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10 giu 2026

“Cupio dissolvi”: il pericolo per l’Autonomia

di Luciano Caveri

Cupio dissolvi. L’espressione ha la sua origine con San Paolo, che nella Lettera ai Filippesi scrive questa frase, che risulta così tradotto dal greco in latino: ”desiderium habens dissolvi et cum Christo esse”. In italiano, per renderlo più comprensibile, diventa ”desidero essere sciolto dal corpo per essere con Cristo".

Insomma: vivere nel corpo per servire i fedeli, o dissolversi per essere con Cristo. Esprime una tensione tra dovere terreno e desiderio di vivere nella trascendenza.

La locuzione che si è estratta da questo contesto — ”cupio dissolvi” senza il complemento ”et esse cum Christo” — ha però acquistato nella storia della cultura un significato molto più ampio e spesso ambiguo, che attraversa i secoli in diverse versioni.

Oggi l’espressione, in ambito politico, è diventata un’etichetta per descrivere comportamenti autolesionistici di partiti o istituzioni. Ci ragiono spesso riguardo al futuro della democrazia, applicando questo rischio al futuro della Valle d’Aosta.

Se l’Autonomia speciale nasce da una esigenza reale, frutto di un vissuto antico che ha dato vita dal secondo dopoguerra all’attuale ordinamento valdostano, allora cedere alle critiche superficiali — quelle che trattano lo Statuto valdostano come un privilegio ingiustificato, come un’anomalia da correggere, come un costo per lo Stato centrale — è già una forma di dissoluzione.

Attacchi vari che, messi assieme, definiscono un’attitudine minacciosa da non sottostimare. Purtroppo si sgretola anche la difesa più robusta, sopportando, se non subendo, la vulgata dell’avversario che insiste colpo dopo colpo.

Vale l’immagine del tirassegno, che suggerisce qualcosa di insistente e ripetitivo. Specie se certi attacchi all’Autonomia possono contare su chi diventa dall’interno suggeritore e complice di un’immagine sempre e solo negativa del regime autonomistico.

Però qui si apre un nodo. Resistere è necessario, ma non sufficiente. Una tensione puramente difensiva — siamo qui, esistiamo, non ci toccate — alla lunga si esaurisce. Diventa essa stessa una forma di stanchezza.

La domanda che torna è: la Valle d’Aosta sa ancora spiegare la propria autonomia, non solo difenderla? Sa articolare perché quel modello è un valore anche per chi è fuori, non solo per chi è dentro?

Va bene resistere alle critiche infondate. Ma con la consapevolezza che il confine tra resistenza legittima e chiusura difensiva è sottile. Il cupio dissolvi per inerzia e il cupio dissolvi per isolamento sono due facce dello stesso rischio. Chiudersi in un bunker non serve.

La tensione vitale, forse, sta proprio nel saper tenere insieme le due cose: fermezza verso l’esterno, autocritica verso l’interno. Responsabilità senza dinamismo diventa conservatorismo. Dinamismo senza responsabilità diventa avventurismo. E nessuno dei due regge senza la capacità di reazione, che presuppone lucidità e nessun tentennamento nel riconoscere quando l’attacco arriva, anche quando è camuffato.

Il punto più acuto è proprio quello che aggiungi: i tentativi indiretti di colpire. Quelli diretti si riconoscono e si contrastano. Quelli indiretti sono più insidiosi — arrivano sotto forma di riforme apparentemente neutrali, di tagli presentati come razionalizzazioni, di linguaggi tecnici che oscurano scelte politiche precise, di uno svilimento morale. Talvolta avviene sotto forma di ”controlli”, che tendono a dire che qualunque cosa si faccia è imperfetta e difettoso.

Nominare esplicitamente la componente minacciosa di certi atteggiamenti centralistici è un atto di onestà intellettuale che molti evitano per non sembrare paranoici o vittimisti. Ma la storia valdostana — e quella di altre autonomie alpine — conosce bene questa pressione: non sempre esplicita, spesso esercitata attraverso la leva finanziaria, normativa, mediatica e - ultima ma non ultima - giudiziaria.

Se l’autonomia è tutto questo, allora il cupio dissolvi che temevo all’inizio non è solo stanchezza identitaria o smarrimento delle ragioni storiche. È anche la rinuncia nel momento in cui una classe dirigente o una comunità smette di leggere i segnali, di reagire, di sentire il peso della responsabilità come qualcosa di vivo.

L’autonomia muore quando chi dovrebbe difenderla non riconosce più il pericolo o lo riconosce ma non ha più energia per rispondervi.

Una comunità che accetta passivamente le angherie diventa complice e rischia di perdere la propria libertà e dignità. La resistenza è un dovere morale e collettivo.