La guerra. Ho avuto i brividi quando ho sentito risuonare nei cieli della Giordania l’allarme antiaereo per il transito di missili e droni in quello spazio di strazianti combattimenti con scenario una parte di quel che è storicamente la Terra Santa.
Batticuore che vissi verso la fine della guerra dei Balcani, guardando agli orrori di una strage fratricida e ascoltando racconti sulla crudeltà umana.
D’altra parte avevo avuto la chance di avere racconti diretti di protagonisti della Prima e della Seconda guerra mondiale, così come della Resistenza.
Non ho mai trovato in loro un reducismo retorico e chissà quale vanagloria, ma la crudezza del dolore, della paura, della desolazione.
Mi fa paura chi esalta il proprio Dio come se fosse un combattente dalla parte degli uni e degli altri, così come trovo infruttuoso certo pacifismo di maniera se a senso unico e senza discernimento alcuno.
Ho riletto l’altro giorno la poesia intitolata ”Uomo del mio tempo, scritta con ruvidezza nel 1947, quando le ferite della guerra erano ancora sanguinanti, da Salvatore Quasimodo.
Un j’accuse irato diretto direttamente all’uomo contemporaneo accusato di essere rimasto identico all’uomo primitivo: la tecnologia ha reso più efficiente la capacità di uccidere, senza cambiare nella sostanza la natura violenta dell’essere umano.
Tecnologia che ancora oggi nasce spesso per i campi e solo dopo riversata per usi civili: dalla clava ai droni.
Ecco la poesia, così attuale.
UOMO DEL MIO TEMPO Sei ancora quello della pietra e della fionda, / uomo del mio tempo. Eri nella carlinga, / con le ali maligne, le meridiane di morte, / t’ho visto - dentro il carro di fuoco, alle forche, / alle ruote della tortura. T'ho visto: eri tu, /,con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio, / senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora, / come sempre, come uccisero i padri, come uccisero / gli animali che ti videro per la prima volta. / E questo sangue odora come nel giorno / quando il fratello disse all'altro fratello: / ”Andiamo ai campi". E quell'eco fredda, tenace, / è giunta fino a te, dentro la tua giornata. / Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue / salite dalla terra, dimenticatei padri: / le loro tombe affondano nella cenere, / gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.
Quasimodo paragona l’uomo del Novecento (piloti, bombardieri, carnefici dei lager) all’uomo della pietra e della fionda, e a Caino che uccide Abele.
La “scienza esatta” ha reso l’omicidio più freddo e sistematico, ma non meno barbaro e violento. La guerra e lo sterminio sono visti come un’unica, lunghissima catena di sangue che si ripete.
Così le ”meridiane di morte” sono gli aerei da bombardamento che proiettano la loro ombra sulla terra: quell’ombra segna con precisione scientifica il momento della morte per chi sta sotto.
Ho visitato Hiroshima e come non pensare a quel solo bombardiere che fece illuminare di morte il cielo di quella città giapponese.
Lo stesso vale per ”carlinga, con le ali maligne” e ”carro di fuoco“ Immagini bibliche (il carro di Elia) vengono rovesciate in strumenti diabolici di distruzione, fatti sempre più sofisticati, se pensiamo all’uso massiccio dell’Intelligenza Artificiale, che stupirebbe il Poeta.
Le “nuvole di sangue“ sono un’apocalittica, che evoca bombardamenti, campi di battagli, lager e torture sembra evaporare e formare nuvole scure che salgono al cielo, contaminando persino l’aria e l’avvenire.
Come le ”tombe di cenere”, pensando ai forni crematori dei campi di sterminio e al destino comune di vittime e carnefici in quello scambio dei ruoli di guerre totali che alimentano odio.
Le tombe dei padri (vittime e carnefici) non sono degne, ma si dissolvono nella cenere dei roghi. La cenere simboleggia oblio, distruzione totale e punizione storica.
Certo bisognerebbe poter ricominciare, spezzando la barbarie umana.
Allora come oggi.