Regioni e nel dibattito nel gruppo italiano ho fatto due riflessioni.
La prima: il PNRR - con gran parte di denaro europeo - nasce e prosegue il suo cammino senza un reale ruolo delle Regioni e questo ha comportato una presenza decisionale pressoché esclusiva dello Stato con gravi inefficienze e difficoltà di funzionamento e di spesa. Un modello centralistico che rischia di trasferirsi sul complesso dei fondi strutturali, come già avvenuto nel settore agricolo con il Fondo di Sviluppo Rurale con Roma che dirige e le Regioni che non possono più dialogare direttamente con Bruxelles. Si rischia di umiliare il ruolo del regionalismo nel nome di un dirigismo statale antistorico e in palese violazione di principi costituzionali e della vocazione regionalista della cosiddetta politica regionale europea. Roba da ricorrere alla Corte Costituzionale italiana e alla Corte europea di Giiustizia, se non si aggiusterà il tiro. Mi auguro che Regioni e Comuni sul tema facciano fronte comune, al di là degli schieramenti politici di appartenenza, che spesso a rotazione spingono a tacere.
Seconda considerazione: come avete letto, si evocano le zone di montagna, ma in Europa manca una definizione precisa di che cosa sia davvero la montagna e questa ambiguità rischia di penalizzare…la montagna. Urge una direttiva comunitaria che definisca criteri di perimetrazione chiari, applicabili naturalmente alla varietà delle montagne in Europa, che metta ordine e concentri i fondi necessari per il famoso sviluppo che oggi se non è sostenibile si è fuori moda , altrimenti assorbiti anche da chi non ne avrebbe diritto.
Sembrano tecnicismi e invece è politica!

La guerra delle immagini

Le guerre vanno comprese sia nella loro triste continuità che negli elementi nuovi, che l’inventiva umana è riuscita brutalmente ad aggiungere, sia con l’utilizzo di armi sempre più letali che con le particolarità che ogni scontro evidenzia per ragioni varie, comprese quelle geopolitiche.
Leggevo con evidente interesse le riflessioni sul le Monde di Tal Bruttmann, specialista della Shoah e dell’antisemitismo.
Adopererò alcune parti dell’intervista realizzata da Anne Chemin per la visuale originale che si pone per decriptare alcuni aspetti della tristissima vicenda in corso.
Osserva lo storico, parlando dell’aggressione di Hamas: “La particularité de ce massacre, ce n’est pas qu’il vise des juifs – c’est malheureusement traditionnel –, ni que les victimes ont été mutilées et profanées par leurs bourreaux – cela se fait depuis l’Antiquité –, mais qu’il a eu lieu en terre israélienne, dans un pays qui devait initialement constituer un havre protecteur pour les juifs du monde entier. La création de cet Etat, en 1948, devait leur permettre d’échapper aux violences antisémites, mais cette espérance a volé en éclats le 7 octobre. C’est là que se situe le traumatisme majeur chez les Israéliens et dans la communauté juive mondiale”.
Le guerre, da quando esiste la fotografia e c’è la possibilità di realizzare dei filmati, sono diventate visibili nel raccontare la realtà di certe battaglie e ciò naturalmente può anche servire in una logica artefatta a scopi di propaganda per esibire una ricostruzione di comodo dei fatti. Lo abbiamo visto molto bene con la novità dei telefonini adoperabili ovunque per le riprese, con le immagini riprese dai droni e dai satelliti che ampliano le possibilità di documentazione buona o strumentale.
Ma, nel caso di Israele-Gaza Bruttman segnala: ”Ce qui est nouveau, à mon sens, c’est que l’opération du Hamas a été précisément conçue pour générer des images, comme le montre le nombre de combattants porteurs de caméras embarquées et de caméras-piétons. Parce que les assaillants n’ont pas commis leurs massacres sur un territoire qu’ils contrôlaient, ils ne pouvaient pas terroriser la population en exposant leurs crimes au vu et au su de tous, comme le faisaient les Romains avec les crucifixions ou les Allemands dans les territoires conquis – ils avaient exhibé place Bellecour, à Lyon, les corps de cinq résistants exécutés en juillet 1944.
Le Hamas a donc conçu, en amont, une politique de terreur visuelle destinée à être diffusée dans le monde entier. Il a « réalisé » un événement dans tous les sens du terme : il l’a à la fois commis et mis en scène. Certains comparent ces images à celles du 11 Septembre, qui ont été suivies en direct sur toute la planète, mais ce n’est pas Ben Laden qui a filmé les tours en train de s’effondrer”
Lo stesso autore commenta i montaggi israeliani che mostrano a loro volta le efferatezza commesse dai terroristi islamici: ”Ce double rapport à l’image était déjà présent dans la Shoah. La quasi-totalité des images représentant des fusillades de juifs étaient des photos « trophées » prises par les tueurs afin de les exhiber devant leurs amis : pourtant, depuis 1945, ces mêmes photos servent à dénoncer le nazisme. Sous l’Empire, les colons, en Afrique du Nord ou en Afrique noire, prenaient, pour leur plaisir, des photos d’humiliations de femmes : depuis les indépendances, elles ont, elles aussi, servi à dénoncer les humiliations subies par les populations autochtones.
Ces images du Hamas placent Israël dans une situation à la fois complexe et pernicieuse. L’armée israélienne veut, avec ce film, dénoncer la violence des assaillants, mais elle doit également rester fidèle à la culture israélienne, qui s’oppose, au nom de la dignité, à l’exhibition des corps des victimes – les morts sont sacrés. En diffusant les images du Hamas, même dans un cercle restreint, Israël renie donc une part de sa culture et accepte le jeu d’un mouvement terroriste qui voulait justement exhiber les corps des victimes israéliennes”.
Questo dimostra come negli scenari di guerra appaiano sempre elementi nuovi e esemplari dei cambiamenti della strategia mediatica, ormai legata in questi casi alle scelte militari propriamente dette. Le lezioni provenienti dall’altro campo di battaglia, quello ucraino, confermano quanto scritto con un elemento suppletivo che emerge con forza: la totale falsificazione della realtà che Putin riesce a instillare nei russi, che mostrano la pervicace forza delle dittature nel soggiogare i popoli.

