C'è una frase, intrisa di quel razzismo stanco e dozzinale che si crede arguto: "Osso al naso, sveglia al collo". Nasce come insulto xenofobo rivolto alle popolazioni africane, espressione di un’ignoranza che riduce la complessità di intere culture a una macchietta grottesca. Eppure, con uno scatto di sconcertante leggerezza, questo stesso meccanismo mentale finisce per essere applicato anche a chi vive in montagna.
Da valdostano, mi è capitato più volte di imbattermi in certi "ganassa" di città: personaggi armati di una sufficienza incrollabile, convinti che l'altitudine sia inversamente proporzionale all'intelligenza o alla civiltà. È uno stato di superiorità del tutto ingiustificato, persino ridicolo, che svela soltanto la limitatezza di chi lo ostenta.
Non è un fenomeno nuovo. Già nell'Ottocento, molti dei visitatori del Grand Tour attraversavano le Alpi guardando le popolazioni locali con un misto di sospetto e condiscendenza. Osservavano la fatica, la scarsità dei mezzi e l'isolamento, ma non riuscivano a cogliere la profondità della civiltà alpina: un ecosistema di tradizioni, forme di autogoverno, solidarietà comunitaria e consapevolezza ambientale che solo un'ignoranza crassa può bollare come "misera".
A smontare questo pregiudizio non c'è solo la memoria, ma la storia e la letteratura. Come ha magistralmente dimostrato il geografo e storico Paul Guichonnet nella sua monumentale opera sulla Storia e civiltà delle Alpi, l'arco alpino non è mai stato una barriera d'arretratezza, bensì una cerniera culturale ed economica fondamentale per il continente, dotata di un "destino umano" proprio e di straordinaria ricchezza.
Lo ricordava Werner Bätzing: ”Le Alpi non sono una natura selvaggia incontaminata, né un semplice parco giochi per la civiltà urbana contemporanea. Sono, in primo luogo, un secolare paesaggio culturale, plasmato dalla fatica quotidiana dell'uomo che ha saputo adattarsi all'ambiente montano senza distruggerlo. La loro identità risiede precisamente in questo fragile equilibrio tra l'opera della natura e la presenza dell'uomo: se la montagna viene abbandonata, il paesaggio regredisce e perde la sua storia; se viene brutalizzata dallo sfruttamento turistico o infrastrutturale, perde la sua anima”.
Una dignità che ritrovi nella letteratura sul campo: in Nuto Revelli, che con Il mondo dei vinti ha dato voce alla saggezza e al dolore di una montagna dimenticata; o in Mario Rigoni Stern, che dall'Altipiano ha raccontare come la vita in quota sia un modello alto di rispetto per la terra e senso della comunità. Per non parlare di Primo Levi, che nelle vette vedeva una palestra di libertà, verità e resistenza contro le ottusità di regime.
Quando si dimentica questa lezione rigorosa — storiografica e umana —, la mentalità urbana scivola inevitabilmente in logiche colonialiste. L'ho vista emergere con chiarezza anche nella politica, quando la montagna viene trattata come una riserva da sfruttare, un luna park per la città o una periferia da paternalizzare. È una visione deprimente contro la quale ho sempre combattuto con il coltello fra i denti — per usare un'espressione colorita ma fedele alla determinazione necessaria.
La cultura alpina non ha bisogno di essere difesa da un senso di inferiorità che non le appartiene; ha solo bisogno di essere riconosciuta per ciò che è: una storia secolare di resistenza, adattamento e grande civiltà. Chiamare le cose con il proprio nome è il primo passo per smantellare quel pregiudizio che scambia la diversità per arretratezza.
Come non citare il mio amico Luigi Zanzi: “Le Alpi hanno proposto a molteplici uomini migranti in cerca di una propria sorte di civiltà una sfida “ambientale” che solo pochi popoli hanno saputo accettare come propria “scelta ambientale”, facendosi montanari e facendo delle Alpi più volte un laboratorio di invenzione di una nuova società d’Europa”.