blog di luciano

Manes e Spelgatti in Parlamento

Confesso le mie colpe: solo questa mattina ho guardato l’esito del voto delle Politiche. Ho seguito moltissimo volte i riti degli exit poll (da quando ci sono!), spesso non proprio precisi, come capita anche con i sondaggi che li hanno preceduti. Mentre ho seguito sempre - specie quando ero in lizza e per le Politiche è avvenuto quattro volte - la tortura dello scrutinio dei voti. Per mia fortuna sempre risultando eletto, anche quando la lotta per il seggio appariva improba.
Questa volta appunto, pur svegliandomi presto, sono andato al sodo e cioè a quello che è successo davvero.
La vittoria alla Camera di Franco Manes restituisce con nettezza agli autonomisti la Camera dei deputati, mentre la leghista Nicoletta Spelgatti andrà al Senato per un pugno di voti. Una “incrociata”, come si dice in gergo politico, essendo espressione di due coalizioni contrapposte con Manes che ce la fa grazie ad un radicamento del mondo autonomista coeso e questo è un segnale per chi crede nella famosa réunion da ma sempre predicata, mentre la Spelgatti viene eletta nel momento in cui la “sua” Lega a Roma crolla ed è un caso dei paradosso della politica.
Ci vuole tempo per capire meglio la dinamica del voto, leggibile Comune per Comune, a differenza di quanto avviene con lo spoglio delle Regionali e certo l’astensionismo resta un dato enorme su cui riflettere.
Il sistema uninominale all’inglese è spietato: si può vincere o perdere per un solo voto di differenza. Certo questo si riverbererà sulla politica regionale alla ricerca di una maggioranza più solida, ma nulla va dato per scontato e soprattutto - per gli altri candidati in lizza - si chiaro che chi pensa di trasferire il bottino buono o cattivo sulle Regionali del 2025 sappia che certe traslazioni non valgono per la differenza evidente fra i sistemi di voto.
A Roma. Invece, su cui torneremo con calma nelle prossime ore, vince e questo inquieta per la nostra Autonomia speciale Giorgia Meloni, espressione della destra più estrema e questo si vedrà purtroppo nel corso della Legislatura. Merito suo e di un elettorato italiano che segue le sirene con grande facilità è colpa di un centrosinistra senza leader veri e con troppe contraddizioni nel suo seno. Per il resto tocca vedere le risultanze finali per capire bene gli equilibri dei rispettivi schieramenti.
In bocca al lupo ai neoeletti valdostani. Il loro compito di parlamentari della nostra Valle non sarà facile con lo scenario attuale delle Camere nel mare in tempesta che è facile prevedere per i problemi che incombono in questi anni complicati se non pericolosi.
Chi, come me, ha vissuto un lungo periodo da parlamentare sa quando il lavoro, se fatto seriamente, sia faticoso e impegnativo e la riduzione dei parlamentari pareva essere una chance per contare di più. Ma la nettezza dell’affermazione del centrodestra offre a Meloni la possibilità di riforme costituzionali in solitaria e questo preoccupa perché il nostro Statuto resta appeso alle procedure, fattesi troppo facili, del 138 della Costituzione che si applica alle leggi costituzionali e dunque che ci si attrezzi politicamente al rischio di incursioni pesanti sul nostro ordinamento.