La specialità resta il caposaldo

Inutile dire che trattare, certo in chiave politica come sempre dev’essere, delle norme costituzionali a garanzia della Valle d’Aosta è un dovere per noi valdostani e dobbiamo essere per questo vigili e propositivi. Mai si deve agire sulla difensiva, bisogna essere sempre all’attacco e mi scuso se adopero un gergo guerresco inopportuno di questi tempi, ma è per rendere l’idea.
Lo scrivo con cognizione di causa, essendo stato l’autore di riforme parziali dello Statuto valdostano in tre occasioni: nel 1989 con il trasferimento al Consiglio Valle della competenza in materia elettorale prima in capo allo Stato, poi nel 1993 con la competenza esclusiva sugli enti locali, la Commissione paritetica stabile per le norme di attuazione, il riconoscimento della comunità walser, infine nel 2001 con le vaste modifiche in tema di forma di governo e affini nello Statuto stesso.
Nella riforma di cui parlerò - come punto di orgoglio - ottenni la dizione bilingue della nostra regione Valle d’Aosta-Vallée d’Aoste e altro che sottolineerò più avanti.
Ne parlo per una questione di attualità e i suoi eventuali riflessi sul nostro ordinamento. Mi spiego meglio.
Chissà se l’autonomia differenziata, il cui testo è ormai pronta per l’aula, arriverà alla fine del suo percorso a vantaggio di un aumento di competenze per le Regioni a Statuto ordinario che ne hanno fatto richiesto.
Trattandosi di una previsione costituzionale scritta in Costituzione nel 2001, questa possibilità dovrebbe ovviamente essere qualcosa di concreto e non rimanere inattuata per i giochi talvolta paradossali della politica.
La legge costituzionale numero 3, che contiene questa autonomia aumentata per le Ordinarie, venne votata dal solo centrosinistra, che oggi non la vuole più e la dipinge come un disastro istituzionale (comprese alcune Regioni di questo schieramento che prima l’hanno chiesta e poi criticata…) . Ha dunque questi schieramento cambiato idea in profondità e la stessa cosa ha fatto la Lega che votò contro la riforma del Titolo V con parole durissime e oggi, invece, perora la causa con grande vigore.
Va detto con onestà che questa riforma nel suo complesso, la sola approvata dal popolo attraverso il referendum (mentre le riforme Berlusconi e Renzi furono bocciate), nacque a sinistra - frutto della Bicamerale per le riforme D’Alema - per depotenziare la richiesta leghista di avere il federalismo e non per reale convinzione, come oggi si vede. Nel frattempo, a conferma che tutto cambia, la Lega da federalista è diventata nazionalista/sovranista con un singolare capovolgimento di fronte.
Io quella riforma non la votai, anche se confermava di fatto le speciali (con un verbo assai migliorativo - su cui anch’io lavorai - da “sono attribuite” a “dispongono di forme e condizioni di autonomia, secondo i rispettivi statuti speciali adottati con leggi costituzionali”) e non era un passaggio banale e a confermare il distacco dalle Ordinarie era anche la stessa autonomia differenziata al comma successivo. Il mio No era dovuta alla mancanza del principio dell’intesa della nostra Valle per le modifiche dello Statuto speciale senza la quale le modifiche potrebbero essere unilaterali da parte del Parlamento con le procedure di cui all’articolo 138 della Costituzione e con futuri premi di maggioranza legati al premierato ipotizzato dal Governo Meloni ci sarebbero grossi rischi per numeri schiaccianti. Il nostro Statuto, senza intesa giuridica, resta nella condizione fragile di essere octroyé e cioè concesso!
Ora ci si chiede se e come trasferire eventuali competenze assegnate alle Ordinarie alle Speciali. Nel testo attuale ci sarebbe un non ben definito automatismo, mentre va chiarito come fare e la strada maestra a me paiono le norme di attuazione dello Statuto, che consentono nel nostro caso con l’articolo 48 bis di non limitarsi al testo ma di “armonizzare la legislazione nazionale con l'ordinamento della regione Valle d'Aosta, tenendo conto delle particolari condizioni di autonomia attribuita alla regione”. Spazio assai vasto!
Resta invece una seconda questione e cioè il tentativo delle Speciali, già in parte avviato, di rilanciare la specialità in parallelo alla riforma delle Ordinarie che lo chiedono. Con la sola eccezione della Sicilia, che ama farsi i fatti suoi, le altre autonomie speciali hanno lavorato su una bozza di legge costituzionale - ciascuna con le proprie peculiarità - che dovrebbe viaggiare, come dicevo, in parallelo con l’autonomia delle Ordinarie per dare nuovo slancio alla specialità , anche alla luce della necessità di superare certi blocchi derivanti dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale.
Si tratta di un tema vitale anche per la Valle d’Aosta, perché senza norme costituzionali chiare e forti il rischio di declino della specialità incombe sempre.

