blog di luciano

Il messaggio di Mattarella

Il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica è un classico, pur non essendo statuito in nessun modo.
Il primo lo pronunciò via radio nel 1949 Luigi Einaudi e fu molto breve.
Nel tempo, come ha scritto Openpolis in uno studio comparativo fra i discorsi dei Presidenti che si sono succeduti, alcune cose si sono evolute: “Mentre i discorsi diventavano man mano più lunghi, la loro struttura andava semplificandosi, sia nella lunghezza delle frasi sia nel linguaggio. Se il primo discorso di Einaudi iniziava con «Nel rigoglio di intimi affetti suscitato da questa trasmissione […]» il discorso di Scalfaro del 1992 apriva con un molto più informale «Buona sera a tutti, Buon anno!»”.
Certo ogni Presidente ha aggiunto elementi derivanti dalla propria personalità e anche dalla capacità di “bucare” il video, visto l’avvento della Televisione. Mentre in Paesi dove vige il presidenzialismo (pensiamo alla Francia) il ricorso a discorsi alla Nazione sono consueti per i Capi di Stato, gli inquilini del Quirinale hanno usato questa modalità di rapporto diretto solo alla fine di ogni anno o
in casi eccezionali.
In questo momento complesso, il Presidente Sergio Mattarella, con il suo eloquio tranquillo e rassicurante (ma l’uso di un gobbo elettronico lo rendeva assai ingessato), non è stato banale e vorrei citare i passaggi che più mi hanno colpito.
Il primo: “Nell’arco di pochi anni si sono alternate al governo pressoché tutte le forze politiche presenti in Parlamento, in diverse coalizioni parlamentari. Quanto avvenuto le ha poste, tutte, in tempi diversi, di fronte alla necessità di misurarsi con le difficoltà del governare. Riconoscere la complessità, esercitare la responsabilità delle scelte, confrontarsi con i limiti imposti da una realtà sempre più caratterizzata da fenomeni globali: dalla pandemia alla guerra, dalla crisi energetica a quella alimentare, dai cambiamenti climatici ai fenomeni migratori.
La concretezza della realtà ha così convocato ciascuno alla responsabilità. Sollecita tutti ad applicarsi all’urgenza di problemi che attendono risposte. La nostra democrazia si è dimostrata dunque, ancora una volta, una democrazia matura, compiuta, anche per questa esperienza, da tutti acquisita, di rappresentare e governare un grande Paese. È questa consapevolezza, nel rispetto della dialettica tra maggioranza e opposizione, che induce a una comune visione del nostro sistema democratico, al rispetto di regole che non possono essere disattese, del ruolo di ciascuno nella vita politica della Repubblica. Questo corrisponde allo spirito della Costituzione. Domani, primo gennaio, sarà il settantacinquesimo anniversario della sua entrata in vigore. La Costituzione resta la nostra bussola, il suo rispetto il nostro primario dovere; anche il mio”.
Il secondo: “Il 2022 è stato l’anno della folle guerra scatenata dalla Federazione russa. La risposta dell’Italia, dell’Europa e dell’Occidente è stata un pieno sostegno al Paese aggredito e al popolo ucraino, il quale con coraggio sta difendendo la propria libertà e i propri diritti. Se questo è stato l’anno della guerra, dobbiamo concentrare gli sforzi affinché il 2023 sia l’anno della fine delle ostilità, del silenzio delle armi, del fermarsi di questa disumana scia di sangue, di morti, di sofferenze”.
Il terzo: “Dal Covid - purtroppo non ancora sconfitto definitivamente – abbiamo tratto insegnamenti da non dimenticare. Abbiamo compreso che la scienza, le istituzioni civili, la solidarietà concreta sono risorse preziose di una comunità, e tanto più sono efficaci quanto più sono capaci di integrarsi, di sostenersi a vicenda. Quanto più producono fiducia e responsabilità nelle persone. Occorre operare affinché quel presidio insostituibile di unità del Paese rappresentato dal Servizio sanitario nazionale si rafforzi, ponendo sempre più al centro la persona e i suoi bisogni concreti, nel territorio in cui vive”.
Il quarto: “So bene quanti italiani affrontano questi mesi con grandi preoccupazioni. L’inflazione, i costi dell’energia, le difficoltà di tante famiglie e imprese, l’aumento della povertà e del bisogno. La carenza di lavoro sottrae diritti e dignità: ancora troppo alto è il prezzo che paghiamo alla disoccupazione e alla precarietà. Allarma soprattutto la condizione di tanti ragazzi in difficoltà. La povertà minorile, dall’inizio della crisi globale del 2008 a oggi, è quadruplicata. Le differenze legate a fattori sociali, economici, organizzativi, sanitari tra i diversi territori del nostro Paese – tra Nord e Meridione, per le isole minori, per le zone interne - creano ingiustizie, feriscono il diritto all’uguaglianza”.
“Zone interne”, per capirci, è la definizione, purtroppo brutta, che comprende in particolare le zone di montagna.
Seguono il riconoscimento della Repubblica delle autonomie, il ruolo del l’associazionismo, il ruolo della famiglia e un passaggio successivo ha colpito nel Paese delle me azione fiscale: “La Repubblica è nel senso civico di chi paga le imposte perché questo serve a far funzionare l’Italia e quindi al bene comune”.
Detto dei problemi del lavoro, dello studio, dell’economia, dell’innovazione, dell’Europa e altro ancora, il Presidente ha così concluso dall’alto dei suoi 81 anni: “non Dobbiamo imparare a leggere il presente con gli occhi di domani. Pensare di rigettare il cambiamento, di rinunciare alla modernità non è soltanto un errore: è anche un’illusione. Il cambiamento va guidato, l’innovazione va interpretata per migliorare la nostra condizione di vita, ma non può essere rimossa. La sfida, piuttosto, è progettare il domani con coraggio. Mettere al sicuro il pianeta, e quindi il nostro futuro, il futuro dell’umanità, significa affrontare anzitutto con concretezza la questione della transizione energetica. L’energia è ciò che permette alle nostre società di vivere e progredire. Il complesso lavoro che occorre per passare dalle fonti tradizionali, inquinanti e dannose per salute e ambiente, alle energie rinnovabili, rappresenta la nuova frontiera dei nostri sistemi economici. (…) . L’uso delle tecnologie digitali ha già modificato le nostre vite, le nostre abitudini e probabilmente i modi di pensare e vivere le relazioni interpersonali. Le nuove generazioni vivono già pienamente questa nuova dimensione. La quantità e la qualità dei dati, la loro velocità possono essere elementi posti al servizio della crescita delle persone e delle comunità. Possono consentire di superare arretratezze e divari, semplificare la vita dei cittadini e modernizzare la nostra società. Occorre compiere scelte adeguate, promuovendo una cultura digitale che garantisca le libertà dei cittadini.
Il terzo grande investimento sul futuro è quello sulla scuola, l’università, la ricerca scientifica”.
Molti temi, tante sollecitazioni e anche speranze, specie laddove si è rivolto direttamente ai giovani. Un discorso serio in un tempo di troppi bla bla.

