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12 lug 2026

Il caso Ranucci e il contrappasso del giornalismo militante

di Luciano Caveri

Che bello mettersi sul balcone in questa stagione guardando un temporale, magari con i proverbiali popcorn. Vale anche come atteggiamento per seguire certi fatti di cronaca. Della serie - anch’essa proverbiale - del ”chi la fa, l’aspetti”.

Seguo con questo spirito e con viva curiosità il ”caso Ranucci” e la strana bomba esplosa per non fare male a nessuno. In un Paese, l’Italia, in cui quando si vuole uccidere qualcuno con un’esplosione purtroppo raramente non ci si riesce.

La mia impressione è che alla fine dei danni questa bomba dimostrativa li farà lo stesso in un modo o in un altro, quando verrà dissipata la nebbia che già puzza di marcio. Bomba o non bomba, già lo scriveva in una vecchia canzone Antonello Venditti e la si potrebbe usare come beffarda colonna sonora.

Seguo questo Noir alla vaccinara per dovere civico e per curiosità, senza particolare voyeurismo, che ormai è caratteristica italiana per qualunque caso giudiziario. In fondo si tratta di un male di cui fa parte integrante il gran capo di Report, che ha fatto un giornalismo d’inchiesta farcito di supposizioni e retroscena sempre borderline la sua firma. Sempre con quel sorrisetto televisivo di chi la sa lunga e non vede l’ora di incastrare i cattivi come un supereroe vendicatore. Spesso tanto fumo e poco arrosto nella logica che tutto è un retroscena, un mangia mangia, una cospirazione, un grumo di poteri forti da denunciare.

Le interviste sono tagliate e montate per far fare la figura del fesso a chi viene filmato, spesso con il sotterfugio della telecamera celata. Più che giornalismo è un lavoro per tesi: mi convinco di una cosa e piego la realtà per dimostrarla sempre con lo strillo e l’apprensione.

Ranucci voleva, nell’imminenza della pensione, provare il brivido delle elezioni da leader di stampo grillino? Non so, così pare. E questo Valter Lavitola, sospettato mandante, lo spingeva davvero a questo passo?

Davvero chi passa il tempo a fare il Catone censore di tutto e di tutti poi diventa amicone di un tipetto come Lavitola come se nulla fosse?

Basta vedere la logica di legame con il Fatto Quotidiano e lo stile di Travaglio per capire che la sorgente ideologica di Ranucci è la stessa ed è certo servita per l’ascesa in una RAI sempre più ostaggio della partitocrazia vecchia e nuova con un evidente continuismo di chi annunciava chissà quali cambiamenti a colpi di ferro e fuoco. Finendo poi per accomodarsi in logiche di potere tanto odiate con quel noto amichettismo alla romana che da sempre inquina l’Italia tutta intera.

Chissà che un giorno questo modo di fare giornalismo militante e irritante non sia destinato a svaporare. Specie se Urbano Cairo, patron della 7 (anche lui tentato dalla politica), smetterà di lasciar spazi TV a questi giornalisti legati a quel che resta dei Cinquestelle e del loro modo di far politica, che ha fatto solo del male e che incredibilmente ha ancora appeal elettorale. Anzi, già so che queste mia parole faranno arrabbiare qualcuno della setta. Sono bravi a sbudellare gli altri e a creare scandali effimeri, ma altrettanto pronti a gridare alla lesa maestà contro chi critichi i loro comportamenti.

Vedremo dalla vicenda in corso che cosa sortirà: se la Magistratura ha sbagliato su Lavitola e avremo una vittima della Giustizia oppure ci troviamo di fronte ad un vaso di Pandora con contenuti utili da esplorare e che potrebbero svelare cose interessanti degne di approfondimenti da parte di un giornalismo serio. Quello che non strilla, non vive di ”j’accuse”, non gioca con dossieraggi.