La politica e TikTok

Per ora resta abbastanza indeterminato capire a fondo come i Social incideranno davvero sulle campagne elettorali e soprattutto quale scegliere fra le diverse tipologie di media digitali.
La risorsa nel suo complesso è indispensabile e non a caso ci si sono buttati tutti, grandi e piccoli, ma quel che si è capito è che l’utilizzo dev’essere attentamente valutato e si può brillare nel loro impiego o tirarsi addosso dei boomerang in caso di errore.
Leggevo su Professione reporter una serie di riflessioni interessanti di Giampiero Gramaglia sulle elezioni per eccellenza - di certo le più spendaccione in assoluto - che sono le Presidenziali americane, che ormai incalzano.
Questo l’incipit: “TikTok e i social protagonisti della campagna per le Presidenziali Usa 2024. Joe Biden sta valutando se sbarcare su TikTok per cercare di raggiungere gli elettori più giovani, i più scettici sulla sua candidatura, dopo avere provato ad arrivarci tramite alcuni influencer. Nikky Haley, ora la rivale più temibile di Donald Trump per la nomination repubblicana, lo vuole mettere al bando.
I democratici sono divisi. Molti repubblicani lo demonizzano per timori sulla sicurezza dei dati, poiché fa capo alla cinese ByteDance, mentre altri privilegiano la libertà di espressione a costo d’incoraggiare la disinformazione. Trump stesso preferisce il suo social, Truth, che però non va bene; e aspetta di sapere se i giudici di appello gli restituiranno libertà sui social, dopo essere stato colpito da un’ordinanza ristrettiva per i suoi sfoghi virulenti anti–magistrati e anti-testi”.
Insomma: uno scenario interessante e, come si nota, siamo di fronte alla necessità ormai evidente di usare il più rapido fra i Social. Ma il “caso Berlusconi”, quando il Cavaliere ne provò l’uso cadendo nel grottesco, dimostra la necessità di essere cauti e lo stesso accadde - con altri Social - con la celebre “Bestia” che creò un effetto di sovraesposizione nociva per il leghista Salvini.
Nel caso della polemica americana su Tim Tok pesa poi la memoria che sui Social mantiene di ciascuno degli utilizzatori di tutto quanto si è fatto in passato. Per questo ai figli si raccomanda di ricordarsi di questa circostanza, che potrebbe giocare brutti scherzi in futuro, ad esempio per un colloquio di lavoro.
L’esempio di Gramaglia è interessante: “A compromettere ulteriormente l’immagine di TikTok negli Usa è stata la vicenda della lettera di Osama Bin Laden “all’America”: il testo del capo di al Qaida, ispiratore dell’attacco all’America dell’11 Settembre 2001, risale al 2002, ma è stato riportato d’attualità dalla guerra tra Israele e Hamas.
Dopo averlo accolto, TikTok lo ha messo al bando, avendo stabilito che i contenuti vanno contro le sue regole: “Lo stiamo proattivamente e aggressivamente rimuovendo e stiamo accertando come sia arrivato sulla nostra piattaforma”, afferma il social, facendo notare che il problema riguarda pure altre piattaforme.
La lunga lettera aperta, pubblicata oltre 20 anni dopo, denuncia “le bugie e l’immoralità” dell’Occidente e giustifica così gli attacchi terroristici ai civili e all’Unione, che tra New York e Washington fecero circa 3.000 vittime. Il documento è stato riproposto facendo perno sulle divisioni emerse negli Stati Uniti sulla guerra tra Israele e Hamas ed è stato spesso letto, dal pubblico inesperto, come un testo nuovo, nonostante Bin Laden sia stato ucciso da un commando di ‘teste di cuoio’ nel 2011”.
Ciò dimostra anche il livello basso di molti frequentatori…
Resta il fatto che attorno ai Social è facile che si diffonda l’onda degli abbandoni e conosco già molti che alla fine hanno abbandonato un Facebook con troppi litigiosi in rete o hanno lasciato Twitter quando è diventato X con certe sortite di Elon Musk che lo ha comprato e lo sta forgiando a modo suo. Ma c’è anche chi vorrebbe mettere al bando proprio Tik Tok. Osserva a questo proposito Gramaglia: “Alcuni deputati hanno rilanciato l’iniziativa di bandire la popolare app cinese, che è già vietata sulle apparecchiature mobili dell’Amministrazione federale e in alcuni Stati. TikTok sta “spingendo la propaganda pro terrorismo per influenzare gli americani”, scrive su X il democratico Josh Gottheimer.
Le perplessità su TikTok sono diffuse anche in Europa e in Italia. “E’ il social più usato dalle mafie, perché lì il rampollo si fa vedere ricco, con l’orologio d’oro e la macchina di lusso. In qualche modo attrae gli ignoranti e i giovani in cerca di soldi”: lo dice il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, intervistato da Massimo Gramellini a ‘In altre parole’ su La 7.
La Commissione europea va oltre: già diffidente verso TikTok, ai suoi funzionari dice di non usare neppure X, almeno secondo quanto scrive Politico.com che qualifica l’informazione di “scoop” “.
Vedremo l’evoluzione e come la politica, senza restarne vittima, potrà adoperare senza farsi del male certe evidenti potenzialità.

Il puzzle e il girasole

L’altro giorno mi hanno fatto un complimento bellissimo, dicendo che sono bravo a fare i collegamenti. Ne sono rimasto molto lusingato, perché in effetti mi piace farlo, mettendo insieme pezzi diversi di idee e di vicende, come si fa con un puzzle.
Un esempio. Sfogliando Sette, settimanale del Corriere, ho trovato una bella poesia di Eugenio Montale, il mio poeta preferito:
Ho sparso di becchime il davanzale per il concerto di domani all'alba.
Ho spento il lume e ho atteso il sonno.
E sulla passerella già comincia la sfilata dei morti grandi e piccoli che ho conosciuto in vita.
Arduo distinguere tra chi vorrei e non vorrei che fosse tornato tra noi.
Là dove stanno sembrano inalterabili per un di più di sublimata corruzione.

