Non potevo non commentare, a titolo personale, l’esito del referendum su questa mia pagina e lo faccio con semplicità, senza troppi giri di parole e senza attendere un tempo eccessivo.
Ha vinto il NO. Le conseguenze politiche del voto non solo caducano la riforma soggetta al giudizio popolare, ma si innescherà una comprensibile discussione nel merito politico delle risultanze delle urne.
Certo è che al voto si è arrivati dopo una campagna elettorale furibonda, da ultima spiaggia, mentre il mondo - lo dico con franchezza - si trova sull’orlo del burrone e i problemi che ci aspettano sono così grandi da rendere l’infiammarsi sul referendum confermativo almeno in parte un fuoco di paglia.
La politica italiana vive da sempre di questi alti e bassi e, si sa, che la discussione sui cambiamenti sugli assetti delle Istituzioni assume nel Belpaese toni sempre vivaci e a tratti millenaristici, qualunque sia l’argomento.
Così questa volta i confronti sono andati al di là del contenuto vero e e proprio delle novità, ora bocciate dai cittadini.
Infatti, in gioco, ci sono stati temi più terra a terra e più fatti di politica pura più che dí tecnicismi giuridici. Chi ha impostato il tema come difesa della Costituzione considerata tabernacolo intoccabile. Chi ha paventato una manovra per tacitare la Giustizia. Chi ha gridato alla difesa imperitura dei magistrati e chi ha detto il contrario. Chi, invece, ha evocato la Magistratura come una casta.
Ma soprattutto è diventato impropriamente ma legittimamente una sorta di sì o no al Governo Meloni, che scalderà gli animi in vista delle elezioni parlamentari che avverranno fra un anno alla scadenza naturale della Legislatura.
È di conseguenza una sconfitta per il Governo Meloni, che ha proposto direttamente le riforme, che ora spariscono dalla scena. Resto convinto che lo status quo che ora riemerge non sia affatto il non plus ultra e il voto allontani cambiamenti in verità necessari per la Giustizia in Italia.
Ma così è.
Un’ultima appendice riguarda il tasso di partecipazione al voto, che risulta in crescita e questo è un bene se rappresenta un segno di erosione rispetto alla crescita sinora evidente della percentuale di astensionisti.
E questo è un bene.