La fragilità della democrazia

Scorro gli editoriali sui giornali delle ultime settimane. In fondo questo è rimasto un ruolo capitale della carta stampata: commentare fatti e situazioni. La televisione in Italia non é in grado di farlo perché gli opinionisti in TV partecipano a trasmissioni urlate e senza filo logico giusto per far spettacolo. Le persone serie non ci vanno più e per altro si preferisce invitare cafoni e urlatori nella considerazione che il pubblico televisivo sia un popolo bue che ama la caciara, gli insulti e le volgarità.
Per cui personalmente non seguo più i cosiddetti talk show e mi rifugio negli editoriali seri che per grazie di Dio vengono ancora pensati, scritti e pubblicati. Nello scorrere, come dicevo, quanto pubblicato di recente noto la supremazia assoluta dei commenti attorno alle odierne elezioni politiche.
L’impressione che ne ricaverebbe un alieno piombato sulla Terra che dimostrasse interesse per il fenomeno, anche se capisco quanto io osi in questa costruzione fantasiosa, è che gli italiani non abbiano più un vivo interesse per la politica e per la cosa pubblica nel suo insieme.
In realtà - e la Valle d’Aosta non è affatto estranea al fenomeno - mai come in questa occasione (e le urne tristemente lo dimostreranno) è esistito un evidente disinteresse se non fastidio per la politica. È un fenomeno inquietante di distrazione di massa - come ho scritto giorni fa - che si accompagna e che è alimentato da un crescente analfabetismo istituzionale.
Mi sono state poste - e uso la mia esperienza supporto di questa tesi - le domande più bizzarre, anche da persone insospettabili, sulla politica e sui meccanismi democratici che dimostrano una mancanza di base di principi basilari. Una delle grandi speranze della democrazia era quella che diventasse naturale avere sempre di fronte a sé cittadini non solo partecipi ma soprattutto formati e informati nel momento in debbono esprimere quel diritto cruciale che è il diritto di voto.
Invece, purtroppo e lo dico con rispetto e senza polemica, la morte dei partiti e di molte organizzazioni sociali, oltreché il disinteresse personale ad apprendere i rudimenti della democrazia, ha creato una specie di massa indeterminata che sceglie di disinteressarsi totalmente o diventa ondivaga, andando di qua e di là, perdendo punti di riferimento solidi e facendosi trascinare verso innamoramenti “politici” destinati a durare poco.
Per cui l’overdose di commenti, certo apprezzati da chi si interessa e ne capisce (e per fortuna ce ne sono!), finirebbe per stupire l’alieno osservatore esterno, perché niente affatto corrispondente alla realtà “popolare”.
Il da farsi, come reazione alla situazione di analfabetismo politico e istituzionale, non credo che sia semplice e viene il grave sospetto che per riconquistare cultura e consapevolezza della democrazia ci debba la messa in discussione verso certi diritti e capisaldi della democrazia stessa. Lo scrivo con inquietudine e sperando di essere smentito in un Paese, l’Italia, che ha già vissuto tempi cupi, certo non esattamente ripetibili, ma che mostrano come sia bene essere vigili. Nella speranza che a risvegliare impegno e coscienze non debbano essere attentati alla nostra democrazia, creatura fragilissima anche per l’uso poco consapevole di quella conquista capitale che fu il suffragio universale.

Il paese di Bengodi

Le campagne elettorali - e ne scrivo in modo generale, perché mi attengo al silenzio elettorale - sono per troppi candidati l’occasione per descrivere il paese di Bengodi, naturalmente se i cittadini li sceglieranno nella lotteria delle urne.
Treccani ci illumina su di un modo di dire che è usuale adoperare in uno logica di sfottò: “bengòdi (o Bengòdi) (composto di bene e godi) – Nome di un paese immaginario di delizie e di abbondanza: il paese di Bengodi; ha trovato il bengodi”.
Il grande Giovanni Boccaccio così lo descriveva: “In una contrada che si chiamava Bengodi, nella quale si legano le vigne con le salsicce e avevasi un’oca a denaio e un papero giunta ... correva un fiumicel di vernaccia, della migliore che mai si bevve, senza avervi dentro gocciola d’acqua”
È normale che sia così: i candidati, nel proporsi ai cittadini, devono presentare le loro speranze e le loro promesse in quella sorta di patto. “Io ti dico le mie idee e i miei progetti e tu mi voti”: detto in modo rozzo funziona così e dunque diventa abbastanza naturale che chi ci sia - non tutti ovviamente! - una specie di asta al rialzo fra i competitori. Nel tempo resiste - almeno questa dovrebbe essere la regola - il politico che dimostra di avere avuto una ragionevole coerenza fra quanto annunciato al momento di chiedere il voto e quanto realmente ha fatto.
Ovviamente la descrizione di un Bengodi più o meno suggestivo cozza contro la realtà e in epoca di incertezze come l’attuale l’equilibrismo si fa ancora più azzardato.
La proiezione più importante riguarda sempre il futuro ed essendo l’avvenire indeterminato è di fatto come la tela bianca di un pittore su cui è più semplice, rispetto al presente, dipingere le proprie speranze. Trovo che in questo non ci sia nulla di male, ma credo che ci sia un’avvertenza da ricordare.
Bisogna a mio avviso diffidare di chi usa solo visioni prospettiche di questo Bengodi futuro senza le necessarie radici storiche. Una specie di nuovismo un po’ naïf che sarebbe come costruire una casa senza tenere conto delle necessarie fondamenta. Ogni proiezione su quello che verrà deve fare i conti con le condizioni di partenza, passato e presente, evitando l’esercizio retorico di chi - sentendosi uomo del destino - fa carne di porco di tutto quello che lo ha preceduto. Un’arroganza che non porta bene ed è ingiusta e manichea nella descrizione di un passato descritto come tutto oscuro e un futuro preconizzato come tutto roseo.
Ecco perché credo che in fondo il confronto politico diventi difficile se si applicasse sempre lo specchio distorsivo dei periodi elettorali in cui la ricerca del voto rischia di trasformarsi per alcuni nella ricerca di come spararla più grossa per abbacinare gli elettori. Purtroppo mi rendo conto che cresce il numero di chi in politica gioca a fare l’imbonitore a tempo pieno in una perenne fibrillazione alla ricerca del consenso e con cittadini visti solo come elettori da corteggiare.
Questo atteggiamento favorisce l’immobilismo, quando si vuole piacere a tutti in modo incondizionato e il viatico diventa “un colpo al cerchio ed uno alla botte”. Ecco perché bisogna essere cittadini-elettori con gli occhi sempre aperti e diffidenti verso certe sirene, affascinanti esseri dal corpo di uccello o di pesce e dal volto bellissimo di donna dal canto ammaliatore, che portano - se ci si casca - ad un triste destino.