Abbiamo fatto del nostro meglio per peggiorare il mondo.

Il collegamento immediato è stato con un articolo sullo stesso numero della rivista, scritto da Antonio Polito, che leggo sempre e che trovo vivere in una fase riflessiva della sua vita in cui mi riconosco molto, visto che abbiamo grossomodo la stessa età.
Scrive: “Qualcuno ha detto che la nostra generazione, quella dei "baby-boomers", è stata la prima a disobbedire ai genitori e la prima a obbedire ai figli. Deve averlo detto uno di noi. Siamo infatti anche la prima generazione ad eccellere nell'autodenigrazione, in preda a un protagonismo così esasperato da farci credere responsabili di tutto, anche del male. È vero, ce l'avevamo con i nostri genitori, e abbiamo contestato la loro autorità. Ma eravamo anche consci della riconoscenza che dovevamo loro. Perché da bambini li avevamo visti arrancare, lavorare, correre, sacrificarsi.
Avevamo visto se non la povertà quantomeno la sobrietà delle loro vite. E comprendevamo quanto doveva essere stato difficile portarci fin lì, all'università, alla prima automobile, al benessere del miracolo economico, prima ancora che noi facessimo alcunché per meritarcelo”.
Già esiste ad un certo punto della vita un cambio di ruoli: diventi padre e poi invecchiando scopri qualcosa dei tuoi genitori che forse non avevi capito e che apprezzi spesso quando loro non ci sono più e non puoi più dirglielo. Scopri anche che molti aspetti che da ragazzo non sopportavi sono gli stessi che oggi hai, perché la genetica non è un’opinione.
Ma quel che mi interessa è che Polito risponde al rischio di applicarci l’ultimo verso di Montale: “Credo che invece oggi nei confronti dei nostri figli (i quali, non a caso, non si ribellano nemmeno) siamo animati da uno sconfinato
senso di colpa. Come se tutte le difficoltà della nuova generazione, peraltro la più ricca e la più sana di tutta la storia, fossero nostra responsabilità. Di ciò che abbiamo fatto e non fatto, dell'effetto serra e della disoccupazione, delle baby gang e della diffusione delle droghe.
Ora sì, lo ammetto: abbiamo le nostre colpe. Soprattutto quella di aver sperperato la ricchezza nazionale, accumulata dai nostri padri, in mille rivoli di assistenza e di sprechi, convincendo così i figli che anche loro potessero continuare allo stesso modo che i soldi da qualche parte ci sono, basta mandare al governo qualcuno che li distribuisca. Ma non sono d'accordo con la retorica sulla
"generazione perduta", cui noi padri cattivi avremmo ”rubato i sogni", lasciandoli alle prese con "l'eco-ansia"e il "bonus-psicologo".
Sono d’accordo e sottoscrivo contro il vittimismo nostro e certo j’accuse delle nuove generazioni anche il resto: “Penso al contrario che siamo responsabili di aver messo tra loro e il senso del dovere, tra loro e la disponibilità al sacrificio, una distanza siderale, molto maggiore di quella che divideva noi dall'impegno e dai sacrifici dei nostri genitori. Il risultato è davanti agli occhi. I ragazzi di oggi - non tutti, le eccezioni ovviamente sono numerose e ammirevoli - ci chiedono fin da piccoli di abbassare l'asticella dello stress il più possibile. E noi, diligenti, lo facciamo. Come spiegarsi altrimenti la proliferazione dei licei e dei corsi di laurea, se non come il tentativo di adeguare la difficoltà degli studi alla scarsa voglia degli studenti, in modo che tutti possano superare l'ostacolo - o almeno credere di averlo fatto - e conseguire un titolo di nessun valore sul mercato del lavoro perché così deprezzato? Come spiegarsi la contestazione del merito come criterio di valutazione, e dei voti come strumento di misurazione? Come spiegarsi le rivolte dei genitori contro i compiti a casa, o contro il sabato a scuola, in nome del dio week end?
I nostri figli non sono responsabili dell'epoca in cui sono nati, e dunque non sono tenuti all'idea di competizione che ha selezionato noi da giovani. Però sono ragazzi intelligenti. E dovrebbero ormai aver capito da soli che il Bengodi che gli avevano promesso era una balla, e che la vita è un’altra cosa”.
Ci vuole per illuminare la vita “il girasole impazzito di luce” dello stesso Montale:
”Portami il girasole ch'io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l'ansietà del suo volto giallino”.


