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28 set 2026

La sfida per la montagna che cambia

di Luciano Caveri

La sfida per la montagna che cambia

Alla fine, vista l’attuale tendenza al cambiamento climatico cui non si contrappone la necessaria contromisura di ridurre drasticamente le emissioni di gas a effetto serra per ignavia dei grandi della terra, tocca con realismo e non solo con lamentazioni da convegno, assumere decisioni.

Nel caso di chi si occupa delle zone di montagna si tratta di affrontare l’evoluzione dei rischi naturali come punto essenziale.

Interessante quel che ha scritto, tempo fa, Vincent Koulinski, dottore di ricerca in geoscienze. Parte dalla ultima sciagura in ordine di tempo: “Frana, crollo glaciale, lago periglaciale, sisma, destabilizzazione dei versanti, colata detritica: ci vorranno anni per comprendere appieno la cascata di fenomeni che ha appena devastato una valle del Nepal. Ma una conclusione s’impone già: la complessità di questi concatenamenti supera le nostre capacità di previsione. Di fronte a questa complessità, la gestione dei rischi naturali si basa su un principio semplice: affidarsi agli archivi e alle tracce morfologiche per distinguere il fenomeno probabile, da anticipare, dal fenomeno possibile, ma abbastanza raro da poter essere trascurato. Nonostante cocenti insuccessi, questo approccio fondato sul passato ha ampiamente dimostrato la sua efficacia. Oggi, i rischi naturali in montagna causano decisamente meno danni rispetto a molti rischi della vita quotidiana. Questo successo si basava su un’ipotesi implicita: la stabilità del clima. Ed è proprio in montagna che la sua messa in discussione risulta più spettacolare”.

Chiara la preoccupazione? Tutto si muove così velocemente da rendere più complessi aspetti di prevenzione e di costruzione di modelli previsionali. Si entra, insomma, in un avvenire che rende difficile capire con esattezza gli eventi”.

Météo-France, spiega lo scienziato nel suo articolo, prevede quanto segue: “Per un aumento globale di 3 °C, il riscaldamento estivo medio potrebbe localmente superare i 10 °C nelle Alpi, l’equivalente di un dislivello di 1 500 metri, ossia la differenza di altitudine tra Albertville e Val d’Isère [Savoia]. Un ambiente profondamente modificato s’imporrà nel giro di pochi decenni. Questo sconvolgimento non riguarda solo i ghiacciai, marginali su scala del territorio francese. Colpisce l’intero ciclo dell’acqua delle zone montane. Il solo aumento dell’umidità dell’aria sotto l’effetto del riscaldamento (7% per ogni grado) porta, per un riscaldamento di «soli» 6 °C, a una nuova pioggia centenaria [di un’intensità così eccezionale da avere l’1% di probabilità di verificarsi o essere superata ogni anno] che statisticamente non si sarebbe mai prodotta negli ultimi millenni, generando movimenti franosi finora insospettabili.

Quanto alle portate di piena, un triplicamento della portata centenaria derivante da un tale riscaldamento imporrebbe, in prima approssimazione, di moltiplicare per due o tre la larghezza di tutti gli alvei dei fiumi alpini, un’opera senza precedenti. Tanto più che altri fenomeni aumentano ulteriormente le portate: la saturazione dei suoli dovuta al blocco della corrente a getto (come durante le piene dell’inverno 2026), la sostituzione della neve con la pioggia che genera piene o il rafforzamento dei fenomeni convettivi e degli episodi di grandine”.

Niente di buono e di certo non basta affidarsi alla sorte. Così scrive Koulinski: “Il documento di adattamento delle Alpi al cambiamento climatico redatto dallo Stato invita a ragione a «passare da una logica basata sugli eventi passati a un approccio prospettico e dinamico». Ma nessuno, oggi, è in grado di compiere una tale previsione! Prevedere l’inedito in un quadro di riferimento in continuo cambiamento supera le nostre capacità di fronte a una cascata di fenomeni complessi”.

In sostanza, la sorpresa è diventata la regola, non l’eccezione. Aggiunge l’articolista: “È ormai necessario rilevare il pericolo prima ancora di averlo identificato! In chiaro, stiamo perdendo il controllo dei rischi naturali in montagna, controllo pur indispensabile per l’urbanistica, i trasporti e la maggior parte delle attività economiche. Il fantasma del «rifugio climatico» Di fronte a questa constatazione, l'adattamento si scontra con i due limiti identificati dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC). Il primo, rigido, è fisico: è impossibile proteggere i territori da fenomeni di un’ampiezza e di una natura inedite. Il secondo, flessibile, è economico e normativo: le autorità elvetiche hanno stanziato 500 milioni di franchi svizzeri [oltre 532 milioni di euro] per ricollocare 300 abitanti a Blatten [la frana di un ghiacciaio, nel maggio 2025, aveva distrutto gran parte del comune del Vallese]. Saranno pronte a ripetere questo sforzo, quando questi eventi inaspettati si moltiplicheranno, rendendo obsolete opere appena terminate? L’abbandono di alcune valli, con il trauma umano che comporterà, sembra inevitabile. È la vivibilità stessa della montagna a essere in gioco, ben lontano dal fantasma del «rifugio climatico» in cui sfuggire alla canicola. L’ampiezza di questi sconvolgimenti cresce in modo quasi esponenziale con il riscaldamento. Ebbene, un arresto delle emissioni di CO2 stabilizzerebbe immediatamente le temperature. La decarbonizzazione appare come la condizione necessaria per mantenere un ambiente montano vivibile in cui l’adattamento rimanga possibile”. Scenario inquietante come le conclusioni: “La montagna ha saputo a lungo convivere con i rischi naturali grazie alla memoria del passato. Ma quando il clima cambia rapidamente, il passato cessa di essere una guida affidabile per il futuro. Gli eventi più pericolosi possono essere precisamente quelli di cui non possediamo alcun precedente. In Nepal come nelle Alpi, ridurre drasticamente le emissioni di gas a effetto serra non è più una scelta tra le tante: è diventata la condizione necessaria per la sopravvivenza dei territori montani”.