Il Capodanno ottimista e quello pessimista

Eccoci al 2023. Siamo a Capodanno, festività erede di mille storie dell’umanità, legate all’osservazione dei ciclo stagionale con i conseguenti riti per l'inizio di un nuovo anno e tutto ciò nella logica di una sorta di rinascita della natura e di conseguenza di noi esseri umani.
Per i Romani non caso Gennaio era dedicato a Giano, il dio bifronte che guarda indietro, ossia alla fine dell'anno trascorso, e avanti, ossia all'inizio del nuovo anno.
Mentre il nostra Natale e le festività complessive di questo periodo nascono sulle ceneri dei festeggiamenti in onore del dii Saturno. Durante i Saturnalia di dicembre i padroni cucinavano per gli schiavi e servivano loro suntuosi banchetti. Era il periodo dei contrari, con i servi nel ruolo dei padroni, le donne in quello degli uomini, i bambini al posto degli adulti. Semel in anno licet insanire "una volta l'anno è lecito impazzire": erano le eccezioni che confermavano le regole, perché ogni cosa nei giorni seguenti potesse andare avanti come prima. Interessante gioco dei ruoli.
Questa notte appena trascorsa - a proposito: auguri per il nuovo anno! - è chiamata di San Silvestro in onore del Santo dell’ultimo giorno dell’anno. Era stato un Papa, il 33° vescovo della città di Roma, morto a Roma il 31 dicembre del 335. È sotto il suo pontificato che la Roma pagana lasciò il posto a quella cristiana, pur conservando - come ricordavi poco fa - alcuni riti e cerimonie. Fra questo appunto i bagordi che ci hanno portato sino a Mezzanotte.
Questa mattina, invece, niente Santo, ma per i cattolici la festività dedicata a Maria Santissima Madre di Dio. Segno sul calendario di antiche dispute teologiche che fra chi riteneva che la Madonna non fosse «madre di Dio», ma solo «madre di Gesù». La controversia. vinta da chi rigenera buona la prima teoria, avvenne tra Alessandria ed Antiochia e fu risolta nel Concilio di Efeso nel 431. Lo scrivo per ricordare come la nostra vita sia un battibaleno ma con radici antiche di cui avere consapevolezza.
Mi presento al cospetto del nuovo anno senza pregiudizi. Conscio però che non viviamo momenti facili. Nel grande delle cose che incombono ricordo, se mai ce ne fosse bisogno, la tragedia della guerra in Ucraina che avvelena tutto e la ripartenza della pandemia, segnalata dallo stesso Governo Meloni, che invita alla prudenza (“pandemia imprevedibile” è stata così definita) e in contemporanea far rientrare i sanitari NoVax, come se nulla fosse. Operazione all’italiana che lascia perplessi.
Sulla piccola nave valdostana, in questo mare in tempesta, l’anno inizia con le solite discussioni politiche sul rafforzamento della governabilità, che ormai hanno sfinito chiunque. Taccio sulla riunificazione del mondo autonomista, che ritengo indispensabile proprio in questo anno, ma non mi azzardo più a fare il chiromante per non fare brutta figura e per non apparire “vox clamantis in deserto”, come si dice di una persona i cui consigli rimangono inascoltati.
Naturalmente, ma lo annoto a margine, a dispetto dei molti problemi e delle tante preoccupazioni, resto - anche se messo a dura prova - un inguaribile ottimista, che spera per questo di non essere considerato ottuso.
Per altro combatto i pessimisti con il necessario garbo, perché - come scrisse George Bernard Shaw - “Sia l’ottimista che il pessimista danno il loro contributo alla società. L’ottimista inventa l’aeroplano, il pessimista il paracadute”.