Populisti estremisti

Nessuno vive in una bolla e la globalizzazione si è affermata sempre di più e non esiste un buen retiro che ci ha ripari dai mali del mondo.
Da quando esiste l’autonomia speciale e persino nel periodo che l’ha preceduta dopo la Liberazione, il problema per gli autonomisti valdostani - che certo nel dopoguerra non si sarebbero potuti chiamare nazionalisti, dopo aver combattuto il fascismo- è stato quello di chi scegliere come alleato.
Sei si scorre l’elenco dei Governo regionali, quando gli autonomisti hanno governato lo hanno fatto con formule varie, secondo quel che proponeva lo scenario volta per volta.
Sino alla teorizzazione del “ni droite, ni guache”, che veniva venduto da chi si trovava a tour de rôle all’opposizione come una sorta di furberia, per poi essere pronti loro stessi a scegliere gli autonomisti se ben accolti.
Ora si aggiunge un elemento su cui riflettere bene: come reagire all’accentuarsi dei populismi, che ormai palesemente sono terreno di caccia degli opposti estremismi destra e sinistra, che si somigliano in molti aspetti per i loro ideologismi e fissazioni chiusi a qualunque dialogo che non sia l’affermazione delle loro idee.
Sul fronte destro segnalo l’acuta analisi degli amici del Grand Continent: “Dopo questa settimana di elezioni, dai Paesi Bassi all’Argentina, la domanda non è illegittima. Da una parte, Javier Milei sembra una specie di Elvis che sta raschiando il fondo del barile. Dall’altra, Geert Wilders potrebbe essere un vampiro kitsch uscito da un film di Ed Wood. Tutti e de fanno pensare a Donald Trump la cui tinta arancione sarebbe un oggetto di scherno, se non fosse diventata ormai una metonimia dello stile brutale dell’uomo forte del partito repubblicano”.
Una sorta di invasione di politici vistosi e grezzi: “Per dirla tutta, i paragoni non finiscono qui. Se l’ingresso di Trump in politica è stato segnato dal susseguirsi di insulti e ingiurie verso tutti coloro che gli si opponevano, i suoi emuli olandese e argentino non sono stati da  meno. Nei Paesi Bassi, Wilders, vero veterano del populismo nazionalista, ci ha dato prova della sua passione per la legge di Godwin: per lui l’Unione europea è uno stato nazista e il Corano un nuovo Mein Kampf… Per quanto deliranti possano sembrare, queste sparate fanno magra figura davanti alle dichiarazioni di Javier Milei negli scorsi tre anni, dopo il suo ingresso in politica”.
Ecco le sue prodezze: “In un articolo approfondito, che analizzava tanto le idee quanto lo stile del presidente argentino quando era solo un candidato, Pablo Stefanoni si è impegnato a fare un’antologia delle sue uscite più folli: «Tra la mafia e lo Stato, preferisco la mafia. La mafia ha dei codici, mantiene le promesse, non mente, è competitiva» ; «Il Papa è il rappresentante del Maligno sulla Terra» ; «La vendita di organi è un mercato come un altro» ; e così via… Mentre si avvicinava al secondo turno delle elezioni, ha ancora indurito i toni, con delle sfuriate contro gli «zurdos» (la sinistra) – modo che usa per designare quasi tutti i suoi oppositori – che bisognava schiacciare.
