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12 apr 2026

1973: un ragazzo di fronte all’austerity

di Luciano Caveri

Le vicende belliche attuali, con le conseguenze sull’approvvigionamento di petrolio, mi fanno tornare ragazzo, al 1973, quando stavo per compiere 15 anni.

Tutto partì dalla Guerra del Kippur (6 ottobre 1973), quando Egitto e Siria attaccarono Israele per riconquistare i territori persi nel 1967. Gli Stati Uniti sostennero Israele con aiuti militari. In risposta, i Paesi arabi esportatori di petrolio decisero di usare l’“arma del petrolio”, imponendo un embargo e aumentando i prezzi per colpire i Paesi occidentali filo-israeliani.

Si alzarono i prezzi in modo drammatico: il petrolio passò da circa 3 dollari al barile a oltre 11-12 dollari in pochi mesi (un quadruplicamento!).

L’Italia era enormemente dipendente dal petrolio importato, che copriva quasi il 75-80% di tutta l’energia che si usava: per le auto, il riscaldamento, le fabbriche, l’elettricità.

Il governo di Mariano Rumor (un governo di centro-sinistra) capì che rischiavamo di restare senza benzina e senza energia nel giro di poche settimane. Così, alla fine di novembre 1973, varò il famoso piano di austerity come misura d’emergenza per evitare il collasso.

Scelsero “austerity” perché era una parola che univa rigore e modernità, comunicava serietà senza terrorizzare troppo, e si inseriva perfettamente nel linguaggio della crisi energetica mondiale.

Ricordo le regole: divieto di circolare con auto, moto, barche private nei giorni festivi; riduzione del riscaldamento (massimo 20 gradi, e solo poche ore); orari anticipati di chiusura per negozi, cinema, TV (niente programmi dopo una certa ora); riduzione illuminazione pubblica e divieto di insegne luminose; aumento del prezzo della benzina.

Per noi ragazzi era strano: una guerra in Egitto e Siria ci costringesse a pedalare la domenica e a stare al freddo in casa. Ma era la realtà di un Paese che aveva corso troppo con il “miracolo economico” senza diversificare le fonti di energia.

L’austerity durò circa 6 mesi nella sua forma più dura, ma con allentamenti progressivi fino all’estate del 1974. Le misure entrarono in vigore dal 1° dicembre 1973 (primo sabato con distributori chiusi). La prima domenica a piedi fu il 2 dicembre 1973.

Da marzo 1974: passaggio alla circolazione a targhe alterne (una domenica targhe pari, la successiva dispari). Fu un primo allentamento.

Le ultime restrizioni furono revocate a partire dalla domenica 2 giugno 1974. Da quel momento tornò tutto alla normalità. Giusto per l’estate!

In tutto, quindi, dal 1 dicembre 1973 al Per noi ragazzi - io avevo già il motorino! - sembrò interminabile e con una vita diversa dal solito.

Una parentesi strana, ma che nessuno di noi dimenticò mai. Fu un momento in cui l'Italia, nel pieno della sua corsa verso la modernità, dovette improvvisamente "tirare il freno a mano" e fu istruttivo almeno per la mia generazione.

Ricordo le autostrade e i viali cittadini completamente deserti. Ci immergemmo in un silenzio innaturale, rotto solo dal chiacchiericcio dei passanti.

La crisi ci ha costretto a capire la dipendenza dal petrolio e da allora abbiamo diversificato (grazie anche a quella paura), ma restiamo - ahimè! - un Paese importatore netto. Le domeniche a piedi del ’73 ci hanno insegnato che rallentare ogni tanto fa bene… e che dipendere da una sola cosa, soprattutto se arriva da lontano, è sempre un rischio. Oggi corriamo meno con il petrolio e passi in avanti nella diversificazione energetica ci sono stati, ma la lezione rimane valida.

Ricordo i vecchi di allora (la mia età di oggi…) che dicevano: “Finalmente qualcuno vi insegna a risparmiare, voi giovani che avete sempre avuto tutto facile”. Io sbuffavo, ma dentro di me capivo che avevano ragione.

Ma faceva impressione che qualcuno avesse premuto il tasto “pausa” su un modello di sviluppo che andava a mille dal dopoguerra in poi.

Anche oggi temo ci si debba ragionare per fantasmi che riappaiono con troppa facilità.