Un anno fa, come oggi, ho lasciato la politica elettiva. La scelta è stata dei cittadini valdostani e, nel gioco democratico, bisogna accettare il responso delle urne. Senza stare a questionare troppo sui perché: come accade per quasi tutte le cose della vita, le ragioni sono leggibili tanto in chiaro quanto in scuro. Si può riflettere, naturalmente, ma alla fine la democrazia ha sempre l’ultima parola.
Quando ho cominciato la mia avventura politica — e ormai manca poco allo scoccare dei quarant’anni — ho sempre avuto la consapevolezza che avrebbe potuto finire in qualunque momento. Per questo ho cercato di tenere in caldo quello che considero il mio vero mestiere: il giornalismo. Ci sono già tornato, per un periodo, nel corso della mia vita politica, senza viverlo come una tragedia o come una sorta di retrocessione.
Forse perché, per carattere e anche per una certa etica del lavoro che sento stampata nel DNA, ho sempre pensato che si possa essere utili in modi diversi.
Così, quando mi è stato proposto, ho accettato di mettere la mia esperienza al servizio del Peuple Valdôtain, come direttore, e della Fondation Émile Chanoux, come presidente, naturalmente nel rispetto di quella necessaria visione pluralista che deve accompagnare ogni ruolo culturale e istituzionale.
Lasciare la politica elettiva non significa, dunque, tirare i remi in barca. E nemmeno essere pensionato, ammesso che questa sia una definizione che mi si addica, significa smettere di fare, pensare, progettare. Almeno finché potrò scegliere di farlo e finché le circostanze della vita me lo consentiranno. Perché la vita, in fondo, è una pagina che non siamo soltanto noi a scrivere.
Oggi questi impegni diversi riempiono una parte importante della mia attività, che continuo a considerare vivace. Con le persone con cui collaboro abbiamo messo in campo idee, iniziative e progetti. Mi auguro che possano essere utili alla nostra comunità. Questo è il mio impegno.
Poi ci sono le passioni e gli affetti. In questi anni, vissuti spesso a cento all’ora, sempre in movimento e talvolta anche esagerando, ho trascurato alcune cose importanti. Non per disamore, ma per un forse troppo rigoroso senso del dovere. È una scelta che allora mi sembrava naturale e che oggi guardo con maggiore distanza.
Di vita, però, ce n’è una sola. E non voglio accumulare rimpianti. Voglio provare a trovare un equilibrio diverso, contemperando i diversi aspetti che rendono la vita di ciascuno di noi non soltanto piena, ma degna di essere vissuta.
I tempi che attraversiamo sfuggono spesso alla comprensione. Sono veloci, contraddittori, talvolta persino spiazzanti. Ma non ho alcuna intenzione di rassegnarmi a vivere nel passato.
Ho accumulato, in questi decenni, esperienze e conoscenze straordinarie. Ne sono fiero e non vedo perché dovrei nasconderlo. E se qualche invidioso non fosse d’accordo, come si diceva una volta: “peste lo colga”. Lo scrivo, naturalmente, sorridendo.
Ma l’esperienza ha un senso soltanto se serve a guardare avanti. La curiosità, l’interesse e persino la capacità di stupirsi davanti a questo mondo difficile e velocissimo non devono mai venir meno. Alzare bandiera bianca non mi appartiene. Non finché avrò la possibilità di capire, di imparare, di discutere e, soprattutto, di fare.
Qualcuno mi rimprovera, più o meno bonariamente, di cercare continuamente di fissare il presente con la consapevolezza di quanto è avvenuto nel passato. Io penso che sia giusto.
Non si può comprendere davvero il presente senza conoscere ciò che lo ha preceduto. Ma la memoria, per essere utile, deve essere accompagnata da una visione prospettica. È proprio questo, del resto, il valore dell’esperienza accumulata nel tempo: non consentirci soltanto di ricordare ciò che è stato, ma aiutarci a cogliere i grandi cambiamenti che abbiamo davanti.
E alcuni di questi cambiamenti, lo dico senza allarmismi, possono rappresentare passaggi delicati e persino rischiosi per il popolo valdostano. Su questo tornerò con maggiore compiutezza.
Bisogna però affrontarli senza mugugni, senza nostalgie e senza pessimismo. A ragion veduta. Con serietà e con la capacità di guardare oltre il contingente, evitando tanto le visioni miopi quanto quegli atteggiamenti che sembrano preoccuparsi più del vantaggio immediato che dell’avvenire.
Litigiosità, carrierismo e affarismo sono il Male. Come lo sono il populismo, la demagogia e la pochezza culturale. Non lo dico con prosopopea e nemmeno con qualche ambizione personale nascosta. Non ho più nulla da conquistare in una carriera elettiva.
Le mie preoccupazioni, semmai, riguardano qualcosa di più grande del gioco al massacro della politica quotidiana. La Politica, quella con la P maiuscola, resta una “noble art”. Ma proprio perché è un’arte nobile richiede studio, dedizione, senso delle istituzioni e capacità di guardare lontano. E, nel nostro piccolo, richiede soprattutto amore per la Valle d’Aosta. Un amore che non significa chiusura. Al contrario.
La Valle d’Aosta che penso e che continuo a voler servire è una Valle aperta, capace di dialogare con gli altri e con l’Europa, consapevole della propria identità ma non prigioniera di essa. Una Valle che sappia difendere le proprie ragioni senza trasformarle in pregiudizi e che sappia confrontarsi senza complessi di inferiorità. Con rispetto per le Istituzioni, certo. Ma anche con la necessaria fierezza di chi sa di avere una storia, una cultura e una specificità da difendere.
E quindi, anche oggi, a un anno da quel passaggio, continuo a pensare che si debba dire la propria. Con serietà, con libertà e senza alzare inutilmente la voce. Senza chinare il capo. Guardando qualunque interlocutore dritto negli occhi.
Non sono più un protagonista della politica elettiva. Ma non ho smesso di essere valdostano, di essere curioso, di avere idee e di sentirmi responsabile, nel mio piccolo, del futuro della comunità alla quale appartengo.
E questo, dopo un anno, mi basta.