La guerra è dolore e violenza

La guerra la studiamo tutti sui libri di storia. Segno che questa voglia di combattersi è antica come l’umanità.
Scriveva Erodoto e siamo nel 400 a.C.: “Non esiste uomo folle al punto di preferire la guerra alla pace. In pace i figli seppelliscono i padri, in guerra sono invece i padri a seppellire i figli”.
La realtà purtroppo è diversa e di pace si parla sempre in maniera aulica è tutto si scontra millennio dopo millennio con le guerre che hanno colpito tutti i Continenti. Oggi, mentre scrivo, le guerre in corso sono una sessantina. Si combatte in Nigeria, in Messico, in Siria, in Congo, in Yemen, in Mali…
L’elenco potrebbe continuare a lungo, anche se in questa chiusura di anno a circa 1800 km dalla mia Valle d’Aosta la guerra più vicina è quella, scatenata dai russi, che si combatte in Ucraina. Una guerra d’invasione voluta da Putin che sogno il ritorno ad una Grande Russia, ad una Unione Sovietica già scomparsa per consunzione del cosiddetto socialismo reale, seme liberticida dell’attuale dittatura.
Scriveva Sigmund Freud: “Lo Stato in guerra si permette tutte le ingiustizie, tutte le violenze, la più piccola delle quali basterebbe a disonorare l’individuo. Esso ha fatto ricorso, nei confronti del nemico, non solo a quel tanto di astuzia permessa, ma anche alla menzogna cosciente e voluta, e questo in una misura che va al di là di tutto ciò che si era visto nelle guerre precedenti. Lo Stato impone ai cittadini il massimo di obbedienza e di sacrificio, ma li tratta da sottomessi, nascondendo loro la verità e sottomettendo tutte le comunicazioni e tutti i modi di espressione delle opinioni ad una censura che rende la gente, già intellettualmente depressa, incapace di resistere ad una situazione sfavorevole o ad una cattiva notizia. Si distacca da tutti i trattati e da tutte le convenzioni che lo legano agli altri Stati, ammette senza timore la propria rapacità e la propria sete di potenza, che l’individuo è costretto ad approvare e a sanzionare per patriottismo”.
Alla follia imperialista russa si è contrapposto il coraggio ucraino, aiutato da un Occidente che ben capisce come dietro questo espansionismo ci sia da una parte un disegno strategico e dall’altra - come spesso accaduto nella storia umana - la follia di un despota. Un Putin che cerca di mascherare le sue intenzioni dietro ricostruzioni fantasiose e propaganda penosa. Scriveva Voltaire: “Il più grande dei crimini, almeno il più distruttivo e di conseguenza il più contrario al fine della natura, è la guerra; ma non vi è alcun aggressore che non colori questo misfatto con il pretesto della giustizia”.
Così questo anno che finisce resterà marcato dalla crudezza e dalla violenza dell’aggressione russa con stragi di civili finiti in fosse comuni, nugoli di missili lanciati su città e paesi, spietate torture e grandi ruberie. E soprattutto la paura nucleare che potrebbe annientare il mondo è già solo agitarne lo spettro è una scelta scellerata.
Tutto il mio disprezzo va a chi, da diverse posizioni, confluisce anche in Italia in un vomitevole fronte di giustificazioni verso la Russia. Un giorno scopriremo chi è stato corrotto da Putin e tutto sarà tristemente chiaro.
Intanto gli ucraini soffrono, costretti al gelo del loro inverno con i russi che danneggiano le infrastrutture energetiche con evidente cinismo, aggiungendo a questo tutti quegli atti che si configurano come autentici crimini contro l’umanità e ci vorranno processi severi contro chi li ha compiuti, quando tutto finirà.

Non solo il mondo alla rovescia

C’è una triste verità, visibile moltissimo nelle cronache giornalistiche: si parla più del Male che del Bene. Fate la prova scorrendo un qualunque quotidiano o guardando un telegiornale. La cattiva notizia fa notizia più della buona notizia. E non solo ed è una vecchia storia per l’aspetto consolatorio del trito e ritrito “mors tua, vita mea”, ma esiste ormai qualcosa di così assodato da considerarsi la normalità.
Aggiungerei che questo vale quando si fa il bilancio dell’anno passato a tutti i livelli e scatta questa medesima sindrome. Non che questo 2022 sia stato fulgido, ma solo il nero, il pessimo, il macabro non è l’unica strada percorribile.
In parallelo, nella vita quotidiana, finiamo per occuparci troppo delle
persone o delle situazioni che ci sono ostili a detrimento di chi ci vuole il bene o delle cose belle.
Si finisce quasi per dare per scontato quanto ci fa piacere e ci fa star bene e sembra a tratti che ci occupiamo più dell’odio che dell’amore nelle sue diverse declinazioni. Una sorta di rappresentazione grand guignol che incupisce.
Ha scritto Nathaniel Hawthorne: “È vessata e non risolta questione se l'amore e l'odio non siano in fondo la medesima cosa. Per il suo completo sviluppo ognuna di queste due passioni presuppone un alto grado di intimità e conoscenza del cuore, ognuna rende un individuo dipendente per il cibo dei suoi affetti e della sua vita spirituale da un altro, ognuna lascia l'appassionato amante, o il non meno appassionato odiatore, miserabile e desolato, quando gli venga sottratto l'oggetto delle sue cure. Perciò, considerate dal punto di vista filosofico, le due passioni sembrano intimamente affini, se non per il fatto che l'una si manifesta in una celeste radianza, l'altra in un cupo e sinistro bagliore”
Ricordate quel Odi et amo significa letteralmente "Odio e amo"?
Queste parole costituiscono l’incipit e il titolo del Carme 85 del poeta Catullo e si tratta forse dell’epigramma più noto di tutto il suo Liber, o Carmina, una raccolta di poesie in vario metro. È questo uno dei temi più comuni nella letteratura mondiale di ogni tempo, ma Catullo ovvero qualcosa in più, ovvero, oltre alla consapevolezza della difficoltà, si avverte anche la triste constatazione che tale difficoltà nasce indipendentemente dalla volontà umana. Così ha tradotto Quasimodo:
Odio e amo. Forse chiederai come sia possibile; 
non so, ma è proprio così e mi tormento.
Ma credo che la bilancia - nell’insieme dei rapporti sentimentali e di amicizia che ruotano attorno all’amore - sia ora almeno di farla pendere non solo dalla parte tragica. È ora di dire basta con il mondo solo alla rovescia. Non esaltiamo, come unici elementi discordia, disaccordo, contrasto, attrito, dissidio, divisione, lotta, conflitto, contesa, dissapore, screzio.
Non si tratta di edulcorare la realtà che prevede tutta la mercanzia appena citata e di vedere chissà quale Paradiso, ma parlare solo dell’Inferno alla fine non serve.
Mi parrebbe un buon proposito per il 2023.