 In Milei c’è qualcosa del Joker. Un buffone certo, ma un buffone molto pericoloso”.
Sui Paesi Bassi le Grand Continent presenta uno scenario ben definito:
 “Una cosa è certa: se Geert Wilders riuscirà a formare un governo, sarà perché le altre formazioni centriste e di destra avranno scelto di sostenere un partito che promette una politica di «immigrazione zero» e un referendum sull’adesione dei Paesi Bassi all’Unione europea. Se anche Wilders scegliesse di moderare alcune delle sue posizioni più estreme – cosa che sembra aver deciso di fare da qualche giorno – una partecipazione in coalizione o un sostegno esterno da parte dei liberali o di Omtzigt segnerebbe una rottura storica senza precedenti. 
 Contribuirebbe a trasformare ancora l’equilibrio politico dell’Unione, a se mesi dalle elezioni europee. In questo momento, i partiti a destra del PPE partecipano al governo di quattro Paesi europei: Italia ovviamente, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia. Ad eccezione di Orban, veterano del nazionalismo europeo, tutti gli altri sono arrivati al potere negli ultimi due anni. L’arrivo di Wilders al governo confermerebbe questa tendenza, nel momento in cui i paritti neonazionalisti sono in testa ai sondaggi in otto Paesi europei (tra cui la Francia) e in seconda posizione in altri cinque (tra cui la Germania). Marine Le Pen non si sbaglia a festeggiare la vittoria da due giorni. E non si sbaglia nemmeno Matteo Salvini, che ha invitato il 3 dicembre a Firenze i principali leader neonazionalisti: Marine Le Pen, Alice Weidel di AfD e probabilmente anche Geert Wilders”.
Ma ecco il punto politico in senso stretto: “Mentre la sinistre europee sono in difficoltà ovunque – con la notevole eccezione della Spagna in cui Pedro Sanchez è rimasto in sella al prezzo di un accordo politicamente complesso con i nazionalisti catalani – è ancora più doveroso seguire questo slancio dei neonazionalisti, dal momento che trova un’eco mondiale. Questo è l’oggetto di un importante studio firmato da Bernabé Malacalza e Juan Gabriel Tokatlian, che analizzano le conseguenze della «ascesa di un’Internazionale reazionaria de facto, che è multiforme, geograficamente dispersa e ideologicamente eterogenea». Mentre questa ha aperto un fronte argentino – aspettando di vedere cosa accadrà nei Paesi Bassi – gli autori mostrano come questi movimenti politici siano animati da una visione profondamente complottista delle relazioni internazionali, autentico prolungamento della loro retorica xenofoba e populista”.
La frase finale è una sveglia: ”I neonazionalisti non sono ancora forza egemonica. Ma potrebbe durare ancora per poco”.
Per loro - e che i valdostani lo capiscano - la logica resta il centralismo statuale, la tentazione autocratica, il disprezzo per le minoranze e le diversità culturali, oltreché una carica di revanscismo nato dalle proprie ceneri, che è necessario ritenere intollerabile per una popolazione alpina dal necessario spirito europeista

