Dittatore è una parolaccia che corrisponde ad un regime totalitario e, nell’usare il termine, so bene che ci vuole una certa circospezione.
Le parole se adoperate a sproposito perdono la loro carica. Ha scritto Hannah Arendt, che fece della lotta a favore della democrazia la sua vita: “Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione tra realtà e finzione, tra vero e falso, non esiste più”.
La stessa autrice è abile nel declinare con minuzia le diverse categorie dei regimi oppressivi.
Emilio Lussu, sardista e azionista, relatore dello Statuto di Autonomia che ridiede dignità alla Valle d’Aosta dopo il Ventennio ha scritto con grande semplicità: “La differenza tra democrazia e dittatura è appunto questa: più teste, una testa”.
In questi giorni, come se fosse un ripasso dal passato più remoto ad oggi, mi sono letto un libro più compilativo intitolato “Tiranni” di Nigel Cawthorne nella collina Storia e Storie di Giunti.
Segnalo che la parola tiranno è più antica sia per origine linguistica che per comparsa storica rispetto a dittatore. Mentre la prima affonda le sue radici nella Grecia arcaica, la seconda è un prodotto del diritto della Roma repubblicana. Da notare che entrambe le parole hanno subito un’evoluzione simile: nate come termini "neutri" o tecnici per descrivere forme di governo d'emergenza o non tradizionali, sono diventate oggi sinonimi di oppressione e autoritarismo.
Diviso per epoca, il campionario è assai vario e darò qualche nome per periodo storico.
Nelle radici più profonde come non ricordare gli orrori causati da personaggi come Alessandro Magno, Erode, Caligola, Nerone, Attila.
Il Medioevo ha fra i protagonisti nefasti gente del calibro di Gengis Khan, Torquemada, Vlad l’Impalatore, Cesare Borgia, Pizarro, Cortés, Caterina de Medici, Ivan il Terribile, Pietro il Grande.
Nell’età napoleonica scelgo Caterina la Grande, Robespierre, lo stesso Napoleone, Leopoldo II del Belgio e alcuni dittatori sudamericani.
Nel mondo moderno l’elenco fa paura: da Lenin a Stalin, da Mussolini a Hitler, da Salazar a Franco, da Khomeini a Duvalier, da Hoxha a Ceausescu, da Bokassa a Amin, da Milosevic a Gheddafi, da Fidel Castro a Saddam Hussein e altri ancora.
All’elenco aggiungerei la dinastia della Kim in Corea del Nord e Putin in Russia, ricordando che molti dei dittatori sono arrivati e rimasti al potere con elezioni, ovviamente facilmente manipolabili.
Come non segnalare il cinese Xi Jinping, il bielorusso Lukashenko, Bielorussia), Ortega in Nicaragua) e un certo numero di autocrati africani.
Nicolás Maduro del Venezuela non c’è più: uno in meno. Idem Bashar al-Assad in Siria.
E Trump? Alcune sue uscite anche di queste ore e certi suoi comportamenti obbligano a grande attenzione per il futuro degli Stati Uniti, che credo abbiano gli anticorpi per reagire, se necessario.
La democrazia è piena di difetti e oggi vituperata più che mai per certe sue evidenti mancanze in un mondo nuovo, in cui la rivoluzione digitale appare come un punto e a capo a che per le comunità e le Istituzioni.
Senza gareggiare, come si fa in Italia, su chi è più democratico e chi meno in un crescente clima di ignoranza storica e politica, sarebbe bene cercare sempre e di più quei valori fondanti, i principi inossidabili, le idee non negoziabili perché il fronte di chi cerca di ripercorre nuove forme di tirannia è vivace e globale.
Se ci si distrae, c’è da avere paura, più di quanta ne abbiamo ora!