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24 ago 2026

Il tramonto del “Woke 1.0”

di Luciano Caveri

Nato nei meandri dell’inglese afroamericano come participio del verbo to wake, il termine Woke ha indicato per decenni la necessità di rimanere vigili di fronte alle ingiustizie razziali.

Dopo la prima circolazione tra gli anni ’30 e ’40, la parola è esplosa nel dibattito pubblico globale nei primi anni 2010 con il movimento Black Lives Matter, diventando il manifesto della consapevolezza contro razzismo, sessismo e discriminazioni sistemiche.

Il punto di massima espansione si è registrato nell’estate del 2020. All’indomani dell'omicidio di George Floyd, l'onda delle proteste ha portato istanze come la revisione critica della storia, il linguaggio inclusivo e le politiche di decolonizzazione all'interno di università, grandi aziende e partiti politici.

Un'epoca definita oggi, con un filo di ironia, "Woke 1.0". Ben presto, però, il concetto ha subito una polarizzazione netta: da presidio progressista di sensibilità sociale a etichetta conservatrice - usata da Trump con la sua ottusità dimostratasi efficace sull’elettorato - per denunciare gli eccessi del politicamente corretto. Eccessi che hanno fatto presa, perché ci sono stati!

La vera novità del dibattito attuale sta nel fatto che le riserve verso questa stagione giungono, dopo una nociva ubriacatura, direttamente dall'interno della Sinistra, sia Oltreoceano sia in Italia.

Negli Stati Uniti, la scintilla è arrivata dopo le dichiarazioni della deputata democratica Alexandria Ocasio-Cortez della ala Sinistra dei Democratici. La deputata, possibile prossima candidata per la Casa Bianca, ha detto che il "Woke 1.0 era una follia". Pur difendendo quel periodo come un momento utile per esplorare nuove idee durante la pandemia, la sua apertura ha spaccato l'area progressista tra pragmatici e ala radicale.

In Italia, il detonatore si è acceso a breve distanza. Il leader del M5S Giuseppe Conte ha contestato - ricopiando con furbizia che non è intelligenza al solo scopo di una sua leadership - la centralità del modello woke per la sinistra, richiamando l'attenzione sui temi materiali come salari, casa e sanità pubblica. Di tono opposto - a dimostrazione di un Campo Largo assai diviso - la reazione di Alleanza Verdi e Sinistra: hanno respinto le accuse, definendo il fenomeno uno spauracchio agitato dalla destra per delegittimare la tutela dei diritti civili.

Chi critica la deriva del movimento individua nell'ossessione per il politicamente corretto una falla di fondo: l'illusione che le parole siano cose. L'idea di epurare il linguaggio dai termini "cattivi" per sostituirli con parole "buone" non ha generato una realtà più giusta, bensì un conformismo di facciata.

L'inseguimento di una purezza ideale e astratta, disancorata dalla realtà storica, rischia di trasformarsi in un fanatismo salvifico politicamente perdente, abbattendo statue di protagonisti del passato e mettendo all’indice persino autori classici in una censura retrospettiva.

A questo si aggiunge un serio errore di prospettiva: interpretare l'inclusione attraverso piccoli "aggiustamenti" di superficie anziché intervenire sulle cause strutturali dell'esclusione. Un esempio calzante arriva dall'Università di Princeton, dove per colmare il divario sociale tra studenti bianchi e neri si è scelto un livellamento dell'uguaglianza verso il basso, che non risolve la disparità formativa di partenza, ma si limita ad annullare i requisiti a discapito dei meritevoli.

Sul piano pratico, diversi testimoni ed esperienze d'oltreoceano raccontano ormai come il sovvertimento ideologico delle regole non si traduca in una reale riduzione dello svantaggio sociale, bensì in nuove forme di discriminazione paradossale, applicate con il pretesto meccanicistico di risarcire le ingiustizie del passato.

in Italia ho osservato spesso con perplessità l’uso ridicolo di schwa e asterischi negli atti ufficiali; la tentata importazione della cancel culture; il rischio che il dibattito sui diritti civili oscuri le battaglie economiche tradizionali e la libertà d'espressione.

Come sempre la Politica dovrebbe servire a trovare le mediazioni, ma a rendere il dialogo bislacco e infruttuoso sono le barricate e la guerre di trincea, seguendo rigidità e ideologismi che ottengono lo straordinario risultato di un impegno politico di truppe contrapposte, mentre l’elettorato pensa che una parte del male sia ormai insita nei meccanismi democratici. Un disastro.