Viviamo in un paradosso curioso su cui riflettere non fa per niente male: siamo più connessi che mai, eppure la solitudine è diventata una delle grandi emergenze del nostro tempo.
Lo verifico in tante persone anziane e, dall’altra parte dell’età, negli adolescenti coetanei del più giovane dei miei figli. In mezzo ci sono tante altre solitudini che ci fanno pensare.
Solitudine di per sé non è una parolaccia e bisogna coglierne l’evidente dualità.
Scrive il furlan (quindi fiero delle sue origini) Renato Pilutti sul suo bel Blog: ”Alcune fonti collegano solus a una forma più antica sollus (“intero”, “a sé stante”, “completo in sé”), che rimanda all’idea di una totalità isolata o di qualcosa di indiviso. Questo crea un legame interessante con parole come solidarietà o solidità, che condividono lontane radici indoeuropee legate al concetto di “tutto/intero” (dal greco holos o simili). Non è una coincidenza sonora casuale, ma riflette come la solitudine possa essere vista sia come mancanza sia come completezza interiore“.
Come dire: può essere uno stato di grazia o un inferno. Hermann Hesse in Siddhartha (1922) parla spesso della solitudine come momento di crisi e al tempo stesso di risveglio: ”Nessuno era così solo come lui. […] Fuori da questo momento, quando il mondo intorno a lui si scioglieva, quando egli stava solo come una stella nel cielo, fuori da questo momento di freddo e disperazione, Siddhartha emerse più se stesso di prima, più fermamente concentrato”.
Centrava la questione Cesare Pavese: “Tutto il problema della vita è questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con gli altri”.
Ci sono solitudini antiche e nuove solitudini con forme inedite che appartengono alla nostra epoca come la solitudine digitale (circondarsi di notifiche e feed senza esistere dal vivo); la solitudine urbana (vivere a pochi centimetri dai vicini senza conoscerne il nome), che può avere anche una sua versione rurale in paesi spopolati; la solitudine da prestazione (presentare sui Social una versione curatissima di sé, nascondendo le fragilità reali): solitudine del lavoratore remoto (flessibilità conquistata, ma a volte a scapito del senso di appartenere a una comunità); la solitudine dei giovanissimi (la crisi demografica svuota lo stare insieme).
Eppure la socialità rimane la chiave del nostro essere animali sociali, come disse Aristotele nell’inventare questa definizione nel IV secolo a.C. nel primo libro della Politica.
L’essere umano - questa la sua tesi - non è fatto per vivere isolato. La tendenza ad aggregarsi con altri simili non è una scelta di comodo o un contratto sociale stipulato a un certo punto della storia, ma un impulso naturale. Chi sceglie deliberatamente di vivere fuori dalla società, secondo il filosofo, «o è un essere inferiore o è superiore all'uomo»: cioè, o è una bestia o è un dio.
Insonma: una vita vissuta bene non può prescindere dalla socialità.
La domanda difficile è: come si coltiva vera socialità in un’epoca che premia la velocità, l’efficienza, l’individualismo? Esiste una bolla che finisce per avere le sbarre come una prigione.
Forse la risposta sta nel tornare a gesti semplici e lenti: la cena senza telefoni, il caffè senza agenda, l’amico a cui si chiede davvero come stai aspettando una risposta vera.
Farà sorridere certa semplicità, ma in fondo sintetizza bene Paulo Coelho: “L’universo ha senso solo quando abbiamo qualcuno con cui condividere le nostre emozioni”.