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11 feb 2026

Cultura umanistica e il Miles Gloriosus

di Luciano Caveri

Una premessa è d’obbligo. Noto nelle discussioni varie l’emergere di tesi che sostengono che la cultura umanistica sia un "lusso improduttivo", retaggio del passato.

Vorrei brevemente difendere le humanae litterae, perché non sono affatto un esercizio di nostalgia, ma una necessità strategica per il futuro. In un mondo inondato di informazioni e intelligenze artificiali, la capacità tecnica di processare dati non basta.

La Filosofia e la Storia ci forniscono gli strumenti per non essere schiavi del presente, permettendoci di vedere schemi ricorrenti dove altri vedono solo caos. Così come la Letteratura e la Linguistica offrono strumenti preziosi: la sola tecnologia senza umanesimo è cieca. Chi progetta algoritmi di machine learning o biotecnologie ha bisogno di una solida base etica per prevedere l'impatto sociale delle proprie invenzioni.

La capacità di scrivere con chiarezza, di argomentare con logica e di comprendere contesti culturali diversi. La cultura umanistica ci consente di usare l’Intelligenza Artificiale che rischia svarioni non banali. Con l'esplosione dell'Intelligenza Artificiale, giganti come Google, Microsoft e OpenAI hanno assunto filosofi ed esperti di etica a tempo pieno.

Aziende come Intel e Microsoft hanno impiegato per anni antropologi per studiare come le persone interagiscono con la tecnologia nelle diverse culture.

Faccio un esempio concreto. Mai come in questo momento vedo in giro persone che sono tutte apparenza e che costruiscono carriere che non meritano e si reggono su narrazioni prive di sostanza, se non persino di disonestà.

Allora, visto che il mondo non cambia mai per certe caratteristiche, a chi ha cultura umanistica viene in mente la figura del ”Miles Gloriosus” (in italiano Il soldato fanfarone, Il soldato millantatore), personaggio di una delle commedie più celebri e rappresentative di Plauto, il maggiore commediografo romano (circa 250–184 a.C.).

Così riassumibile. Un soldato fanfarone e vanitoso (Pirgopolinice) rapisce la bella Filocomasio e la tiene con sé a Efeso. Lo schiavo astuto Palestrione, che in realtà serve l’innamorato di lei (Pleusicle), orchestra due grandi inganni. Fa credere al servo guardiano che Filocomasio abbia una gemella identica, così il guardiano si confonde e tace. Convince il soldato che la bellissima moglie del vicino sia pazza di lui, di conseguenza Pirgopolinice libera Filocomasio per andare con la “nuova conquista”.

Alla fine il soldato viene umiliato e picchiato, gli amanti si ricongiungono e lo schiavo furbo vince.

Questa commedia serve a scovare i miles gloriosus che si incontrano nella vita e lo sarà sempre finché esisteranno persone che confondono autostima con vanagloria e megalomania con una narrazione epica di sé stessi.

Quel che colpisce nel sarcasmo plautino sta nel circolo di adulatori che attorniano il Miles che si bea di complimenti che titillano la sua vanità.

Vediamo molto questi ”lecchini” in azione. Segnalo il "Breve trattato sul lecchino" di Antimo Cesaro utile per capire. Scrive l’autore: «"Lecchino" è il modo gentile e ironico per il ben più greve ma più suggestivo "leccaculo", idealtipo che lotta e vive in mezzo a noi». E aggiunge: «Infine, nel suo significato estensivo e relazionale - e qui, caro lettore, vengo al "dunque" - leccare può significare adulare in modo basso e servile. In quest'ottica, la natura transitiva del verbo assume anche un'accezione relazionale, presupponendo un nesso tra due o più persone, o diretta ("ha fatto carriera a furia di leccare i superiori") o mediata ("leccare i piedi, le scarpe, gli stivali" e, volgarmente, "il culo a qualcuno"). Un uso traslato del verbo già attestato nell'antica Roma, come dimostrano le auliche locuzioni latine "lambere nates" e "lingere culum" ”.

Quanto è utile la cultura umanistica per leggere la vita e le persone che incontriamo.