Il Parlamento all’angolo

Si chiude a Mezzanotte la campagna elettorale. È questo il termine ufficiale, ma poi sappiamo bene che il silenzio elettorale sarà, specie sui Social, rumorosissimo. Dimostrazione che nella logica italiana “fatta la legge, trovato l’inganno”.
Tra poche ore conosceremo l’esito delle urne e vedremo soprattutto se esisterà una corrispondenza fra i sondaggi e i seggi come verranno realmente redistribuiti. Ma, al di là di tutto, è legittimo interrogarsi - come ha fatto giorni sul Corriere fa l’ottimo Sabino Cassese, giurista classe 1935 - sul ruolo decrescente del Parlamento. Lo dico con dispiacere avendo vissuto come parlamentari anni in cui le Assemblee elettive contavano ben di più!
Cassese, ricordata la follia della legge elettorale vigente, affonda la lama: “Il Parlamento-legislatore, in questo quinquennio, è stato pressoché assente: solo un quinto della legislazione è stato di iniziativa parlamentare e la metà degli atti con forza di legge è stata costituita da decreti-legge, cioè da provvedimenti governativi, che il Parlamento deve esaminare in tempi ristretti, perché dettati da necessità e urgenza. I numeri dell’attività legislativa del Parlamento diminuiscono ulteriormente se si considera che una buona parte delle altre leggi è costituita da atti «dovuti», quali le leggi di bilancio e quelle di ratifica di trattati internazionali. Inoltre, i governi hanno posto la questione di fiducia su decreti-legge 107 volte. A un governo la fiducia basterebbe, secondo la Costituzione, una volta sola, subito dopo la nomina. (…) Un numero così alto di questioni di fiducia è il sintomo di una disfunzione del sistema parlamentare: il governo funziona sempre meno come comitato direttivo della maggioranza parlamentare o non sa «negoziare» con la sua maggioranza, e deve quindi ricorrere alla questione di fiducia per far cessare le voci dissenzienti”.
Cassese apre un altro fronte: “Se le leggi le fa il governo, bisogna pur dare un contentino al Parlamento, lasciando che i parlamentari, ridotti a fare un mestiere diverso, gonfino i decreti-legge con disposizioni settoriali o microsettoriali, che rispondono alle richieste delle loro «constituencies» e preservano il loro potere negoziale.
Il quadro delle disfunzioni non termina qui. Si aggiungono altri protagonisti, i gabinetti ministeriali e le amministrazioni pubbliche. Questi si muovono in due diverse direzioni. Da un lato, cercano di spostare alla sede parlamentare decisioni che dovrebbero essere prese dalle burocrazie. Queste sono intimorite dalle originali e spesso eccessive iniziative di procure, penali e contabili, e mirano a trovare uno scudo nella legge (di conversione di decreti-legge). Dall’altro, anche le amministrazioni pubbliche sono composte da donne e uomini con le loro debolezze, aspirazioni, esigenze, e non è difficile per esse trovare una voce in uno o più parlamentari ben disposti”.
Una commistione inquietante, che si aggiunge ad una legislazione mediocre.
Auguri di cuore a chi verrà eletto nella circoscrizione in Valle d’Aosta e che i due parlamentari si battano per la dignità del Parlamento.

