Utilizziamo i cookie per personalizzare i contenuti e analizzare il nostro traffico. Si prega di decidere se si è disposti ad accettare i cookie dal nostro sito Web.
27 apr 2026

Černobyl’: quando la nube arrivò fino a noi

di Luciano Caveri

Ero un giovane giornalista tv quando avvenne Il disastro di Černobyl' (Chernobyl).

Era il 26 aprile 1986, all'1:23 ora locale, quando scoppiò il reattore numero 4 della centrale nucleare V.I. Lenin, nell'allora Repubblica Socialista Sovietica Ucraina.

Ebbene, seguii in parecchi reportage come questo avvenimento inaspettato impatto nella piccola Valle d’Aosta. Nessuno sapeva cosa fare e dove andare di fronte alla nuvola radioattiva che arrivò sin da noi.

Ricordo che in tutta la Regione esisteva un solo contatore Geiger, il dispositivo più comune e conosciuto per il rilevamento delle radiazioni ionizzanti, in dotazione ai Vigili del fuoco.

Ho impresso nel memoria quel ticchettio rapido e irregolare corrispondente al rilevamento di una particella di radiazione ionizzante, che diventa quasi “frenetico” quando i livelli di radiazione sono alti.

Non sapevamo, come cittadini, cosa fare con esattezza, ma quel che è certo è che vi fu una paura collettiva.

Fra fine aprile e i primi maggio la nube raggiunge le Alpi. Piogge intense che ricordo come se fosse oggi (soprattutto tra 30 aprile e 8 maggio) e provocarono una deposizione “a pioggia” molto eterogenea. Le zone più colpite furono Prealpi e Alpi italiane (Piemonte nord, Valsesia, Valle d’Aosta, Como, Dolomiti, Friuli).

La pioggia depositava al suolo principalmente particelle radioattive provenienti dalla nube di Chernobyl attraverso il fenomeno che i tecnici chiamano “deposizione umida”. (wet deposition).

Le principali sostanze depositate ovviamente invisibili per la popolazione furono il Cesio-137, il più importante e persistente (vita media ~30 anni). Si legava fortemente al suolo e fu il principale responsabile della contaminazione sui pascoli, funghi e selvaggina alpini.

C’era poi il Cesio-134 simile al precedente ma con vita più breve (circa 2 anni), usato per distinguere il fallout di Chernobyl da quello dei test nucleari precedenti.

E ancora lo Iodio-131 molto volatile e presente sia in forma particellare che gassosa. Si depositava rapidamente e contaminava erba, latte e tiroide (ma decadde quasi completamente in poche settimane).

Gli esperti segnalano altri radionuclidi in quantità minori: stronzio-90, plutonio, americio-241, cobalto-60, antimonio-125, ecc. Nelle Alpi si sono trovati anche piccoli focolai con americio-241.

Come avveniva il deposito? La nube radioattiva (piccole particelle e gas) veniva “lavata” dalle piogge intense/ Le Alpi, con il loro effetto orografico (piogge più abbondanti in quota), ricevettero una deposizione eterogenea e localmente molto elevata (fino a decine di migliaia di Bq/m² di cesio-137 in alcune zone).

La quantità depositata era, come dicevo, direttamente proporzionale alla quantità di pioggia caduta durante il passaggio della nube: più pioveva, più radioattività arrivava al suolo.

Oggi rimane soprattutto il cesio-137, che si è fissato nei suoli argillosi e nei ghiacciai, mentre l’iodio-131 è scomparso da decenni. Questo spiega perché ancora oggi si trovano tracce in funghi, selvaggina e suoli di certe valli alpine.

Le autorità ( come ARPA Valle d’Aosta) sulla base degli studi scientifici considerano l’impatto trascurabile per la salute pubblica. Non ci sono restrizioni generali, solo raccomandazioni di moderazione nel consumo di certi prodotti a raccolta spontanea come i funghi selvatici, la selvaggina, le bacche selvatiche. Il latte e i latticini locali hanno tracce molto basse e non richiedono precauzioni.

In sintesi: rimane una “memoria” radioattiva eterogenea e in calo, concentrata in hot-spot, ma non rappresenta un pericolo concreto per chi frequenta le Alpi normalmente. I monitoraggi continuano per prudenza.

Va sostanzialmente smontata nei territori alpini la associazione fra la nuvola radioattiva e i tumori in crescita in certi anni. Ci sono numerosi studi scientifici sulle conseguenze tumorali del fallout di Chernobyl, sia a livello europeo che nelle zone alpine (dove la contaminazione fu eterogenea ma ovviamente più bassa rispetto alle aree vicine al reattore).

Nelle Alpi l’aumento è stato bassissimo secondo gli scienziati e difficilmente distinguibile dal fondo naturale. In Italia più in generale si è osservato un probabile piccolo incremento, ma in numeri assoluti risultano molto ridotti e statisticamente non significativi.

Resta il ricordo ormai storicizzato delle vicende di allora. Dopo Chernobyl, il nucleare mondiale ha cambiato profondamente standard di sicurezza, e reattori come quello di Chernobyl non si costruiscono più. È un evento irripetibile nelle centrali moderne (lo dico perché in periodo di problemi energetici il nucleare è considerata un’opzione su cui discutere e personalmente penso si debba farlo), anche se resta un monito importante.