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08 mar 2026

Denatalità: il tema che appare e scompare

di Luciano Caveri

Appare e scompare, come un fiume carsico. La crisi demografica, le culle vuote riempiono paginoni sui giornali, non incidendo affatto nel dibattito pubblico.

In privato mugugniamo coi figli in età fertile e facciamo lo stesso con i loro coetanei. Poi l’argomento passa, perché non sfonda e sembrano non fare breccia le previsioni catastrofiche su società piccole e grandi.

La desertificazione della Valle d’Aosta, prevista con dati inoppugnabili dal grande demografico Alessandro Rosina, sembra non impressionare, mentre la nave cola a picco.

Io, ogni tanto, lancio un allarme solitario e sorrido pensando a chi pensa che sia solo una questione di soldi o di servizi all’infanzia, restando così solo nella superficie del problema.

Per cui leggo con curiosità crescente quanto scritto su l’Express da una filosofa, Julia de Funès.

Direi che il suo ragionamento va dritto al punto: ”La natalità crolla e le spiegazioni proliferano. Coscienza ecologica, instabilità geopolitica: a ogni motivo il suo valore... Ma se queste molteplici ragioni procedessero da una sola e medesima logica? Non quella di un accresciuto senso di responsabilità, ma al contrario, un nuovo modo per esentarsene?”.

p Prosegue con logica cartesiana: ”Il primo argomento invocato è la coscienza ecologica. Il bambino non è più solo un miracolo o una promessa, ma un'impronta di carbonio. Non procreare diventa un gesto superiore: salvare il pianeta astenendosi. L'argomento colpisce. Eppure, farsi custodi del mondo non potrebbe servire anche a elevare l'immagine di sé? Quale promozione morale è più lusinghiera del voler preservare la nostra Terra? L'ecologia può essere una convinzione sincera, ma può anche fungere da leva narcisistica, da schermo virtuoso dietro cui si maschera il desiderio di valorizzare se stessi”.

Incalza: ”Il secondo argomento è l'instabilità del mondo. Guerre, crisi multiple e minacce diffuse renderebbero irresponsabile ogni nascita. Tuttavia, la Storia smentisce questa causalità. I periodi di conflitto non hanno prosciugato meccanicamente le nascite; i periodi successivi sono stati piuttosto segnati da potenti riprese demografiche. Non è dunque l'instabilità del mondo a spiegare la denatalità, ma la crescente difficoltà ad accettarla. L'angoscia di un futuro imprevedibile basta ormai a dissuadere dal procreare. L'instabilità può essere una convinzione sincera, ma può anche servire a risparmiarsi tale angoscia”.

Altro punto: ”Terzo argomento: la precarietà. Case costose, salari fragili. L'argomento è plausibile e rispettabile. Eppure, i paesi poveri mostrano tassi di natalità superiori a quelli delle nazioni ricche. Non è dunque la povertà in sé a rarefare le nascite, ma l'esigenza di un comfort preliminare a ogni procreazione. Ora, non si fonda una famiglia perché tutto sarebbe garantito: nulla lo è mai. È vero l'opposto: si cerca di mettere in sicurezza le proprie condizioni di vita quando la famiglia diventa una priorità. Così, ciò che si presenta come prudenza economica può funzionare come meccanismo di deresponsabilizzazione: si sostituisce il coraggio di affrontare le situazioni con la prudenza dell'astensione. Il realismo economico può essere una convinzione sincera, ma può anche proteggere il discreto comfort del bastare a se stessi”.

Il terreno si fa più complesso e direi realistico: ”Il quarto argomento è la lucidità sulla propria immaturità. Ci si ritiene troppo fragili, non abbastanza pronti, incapaci di essere genitori irreprensibili. Presentata così, la decisione sembra nobile: meglio astenersi che rischiare di nuocere. Ma questa magnanimità può nascondere un rifiuto più profondo: quello di accettare i propri limiti. Avere un figlio non presuppone di essere perfetti, ma presuppone di accettare di non esserlo. Significa acconsentire a essere travolti, spostati, contraddetti da una vita diversa dalla propria e scegliere, ciò nonostante, di rispondervi”.

Insomma - e che nessuno si offenda perché è questo il nocciolo del ragionamento dell’autrice - dietro la diversità dei motivi invocati (pianeta, incertezza, precarietà, incapacità) si delinea un ”egoismo discreto“. Che finisce per essere un’espressione sobria e garbata di un sentimento.

Scrive la de Funés: ”Non potendo ammetterlo così crudamente, lo si avvolge in ragioni onorevoli. Ma il pianeta può essere solo un comodo velo di nobilitazione morale. L'instabilità del mondo, il velo di una vita meno esposta e meno angosciante. La precarietà, il paravento che esenta dal dover rispondere a bisogni diversi dai propri. E l'ansia di non nuocere, infine, l'espressione virtuosa data al piacere di non appartenere che a se stessi. La nostra epoca valorizza talmente la reversibilità, il piacere immediato e l'assenza di vincoli, che il bambino — ieri considerato il compimento di una vita — diventa oggi un ostacolo alla realizzazione di sé. Il bambino introduce vincoli, disordine, irreversibilità e incertezza. Il bambino obbliga, responsabilizza, esige tempo non redditizio, energia non contabilizzata, un dono senza ritorno. Ma una generazione che non vuole più essere disturbata finisce per non rinnovarsi più. E a forza di volere un'esistenza senza ostacoli, si rischia di produrre una società senza ricambio”.

Mi pare un’analisi lucida, che certo può essere venata da un incrocio di pensieri che attraversa la coppia, che vanno rispettati, ma questo non fermerà l’agonia demografica.