Un amico, che conosce la mia curiosità per le parole, specie quelle che servono per descrivere emozioni difficili da esprimere con il linguaggio comune, mi segnala un neologismo singolare: anemoia.
Indica la nostalgia per un’epoca o un luogo che non si è mai conosciuto personalmente. Si tratta di quella sensazione di malinconia che si prova guardando vecchie foto in bianco e nero, film d’epoca, ascoltando musica di decenni passati o leggendo storie di altri tempi, con il desiderio di “entrare” in quel mondo anche se non l’hai mai vissuto.
Nella descrizione delle sue origini si usa una parola inglese (di origine tedesca: wandern = vagare + Lust = desiderio/piacere), che indica - non così facilmente traducibile in italiano - una irresistibile smania di esplorare il mondo, di viaggiare e scoprire posti nuovi, spesso con un senso di irrequietezza quando si sta troppo fermi nello stesso luogo.
La parola stata coniata nel 2012 dallo scrittore americano John Koenig nel suo progetto The Dictionary of Obscure Sorrows, che inventa nuove parole per emozioni che non hanno un nome preciso nella lingua inglese (e in generale). Deriva dal greco antico: ἄνεμος (ánemos) = vento + νόος (nóos) = mente. L’idea è metaforica: come un albero piegato dal vento che “guarda indietro” (anemosis), la mente si piega verso un passato immaginato.
Per cercare di capire meglio: la nostalgia riguarda ricordi personali davvero vissuti, mentre l’anenomia è “finta” o immaginaria: si basa su esperienze prese in prestito da foto, film, racconti o cultura popolare. È spesso idealizzata (ricordiamo solo il bello, ignorando le difficoltà reali di quell’epoca).
È un termine relativamente recente e non è un disturbo psicologico, ma semplicemente un modo poetico per descrivere un’emozione comune. Molte persone la provano per gli anni ’50, ’70, ’90 o per epoche ancora più lontane.
Credo che in fondo si incroci con un pensiero, quello del viaggiare nel tempo, che spesso si ritrova in film o libri. Mi viene da dire che l'anemoia e il fascino del viaggio nel tempo sono due facce della stessa medaglia. La bizzarra speranza di "vivere" per un paio d'ore in quell'epoca che tanto rimpiangiamo senza averla mai conosciuta.
La fantascienza, in fondo, è spesso solo un'anemoia che ha trovato una tecnologia per esprimersi.
Penso ad Albert Einstein e a quella parte della teoria della Relatività Generale di Einstein che ipotizza la possibilità del viaggio nel futuro. Più ci si muove velocemente nello spazio, più il tempo scorre lentamente rispetto a chi è rimasto fermo. Se un astronauta viaggiasse nello spazio a una velocità vicina a quella della luce per quello che lui percepisce come un anno, al suo ritorno sulla Terra potrebbe scoprire che sono passati decenni o secoli. Sarebbe, a tutti gli effetti, un viaggio nel futuro.
Per assecondare l'anemoia, però, avremmo bisogno di viaggiare nel passato. E qui - se ho ben capito - la situazione si complica notevolmente e ci sono impedimenti, sempre teorici, che rendono la possibilità…impossibile.
Einstein stesso era estremamente scettico sulla realizzabilità pratica di queste soluzioni d'indietro nel tempo, considerandole più "anomalie matematiche" che possibilità reali.
Tuttavia, giocando con questa anemoia, per quel che mi riguarda è avendone la possibilità, quella nostalgia per un tempo che non hai vissuto avrebbe una forma molto personale. Mi piacerebbe conoscere alcuni miei antenati Non è più un’astrazione romantica per epoche lontane in generale, ma qualcosa di più intimo.
C’è qualcosa di strano nel pensarci: loro hanno vissuto cose che tu porterai sempre dentro senza averle mai conosciute direttamente. L’anemoia verso i propri avi potrebbe essere il tentativo di recuperare quella parte di sé che deriva dall’eredità iscritta nel nostro DNA. Dando sostanza a quelli che sono un albo genealogico in carne ed ossa
Non sarebbe nostalgia per un’epoca ma per una relazione impossibile con antenati ritrovati nei documenti del passato per capire le loro epoche e assieme me stesso. Persone come te e me che non sapevano di essere antenati di qualcuno.
Evidente elucubrazione che mi fa sorridere.