C'è una categoria di persone che prospera non risolvendo i problemi, ma rendendoli irrisolvibili. Non sono incompetenti nel senso banale del termine: sono, al contrario, straordinariamente abili, ma la loro abilità è tutta rivolta a un fine perverso, quello di rendersi indispensabili complicando ciò che era semplice.
Leonardo da Vinci, a cui viene spesso attribuita la massima "la semplicità è l'estrema sofisticazione", avrebbe guardato con orrore a questa genia: il vero genio, per lui, stava nel togliere, non nell'aggiungere. Lo stesso principio, secoli dopo, lo ha formulato con nettezza il designer Bruno Munari, secondo cui complicare è alla portata di chiunque, mentre semplificare richiede talento vero. Ricordate l’Azzeccagarbugli manzoniano?
Il complicatore affari semplici ribalta questa gerarchia di valori. Ha capito, forse anche solo istintivamente, che la complessità genera dipendenza: se un dossier resta oscuro, occorre lui per decifrarlo; se una procedura si ingarbuglia, serve lui per sbrogliarla. È lo stesso meccanismo perverso di chi appicca un incendio per poi presentarsi come eroico pompiere.
Un’immagine che ha una lunga tradizione politica e letteraria, dai "corruttori del popolo" di cui parla Tucidide nella sua analisi della crisi ateniese fino agli “arsonist firefighters” anglosassoni o in francese ”pompier pyromane”. In italiano sarebbero pompieri (spesso volontari) che appiccano incendi con grottesca inversione dei ruoli e anche in Italia hanno fatto bei danni con incendi boschivi.
Non stupisce che Tacito, osservando la Roma imperiale, avesse già individuato il sintomo: più uno Stato è corrotto, più leggi produce (corruptissima re publica plurimae leges). Il proliferare di norme, procedure, passaggi e visti non è mai segno di ordine, ma quasi sempre il contrario: è il tessuto connettivo in cui il complicatore affari semplici trova il proprio habitat naturale, perché ogni nuovo anello della catena è un posto di blocco che qualcuno deve presidiare.
Qui si innesta il meccanismo della formula latina promoveatur ut amoveatur: si promuove per rimuovere. È l'esatto rovescio, e insieme il complemento, del celebre Principio di Peter, secondo cui in ogni gerarchia i dipendenti tendono a salire fino al proprio livello di incompetenza. Se il Principio di Peter descrive una promozione involontaria che produce incompetenza, il promoveatur ut amoveatur ne è la variante consapevole e cinica: si usa l'ascensore della promozione non per premiare il merito, ma per liberare una casella scomoda, spostando il problema più in alto invece di risolverlo. Il risultato è lo stesso deprecato da Lei: chi dovrebbe scendere nel sottosuolo sale invece ai piani nobili, portando con sé lo stesso metodo che lo ha reso, in origine, un problema.
Ennio Flaiano, osservando l'andazzo italiano, notava con la consueta ironia amara che i problemi italiani si complicano invece di risolversi — un'annotazione che sembra scritta apposta per la categoria di cui parliamo. E lo storico C. Northcote Parkinson, con la sua celebre legge sull'espansione del lavoro amministrativo indipendentemente dal carico reale, ha fornito la spiegazione strutturale del fenomeno: la burocrazia cresce per soddisfare bisogni interni a se stessa, non per rispondere a esigenze esterne. È il terreno di coltura ideale per chi vive di complicazione.
Il vero paradosso, e forse il punto più amaro, è che questi personaggi non vengono percepiti come un problema, ma come una soluzione. Proprio perché si insinuano nei gangli vitali — commissioni, cabine di regia, comitati tecnici — appaiono indispensabili nel momento stesso in cui creano l'indispensabilità. Chi dovrebbe giudicarli è spesso lo stesso meccanismo che li ha promossi, e difficilmente un sistema condanna se stesso e finisce spesso nell’inconcludente “volemose bene”.
Restituire valore alla semplicità non come ingenuità, ma come forma superiore di intelligenza - come insegnavano Leonardo e Munari - resta forse l'unico antidoto: un antidoto culturale, prima ancora che amministrativo.