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17 ago 2026

Il complottista e il bisogno di un regista del caos

di Luciano Caveri

Ogni tanto bisogna mettersi nei panni altrui e cercare di scavare nella psicologia di chi ci ammorba. Esercizio utile nella speranza di trovare un antidoto a certi atteggiamenti.

Temo che per certe stupidità ci sia poco da fare e infilarsi in chissà quali tenzoni risulti, in fondo, una perdita di tempo. Ci ho messo tempo a capirlo: quando ero giovane cercavo spesso di farlo e ormai, invece, mi attesto sul celebre proverbio ”È più facile raddrizzare le gambe ai cani che far cambiare idea a un testardo”.

A ben vedere fare il complottista, in fondo, è un lavoro a tempo pieno. Richiede l'abilità di saldare il piccolo al grande, il cognato che smonta il telegiornale al pranzo di Natale e il "Grande Vecchio" che muove i fili del pianeta: una logica perfettamente glocal, dove il bar sotto casa e la geopolitica si fondono senza soluzione di continuità. È un mestiere che oscilla tra il delirio puro e costruzioni pseudo-razionali estremamente sofisticate che però, a guardarle bene, non reggono neppure su di un solo pilastro.

Non si tratta di un fenomeno nato con i social network. Già nel secondo dopoguerra, Karl Popper parlava di “teoria cospirativa della società” per descrivere la tendenza a leggere ogni evento come il frutto di una regia occulta: venuto meno il disegno divino, la mente umana ha preteso che qualcuno — individui o gruppi potenti — stesse comunque orchestrando il caos.

Poco dopo, lo storico Richard Hofstadter mappava lo stile paranoico della politica americana, rintracciandovi una visione del mondo in bianco e nero, un nemico invisibile quanto onnipotente e la gratificante sensazione di essere i soli a vederci chiaro.

In Italia lo chiamiamo, con parola più casareccia, dietrologia: l'arte di applicare il classico cui prodest (a chi giova?) come se trovare un beneficiario bastasse da solo a dimostrare l'intreccio. Umberto Eco, prima ne Il pendolo di Foucault e poi ne Il cimitero di Praga, ha smontato pezzo per pezzo questa macchina narrativa, mostrando come il complotto sia anzitutto un genere letterario che si è preso la libertà di scappare dagli scaffali della finzione per invadere la realtà.

Quando la ricerca psicologica affronta il fenomeno con tono clinico, converge su un fascio di tratti ben precisi. Si parla di un mix di sfiducia diffusa, scarsa predisposizione alla cooperazione e spiccato machiavellismo, mentre le analisi sulle dinamiche cognitive mostrano come la propensione cospirazionista si alimenti di un pensiero analitico ridotto e del cosiddetto bias di proporzionalità, la convinzione ingenua che a un grande evento debba per forza corrispondere una causa parimenti gigantesca. Triste da dire ma credere in una regia occulta restituisce, paradossalmente, un senso di controllo su un mondo percepito come minaccioso e ingovernabile.

Tradurre le metriche psicologiche in un identikit da bar (ormai da Social…) significa osservare come questa psicologia si traduca nei fatti. Il complottista tipo rifiuta la casualità in linea di principio, leggendo ogni semplice coincidenza come il tassello di un disegno segreto. Vive immerso in una curiosa "onniscienza rovesciata", per cui il potere ufficiale è descritto come un ammasso di inetti su tutto, tranne che nell'organizzare cospirazioni perfette e impenetrabili.

La sua narrazione è del tutto irrefutabile, al punto che ogni smentita o prova contraria viene ritorta a favore della tesi iniziale: chi nega, conferma. Il tutto è sorretto dal piacere di sentirsi parte di una minoranza illuminata — il bisogno di sentirsi unici ed eletti rispetto alla massa addormentata — e da una sfiducia sistematica verso le fonti terze o scientifiche, subito rimpiazzate da autorità alternative scelte non per reale competenza, ma per pura affinità ideologica, facilitata da algoritmi compiacenti sul Web.

Resta il punto più amaro, quello con cui si apriva il ragionamento: il complottismo è statisticamente una minoranza, rumorosa come un’orchestra. Chi si limita a leggere la realtà con gli strumenti ordinari — fonti verificate, expertise, il fastidioso ma necessario “non lo so” — finisce per apparire ingenuo proprio perché rinuncia alla scorciatoia narrativa più seducente che esista: quella in cui il caos ha sempre un regista, e la propria angoscia trova finalmente qualcuno da incolpare, diffondendo l’improbabile Verbo.

Verbo che va contestato senza pietà.