blog di luciano

La concordia per Natale

Caro Babbo Natale,
di recente sono stato da te in Lapponia e nell’occasione sei stato gentilissimo con il piccolo Alexis – che forse crede ancora in te più con intenti materialisti che con afflati favolistici – ho avuto la tentazione di lasciarti anch’io una letterina. Poi, avendo tu scorso con attenzione le innumerevoli richieste del pargolo dalla sua lettera autografa, ho capito che sul momento sarebbe stato inopportuno e anche maleducato farlo.
Ma ora ho pensato di scriverti lo stesso, anche se la mia infanzia è largamente scaduta in prescrizione, ma visto che invecchiando si ridiventa un pochino bambini, allora conto sul tuo buon cuore e mi auguro eviterai di rimandare questo mio messaggio al mittente.
Detto con franchezza: non credo di aver bisogno di tuoi regali. Qualche pacco con il mio nome lo vedo già accatastato sotto l’albero. Per cui inutile strafare e poi ho constatato a Rovaniemi che gli elfi producono solo giocattoli di cui con sincerità non so bene cosa ne farei.
Quindi il mio regalo – perché uno lo chiedo – è immateriale e dunque non ha bisogno di pacchi con il fiocco.
Sono molti anni che faccio politica e, anche se dovrei avere ormai la pellaccia dura e un certo quantitativo di cinismo, mantengo talvolta qualche sprazzo di ingenuità al limitare del candore. Credo che non sia male senza cadere in una patetica fanciullezza leopardiana.
Eppure in questo dono incorporeo che mi permetto di chiedere esiste molto di concreto, anche se parrebbe un paradosso già il solo scriverlo. Vorrei – come la polvere di fata adoperata da Trilli di Robin Hood – che la concordia scendesse, sotto forma di una nevicata, sulla piccola Valle d’Aosta.
Uso “concordia” perché mi piace, perché viene da cuore, e suona come “conformità d’intenti”. Cuori che in qualche maniera battono all’unisuono. Non so se anche tu usi, quando necessario, l’emoticon del cuore nello scambio dei messaggini. Ce ne sono di diversi, ma la foggia di base è sempre la medesima.
Ti racconto una cosa. Su Rivista Studio compare questa storia interessante: “La Bbc ha provato a rispondere a una domanda molto semplice e molto difficile allo stesso tempo. Qual è l’origine del simbolo del cuore? La sua genesi è stata dibattuta a lungo, specialmente perché la sua forma, simile a quella della mela, presenta una somiglianza piuttosto vaga con l’organo anatomico; soprattutto, è difficile risalire al momento in cui l’icona è stata associata all’amore e in generale ai sentimenti. Presso gli antichi greci, ad esempio, era comune l’uso di simboli simili, basti osservare alcuni vasi ateniesi dell’Attico, ma come ha precisato lo storico dell’arte e accademico Peter Stewart, in quei casi si trattava di versioni astratte di una foglia d’edera, da collegare al dio del vino Dioniso. Le coppe sulle quali venivano dipinte venivano infatti utilizzate per bere durante i simposi. Escludendo qualsiasi legame tra icona greca e fertilità, il professore sostiene che la fortuna del cuore derivi dal suo profilo «esteticamente gradevole, facile da disegnare, che evoca cose reali, in parte organico in parte geometrico». La tradizione del simbolo potrebbe essere attribuita all’iconografia religiosa, ma la convenzione della devozione al Sacro Cuore di Gesù, dunque a Santa Margherita Maria Alacoque, risale “soltanto” al ‘600”.
E ancora più avanti: “Più probabile è invece il legame con i semi delle carte da gioco, attestati per la prima volta nella Francia del XV secolo: Naomi Lebens del Courtheald Institute ne attribuisce la standardizzazione a un generale della guerra dei cent’anni, Étienne de Vignolles detto “La Hire”, colui che secondo la vulgata «avrebbe introdotto i quattro semi» e, nelle carte, è associato al fante di cuori. La studiosa puntualizza come «ogni simbolo avesse connotazioni differenti, legate alle classi sociali francesi; le picche erano simili alle punte delle lance usate in battaglia, rimandavano perciò ai membri dell’aristocrazia militare, mentre i fiori ricordavano i trifogli, legati ai contadini. I cuori erano invece associati al clero e ai suoi ideali di purezza, perciò hanno subito avuto una posizione preminente nella gerarchia». Anche in questo caso, tuttavia, è impossibile stabilire un nesso con l’accezione “sentimentale” dell’icona, specie «in un ambito, il gioco, dove le cose non sempre sono ciò che sembrano». Forse la spiegazione più plausibile è quella dello stimolo cerebrale teorizzata nel 2011 da Milton Glaser, ideatore del celebre logo I ♥ NY, che ne aveva spiegato la popolarità con il fatto che «per capirlo il cervello traduce tre elementi tra i quali il cuore rappresenta un’esperienza»”.
Scusa, Babbo Natale, per questa lunga citazione. Al posto di concordia avrei potuto declinare dei sinonimi, che poi non sono proprio coincidenti, tipo amicizia, armonia, sintonia, compattezza, unione…
Spero, comunque sia, di essere stato capito nelle mie buone intenzioni.
Intanto Buon Natale, Babbo Natale!