Le cose fatte

Ho partecipato, giorni fa, alla conferenza stampa della Giunta regionale di cui faccio parte. Rispetto al passato, questi incontri pagano il prezzo di un mondo che è cambiato e le conferenze stampa sembrano un polveroso retaggio. Anche se i ritmi di quest’anno erano rapidi e con interessanti infografiche, resta il fatto che ormai si viaggia ad una velocità diversa nell’ informazione e anche la comunicazione istituzionale ne risente e i giornalisti assistono più per dovere che per reale interesse. Confesso che non so bene quale possa essere un’alternativa, che non può essere un uso massiccio dei Social, che sarebbe arma a doppio taglio a rischio di sovraesposizione.
Resta il fatto che, assessorato per assessorato e dipartimento per dipartimento, è stato utile scorrere quanto realizzato nel 2022, che dimostra come l’instabilità politica non ha impedito un lavoro intenso con evidenti risultati.
Quanto ho scritto nel rapporto è stato diverso da quanto ho detto nella breve esposizione orale. Qui riporto i ragionamenti fatti nella logica di brevità di un’introduzione.
Anni difficili per tutti. Questa è la realtà di quest’epoca inaspettata. Dalla pandemia alla guerra: questo dice tutto, senza bisogno di ulteriori commenti, consapevoli dell’aria dei tempi. Lo scrivo senza mai perdere l’ottimismo necessario senza il quale tutto sarebbe destinato a fermarsi.
Nel settore di mia competenza, in questa singolare duplicità di politico e amministratore, sono molte le cose fatte, che ritroverete nelle schede più tecniche.
Per cui mi atterrò a qualche commento di ordine generale, seguendo le dizioni dell’Assessorato.
“Istruzione”, per cominciare. Questo mondo così vasto e complesso, vivo e reattivo. Dai bambini più piccoli sino ai giovani che arrivano alla Maturità, dalle materie scientifiche a quelle umanistiche, dalle piccole scuole bei montagna alle grandi scuole Superiori. Tutti sono toccati, che siano allievi, genitori, altri parenti e insegnanti. Macchina complessa da modernizzare, lavorando sulla qualità, sulla digitalizzazione, sulla formazione, contrastando l’abbandono scolastico e favorendo un buon orientamento. Vasto programma, lo so bene, cui si aggiunge la forza del bilinguismo e del plurilinguismo.
Il ruolo dell’Università valdostana è importante. Una chance da valorizzare anche con il nuovo campus che si sta sviluppando, cercando di attirare dal di fuori più studenti ancora. Senza dimenticare la ricerca e i legami con il territorio, rafforzando partnership con altri Paesi con un occhio alla francofonia.
Le “Politiche giovanili”, in una fase difficile per il crollo demografico, diventano uno strumento prezioso per valorizzare quella parte purtroppo sempre più minoritaria della popolazione valdostana.
“Affari europei” è un mare in cui navigare, considerando l’Unione europea come un tassello di cittadinanza essenziale. Tanti soldi e tanti progetti: questa è la chiave di lettura importante. Bruxelles, così com’è stata e com’è Roma, sono gli interlocutori per la nostra Autonomia speciale, il bene prezioso da difendere e sviluppare. Così come resta indispensabile occuparci della Montagna come elemento identitario, che si dilata nella dimensione transfrontaliera sino alla macroregione alpina.
Le “Partecipate” sono una ricchezza da indirizzare attraverso politiche attive ben concertate con una Finaosta che compie 40 anni. Penso poi a CVA, che è diventata solidamente un’eccellenza in Italia nel settore delle rinnovabili. Mi riferisco a impianti a fune, fiore all’occhiello nel Turismo. Il Casinò ottiene buoni risultati e rende solida la procedura di risanamento.
L’elenco potrebbe essere ulteriormente lungo.
Resta la centralità della politica nelle scelte future. Con la speranza che si ricordi sempre che l’Autonomia speciale implica una cittadinanza partecipata per i valdostani e una consapevolezza della forza e dell’originalità della nostra cultura profondamente ancorata in mezzo alle nostre vette alpine.

Quel mondo di fotografie

La fotografia è un modo di sentire, di toccare, di amare. Ciò che hai catturato nella pellicola è catturato per sempre… Ti ricorda piccole cose, molto tempo dopo averle dimenticate.
Aaron Siskind