Gli autonomisti e Esopo

Ormai da tempo scrivo sul da farsi nell’area autonomista in Valle d’Aosta, auspicando che ci su rimetta davvero insieme, chiudendo l’epoca macedonia (termine che viene dalla congerie di popoli in Macedonia, come si chiamava il Paese balcanico).
Lo faccio nella convinzione che questa singolarità politica di un autonomismo al centro dello scacchiere politico, rispetto al panorama politico italiano, è una caratteristica importante per la nostra autonomia speciale. Se gli autonomisti non fossero sulla scena dal 1945 tutto nello sviluppo del nostro ordinamento sarebbe stato diverso e l’aspetto identitario sarebbe stato gravemente indebolito.
Ormai sul tema sono a rischio ripetizione e sarà pure che “repetita iuvant”, ma questa espressione latina può definire una spinta positiva per concretizzare azioni necessarie, ma può pure avere una connotazione negativa che mostra come ridire le cose possa alla fine stufare.
Noto purtroppo come ogni tanto ci si avvicini alla cima per poi tornare più in basso. La fatica di Sisifo non serve a nulla. Ricordo che Sisifo era condannato a far rotolare eternamente sulla china di una collina un macigno che, una volta portato con fatica sulla cima, ricadeva sempre giù. Questa locuzione ricorda un'impresa che richiede grande sforzo senza poi ottenere alcun risultato. Un esercizio in politica da evitare.
Certo bisogna immaginare che questo processo abbia un suo perché. Un giovane amico - parlando di altro - mi ha citato ed io non la conoscevo una favola di Esopo che qui pubblico e poi annoterò qualche pensiero: “Molto tempo fa, il sole e il vento si sfidarono per vedere chi dei due fosse il più forte. Individuato un viaggiatore in cima a una montagna che indossava un ampio mantello, fecero una scommessa su chi dei due fosse in grado di portare via il mantello a quell’uomo.
Il vento si impegnò a soffiare il più forte possibile con l’intento di strappare il mantello al viaggiatore, il quale dal canto suo si strinse ancora di più nel suo tabarro per evitare che gli volasse via. Il sole, al contrario, si limitò a inviare raggi un po’ più caldi all’indirizzo del viaggiatore, il quale soffrendo sempre di più il caldo, si tolse spontaneamente il mantello.
Il sole vinse così la scommessa”.
Insomma: la violenza del vento dimostra come certe storie vadano trattate senza foga o strappi. Bisogna muoversi bene e farlo attraverso ragionamenti che portino alle azioni giuste per essere efficaci, come il sole di cui avete appena letto.
Dunque la morale della favola è che non è necessario usare la forza per ottenere un risultato, basta usare la testa. Anche se - non appaia una contraddizione - bisogna farlo senza troppo attendere, prima che sia troppo tardi. Già il tempo, a ben vedere, è largamente scaduto ed è ora di uscire dal dedalo in cui si è caduti per molte ragioni, alcune buone ed altre no. Per cui è ora di concretizzare.