I diversi volti del maschilismo

Le tragiche circostanze della morte di Giulia Cecchettin hanno acceso un dibattito finalmente forte e vedremo quanto episodico sulla violenza contro le donne.
Non mi soffermerò sulle questioni linguistiche. Trovo, però, che il termine “maschilismo” sia più immediato di quella parola “patriarcato” che mi convince poco.
Restano le morti che punteggiano il calendario e che mostrano un fenomeno reale e grave. Chi di fronte a certe vicende - è capitato purtroppo anche nel Consiglio regionale valdostano - si arrampica su certi sofismi fuori luogo sembra vivere chissà dove.
La realtà è che non saranno gli inasprimenti delle pene come sola misura a far entrare nella zucca di certi potenziali aggressori la gravità delle violenze contro le donne. Come prima misura si è dato alla scuola un ruolo capitale e, per carità, ci sta che questo avvenga, ma resto convinto che nell’educazione familiare si giochi la prima partita. Così come una seconda urgenza è rispondere meglio sul terreno delle malattie mentali - un tempo risolto in gran parte con la segregazione dei “matti” in terribili manicomi - ben espresso in termini generali da una lettera firmata “due genitori disperati” sul Corriere, che riporto.
“Scrivo questa lettera perché sto cercando aiuto. Io e mia moglie stiamo vivendo un incubo da tre anni, da quando nostro figlio maggiorenne all’improvviso ha deciso di interrompere gli studi all’ultimo anno, per farsi la sua strada nel campo dell’arte a Milano (noi abitiamo in Veneto). Si è trasferito con il nostro aiuto per trovare un monolocale, sperando, come ci aveva promesso, che avrebbe finito gli studi online e avrebbe trovato un lavoro per mantenersi. Gli studi non li ha completati, non è stato in grado perché stava male e non ce ne siamo purtroppo accorti; ha iniziato a fare anche due lavori al giorno per potersi mantenere, ma con la malattia che stava esplodendo non riusciva a conservarli. Mio figlio è affetto da una patologia psichica dalla quale non si può guarire, si può solo curare se si accetta la malattia e quindi si decide di curarsi per poter avere una vita dignitosa. Ma, grazie alla legge vigente, «diritto dell’individuo di decidere se curarsi», una persona maggiorenne non può essere obbligata a farlo, nemmeno per patologie mentali. Esiste solo il Tso (Trattamento sanitario obbligatorio, mio figlio ne ha fatti già due), ma quando la terapia fa effetto se il paziente decide di firmare i medici sono obbligati a dimetterlo. E poi si ricomincia all’infinito. Noi abbiamo il cuore spezzato, non possiamo più averlo a casa se non si è curato (e poi deve continuare a curarsi), abbiamo per la prima volta paura anche per la nostra incolumità. Tutto ciò mi fa una tristezza unica: i nostri genitori ci hanno consegnato un mondo migliore di quello che stiamo consegnando ai nostri figli. Siamo una generazione che ha fallito con i figli (non tutti per fortuna), io sicuramente perché non sono riuscito a salvare mio figlio quando ero in tempo, e non sono stato in grado di leggere i segnali che mi mandava”.
