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26 lug 2026

Autonomia valdostana: no all’ultima Thule

di Luciano Caveri

Seguo la politica valdostana (italiana ed europea, per non dire mondiale) nei limiti della mia capacità di comprensione e da una posizione diversa da quella - interpretata per decenni - di protagonista in diversi ruoli.

Oggi mi sento come un loggionista. Mi riferisco a quelle spettatore abituale che assiste agli spettacoli teatrali (soprattutto opere liriche) dal loggione, cioè la galleria più alta del teatro, dove i posti sono più economici e distanti dal palco. Tipicamente è un appassionato melomane, spesso molto competente, che frequenta regolarmente i teatri d’opera (come la Scala di Milano, il San Carlo di Napoli, ecc.). Non è solo uno spettatore occasionale: i loggionisti sono noti per essere appassionati, esigenti e rumorosi nel manifestare il loro giudizio (applausi, fischi, commenti ad alta voce).

In questa veste, mi fa sempre impressione accorgermi di come una parola come “Autonomia” possa essere piegata, in Valle d’Aosta, a posizioni tanto diverse tra loro, spesso opposte, a volte persino strumentali. Eppure qui l’Autonomia speciale non è un’invenzione recente né un capriccio identitario da difendere per principio: ha una storia lunga quasi ottant’anni (ma con radici ben più antiche), uno Statuto che la sancisce, e un impianto istituzionale che nel tempo ha permesso alla Valle di gestire in proprio materie decisive — dalla sanità alle infrastrutture, dalla scuola alla gestione del territorio. È, in altre parole, un patrimonio collettivo. E come tutti i patrimoni collettivi, rischia di essere maneggiato con superficialità proprio da chi dovrebbe averne più cura.

Da una parte c’è la logica oggi emergente dell’estrema destra, che rivendica l’Autonomia ma si affretta subito a precisare «ma siamo italiani!» — quasi dovesse scusarsi per un’appartenenza territoriale che viene percepita come sospetta. È un riflesso che tradisce un equivoco di fondo: l’Autonomia valdostana non è mai stata, né nelle intenzioni dei suoi padri fondatori né nella pratica istituzionale di questi decenni, un progetto eversivo. È un particolarismo legittimo, riconosciuto dalla Costituzione stessa, che convive oggi senza contraddizioni con l’appartenenza nazionale ed europea. Ridurlo a una questione di lealtà da dimostrare significa non aver capito — o far finta di non aver capito — la natura stessa dell’istituto autonomistico.

Dall’altra parte, la sinistra estrema guarda all’Autonomia con un misto di sospetto e tiepidezza, quasi temendo che parlarne con convinzione possa involontariamente legittimare o rafforzare gli autonomisti “storici”. È un atteggiamento speculare e altrettanto miope: si finisce per trattare con diffidenza uno strumento istituzionale invece di interrogarsi su come usarlo meglio, magari per obiettivi di giustizia sociale e redistribuzione che l’Autonomia stessa consente comunque di perseguire con maggiore efficacia rispetto a una gestione calata dall’alto.

Nel mezzo, i partiti nazionali più centristi si barcamenano, praticando un’equidistanza prudente che assomiglia più a un calcolo elettorale che a una visione politica. Spesso non si schierano apertamente né a favore né contro, per non scontentare l’elettorato più legato all’identità nazionale né quello più sensibile alle ragioni del territorio.

Il risultato è un’Autonomia depotenziata nel dibattito pubblico, trattata come un argomento da maneggiare con le pinze piuttosto che come una risorsa da valorizzare con un idem sentire di base.

Gli autonomisti “storici” siedono nell’Union Valdôtaine, il movimento che dell’Autonomia ha fatto la propria ragione sociale fin dal dopoguerra. Ma attorno a questo nucleo orbitano altri piccoli movimenti, eredi o costole della stessa tradizione politica, che condividono l’impianto valoriale autonomista senza però confluire in un unico soggetto. Alcuni di questi scelgono deliberatamente di non farsi attrarre nell’orbita maggiore, preferendo ritagliarsi un proprio spazio — o spazietto, verrebbe da dire con una punta di ironia — per contare di più, o almeno per provarci. È una frammentazione che indebolisce la voce autonomista complessiva, anche quando le intenzioni di fondo restano le stesse.

Peccato che, in mezzo a questi calcoli, distinguo e piccole convenienze di bottega, non si riesca quasi mai a volare al di sopra del contingente per guardare al dato di sostanza. Perché un fatto resta incontrovertibile, al di là delle etichette politiche: senza Autonomia, poteri e competenze oggi esercitati in Valle d’Aosta verrebbero esercitati altrove — a Roma, prevalentemente — e la Valle, con i suoi 125mila abitanti, conterebbe come il due di picche in un contesto nazionale dove le decisioni si prendono in base ai numeri, ai pesi elettorali, alle convenienze di scala.

Non si tratta di difendere l’Autonomia per nostalgia o per rendita di posizione. Si tratta di riconoscere che è, molto semplicemente, l’unico strumento che permette a un territorio piccolo e interamente montano come la Valle d’Aosta di avere voce in capitolo, invece di subire decisioni prese altrove da chi la Valle la conosce poco e la considera ancor meno.

Una responsabilità condivisa!

Il vero problema, allora, non è tanto la destra che si giustifica, la sinistra che diffida, il centro che tentenna o gli autonomisti che si dividono. Il problema è che tutte queste posizioni, prese insieme, rischiano di trasformare l’Autonomia da patrimonio comune a terreno di scontro identitario e tattico, sottraendola al dibattito serio su come usarla meglio per rispondere ai problemi reali della Valle: lo spopolamento della montagna, la crisi demografica, la transizione energetica, il cambiamento climatico, il futuro delle giovani generazioni.

Sarebbe già un passo avanti se ogni forza politica, di qualunque colore, smettesse di trattare l’Autonomia come un simbolo da esibire o da temere, e iniziasse a trattarla per quello che è: uno strumento di governo, imperfetto e migliorabile, ma insostituibile per una terra che altrimenti diventerebbe una povera e incompresa ultima Thl'ule.