Europeismo senza tentennamenti

Ultime battute di una campagna elettorale lunare, nata d’estate e che si conclude sulla porta d’ingresso dell’autunno. Lunare perché paga l’indifferenza del periodo e il fatto di essere frutto di una Legislatura conclusasi anzitempo con una coltellata alle spalle al Premier Mario Draghi. Da parte mia nessuna santificazione del Presidente del Consiglio “tecnico”, ma sarebbe stato logico andare al voto nei tempi dovuti, avvolti in più come lo siamo da problemi enormi che sconsigliavano l’instabilità.
Ciò detto è inutile stupirsi: il caos politico è stata la cifra di questi anni e non bisogna essere degli indovini per prevedere che questa fibrillazione continua – da cui per altro la Valle d’Aosta non è per nulla estranea – sarà destinata a proseguire in Italia e ci sono già quelli che prevedono possibili nuove elezioni politiche in un tempo breve. Poi ci si stupisce del fatto che il primo partito in crescita sia quello degli astensionisti.
Per chiarezza – e approfitto della circostanza – io voterò la lista Vallée d’Aoste, la stessa in cui sono stato eletto deputato quattro volte ed una volta parlamentare europeo. Chi segnala che io sia ancora arrabbiato per la mia mancata candidatura non mi conosce: avere memoria dei fatti e del comportamento delle persone non significa per me portare rancore, ma solo avere maggior chiarezza nei rapporti politici. Sono abbastanza vecchio del mestiere per sapere che chi sceglie la politica sa di dover affrontare momenti lieti e meno lieti e – come dice il detto – non tutti i mali vengono per nuocere.
Se dovessi, comunque, pensare a che cosa oggi – nel dibattito italiano e valdostano – avrebbe bisogno di essere chiarito fino in fondo è proprio la differenza fra candidati che sono seriamente europeisti e quelli che non lo sono, compresi fra questi che quelli che furbeggiano con discorsi tipo “europeista, ma…”. Per me – che europeista lo sono da sempre – questo è un discrimine non negoziabile e non significa affatto che l’Unione europea non sia da riformare in profondità, ma resta un antidoto contro i deliri dell’estrema destra e dell’estrema sinistra, unite dall’antieuropeismo.
Ha ragione il politologo Maurizio Ferrera sul Corriere della Sera: “Il dibattito si è concentrato sulle questioni più vicine all’attualità: la svolta autocratica in Ungheria, la guerra in Ucraina, l’eventuale rinegoziazione del Pnrr. Si è così perso di vista lo sfondo più ampio del nostro rapporto con la Ue, in particolare il ruolo cruciale che l’appartenenza europea ha svolto nel tempo per l’Italia”. Per questo nel proseguo dell’articolo ricostruisce il cammino dal 1957 ad oggi, la cui sintesi condivido a pieno: “La scelta europea è stata conveniente? Oggi c’è chi ne dubita, ma secondo la stragrande maggioranza degli studiosi l’appartenenza alla Ue ha portato enormi benefici nel lungo periodo. Certo, l’Europa è una unione di Stati con interessi diversi. L’integrazione procede in base a compromessi, a volte si vince a volte si perde. I rapporti di forza dipendono molto dalla stabilità e dalla autorevolezza dei governi: due aspetti rispetto ai quali siamo sempre stati particolarmente deboli”.
Se ora governassero gli antieuropeisti all’italiana l’Italia verrebbe messa da parte e lasciata ad un destino di solitudine letale. Scelta terribile per una Regione come la nostra ad antica tradizione europeista, che dall’Europa ha avuto un mare di soldi da spendere e che vanta una posizione geografica che guarda naturalmente al resto d’Europa e certo non vorrebbe trovarsi ad essere una sorta di “cul de sac” di un’Italia chiusa nei suoi confini con un nazionalismo da operetta tinto di un nero inquietante per chi conosca la Storia.

