Sarà che nelle scorse ore è nevicato abbondantemente, ma sento ancor di più in una giornata ventosa la primavera che incalza.
L’altimetria della Valle d’Aosta crea contrasti straordinari. Ho di fronte a me un prato dal verde squillante e piante da frutto fiorite, mentre in alto le montagne mantengono una livrea innevata e piccoli sbuffi di questa neve incoronano le cime, conseguenza appunto del vento che le sferza.
Ho avuto la fortuna di vedere molti posti del Mondo e di testare così la varietà straordinaria che la Natura ci propone, conseguenza di straordinari cambiamenti del pianeta in cui viviamo e anche delle diverse civiltà umane.
Questa piccola Valle è la mia patria. Lo è per l’amore profondo che provo ed è un valore aggiunto, perché non ho mai partecipato a gare in cui debba situare questo mio Paese su chissà quale piedistallo in una gara che indichi chissà quale nemico.
Esiste - e più passa il tempo e più me ne convinco - un nazionalismo cattivo che purtroppo le circostanze attuali dimostrano quanto esista e avveleni le nostre vite. E, per contro, ci sia un nazionalismo buono, che non contrappone, non vuole imporsi, non odia e non vuole espandersi. Chiede, tuttavia, rispetto e considerazione e non desidera essere vittima di incomprensioni o peggio ancora di aggressioni.
So quanto il tema sia complesso per chi, come me, appartiene ad un Movimento politico identitario, l’Union Valdôtaine, che ritiene che l’apparenza a certi valori ideali, a certe tradizioni, alla tutela linguistica siano un nocciolo duro cui rifarsi.
Mi pongo ogni giorno questa necessità di far capire un punto di vista politico che non deve mai apparire retrivo e astrattamente conservatore. Tutto muta e cambiano anche le comunità cui si appartiene per meccanismi migratori, nuovi modelli culturali, tecnologie globalizzanti, perdita di velocità di abitudini destinate a mutare perché tutto cambia.
Per cui avere senso della Storia e delle radici non è essere legati a un passato che non muta, ma aiuta a interpretare i necessari cambiamenti senza trovarsi snaturati, impoveriti e senza una personalità propria. Delle specie di apolidi che perdano una coscienza di sé e anche, come da premessa, un legame profondo con il particolarismo del territorio in cui si vive, che ha forgiato la personalità di un popolo e un’accumulazione culturale che va mantenuta viva e non esposta nella teca di chissà quale museo.
Pensavo a Jürgen Habermas, morto in queste ore alla verde età di 96 anni grande interprete del pensiero critico del Novecento, con proiezione su questo secolo che sembra avere di nuovi fantasmi che lui stesso combatteva.
Cresciuto in pieno regime nazista, a quindici anni fu mandato al fronte occidentale negli ultimi spasmi della guerra e assistette al crollo del Terzo Reich, comprendendo bene - da cittadino tedesco - la barbarie degli orrori dei campi di sterminio. Ciò lo rese diffidente - e come non dargli ragione?- verso ogni forma di nazionalismo mitico o irrazionale, diventando in fondo, come si è scritto in queste ore, erede dei Lumi: un illuminista dei nostri tempi.
Fino all’ultimo è rimasto un intellettuale inflessibile, capace di illuminare (uso scientemente questo verbo) il dibattito su democrazia, diritti e convivenza in un mondo che, più che mai, ha bisogno di parole non violente ma vincolanti.
Critico verso il nazionalismo etnico-tradizionale, a maggior ragione comprensibile per un tedesco dopo il nazismo, ha proposto in modo molto articolato l’idea di un patriottismo post-nazionale, che molti interpreti presentano come una forma "positiva" e democratica di attaccamento collettivo, in netto contrasto con il nazionalismo "cattivo" (etnico, esclusivo, aggressivo).
Habermas propone - e mi pare interessante per l’integrazione di chi in Occidente mira a importare modelli culturali sostitutivi non compatibili con il nostro costituzionalismo - il patriottismo costituzionale** (Verfassungspatriotismus) come legame politico basato sui principi universali della costituzione democratica. Questo patriottismo è "buono" proprio perché è aperto, inclusivo e razionale.
Fatemi dire, che mi pare “a condizione che”: che si rispettino i diritti civili e le istituzioni democratiche e che non si vogliano imporre teocrazie e giustizie non conformi alle regole del Diritto.
Con le parole di Habermas: ”Il patriottismo costituzionale significa: i cittadini si appropriano dei principi della Costituzione (e nel caso valdostano le logiche che sottendono anche lo Statuto speciale di Autonomia) non solo nel loro contenuto astratto, ma li fanno propri in modo che diventino la base di un’identità politica condivisa”.
Chi non ci sta - scusate la brutalità - non ha diritto di cittadinanza e non può imporre all’Occidente di piombare nell’oscurantismo e nel caos.
Società multiculturali funzionano se si riconoscono basi giuridiche comuni e senza che il relativismo culturale e teorie woke strampalate distruggano il senso di comunità.
Ricordo da federalista che per Habermas il federalismo non è solo un esercizio accademico di filosofia politica, ma una risposta appassionata alle crisi della modernità e della globalizzazione. Uno strumento necessario per salvare la democrazia dallo svuotamento di potere causato dai mercati globali con un ruolo eminente per l’Europa, ma anche un legame politico per le comunità.
Restano le sue opere e mancherà la sua acutezza di analisi.