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03 apr 2025

L’autolesionismo dei dazi USA

di Luciano Caveri

“Dazio” è una parola antica, mai come ora di attualità, dopo la decisioni di Trump di bastonare gran parte dell’economia mondiale con una visione miope e persino autolesionistica per gli Stati Uniti, applicando i dazi, persino con spettacolarizzazione che dimostra come non stia bene e abbia messo assieme una cricca di cui preoccuparsi fortemente.

Il termine deriva dal latino datĭum, che significa “ciò che è dato” o “tributo dovuto”. Questo a sua volta proviene dal verbo dare, ovvero “dare, consegnare”. In epoca medievale, il termine si è evoluto attraverso il latino volgare e il volgare italiano, assumendo il significato specifico di tassa imposta sulle merci.

Il dazio -uso una definizione standard in ricordo anche di qualche esame dato in Economia - è una tassa o un’imposta applicata sulle merci che vengono importate o esportate, con lo scopo di regolamentare il commercio e proteggere l’economia interna di un paese.

Nel linguaggio comune, il termine può essere usato anche in senso figurato, per indicare un costo o un sacrificio necessario per ottenere qualcosa. Quel che, a mio modesto avviso, capiterà a Trump, “pagando dazio”, per la sua scelta scellerata sui…dazi.

Prima di tornare sul punto, una digressione in due punti. “Dazi” nel ricordo infantile riguarda discorsi di mio papà veterinario sul mercato del bestiame: se ricordo bene doveva esistere qualche cosa nel settore, perché ricordo la parola usata da lui, nel corso di certe discussioni che ascoltavo.

L’altro punto, rispetto ad una mirabile e recente conferenza del celebre professor Alessandro Barbero, che nel descrivere i popolamenti antichi della Valle d’Aosta sino alla conquista romana, ha ricordato come la Valle fosse ancora dopo la fondazione di Augusta Pretoria considerata Gallia e per questo a Carema si pagavano proprio loro, i dazi.

Ma torniamo ai dazi e alla necessità che l’Europa dimostri di esistere e non comincino giochini alla Meloni con distinguo per vedere se Trump, suo grande amico, userà l’antica tattica del “divide et impera” nell’imposizione dei dazi, usando carota e bastone. Sarebbe una vera e propria débacle per l’Unione Europea. Non solo in termini economici, perché non sfuggirà a nessuno come in realtà sia in corso un braccio di ferro che riguarda anche la democrazia. L’involuzione autoritaria che sta avvenendo negli Stati Uniti e il feeling con Putin del Presidente americano sono una ben triste constatazione e l’Europa ha il dovere di mantenere saldi i principi democratici, compreso il coraggio di prendere a calci nel sedere chi oggi decidesse, come si dice in francese, di “faire chevalier seul”, cioè spezzare l’asse comunitario.

Un lungo editoriale sul Corriere di Ferruccio de Bortoli spiega bene la posta in gioco anche per alcuni settori dell’economia valdostana.

Questo il contesto descritto: “Esposti al carattere volubile e imprevedibile di Trump, siamo stati tentati in questi mesi di non prendere troppo sul serio le sue minacce, confidando nel ripetersi dei ripensamenti. Già questo è tristemente significativo. Perché espone i Paesi occidentali a vivere una curiosa e inedita condizione storica. Siamo addirittura sollevati dal constatare l’incongruenza di un presidente americano la cui parola dovrebbe essere scolpita nella pietra. E tutto ciò si confronta, agli occhi delle opinioni pubbliche, con la temuta, e purtroppo anche stimata, risolutezza di autocrati come Putin e Xi. Chi è più serio? Il presidente della più grande democrazia o i leader di due potenti autocrazie? Anche questo doloroso paradosso contribuisce a indebolire gli stati di diritto e ad aumentare il fascino popolare dell’uso della forza: politica, economica e militare”.

E infine: “I suoi (ex) alleati dovranno scegliere se ammiccare, accodandosi e accordandosi, oppure se tenere dignitosamente il punto, replicando i dazi, con il rischio di pagarne un prezzo più elevato. I dazi, storicamente, funzionano in un solo caso. Quando la vittima acconsente. E non sono solo un’arma negoziale che il presidente americano usa disinvoltamente per premere sui propri partner. Sono anche un veleno a lento rilascio di sfiducia nelle relazioni commerciali tra privati. Una sorta di clausola oscura disseminata nei contratti. Le parti, pur legate da reciproche obbligazioni, sono in realtà più distanti. Diffidano l’una dell’altra. Incomprensioni e sospetti si allargano a macchia d’olio a tante altre attività non commerciali. Ai rapporti tra comunità scientifiche e culturali, per esempio. Il dilagare della sfiducia reciproca è la cifra distintiva di questa stagione geopolitica così gravida di angosce e interrogativi. Ci si guarda in cagnesco. Anche tra alleati storici. E si sottovaluta pericolosamente che l’architettura finanziaria internazionale si regge — come ha sottolineato Larry Fink, il capo di BlackRock, il più grande fondo d’investimento al mondo — sulla fiducia nel dollaro come valuta di riserva, che potrebbe venire addirittura meno visto l’alto indebitamento americano. Un grande Paese, che drena liquidità internazionale per finanziare il proprio debito elevato, curiosamente, o spericolatamente, avrebbe bisogno di molta fiducia. I rapporti di forza la possono imporre, non c’è dubbio. Il costo però è sconosciuto, il rischio per tutti elevato”.

Constatazioni del tutto condivisibili. Altro che Liberation Day, come lo chiama Trump, ormai in preda ad un’eccitazione pericolosa che inquieta chiunque abbia buonsenso.