Una decina di anni fa scrissi dello zaino e della sua progressiva mutazione. Ricordavo quello di mio papà veterinario che serviva per le visite nelle stalle raggiungibili solo a piedi.
Ma lo zaino serviva anche per le gite di piacere: c’erano modelli più piccolini per noi bambini, cui attaccavamo la borraccia (attenzione al particolare!), e mettevamo sulle spalle con fierezza come si trattasse di chissà quale riconoscimento.
Ebbene, il fenomeno si è espanso nel settore scolastico, sopprimendo la cartella della mia infanzia e poi sono sopravvenuti gli stilisti di grido lo considerano - anche nelle recenti collezioni, pur rimpicciolito (lo zainetto!) - un oggetto fashion.
Lo zaino è ormai dappertutto e dilaga persino al posto di certe valigie o valigette portadocumenti, ma senza perdere un uso nello sport e le montagne restano luogo privilegiato per modelli sempre più tecnici come materiale e design.
E ora? Proprio come lo zaino — nato per pura necessità utilitaristica tra le vette, per distribuire il carico e liberare le mani durante le ascese — la borraccia (citata poco sopra incidentalmente) ha compiuto una transizione identica: da strumento di sopravvivenza ad accessorio identitario e feticcio della moda urbana.
Se ci pensi, la parabola dei due oggetti segue binari paralleli, ma con alcune sfumature sociologiche persino più marcate nel caso della borraccia.
Per decenni la borraccia è stata legata a tre immaginari rigidi: Alpinismo e Caccia: Quella in alluminio battuto o feltro umido, legata al fianco per preservare l'acqua (o la grappa) dal gelo; Militare: Il feticcio da addestramento, robusto, graffiato, prettamente funzionale; Ciclismo: Quella in plastica leggera, da consumare ed eventualmente gettare durante la corsa.
Nessuno l'avrebbe mai sfoggiata in un ufficio, in una redazione o a un evento pubblico. Era un oggetto "da fatica", da riporre non appena si tornava alla civiltà.
Se lo zaino è diventato fashion quando gli stilisti ne hanno compreso la comodità urbana legata ai ritmi frenetici della città, la borraccia ha fatto il salto di qualità con la svolta green.
Attorno alla fine degli anni 2010, la lotta alla plastica monouso ha trasformato la borraccia in una dichiarazione d'intenti politica ed etica. Ma il vero capolavoro del marketing contemporaneo è stato trasformare questa "buona intenzione" in estetica con borracce griffate e in materiali e fogge assai varie. Ormai compagne di vita.
C'è un dettaglio quasi ironico in questa evoluzione. In montagna, la borraccia è legata alla scarsità e alla gestione della risorsa: la riempi alla fontana del paese o alla sorgente sapendo che dovrà bastarti fino al prossimo punto d'acqua.
In città, dove l'acqua è ovunque, la borraccia "fashion" è diventata un simbolo di iper-idratazione salutista e wellness, perennemente poggiata sulle scrivanie accanto ai laptop, esibita durante le riunioni o nelle storie di Instagram. Da oggetto che si nascondeva dentro lo zaino, è diventata un accessorio che vive di luce propria, esattamente con la stessa traiettoria di nobilitazione estetica che avevo intravisto per lo zaino.
Sappiate che "borraccia" deriva dallo spagnolo borracha, che indicava una "otre da vino" o "fiasca di cuoio". Secondo la ricostruzione più accreditata, borracho risalirebbe al latino burrus ("rossiccio"), a sua volta dal greco purrós (πυρρός).L'idea è che borracho indicasse in origine l'ubriaco per il colorito rossastro del viso di chi ha bevuto troppo, e che il significato si sia poi spostato sull’oggetto — la fiaschetta di cuoio usata per il vino — quasi fosse lei stessa “l’ubriaca”.
La parola è entrata in italiano nel Cinquecento (il De Mauro data la prima attestazione al 1555). Il contatto con l’alpinismo/escursionismo è arrivato dopo, quando l’oggetto — da fiasca da vino portata da viandanti e militari — si è specializzato come contenitore d’acqua robusto e pratico da portare in marcia.
Oggi il cerchio si è allargato.