Il telefonino a scuola

Ho già detto e ridetto di come il telefonino incomba sempre in modo più largo possibile, dimostrandosi un dispositivo dall’uso plurimo con aggiunte continue che ne dimostrano l’impressionante espansione. Se tanto mi dà tanto è legittimo chiedersi quali ne saranno gli sviluppi futuri e sino a dove ci spingeremo nell’accettare la loro invasività nella nostra vita.
Resto convinto che non ci si debba negare qualunque cosa che, nel limite del ragionevole, espanda la nostra intelligenza e il uso, fornendoci informazioni, notizie, strumentazione e tutto quanto verrà reso possibile per supportarci. Non c’è bisogno di un nuovo luddismo legato alla digitalizzazione e, come si dice, chi si ferma è perduto e basta poco per trovarsi ad arrancare dietro alle novità di oggi e di domani.
Mi ha incuriosito, giorni, fa questa notizia del Corriere della Sera: “Cellulare in classe: bandito nelle ore di lezione. Entra in classe sì, ma ciascun alunno al suono della campanella è tenuto a consegnarlo al professore, il quale lo ripone in un armadietto che rimane inaccessibile, chiuso a chiave, per tutta la mattinata. Ogni ragazzo torna poi in possesso del proprio smartphone, sempre per tramite del docente, al termine delle sei ore, quando deve far rientro a casa”.
Ma c’è di più: “E gli insegnanti non fanno eccezione: il cellulare deve rimanere nel cassetto. E’ quanto accade al liceo Malpighi di Bologna. «Per noi le nuove tecnologie non sono il male, abbiamo appena inaugurato un liceo quadriennale di scienze applicate, per la transizione ecologica e digitale, solo dobbiamo uscire da queste dipendenze, da cellulare e social appunto che sono anche di noi adulti» fa sapere la dirigente scolastica delle scuole Malpighi, Elena Ugolini. «Ora, abbiamo ricominciato l’anno scolastico guardandoci in faccia, senza più mascherina a cui siamo stati costretti causa covid – continua la referente – un inizio all’insegna della presenza, dell’ascolto, della relazione e concentrazione per tutto il tempo delle lezioni. Senza cellulare i ragazzi non sono continuamente distratti, sono invece più concentrati e in relazione»”.
Niente di eccezionale, se risultasse vero quanto scritto dal portale Studenti.it, secondo il quale lo smartphone viene «sequestrato» alla prima ora e restituito all’uscita nel 26% delle scuole italiane sulla base dell’autonomia scolastica.
Giorni dopo ne parlato anche il prefetto di Bologna Attilio Visconti, partecipando all’inaugurazione dell’anno scolastico sempre a Bologna. «Sarebbe opportuno che gli studenti mantenessero il cellulare e sapessero usarlo, che avessero la coscienza e la maturità di sapere quando il cellulare può essere usato e quando invece può essere non usato», ha detto il prefetto. «Un po’ quello che avviene per noi quando partecipiamo a un convegno o a una riunione — ha aggiunto — certo non ci mettiamo li con il telefonino e se ci arriva una telefonata o un messaggio lo rinviamo a un momento successivo. Credo che si debba lavorare su questo, sull’educazione all’uso del cellulare. Credo poi che l’autonomia scolastica vada sempre rispettata in tutte le sue manifestazioni».
Dichiarazione abbastanza ambigua, mentre la responsabile della scuola è stata esplicita e trovo condivisibile il suo pensiero. Ne ho parlato - in modo incidentale - ieri al Don Bosco di Châtillon, che ha ragazzi che vanno dalle primarie di secondo grado alle Superiori. Notando come vi sia al momento un elemento di contraddizione. Da una parte la digitalizzazione sarà sempre più una presenza indispensabile nella scuola con strumentazioni varie che rendono ogni scuola collegata con reti varie che posso offrire un mare di applicazioni e di informazioni a servizio di studenti e docenti. Dall’altra il telefonino – che alcune scuole già integrano nella didattica con un uso intelligente – può essere uno strumento, se mal adoperato, di distrazione di massa e con un uso sconsiderato se non pericoloso.
Ha ragione il Prefetto che ci vuole educazione all’uso anche se si posso adoperare mille accortezze per limitarne un uso negativo. Tuttavia, intanto, misure drastiche, come quelle prese nella scuola bolognese, possono evitare il peggio e spingere verso una transizione. Certo proibizionismo potrà finire, quando il telefonino potrà figurare a pieno come strumento didattico.

Il primo giorno di scuola

Il primo giorno di scuola, al netto delle critiche giuste e delle polemiche pretestuose, resta un momento di riflessione utile per mettere al centro della scena le politiche educative e soprattutto loro, bambini, ragazze, giovani che tornano in aula con i loro insegnanti, che sono un esercito che ha un ruolo essenziale. E il dramma della pandemia, con le difficoltà vissute e gli strascichi psicologici, è stata la cartina di tornasole del ruolo di un settore essenziale per la nostra vita sociale.
La scuola è una scala che ti porta alla vita adulta ed è fondamentale per la formazione di chi avrà in mano la Valle d’Aosta di domani. Specie se, purtroppo, il calo demografico renderà sempre più ridotto il numero di nati e questo ci obbliga ancor di più a non perdere neppure una risorsa e a canalizzare, senza compiere errori, ambizioni e speranze di ciascuno in percorsi che non portino a dispersione e fallimenti
Lo sapevano bene i nostri avi nella Valle d’Aosta del passato, dell’importanza di imparare: le scuole di villaggio erano una ramificazione che consentivano alla nostra comunità, dando elementi di base come leggere, scrivere e far di conto, di evitare in largissima parte lo spettro dell’analfabetismo e dell’ignoranza di nozioni fondamentali. Una civiltà alpina esemplare e da rammentare in ogni situazione.
Non a caso, quando il fascismo sferrò un micidiale attacco alla cultura valdostana, la Jeune Vallée d’Aoste fu non solo un bastione antifascista, ma anche e anzitutto un cenacolo di formazione identitaria su cui costruire la politica dopo il Ventennio.
Lo rievoco non per chissà quale logica passatista. Lo faccio perché senza punti di riferimento il rischio è che l’oblio cada sul perché oggi abbiamo un’autonomia valdostana e una parte di questa eredità riguarda anche la scuola con la singolarità del bilinguismo e di un settore scolastico dalla scuola dell’infanzia all’Università che è finanziato con i nostri soldi.
Certo parlare di “scuola valdostana” è giusto territorialmente e per una serie di spazi d’azione attraverso il nostro ordinamento, ma sono ancora larghi i poteri da ottenere per evitare cordoni ombelicali con le norme nazionali, troppo spesso inadatte e farraginose se applicate alla nostra realtà. Esiste in questo una resistenza conservatrice, anche dentro la scuola, che preferisce che la nostra Regione autonoma non abbia piena competenza e le ragioni politiche sono davvero incomprensibili e sfugge a salvaguardia di chissà ciò avvenga, se non per l’esistenza di un vecchiume corporativo e ideologico di chi sbandiera l’autonomia solo quando conviene.
Rivolgendomi ai giovani non posso che esprimere la speranza che colgano a pieno le opportunità che la scuola offre e che nei passaggi fra i diversi gradi d’istruzione scelgano sempre bene e in modo oculato senza scelte affettate. Questo ruolo di guida spetta anche alle famiglie, che devono dare il loro apporto, però senza mai pensare che alla sola scuola spetti l’educazione dei loro figli, che è invece responsabilità condivisa.
Per questo ci vuole comprensione fra i diversi attori in gioco, che devono motivare gli alunni e far capire loro che ai diritti corrispondono sempre dei doveri e il rispetto della gerarchia.
E poi, infine, vale quanto scritto da Simone Weil: “L’intelligenza cresce e porta frutti solo nella gioia. La gioia di imparare è indispensabile agli studi come la respirazione ai corridori”.

