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08 giu 2026

La parola ”pettegolezzo” e certe varianti.

di Luciano Caveri

Una volta il pettegolezzo - e ne ricorderò la straordinaria origine - era chiaramente perimetrato.

Lo era nella sua versione più intima, che fosse familiare o del proprio giro di amicizie. Lo era anche nella sua versione pubblica con stampa specializzata che ormai con il Web si è espansa e anche i giornali più seri usano il pettegolezzo per acchiappare lettori.

Fa snob usare il termine in inglese, il noto ”gossip”, parola che deriva dall’antico inglese godsibb (o godsib), composta da god (Dio) e sibb (parente, legame) — quindi letteralmente “parente in Dio”, ovvero il compare o la comare di battesimo (il padrino/la madrina).

Nel Medioevo il godsibb era una persona di fiducia, intima della famiglia. Col tempo il significato slittò verso “amico stretto con cui si chiacchiera”, e poi — tra il XVI e XVII secolo — verso “chiacchierone, pettegolo”, fino ad indicare il pettegolezzo stesso come azione.

Parente stretto in un filo comune che colpisce è il francese ”commérage”. Deriva da commère, che è l’esatto corrispondente francese del termine medievale inglese, cioè la comare di battesimo.

Anche qui il percorso semantico è identico: la comare era una donna vicina alla famiglia, che frequentava la casa e sapeva tutto di tutti — da cui l’associazione con le chiacchiere e i pettegolezzi.

Su Sette, qualche tempo fa, ho letto nella rubrica su Sette Giuseppe Antonelli, che scava in questo modo sul termine italiano più usato: ”C’è un dialetto da cui bisogna partire per ricostruire le origini di pettegolezzo, e quel dialetto è il veneziano. Da lì è partita la diffusione di petegola: con una sola t e rigorosamente (misoginamente) al femminile. «Dove si potevano, intorno alla pila della acqua santa, ragunar sei di loro petegole, stavano due ore a chiacchierarne», scrive nella prima metà del '500 Pietro Aretino, toscano trapiantato a Venezia. Più o meno negli stessi anni la parola lascia traccia di sé nel veneziano delle Egloghe di Andrea Calmo, che nelle sue lettere usa anche il derivato petegolaria: «tante fiabe, indegole, petegolarie» (ovvero fandonie, inezie, chiacchiere maldicenti)”.

Più avanti l’autore spiega ancora meglio: ”Nel Vocabolario etimologico della lingua italiana di Alberto Nocentini si legge, infatti, che pettegolo viene «dal veneziano petégola, derivato di peto, dalla locuzione contar tuti i peti "raccontare tutti i particolari insignificanti"». Alla base ci sarebbe il latino peditum, da cui il calabrese piditu o il napoletano pirete o appunto il veneziano e italiano peto. «Non mi accontenterei della definizione dello Zingarelli, "discorsi indiscreti e maliziosi su qualcuno», scriveva Primo Levi in un articolo del 1986 poi ripubblicato col titolo Del pettegolezzo: «mi parrebbe essenziale far notare che la malizia deve attestarsi ad un livello basso». E, spiegandone il meccanismo basato sulla diffusione a catena, osservava: «ad ogni passaggio la notizia trasmessa si degrada. Da notizia, diventa diceria, sentito-dire, fino magari a nobilitarsi a leggenda». Chissà se, essendo un grande appassionato di etimologie, Levi conosceva quella della parola in questione. Forse no, altrimenti avrebbe probabilmente evitato il riferimento all'aria di Don Basilio nel Barbiere di Siviglia: «È raro che il pettegolezzo, come la calunnia, da "venticello" diventi un "colpo di cannone"» (dal peto al petardo)”. Meraviglioso concatenamento tratto da una parola.

il francoprovenzale - lingua popolare rimasta viva in Valle d’Aosta - era estesa nel cuore delle Alpi occidentali, Questa macro-regione si sviluppava, anche in zona subalpina, all'intersezione di tre Stati odierni: Francia, Svizzera e Italia. Il pettegolezzo assume, a titolo esemplare, un’espressione linguistica ben più gentile.

Il pettegolezzo ha tre parole.

”Lo bren” o lo bren-bren): Letteralmente significa "la crusca" o lo scarto della macinatura del grano. Nel senso figurato del patois, indica un brusio continuo, un parlottare sommesso, e per estensione proprio le chiacchiere e i pettegolezzi da cortile

. ”La ragonia” è una variante: si dice della lamentela insignificante, del pettegolezzo fastidioso o della discussione inutile su fatti altrui. Condivide la radice con il francese antico e forme dialettali transalpine (come il lionese o il savoiardo) legate al verbo ragonner. L’originale significato di ”brontolio" si è evoluto nel tempo per indicare non solo la lamentela individuale, ma anche il riportare fatti altrui con tono critico o polemico. Diventa così il pettegolezzo che nasce dal risentimento o dalla noia.

Imbattibile l’impatto de ”La bave” (o les baves): Letteralmente "la bava", usata al plurale per indicare le maldicenze, le "lingue biforcute" o i commenti malevoli che escono dalla bocca della gente.

Oscar Wilde è stato probabilmente il re indiscusso dell'ironia sul tema, tanto da legittimarlo con cinica eleganza: ”C'è al mondo una sola cosa peggiore del far parlare di sé: ed è il non far parlare di sé”.