In un cassettone di casa ci sono le fotografie di una vita dei miei genitori, che mi rigiro fra le mani a guardarle seduto sul pavimento nella casa come vuota e silenziosa, dove certe voci non risuoneranno mai più.
C’è di tutto, mischiato nel tempo, senza più alcuna logica reale di archiviazione. Fa impressione vederle ora che entrambi i miei genitori sono morti ed è un doloroso punto e a capo, che ti restituisce il senso di effimero della nostra vita. In certi casi senza di loro è impossibile ormai riconoscere certe persone ritratte, gli anni e i luoghi in cui vennero scattate.
Naturalmente ci siamo anche mio fratello ed io, sin dalla nascita in poi, e molte fotografie sono state scattate da noi, quando eravamo ancora in casa. Ci sono battesimi, nozze, feste, gite. Per fortuna dominano i sorrisi e i momenti lieti.
Si nota naturalmente l’evoluzione tecnica della fotografia. Si va da piccoli formati in bianco e nero, direi degli Trenta fatti con macchine semiprofessionali quando bisognava trafficare con esposizioni e altro alle istantanee degli anni Settanta dai colori squillanti scattate con le prime macchinette facili da usare. Aprendo certe scatole, sono ricordi che riappaiono alla memoria, fatti in generale di momenti conviviali che restituiscono brandelli di vita della nostra famiglia. In molti casi sono attimi così effimeri da essere destinati a scomparire con noi, come tracce disegnate sulla sabbia. Mi è capitato in mercatini dell’usato di vedere album veri e propri in vendita, che raccontano vite evidentemente spente dall’oblio di chissà quali eredi e che difficilmente avranno nuovi proprietari con un certo voyeurismo nelle vite altrui.
Oggi le fotografie sono diventate poco costose, a differenza di un tempo e per nulla complicate. Non ci vuole più una macchina fotografica e il percorso di sviluppo e stampa, che creava un attimo sospeso fra la consegna in negozio e il ritiro di quanto avevamo fotografato.
I telefonini che abbiamo in mano non solo permettono scatti all’infinito senza nessuna maestria tecnica o una particolare selettività, ma hanno il vantaggio di stoccare il materiale in memorie capienti. Anzi, certi apparati come il mio propongono da soli veri e propri album musicati che ricostruiscono viaggi e occasioni d’incontro. Ti spuntano d’improvviso come una piacevole sorpresa con l’inquietudine di queste intelligenze artificiali che ti spiano da chissà dove.
Quale strada prenderanno un giorno queste immagini o certi filmati è facile capirlo. In gran parte spariranno con l’evoluzione tecnica, come avvenuto con vecchie registrazioni video non trasferite su nuovi supporti. O spariranno lo per mancanza di interesse, come ricordi morti in telefonini invecchiati buttati chissà dove.
Triste destino in barba allo straordinario sviluppo tecnologico. Eppure il desiderio di cogliere l’attimo e imprigionarlo in un’immagine è diventato un rito collettivo. In certe situazioni, ad esempio in un luogo importante durante una gita o un viaggio, ti accorgi della logica compulsiva degli scatti, che finiscono in tempo reale sui Social. Il selfie è una potente autoaffermazione: “io c’ero!”. E tristemente conta più dell’osservazione dei luoghi dove lo si scatta.