Il fantasma dell’astensionismo

L’astensionista non è più identificabile. Le norme sulla privacy impediscono da tempo di sapere chi sia. Certo nelle realtà più piccole non è difficile identificarlo: chi sta al seggio si accorge dagli elenchi chi sfugge al voto, ma in realtà nulla di ufficiale è ormai possibile. Quindi nessuno ha diritto di approcciarlo, chiedendo loro - e sarebbe una domanda interessante ai fini politici - “perché?”.
Una volta il cittadini non votanti per le elezioni delle Camere, venivano catalogati e persino sanzionati (dpr n.361 del 30 marzo 1957). Articolo 4: “L’esercizio del voto è un obbligo al quale nessun cittadino può sottrarsi senza venir meno ad un suo preciso dovere verso il Paese”. Ma c’era ben di più all’articolo 115: “L’elettore che non abbia esercitato il diritto di voto, deve darne giustificazione al sindaco (….) L’elenco di coloro che si astengono dal voto (…)senza giustificato motivo è esposto per la durata di un mese nell’albo comunale (…) Per il periodo di cinque anni la menzione ‘non ha votato’ è iscritta nei certificati di buona condotta (…)”.
La norma, che era di fatto una specie di gogna, è stata abrogata nel 1993.
Era in fondo l’esplicitazione di quanto contenuto nella prima parte della Costituzione e mi riferisco all’articolo 48 della Costituzione: “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è un dovere civico”.
Ricordo che durante il dibattito alla Costituente venne discussa una versione del secondo comma dell’art. 48 che così diceva: il voto è “un dovere civico e morale”. Quel “morale” poi scomparve e forse avrebbe meglio definito il carattere del voto come conquista democratica.
Aggiungo, per coerenza con quanto penso, che il dovere civico non lo considero una costrizione e pure le sentenze della Corte Costituzionale non sono chiare sul punto e cioè se esista una sorta di obbligo normativo o solo - come io penso - esortativo. È vero che si possono votare scheda bianca o far annullare il proprio voto attraverso la scheda elettorale “sporcata” in qualche modo, ma se non voglio andarci non ci vado, a maggior ragione per i referendum che necessitano un quorum da raggiungere per la loro validità.
Tuttavia credo che gli elenchi degli astensionisti dovrebbero essere consultabili ad esempio per consentire ai partiti politici di tentare legittimamente un recupero al voto di chi lo ha abbandonato.
Nell’aprile scorso è stato redatto sull’astensionismo un rapporto di quasi 300 pagine deciso dal Governo e frutto di una “Commissione di esperti con compiti di studio e consulenza, di analisi ed elaborazione di proposte, anche di carattere normativo, e iniziative idonee a favorire la partecipazione dei cittadini al voto”.
Questo Libro Bianco contiene elementi comparativi con altri Paesi e propone analisi puntuali sulle criticità. Gli autorevoli esperti citano alcuni punti su cui riflettere per far ricrescere la partecipazione al voto.
Si va dal voto anticipato presidiato al voto in altro seggio (il giorno delle elezioni) o a quello per delega. Da misure specifiche per anziani e disabili:
al trasporto pubblico gratuito. Dal voto elettronico all’obbligo all’election day. Da misure di informazione e comunicazione specie sui giovani al voto sempre allungato la domenica e il lunedì.
Il tutto argomentato in modo puntuale e senza risparmiare approfondimenti.
Ma dietro a tutto esiste la crisi della politica e della democrazia rappresentativa e solo con un ritorno alla credibilità la parte consapevole dei non votanti potrà riprendere ad avere fiducia nel voto.