Altro filone quello del direttore di Repubblica Maurizio Molinari che segnala come sia alta la percentuale dei giovani che uccidono le donne: “Non c’è alcun dubbio sul fatto che i femminicidi nascono dall’assenza di rispetto nei confronti delle donne - e ciò attraversa ogni categoria sociale, anagrafica e geografica - ma è doveroso porre l’interrogativo sul perché tale aberrazione abbia contagiato i più giovani fra noi: coloro che dovrebbero essere più consapevoli dell’importanza dei diritti e dei doveri che garantiscono sicurezza e prosperità nelle nazioni democratiche. E’ una domanda lacerante perché chiama in causa tutti noi: non solo i giovani violenti ma anche i loro genitori, insegnanti, amici, compagni di sport, gite o qualsiasi altra attività. Come è possibile che il delitto più antico e feroce - il femminicidio - sia oggi commesso da un nativo digitale come se si trattasse di un barbaro dell’antichità? Quale è il vettore attraverso cui questa versione ancestrale del disprezzo per la vita ha contagiato i più giovani fra noi nel bel mezzo dell’avveniristico XXI secolo?“.
Molinari propone una tesi: “Credo che la risposta debba venire da quegli studi che indicano come nelle democrazie avanzate la tipologia più comune di aggressione del prossimo fra i giovani è il bullismo digitale. Ad esempio, in Italia nel 2020 ben il 45% dei giovani fra i 13 ed i 23 anni hanno affermato di aver subito atti di cyber bullismo. La possibilità di usare il web, i social network, per aggredire amici e coetanei è una modalità di violenza che dilaga fra i giovanissimi, li fa crescere nella dipendenza da immagini offensive ed aggressive, e consente di esercitare il Male contro chiunque dal segreto del proprio schermo, della propria camera, trasformando la solitudine in un’arma tanto spietata quanto creativa.
Una delle declinazioni più comuni del bullismo digitale sono le aggressioni sessuali, basate su immagini oscene e frasi aberranti, e tanto più questa violenza diventa abituale tanto più si cresce in un habitat suddiviso fra chi commette e chi subisce tali aggressioni. Ma non è tutto perché ad alimentare il bullismo, che crescendo si può trasformare in intolleranza e violenza fisica, è la carenza di conoscenza sempre più diffusa fra chi cerca nello schermo digitale la risposta ad ogni domanda.
Senza più dedicare tempo e concentrazione a leggere libri, guardare film, ascoltare concerti o semplicemente assistere ad eventi sociali, basati sull’interazione e sulla creatività umana. Per il nativo digitale il pericolo più grande è crescere, maturare, nella convinzione che il tempo è composto da frazioni istantanee, destinate ad essere consumate all’unico fine di provare emozioni sempre più intense, drammatiche, fino a sconfinare nella violenza”.
È una ricostruzione su cui riflettere, che implica il tema importante dell’educazione al digitale e alla sua importanza. Su questo bisognerà lavorare sempre più.
P.S.: nel frattempo CasaPound all’Arco di Augusto di Aosta espone uno striscione («Ma quale patriarcato, questo è il vostro uomo rieducato») che mostra la pochezza dei neofascisti e la loro ignoranza squadrista

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