I 12 mesi nel mondo

Seguo con assiduità e talvolta lo
riporto qui quanto scrive Le Grand Continent, rivista nata a Parigi nel 2019 e da allora allargatasi ad altri Paesi e ad altri settori nel quadro della geopolitica, che vede come direttore il valdostano Gilles Gressani.
So che sembra strano che di tanto in tanto mi occupi qui, nel mio piccolo Blog, di politica internazionale. Credo che avere un contesto vasto sia assolutamente necessario anche per chi fa politica in Valle d’Aosta e non deve mai chiudersi nella conoscenza al di dentro del cerchio delle nostre montagne.
Mese dopo mese, le Grand Continent presenta nella sua recente rubrica del lunedì una retrospettiva dell’anno che ci sta lasciando e che offro, con qualche sintesi a voi lettori.
Gennaio 2022 inizia con un interrogativo che tutti ci siamo posti o ci stiamo ponendo: “La pandemia è… finita? L'ondata omicron in Europa è stata associata a una contagiosità molto elevata ma a una letalità inferiore rispetto alle precedenti, con la fine del lockdown e la normalizzazione del virus. Tuttavia, l'idea di una "fine del Covid" è del tutto imprevedibile e anche fuorviante”.
Come caso di scuola, per la sua originalità è la crisi cinese, catalogata come il caso marcante: “La Cina ha proseguito con la sua strategia "zero covid" per tutto il 2022, facendo sprofondare città ed edifici nell'autarchia. In autunno, massicce proteste hanno portato alla riapertura, prefigurando una catastrofe sanitaria in una popolazione scarsamente vaccinata”. Vedremo gli sviluppi.
Il mese successivo non consente x una scelta: “Il 24 febbraio, la Russia ha lanciato l'invasione militare dell'Ucraina, riportando la guerra in Europa e cambiando il corso del 2022. Tra i timori iniziali di una rapida invasione, la resistenza e la controffensiva ucraina, e ora l'intensificazione dei bombardamenti russi alla fine dell'anno, la "lunga guerra in Ucraina" è sia totale che limitata”.
Giusta considerazione, essendo questa aggressione russa elemento destabilizzante per il mondo, pur apparendo - ripeto, apparendo - in qualche modo circoscritta.
Ulteriore commento: “Bilancio al momento. In totale, dal 24 febbraio, la guerra in Ucraina ha causato più di 6800 morti tra i civili del Paese e il ferimento di più di 10000 civili. Alla fine di dicembre, c'erano quasi 8 milioni di rifugiati ucraini in Europa, con la Polonia come principale paese ospitante. Il costo della ricostruzione del Paese è stato stimato a 500-600 miliardi di euro dalla Banca Mondiale alla fine dell'anno”.
Una follia innescata da Putin, dittatore ormai fuori controllo e che purtroppo impugna armi nucleari.
In qualche modo collegata la scelta per il mese di Marzo, che ricorda - per chi la conosca - la vecchia storia dell’esercito europea attraverso una strategia dell’Unione dal nome singolare. Così le Grand Continent: “La Bussola è un "piano d'azione ambizioso per rafforzare la politica di sicurezza e di difesa dell'Unione entro il 2030". Per l'HRVP Borrell, "se vogliamo evitare di essere spettatori in un mondo modellato da e per gli altri, dobbiamo agire - insieme.
Ricordo, fuor di acronimo, che Josep Borrell è Alto Rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza.
Così con maggior dettaglio: “La Bussola consiste, in particolare, in una significativa capacità di dispiegamento rapido dell'Unione (fino a 5.000 uomini), in un rafforzamento della sicurezza informatica e dell'intelligence, in un aumento considerevole della spesa per la difesa e in una forte cooperazione con i partner”.
Aprile è in chiaroscuro: “All'inizio di aprile, mentre in Francia veniva rieletto il presidente Macron, le elezioni parlamentari ungheresi hanno confermato la leadership di Orban e del suo partito, Fidesz”.
Un antieuropeista folorusso - fatemelo dire - significativo dei rischi che corrono nel campo democratico Paesi dell’Est e Centro Europa.
Aggiunge il commento: “Questa clamorosa vittoria ha permesso a Orban di perseguire una strategia che mina lo Stato di diritto e si oppone apertamente alla Commissione e ai valori dell'Unione. L'Ungheria ha cercato di aumentare le forniture di gas russo al proprio Paese e ha criticato le strategie energetiche di molti Paesi, tra cui la Germania. L'Ungheria si è a lungo opposta all'imposta minima sulle società del 15% fino alla fine dell'anno, così come al nono pacchetto di sanzioni, cercando di sfruttare i fondi UE che la Commissione le sta negando”.
Vedremo l’uscita dall’Unione di Paesi come l’Ungheria?
Maggio segnala una emergenza: “A metà maggio, la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha presentato il piano REPowerEU per affrontare la crisi energetica e ambientale. 4 direttrici: "risparmiare energia, diversificare l'approvvigionamento, sostituire rapidamente i combustibili fossili con le energie rinnovabili e combinare investimenti e riforme intelligenti". Entro il 2027 saranno necessari investimenti per un totale di 210 miliardi di euro”.
Più contraddittoria a mio avviso la politica per far fronte alle emergenze in questo inverno senso di preoccupazioni sotto il profilo energetico.
Giugno conferma, tuttavia che l’Europa e l’Occidente non si fermano. Anzitutto: “Nel contesto di guerra, alla Moldavia e all'Ucraina è stato concesso lo status di candidato ufficiale all'Unione (ma non alla Georgia). A dicembre si è aggiunta la Bosnia-Erzegovina”.
Sul fronte NATO: “Allo storico vertice NATO di Madrid, alla fine di giugno, gli alleati hanno firmato i protocolli di adesione per la Finlandia e la Svezia, nonostante le tensioni con l'Ungheria e soprattutto con la Turchia. Il rafforzamento della sicurezza nei Paesi scandinavi ha interessato anche i danesi, che all'inizio di giugno hanno votato massicciamente a favore della partecipazione del Paese alla Politica di sicurezza e su sicurezza comune”.
Luglio pesa sempre più sulle nostre tasche. Così il Grand Continent: “La in Ucraina ha contribuito a prolungare l'ondata inflazionistica che colpisce l’Europa dall’estate del 2021. A luglio, per la prima volta in 11 anni, la Banca Centrale Europea ha aumentato i tassi di interesse di riferimento di 0,5 punti base. A seguito del calo dei prezzi dell'energia rispetto ai livelli storici di quest'estate, i prezzi sono scesi nell'eurozona a novembre per la prima volta in 17 mesi”.
E ancora: “Per contrastare l'aumento dei prezzi, le banche centrali delle principali economie si sono impegnate in una corsa al rialzo dei tassi di interesse quest'anno. Dall'inizio dell'anno, la Federal Reserve statunitense ha effettuato sette rialzi consecutivi dei tassi”.
Agosto è risultato esemplare per il riscaldamento climatico, che a noi valdostani appariva già chiaro con un precedente inverno siccitoso e senza neve: “L'estate del 2022 è stata una delle più calde mai registrate dalla NASA dalla fine del XIX secolo. Oltre al caldo record, sono stati osservati eventi climatici e meteorologici estremi in tutta la Terra. La Cina ha sperimentato un'ondata di calore che è durata più di 70 giorni, mentre il Mediterraneo ha vissuto la prima ondata di calore marino estremo della storia recente. In Pakistan, le temperature hanno raggiunto i 50°C a maggio”.
Altro elemento da noi ben notato: “Le conseguenze dirette di questi fenomeni si ripercuotono anche sulle infrastrutture. A causa dell'abbassamento dei livelli d'acqua, quest'estate la produzione di energia idroelettrica globale è stata fortemente compromessa in tutto il mondo”.
Settembre porta con sé l’affermarsi della Destra in Europa: “A settembre, due eventi elettorali hanno segnato una svolta storica per la destra e l'estrema destra in Europa.
In Svezia, l'estrema destra ha raggiunto il suo massimo storico (20,6% alle elezioni parlamentari dell'11 settembre) con l'ascesa dei Democratici di Svezia, guidati da Jimmie Åkesson. Il cosiddetto "accordo di Tidö" sancisce l'ingresso di un partito nazionalista con aspirazioni populiste nella coalizione di governo
Due settimane dopo, la cosiddetta coalizione di "centrodestra" ha vinto le elezioni parlamentari italiane, portando Giorgia Meloni a Palazzo Chigi”.
I sondaggi dimostrano che il Premier, come lei vuol farsi chiamare al maschile, per ora tiene rispetto all’opinione pubblica. Vedremo.
Ottobre è dominato dalla Cina “Cinque anni dopo il 19° Congresso, che ha segnato la fine del primo mandato di Xi Jinping, il Congresso del PCC tenutosi a ottobre è stato il principale evento della vita politica cinese.Nonostante sia stato programmatissimo e discusso a lungo, il 20° Congresso del Partito Comunista Cinese è riuscito a sorprendere. L'ex presidente Hu Jintao (2003-2013) è stato allontanato, mentre sono state apportate importanti modifiche alla Carta del Partito.
Novembre è legato agli Stati Uniti e al mancato successo dei Repubblicani: “Nonostante l'annuncio di un'"onda rossa", i democratici sono riusciti a mantenere il controllo del Senato degli Stati Uniti nelle elezioni di novembre. La perdita del controllo della Camera dei Rappresentanti - di soli 9 seggi - era stata prevista da diversi mesi”.
Infine Dicembre che sta per finire: “Sebbene ci sia stata incertezza fino all'ultimo minuto, Volodymyr Zelensky si è finalmente recato a Washington mercoledì 21 dicembre.
È stato il primo viaggio internazionale del presidente ucraino dall'inizio della guerra, quasi un anno fa. Passando una bandiera consegnata dai soldati in prima linea al Senato degli Stati Uniti, Zelensky è venuto a chiedere che gli Stati Uniti continuino a sostenerlo nonostante la conquista della Camera da parte dei repubblicani a partire da gennaio”.
Così sarà e vedremo cosa ci aspetta - e non nascondo qualche inquietudine - nel 2023.

