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02 set 2026

Le parolacce: da tabù alla lingua di tutti i giorni

di Luciano Caveri

C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui pronunciare certe parole in famiglia significava guadagnarsi una ramanzina immediata. Chi è cresciuto in Italia qualche decennio fa lo ricorda bene: esisteva un elenco non scritto di termini vietati, e sconfinare voleva dire subire lo sguardo severo di un genitore o di un insegnante.

Oggi quel confine si è spostato, se non del tutto dissolto. L’evoluzione del costume e del linguaggio ha sdoganato l’uso delle parolacce, e senza voler fare del moralismo a buon mercato, si può dire che il vaso di Pandora ormai è aperto. Ma cosa è successo esattamente a queste parole? Come hanno fatto termini un tempo scandalosi a diventare intercalari quasi innocui? Due casi emblematici — “cazzo” e la coppia “figo/figa” (spero di non creare pruderie…) — raccontano bene questo percorso.

Se dovessi scegliere l’esempio più eclatante di trasformazione linguistica in italiano, difficilmente potremmo ignorare “cazzo”. Nessun’altra parola ha saputo espandersi tanto da coprire quasi ogni funzione grammaticale ed espressiva partendo da un tabù puramente anatomico.

L’etimologia del suddetto non è mai stata fissata con certezza, ma la parola è documentata fin dal Medioevo: la si trova già in Boccaccio e nella poesia giocosa dei secoli XIII-XIV. Tra le ipotesi più accreditate ci sono un possibile legame con il greco káktos (che indicava una pianta spinosa, il carciofo, per analogia di forma) oppure con il verbo marinaresco “cazzare”, cioè tirare con forza una cima. In origine il significato era univoco: l’organo genitale maschile, con un valore fortemente ingiurioso.

È soprattutto nel Novecento, e in particolare nella sua seconda metà, che la parola perde progressivamente il legame diretto con il referente anatomico per diventare un puro connettivo espressivo. Oggi la si ritrova - lo spiegano i linguisti - con funzioni molto diverse tra loro: intensificatore esclamativo, per esprimere rabbia, sorpresa o ammirazione (“Cazzo!”); rafforzativo interrogativo, per dare peso a una domanda (“Chi cazzo è?”); quantificatore nullo, equivalente a “niente” (“Non si vede un cazzo”); avverbio di negazione forte (“Col cazzo che ci vado”).

La produttività ( mia parola fu più adatta) di questa radice ha generato un intero universo lessicale collaterale: verbi come cazzeggiare (perdere tempo senza impegno), incazzarsi (arrabbiarsi) o scazzare (perdere interesse, sbagliare); sostantivi come cazzata (sciocchezza), cazzotto (pugno) o cazzaro (bugiardo); aggettivi come scazzato o incazzato. Ad aver premiato questa fertilità di parole la sua immediatezza fonetica — le consonanti occlusive brevi e decise si prestano bene a scaricare tensione emotiva in una sola sillaba — e perché l’uso quotidiano, ripetuto, ne ha progressivamente eroso l’impatto scandaloso originario.

Affrontiamo un altro tabù - come dire? - intrinsecamente connesso. Il percorso di figa e figo è altrettanto rivelatore, anche se segue una traiettoria diversa: parte da un’immagine botanica per arrivare a un giudizio estetico universale. La matrice femminile. Il termine originario è “figa”, ed è quello più semplice da ricostruire sul piano etimologico: deriva dal latino ficus (fico), parola che già nella cultura greca e romana classica veniva usata metaforicamente per alludere al sesso femminile — sia per la forma del frutto aperto, sia perché il fico era simbolo di fertilità. Nei dialetti settentrionali e in particolare in quello lombardo, “figa” è rimasto a lungo il termine volgare per la vulva, prima di allargarsi per estensione metonimica a indicare, nel corso del Novecento, una donna di bell’aspetto. La svolta maschile e astratta. “Figo” nasce come corrispettivo al maschile, per descrivere un uomo attraente. Ma è tra gli anni Settanta e Ottanta, con l’esplosione del linguaggio giovanile milanese — poi diffuso in tutta Italia grazie a cinema, televisione e media — che il termine compie il salto decisivo: da complimento fisico a sinonimo generico di “bello”, “interessante”, “all’avanguardia” o persino “capace” (come nell’espressione fare il figo).

Il percorso complessivo - sempre osservato dagli esperti -può essere riassunto in tre tappe: riferimento anatomico puro (sessualizzazione originale); apprezzamento estetico personale, prima al femminile poi al maschile; aggettivo astratto e generalizzato, applicabile a oggetti, situazioni, idee (“un film figo”, “una situazione figa”). Oggi, usato per cose e situazioni, “figo” ha perso quasi del tutto la carica volgare originaria: resta colloquiale, ma difficilmente scandalizza qualcuno.

Sia “cazzo” sia “figo/figa” illustrano lo stesso principio sociolinguistico: un termine tabù, ripetuto abbastanza a lungo e in contesti abbastanza vari, tende a “smaterializzarsi” — perde il legame diretto con il referente originario e si trasforma in uno strumento grammaticale o valutativo generico. È un processo che linguisti e sociolinguisti chiamano spesso desensibilizzazione semantica, e che non riguarda solo l’italiano: fenomeni simili si osservano in molte lingue, dove le espressioni più cariche a livello tabuistico finiscono per diventare, paradossalmente, le più versatili e le più usate nel parlato quotidiano.

Insomma: il viaggio nella lingua ha sdrammatizzato il...contenuto.