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18 lug 2026

Il Cervino non è un selfie: la montagna non perdona

di Luciano Caveri

Ci sono montagne che appartengono a un territorio e montagne che appartengono all’immaginario del mondo. Il Cervino è una di queste.

La sua silhouette, così perfetta da sembrare disegnata, è diventata un simbolo universale, riconoscibile anche da chi non ha mai indossato un paio di scarponi. Una montagna che suscita desiderio, rispetto, curiosità e, inevitabilmente, fascinazione. Se ne parla anche in questi giorni con la scelta delle guide vallesane di bloccare le salite - pareti parte elvetica - per la sua pericolosità a causa delle condizioni della montagna.

Ho letto sul sito della Radiotelevisione Svizzera un articolo che colpisce fin dalle prime righe: «Il Cervino è la montagna più mortale della Svizzera e i social network stanno peggiorando ulteriormente la situazione». Purtroppo, proprio in queste ore, il bilancio delle vittime si è ulteriormente aggravato.

Ogni anno migliaia di persone tentano la salita al Cervino. Molte sono preparate, accompagnate da guide esperte e perfettamente consapevoli delle difficoltà. Altre, invece, arrivano attratte dall’immagine social di una montagna apparentemente “alla portata”, costruita da selfie spettacolari, video di pochi secondi e racconti che mettono in mostra soltanto il trionfo finale.

I social network hanno una straordinaria capacità di semplificare la realtà. La vetta diventa un’immagine da condividere, un trofeo personale, quasi un passaggio obbligato per chi vuole dimostrare qualcosa a sé stesso o agli altri. Ma la montagna non funziona così. Non è interessata ai nostri profili, ai nostri follower o ai nostri “mi piace”. Rimane indifferente.

Le guide alpine lo ripetono da sempre: il vero pericolo nasce quando qualcuno sopravvaluta le proprie capacità o sottovaluta l’ambiente in cui si trova. Sul Cervino la difficoltà non consiste soltanto nell’arrampicare. L’orientamento è complesso, il percorso può trasformarsi in un labirinto di rocce, la stanchezza mentale riduce la lucidità e la maggior parte degli incidenti avviene durante la discesa, quando ci si convince che il peggio sia ormai alle spalle.

Da valdostano, il Cervino l’ho sempre percepito anche come qualcosa di profondamente identitario. Noi lo chiamiamo spesso la Grand’Bèca, il grande picco. Un nome semplice e bellissimo, nato dal patois della Valtournenche, che restituisce un rapporto di familiarità e insieme di rispetto. Per chi vive ai suoi piedi non è soltanto una cartolina da fotografare. È una presenza quotidiana, capace di ricordare continuamente quanto la natura possa essere insieme magnifica e severa.

La storia del Cervino, del resto, è un intreccio di geografia, cultura, alpinismo e persino politica. È la montagna della leggendaria rivalità tra Edward Whymper e Jean-Antoine Carrel, separati da appena tre giorni nella conquista della vetta. È la montagna che ha cambiato il destino dell’alpinismo moderno e che, fin dal primo successo, portò con sé anche il peso di una tragedia, con quattro uomini morti durante la discesa.

La sua fama ha attraversato ogni confine. La sua sagoma ha rappresentato per decenni il Toblerone, finché le regole sulla “Swissness” non ne hanno imposto la rimozione dopo il trasferimento di parte della produzione all’estero. Continua invece a vivere nel logo della Paramount Pictures, a dimostrazione di quanto poche montagne siano riuscite a trasformarsi in un’icona globale.

Mi ha colpito anche un episodio poco conosciuto raccontato da Éric Conan. Da ragazzo Winston Churchill sognava di scalare il Cervino. Aveva diciannove anni quando raggiunse le Alpi con questa ambizione. Dopo altre ascensioni, dovette rinunciare: il costo era troppo elevato e il suo precettore giudicava l’impresa troppo rischiosa. Non salì mai su quella vetta. Eppure quel desiderio rimase vivo dentro di lui, tanto da riaffiorare, quasi mezzo secolo dopo, in uno dei suoi grandi discorsi della Seconda guerra mondiale, quando paragonò la vittoria contro il nazismo a una cima ormai visibile ma ancora da conquistare. È sorprendente come una montagna possa diventare una metafora della vita, della perseveranza e della speranza.

Il Cervino continua a parlarci proprio per questo. Non soltanto per la sua bellezza, ma perché rappresenta il limite. E il limite, oggi, è una parola quasi scomparsa dal nostro vocabolario. Viviamo in un tempo che ci convince che tutto sia possibile, che basti volerlo davvero, che ogni obiettivo possa essere raggiunto senza mediazioni. La montagna, invece, insegna il contrario. Ci ricorda che esistono la preparazione, l’esperienza, l’umiltà e persino il coraggio di rinunciare.

In fondo, il miglior alpinista non è sempre chi arriva in vetta. Molto spesso è chi sa capire, al momento giusto, che quella cima sarà ancora lì domani, mentre la vita, purtroppo, no.

Ed è forse questa la lezione più preziosa che il Cervino continua a offrirci, ben oltre la retorica delle imprese e l’effimera gloria di un selfie.