Seguo con viva curiosità la discussione in corso nel mondo sui divieti o restrizioni all’uso dei social media per i minori, distinguendo tra misure già in vigore e quelle in discussione.
Ad oggi ci sono divieti in Australia (che ha fatto da apripista) e Malesia (under-16), anche la Francia sta per aggiungersi (under-15), così come la Danimarca (under-15 con possibile eccezione 13+) e la Spagna (under-16).
La tendenza nel prevedere veri e propri “blocchi“ è chiarissima: entro fine 2026 è probabile che diversi paesi occidentali prevederanno un divieto reale per under-15 o under-16. Credo che la scelta stia diventando obbligata, ma in fondo un pò ipocrita.
Ci pensavo leggendo uno degli articoli su di un numero del settimanale francese “Le Nouvel Obs”.
Xavier de La Porte scava nelle nostre vite e il rischio di essere addicted, cioè dipendenti. Scrive il giornalista: ”È un'esperienza ormai condivisa. Non appena se ne presenta l'occasione, afferriamo lo smartphone, apriamo un'applicazione e facciamo scorrere il feed di un social network: foto, video a catena, articoli o liste di cose da comprare. Fronte bassa, mente assorta, corpo interamente mobilitato dal movimento del pollice che spinge lo schermo verso l'alto. Può durare cinque minuti o un'ora, ma quando la vita torna a chiamarci, alziamo la testa un po' frastornati, al tempo stesso irritati per essere stati strappati a questa (in)attività confortevole e non molto fieri di noi stessi. Questa situazione, ormai ben nota, è innanzitutto il prodotto di una funzionalità tecnica chiamata infinite scroll, o "scorrimento infinito", che si è intrufolata insensibilmente negli interstizi delle nostre vite: una fila d'attesa, un tragitto sui mezzi pubblici, un'insonnia, una pausa in bagno, un vuoto in una conversazione... Colma i tempi morti delle nostre esistenze, quelli in cui avremmo potuto lasciare vagare la mente, prendere un giornale, fare una telefonata, ascoltare una canzone, iniziare una discussione con uno sconosciuto o, semplicemente, annoiarci. Non se ne ricava granché; scrollare riempie e svuota contemporaneamente le nostre esistenze”.
Inutile negare le circostanze: basta guardarsi intorno con la chiara evidenza di una socialità che si riduce e di una civiltà umana che si trova ad un punto a capo.
Interessante una storia che il giornale riprende: ”Colui a cui viene attribuita questa invenzione non è lontano dal pensarla allo stesso modo. Aza Raskin è ancora un giovane informatico quando, a metà degli anni 2000, pensa di poter rendere più fluida l'esperienza di internet eliminando il clic su "pagina successiva" o la barra di scorrimento. Per farlo, scrive un programma che automatizza il caricamento della pagina successiva quando si arriva in fondo a quella che si sta consultando. L'impressione prodotta è una scomparsa della segmentazione: i contenuti si susseguono come particelle d'acqua in un fiume. Qualche anno dopo, considererà la sua invenzione come "un furto massiccio di tempo di attenzione umana" e denuncerà i danni della "captologia", ovvero le tecniche di design messe in atto per accaparrare la nostra attenzione, la risorsa per cui si contendono gli attori economici del digitale”.
Situazioni che ormai - vale per ciascuno di noi - creano dipendenza quasi ipnotica per trattenerci il più possibile nel mondo digitale con rischio isolamento.
Perché? Se lo chiede il giornalista, che risponde: ”Perché, bisogna ammetterlo, scrollare dà piacere: il piacere di astrarsi dal proprio ambiente, quello di pensare a qualcosa di diverso dalle costrizioni della vita, quello di inebetirsi, quello di tenersi informati, quello di essere sorpresi dall'inaspettato, ecc. Poiché questi piaceri possono operare insieme e, potenzialmente, non si fermano mai, la compulsione non è mai lontana. Alcuni specialisti arrivano a mobilitare le neuroscienze per descrivere il meccanismo all'opera: un sistema di ricompensa alimentato dalla dopamina associerebbe questo gesto al piacere, a tal punto che il nostro cervello non sarebbe più capace di produrre naturalmente la sostanza, da qui l'addizione.
Altri, più prudenti, preferiscono parlare di "disturbo dell'uso" e avanzano, per spiegare la nostra tendenza ad afferrare il telefono a ogni tempo morto, l'odio che gli esseri umani hanno per il non far nulla. Come diceva il filosofo Pascal, "tutta l'infelicità degli uomini deriva da una sola cosa: dal non saper restare tranquilli in una stanza" “.
Di conseguenza scrolliamo!
Infine, quest’altra citazione utile per capire: ”Analizzando il piacere particolare che questa pratica ci procura, il ricercatore in scienze della comunicazione Olivier Ertzscheid osserva uno slittamento: "Da un'economia della libido (economia libidinale) il cui oggetto è il desiderio, si passa con lo scroll infinito a un'economia dei lipidi, un'economia lipidinale (perdonate il neologismo), un'economia attenzionale del grasso (del pollice), dell'immobilità e forse anche di un'assenza di desiderio per altro che non sia la contemplazione di ciò che facciamo scorrere davanti a noi, lasciandoci l'impressione di mantenere l'iniziativa dello scorrimento".
Quando invece la logica di apparizione ai nostri occhi deriva dalla scelta del nostro algoritmo, che ormai ci conosce più di qualunque altro essere umano…