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26 gen 2026

La lunga strada dell’algoritmo

di Luciano Caveri

Chi l’avrebbe mai detto che saremmo finiti in mano ad un algoritmo!

Una parola, “algoritmo”, che oggi evoca scenari da fantascienza o quasi esoterici, fatti di intelligenze artificiali e di flussi di dati invisibili, mentre in realtà - colpo di scena illuminante - ha radici che affondano nella sabbia della Bagdad del IX secolo.

Infatti la parola non nasce in un laboratorio della Silicon Valley, anche se la modernità tecnologica se n’è impossessata, ma dal nome latinizzato di Muhammad ibn Musa al-Khwarizmi, nato intorno all’780–790 e morto intorno all’850. Era un matematico e astronomo persiano che scrisse trattati fondamentali sul sistema di numerazione decimale.

Quando, a partire dal XII secolo, i suoi testi vennero tradotti in latino in Europa (soprattutto in Spagna e in Italia), il nome dell’autore al-Khwārizmī fu latinizzato in varie forme: da Algoritmi a Algorismi e ancora Alchorismi o Alkauresmus. Inizialmente quindi algorismo o algoritmo indicava proprio il metodo di calcolo con le cifre indo-arabe, in contrapposizione al vecchio sistema dei numeri romani.

Dal Medioevo fino al Rinascimento: la parola designa l’arte di fare i calcoli con le nove cifre + lo zero. Mentre nel XVII e XVIII secolo il termine inizia a indicare genericamente un procedimento sistematico di calcolo.

Nel XX secolo, con l’avvento dei computer: assume il significato moderno che tutti conosciamo oggi, cioè una sequenza finita e ben definita di istruzioni per risolvere un problema.

Siamo passati dal "far di conto" con carta e penna al "far di conto" con miliardi di operazioni al secondo.

La rivoluzione digitale ha però introdotto tre variabili che hanno reso questa parola "antica" quasi magica (o inquietante). La Velocità: un computer esegue milioni di passaggi in un battito di ciglia.

L’Opacità (Black Box): l'algoritmo di una divisione a due cifre è chiaro, quelli di YouTube o TikTok sono così complessi da risultare indecifrabilianche per chi li ha scritti.

L’Autonomia: grazie al Machine Learning, l'algoritmo non riceve più solo ordini fissi, ma impara dai dati e si "evolve".

Diciamo "l'algoritmo ha deciso", "l'algoritmo mi ha suggerito", come se fosse un'entità mitologica. Abbiamo preso un termine tecnico dell'aritmetica medievale e lo abbiamo trasformato nel "motore immobile" che governa i nostri gusti, i nostri acquisti e persino le nostre opinioni politiche.

Il fatto che oggi la usi chiunque, dal ragazzino sui social al politico in TV, è il segno più evidente di quanto la matematica sia diventata l'infrastruttura invisibile della nostra realtà.

Così gli algoritmi vengono usati sul web per "capire chi siamo e i nostri gusti" e indirizzare le nostre scelte perché le grandi piattaforme digitali hanno costruito veri e propri sistemi di raccomandazione e di personalizzazione estremamente sofisticati.

Vengono così raccolti una quantità enorme di dati su di noi. Ogni nostra azione online lascia tracce digitali.

Gli algoritmi raccolgono che cosa guardiamo, dove clicchiamo, se mettiamo like, che cosa salviamo / e condividiamo e tutte le altre manovre che compiamo. Questi dati vengono raccolti in tempo reale e in enormi quantità (big data).

Ne deriva un profilo digitale sempre più preciso di noi con i nostri gusti passati e in divenire, quali interessi coltiviamo e quali cominciamo ad abbozzare. Si raccolgono umori, abitudini, preferenze e aspetti della nostra personalità.

Più usiamo quanto messo a nostra disposizione e più il nostro profilo diventa accurato e previsionale e veniamo scientemente messi in contatto con chi va bene rispetto al nostro modo di essere.

L’obiettivo principale: tenerti il più possibile sulla piattaforma e per questo otteniamo contenuti che assecondano le nostre preferenze e confermano le nostre idee in una bolla di conformismo.

Per questo gli algoritmi sono progettati per mostrarti contenuti che ci emozionano, ci stregano, ci costringono a restare incollati a quanto ci piace e ci rassicura.

Emerge la camera dell’eco: descrive quella situazione in cui, sui social media, le nostre idee, opinioni e convinzioni vengono continuamente rinforzate e amplificate, come se stessimo parlando in una stanza vuota dove la nostra voce riecheggia all’infinito… senza mai sentire voci contrarie.

Si creano dipendenza e forme di manipolazione Sino alla sensazione che lo smartphone ci ascolti è così diffusa che ha un nome preciso: l'ipotesi dello "spionaggio acustico".

Tuttavia, la realtà tecnica è quasi più inquietante della ipotetica ma inesistente spia nel microfono: non hanno bisogno di ascoltarti perché sanno già cosa stai per dire.

Non ti ascolta con le orecchie, ma ti osserva con migliaia di altri occhi digitali, riuscendo a prevedere i tuoi pensieri attraverso le persone che frequenti e i luoghi che visiti.

Lunga strada quella percorsa dall’algoritmo!