Nessuna nostalgia

Certo anche io sono stato colpito dalla morte della Regina Elisabetta, che era già lì quando sono nato e di cui ho letto le gesta per tutta la vita sino all’apoteosi dei film e della serie televisiva a lei dedicata con tutti i dietro le quinte che l’hanno resa più umana.
Ha fatto impressione la ricaduta per la sua scomparsa, che ha dominato per giorni l’informazione anche in Italia, rispondendo alle più varie curiosità del pubblico.
Questo non significa giudicare - come io credo - che le monarchie non abbiano più senso.
So bene che sopravvivono diverse monarchie, con poteri vari, anche nell'Unione europea. E' così nel Regno Unito, nei Paesi Bassi, in Belgio, in Spagna, in Danimarca, in Lussemburgo, in Svezia. Ci sono poi, al di fuori dell'Unione, la Norvegia, il Liechtenstein, nel Principato di Monaco. In realtà sono dinosauri del passato in un quadro democratico e parlamentare. Ribadisco che l’Italia non avrebbe certo bisogno di ritornare alla monarchia e credo che a tifare per i Savoia - ammesso che meritino qualunque tipo di credibilità - sono appunto quattro gatti, rispettabili ma assolutamente minoritari. Abolito il limite costituzionale di rientro in Italia per gli eredi maschi, che facciano quello che vogliono e va bene che vadano in tournée alla ricerca di fans, ma questo non cambierà mai più la sostanza della loro fine.
Per cui dissentire dalla loro valorizzazione è un diritto equivalente a chi invece li rivorrebbe sul trono con eredi ormai da avanspettacolo.
Al Quirinale ormai ci sono i Presidenti della Repubblica ed i Savoia sono stati cancellati dagli italiani. Certo, gli errori irreparabili non mutano la Storia Patria più antica su cui si può essere più benevoli per certe personalità chiave del passato più remoto o ad esempio nelle vicende risorgimentali, ma l'epilogo resta irreversibile per chi rivendica, con una sorta di seduta spiritica, il risorgere dalle proprie ceneri della monarchia.
Sulla situazione della monarchia inglese leggevo Kenan Malik, The Observer su Internazionale.
Così scrive: “Re Carlo III. Quando un sovrano muore, un altro prende subito il suo posto. È una transizione automatica, considerata da molti necessaria e rassicurante, perché contribuisce a sostenere il mito secondo cui i re e le regine passano, ma l’istituzione monarchica sopravvive. Per lo stesso identico motivo, però, l’automatismo della transizione è anche preoccupante. In momenti come questo i repubblicani sono di fronte a un dilemma. “Accogliamo con tristezza la notizia della morte della regina ed esprimiamo le nostre condoglianze alla famiglia reale”, ha scritto su Twitter l’organizzazione Republic, favorevole all’abolizione della monarchia nel Regno Unito. “Ci sarà tempo per discutere il futuro della monarchia, ma per ora dobbiamo rispettare il lutto della famiglia e permettere ai suoi componenti e ad altre persone di piangere la scomparsa di una madre, di una nonna e di una bisnonna”.
Sono d’accordo con il tono del messaggio. Allo stesso tempo credo che sia sempre giusto, anche in una situazione come questa, riflettere e interrogarsi, pur rispettando le circostanze”.
E poi il punto essenziale del ragionamento su cui concordo: “Non è difficile capire il fascino di un ruolo simile, soprattutto se si pensa alla bassa considerazione in cui sono tenuti la politica e i politici. Ma la politica è il mezzo che permette alle persone comuni di partecipare al processo di governo. Di conseguenza insistere sulla necessità di un sovrano per diritto ereditario che si innalzi al di sopra della politica, incarnando la continuità e i princìpi morali del paese, significa ostacolare il processo di cambiamento democratico”.
Per capirci: scozzesi, gallesi e irlandesi del Nord si sono inchinati di fronte alla Regina, ma cresce il loro il desiderio di libertà.

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