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13 ago 2026

Lisciare il pelo: un rischio in politica

di Luciano Caveri

C’è un’espressione, in italiano e in altre lingue, che fotografa con precisione chirurgica un vizio antico quanto la politica stessa: “lisciare il pelo”. Accarezzare, blandire, adulare non per convinzione, ma per calcolo.

In politica, questo atteggiamento smette di essere una semplice debolezza caratteriale, specie se diventa un comportamento che si è fatto metodo.

Ogni azione politica, in una democrazia sana, dovrebbe essere una conseguenza di un progetto: si decide, si spiega, si convince, e il consenso arriva — o non arriva — come esito naturale di quella scelta.

Il problema nasce quando il processo si capovolge: il consenso non è più l’effetto di una decisione giusta, ma diventa esso stesso l’obiettivo.

Sapere dire no — a una richiesta ingiustificata, a un gruppo di pressione, a un elettorato specifico che chiede un favore travestito da diritto — non è un atto di durezza. È, semmai, l’atto più rispettoso che un eletto possa compiere verso chi rappresenta. Vuol dire trattare i cittadini da adulti, capaci di comprendere una scelta anche quando non li si accontenta. Al contrario, dire sempre di sì, assecondare ogni istanza pur di “non scontentare nessuno”, è una forma sottile di disprezzo: si tratta l’elettore come un consumatore da soddisfare, non come un cittadino da servire. Si scambia la rappresentanza con il servizio clienti.

Qui si annida il punto più delicato del ragionamento: non è che ogni “sì” debba essere considerato clientelismo, ma certo ogni ”sì” non ponderato — dato cioè per acquisire o mantenere consenso più che per merito della proposta — lo è potenzialmente. La differenza tra una politica di ascolto e una politica clientelare non sta nel fatto di accogliere le richieste dei cittadini, ma nel perché le si accoglie.

Una scelta ponderata nasce da un’analisi: costi, benefici, equità, sostenibilità, coerenza con un progetto più ampio. Una scelta clientelare nasce da un calcolo elettorale: quanti voti frutta, quale bacino elettorale va a soddisfare, quale rumore mediatico evita. Sono due logiche incompatibili, anche quando producono — nel breve periodo — la medesima decisione.

Definire questo meccanismo un “degrado morale” non è un’esagerazione retorica. Chi liscia il pelo per costruire consenso sta usando il potere che gli è stato affidato non per esercitarlo, ma per conservarlo. È un cortocircuito: lo strumento (il mandato) diventa il fine, e il fine (il bene della collettività) diventa strumento.

Sarebbe però ingeneroso — e in fondo comodo — scaricare la colpa solo sulla classe politica. Il clientelismo è una relazione, non un monologo: esiste perché c’è chi lo pratica e chi lo accetta, chi lo cerca e chi lo tollera in cambio di un favore. Un elettorato che premia sistematicamente chi promette di più e chiede di meno, che punisce chi dice no anche quando ha ragione, alimenta lo stesso meccanismo che poi denuncia. Questo tipo di deriva non è sfuggito agli studiosi che hanno provato a mettere ordine nel rapporto tra rappresentanti e rappresentati.

Joseph Schumpeter, teorizzando la democrazia come competizione tra élite per il voto degli elettori, aveva già intuito il rischio: se il metodo democratico si riduce a una gara per accaparrarsi consenso, il contenuto delle proposte rischia di passare in secondo piano rispetto alla loro capacità di “vendersi”. È una lettura più realistica che cinica della politica, ma che aiuta a capire perché il calcolo elettorale tenda naturalmente a colonizzare il merito delle decisioni, se non contrastato da un forte senso istituzionale.

Robert Michels, con la sua “legge ferrea dell’oligarchia”, osservava come anche le organizzazioni nate con le migliori intenzioni democratiche tendano, nel tempo, a sviluppare una casta dirigente più interessata all’autoconservazione del proprio potere che agli ideali originari. Applicata al tema in discussione, questa legge spiega perché il compiacimento dell’elettorato diventi, con il tempo, una routine strutturale più che una scelta occasionale: il gruppo dirigente impara che assecondare conviene più che governare.

Più recente, Bernard Manin, nel suo studio sulla “democrazia del pubblico” (Principi del governo rappresentativo), ha descritto come la politica contemporanea si sia spostata da un modello di rappresentanza basato sulla fiducia in un programma di lungo periodo a un modello basato sulla capacità del leader di comunicare efficacemente, giorno per giorno, con un pubblico mediatico. In questo contesto, il consenso diventa qualcosa da rinnovare costantemente attraverso segnali di vicinanza e ascolto — terreno fertile, appunto, per la logica del “lisciare il pelo”.

Infine sulla degenerazione populista di questi meccanismi, autori come Jan-Werner Müller hanno sottolineato come il rischio maggiore non sia tanto l’ascolto del popolo in sé, quanto la pretesa di un leader o di un partito di rappresentarne in modo esclusivo ed emotivo la “vera volontà”, scavalcando le mediazioni istituzionali e il vaglio critico delle proposte. È un ulteriore tassello dello stesso problema: la ricerca ossessiva del consenso, portata alle estreme conseguenze, corrode proprio quelle istituzioni che dovrebbero garantire ponderazione e responsabilità.

“Lisciare il pelo” resta, in fondo, un’immagine perfetta: descrive esattamente il rischio di una classe dirigente che rinuncia a guidare per limitarsi a compiacere.