Feticci e tabù

Bisogna non avere paura delle polemiche, ma opportunamente riportare i fatti e non accettare che certe dichiarazioni diventino il pretesto per attacchi personali privi di fondamento.
Non mi preoccupano le critiche al mio operato, perché ognuno può dire quel che vuole nel limite del lecito, quanto l’agire disonesto di chi in politica piega le dichiarazioni degli altri a proprio uso, distorcendone contenuto e senso.
Ultimo caso qualche giorno fa, quando in Consiglio regionale, in tono scherzoso ben verificabile guardando il video del mio intervento, a fronte di un giovane consigliere regionale che raccontava di compagni di scuola ad Aosta che non conoscevano il suo paese, Saint-Nicholas, ho risposto sorridendo che avrebbero meritato quel cappello di asino che un tempo gli insegnanti mettevano in testa agli alunni che non studiavano. Un comunicato stampa dei soliti noti sosteneva che io avessi propugnato il ritorno del cappello d’asino nelle scuole! Fantastica distorsione ad uso del dileggio degli avversari, che merita - in questo caso davvero - il cappello d’asino. Hanno poi corretto il comunicato, ma con una coda velenosa che li qualifica ulteriormente.
Antica pratica dei gruppuscoli estremisti che oggi vorrebbero moralizzare la politica valdostana, predicando su qualunque cosa grazie a certi loro leader che amano scrivere male degli altri o deformarne i tratti nelle loro vignette, senza usare uno specchio per guardarsi.
È singolare come questo, al di là della propaganda usata per far male agli avversari con violenza degna di miglior causa, resti un metodo. Si sceglie un tema e questo diventa un feticcio, che sia l’elezione diretta del Presidente della Regione, l’Ospedale nuovo, le Cime Bianche. Quello diventa il loro mondo fatto di sole certezze da predicare e chiunque obietti diventa un nemico giurato.
Ricordo, da Treccani, cosa sia un feticcio: ”Oggetto inanimato al quale viene attribuito un potere magico o spirituale. Il vocabolo, adottato nel 16° secolo dai navigatori portoghesi (feitiço) per designare gli idoli e gli amuleti che comparivano nelle pratiche cultuali di popoli indigeni africani, fu esteso successivamente alle reliquie sacre della devozione popolare e, più in generale, a qualsiasi oggetto ritenuto immagine, ricettacolo di una forza invisibile sovrumana”.
Le loro posizioni su un tema diventano intoccabili e chi cerca di farlo viola, nei loro pensieri, un tabù. Avete presente la definizione dalla stessa fonte? ”Parola polinesiana, usata indifferentemente come aggettivo, nome e verbo e costituita di due elementi: ta "marcare, notare" e bu particella intensificativa; con significato di "grandemente contrassegnato, severamente interdetto". Questa parola fu intesa e registrata per la prima volta dal capitano Cook a Tonga nel 1777, come indicante cosa di cui era proibito l'uso e il contatto; essa è entrata nell'etnologia religiosa per esprimere l'interdizione sacra, con significato analogo a quello del latino sacer e del greco ἅγος (ἁγνός, ἐναγής, ἁγνεία).
Il tabù è un'interdizione di carattere magico-religioso che grava su una persona, su un dato oggetto o luogo, su date circostanze di tempo o di condizione. La violazione di questa interdizione porta con sé sanzioni non tanto di carattere positivo emanate dal capo del gruppo, quanto di carattere magico provenienti da un potere sopranormale che si sprigiona dalla persona o dalla cosa tabù e che, agli occhi del violatore e del gruppo sociale, appare piuttosto come una sventura, come un funesto deviamento dalla norma costantemente osservata, deviamento che è manifestazione di una invisibile ma presente forza nociva”.
Insomma, come nei cartelli sui tralicci dell’alta tensione con tanto di teschio, ”chi tocca muore”.
Si diano una calmata e la smettano con questo gioco della demonizzazione del nemico, che è una brutta storia e svilisce la politica e li spinge ai margini del confronto civile.

Buon Natale!

Oggi sono per l’ozio assoluto, riempito solo dalle avvolgenti incombenze natalizie. In fondo si arriva a Natale per liberarsi dai pensieri. Fatta la cena delta vigilia con i familiari e in attesa di una festicciola di compleanno rinviata a domani (oggi l’età si attesta a 64 tondi tondi), l’intimità odierna è a ranghi ridotti e assai pigra. Ultimi scambi di auguri, dopo la vivace attività delle scorse ore e poi un piacevole silenzio.
Mi ha fatto sorridere e pensare una serie di riflessioni su Le Monde della psicoanalista Claude Halmos, che qui riproduco in pillole per l’odierna scrittura:
1. Pour les adultes qui ont été élevés dans des familles où l’on fêtait Noël de façon heureuse, continuer à le faire avec leurs enfants est sans doute une façon de faire revivre un peu de leur enfance, tout en instaurant une transmission joyeuse et tendre entre les générations.
2. L’image de la fête de Noël est le lieu d’un clivage très particulier. Elle est, en effet, présentée socialement comme la fête de la famille, de l’amour et du bonheur d’échanger des cadeaux supposés être, dans cette optique, autant de preuves de cet amour ; et dont le nombre sous le sapin semble d’ailleurs, dans les publicités que promeuvent, à cette période, les marques, mesurer l’intensité.
3. En même temps, Noël est le moment où un très grand nombre de ceux qui, par ailleurs achètent ces cadeaux, disent combien ils redoutent ces festivités où peut s’exprimer dans les rassemblements familiaux, tel un dramatique envers du décor, le pire des relations : les rancœurs, les jalousies, et même les haines, accumulées.
4. Célébrer ces fêtes c’est, en effet, se sentir rattaché à d’autres et, dans des périodes où la vie est difficile, où l’impression de solitude, de faiblesse par rapport aux agressions du monde est forte, cela peut être – même si l’on n’en est pas conscient – un soutien.
5. Le Père Noël n’est pas un mensonge. Il est seulement un moyen de représenter concrètement, pour des enfants petits, une chose abstraite : l’amour de leurs parents, et l’envie qu’ils ont de les voir heureux. Le Père Noël existe, parce que cet amour existe ; et le Père Noël est très important.
6. Les adultes ont-ils besoin aussi du Père Noël ? Ils en ont plus que jamais besoin. Pour eux, en cette fin d’année, croire (vraiment) au Père Noël, c’est penser que cela peut être l’occasion d’une parenthèse heureuse où l’on oublie, pour un moment, la réalité. Et c’est essentiel car, dans un monde aussi anxiogène que le nôtre, le plaisir et le rêve nous sont indispensables pour « recharger nos batteries », et résister.
Così la penso anche io e per questo vi auguro con affetto un Buon Natale!

La presa di coscienza

Ho scritto giusto ieri a Babbo Natale nella speranza che la concordia cada come polverina magica sotto forma di neve sulla Valle d’Aosta, ma credo che forse ci vorrebbe davvero un intervento divino affinché questo accadesse, specie in politica.
Vorrei, però, alla vigilia del Natale tornare su di un possibile regalo per la nostra comunità, che forse è meno ambizioso, ma assolutamente fondativo. Per cui prescindo dalla famosa réunification autonomiste, cui personalmente continuo a dar credito, in barba ai pessimisti che ormai la definiscono come Araba fenice con i celebri versi: “Che vi sia, ciascun lo dice; Dove sia, nessun lo sa”.
Esiste, infatti, rispetto alla politica e alle istituzioni elettive che sono strettamente collegate quanto generalmente viene definito come prepolitico, cioè elementi di base che dovrebbero prescindere dalle semplici appartenenze di partito o di ideologia politica. Basi e assunti su cui poggiare la costruzione autonomistica e che non dovrebbero dividere.
Capisco che in certi casi questo non sia possibile. Nella semplificazione amico-nemico anche negli elementi costitutivi dell’Autonomia ci sono sempre stati correnti ben visibili o furbescamente celate di nemici veri e propri della nostra Autonomia e di quei tratti distintivi in cui una comunità intera dovrebbe riconoscersi senza troppe divisioni e discussioni.
L'Autonomia dovrebbe essere percepita dai valdostani che ci credono come un genius loci, uno stato d'animo, un carattere fondatore. L'elemento storico, sociale, culturale e persino spirituale dovrebbe essere l'humus su cui si fonda poi la costruzione politica. Ci vuole una logica orchestrale in cui ognuno ha un suo ruolo.
Con un caposaldo piantato come una certezza, che ci accompagna da secoli, a seconda degli ordinamenti vigenti: non basterebbero un elemento morale e la solidità delle proprie convinzioni, perché ci vogliono norme giuridiche nei rapporti interni ed esterni e dunque fra di noi e con tutti gli altri.
Ecco perché abbiamo un Consiglio Valle ed un Governo regionale come architravi attuali del nostro ordinamento, cui si accompagna la rete dei Comuni, espressione massima della democrazia locale.
Eppure capita, a rendere problematica questa costruzione, la constatazione che l'Autonomia per essere tale deve essere sempre esercitata con convinzione e con coraggio e con scelte di autogoverno che segnino la presenza originale e risoluta.
Questo comporta impegno, costi e coraggio, oltre ad una costante ricerca intellettuale per non farsi trascinare dalla scelte facili di altri che dettino le regole che consentano una deresponsabilizzazione. Mai burattini!
Giganteggia la coppia diritti-doveri che sono le fondamenta di un esprit autonomiste. E' più facile un autonomismo di facciata e di maniera dietro al quale ci sia il vuoto o la rimasticatura del passato come una vecchia nenia recitata a memoria e mai attualizzata nel contesto globale in cui siamo sempre più immersi.
La Valle d'Aosta dev'essere contemporanea e non una rappresentazione di qualche cosa che non esiste più. Per questo l'Autonomia è dinamica e come tale mai imprigionata in sabbie mobili fatte di conservatorismo anacronistico o di una visione passatista.
Per questo vorrei, come regalo di Natale, una generale presa di coscienza!

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