Il rito del dono

L’umanità non butta via niente. Tutto torna, adeguandosi ai tempi.
Questo vale per quelli che oggi chiamiamo in senso generico “regali di Natale” e a cui in questo periodo ci si applica per non sfigurare e che, al contrario, si attendono in dono nella speranza che quel che arriva ci piaccia.
In sintesi: si cominciò dai Saturnali degli antichi Romani per arrivare a Babbo Natale, passando per i doni che i Magi portarono a Gesù.
I Saturnali - a loro vita di certo legati a culti precedenti - cadevano proprio nella seconda metà di dicembre, precisamente dal 17 al 24 (come venne stabilito in età imperiale).
A quel tempo, nel tempio del dio si celebrava Saturno e la ricorrenza della cosiddetta “età dell’oro”.
Era una settimana di festeggiamenti in grande stile, che coinvolgeva tutta la popolazione, compresi gli schiavi, che potevano comportarsi da uomini liberi solo per qualche giorno. Non si lavorava, non c’erano lotte o guerre, tutto era fermo e in festa. I banchetti si susseguivano ed era incessante anche lo scambio di piccoli doni, chiamati appunto strenne (da cui il Treinadan! beneaugurale dei valdostani a inizio anno). Gli antichi romani in quei giorni di festa, decoravano case e alberi con simboli colorati.
L’avvento del cristianesimo portò ad una trasformazione delle usanze pagane e talvolta ad una loro trasfigurazione. I giorni di festa rimasero, ma il loro significato fu rivisitato, così come i riferimenti culturali. I giorni dei Saturnali divennero quelli in cui si scelse di celebrare il Natale, il Capodanno e l’Epifania.
E i regali? Diventarono il simbolo di un episodio narrato nel Vangelo, cioè l’arrivo dei Re Magi per onorare il neonato Gesù nato a Betlemme.
Furono loro, secondo il racconto evangelico, a portare al bambinello oro, incenso e mirra.
L’identificazione tra i Magi e i doni spiega anche perché, nei paesi di forte tradizione cattolica, anche fino a qualche decennio fa, la notte magica in cui si scambiano i doni non era quella del Natale ma quella dell’Epifania, il 6 Gennaio.
Ma oggi sono rari quelli che scrivono al Bambin Gesù, come facevo io da piccolo.
Le figure dei Magi si sono intrecciate con quella del vescovo San Nicola, vissuto nel IV secolo, a sua volta trasformatosi nel tempo e su spinta commerciale in quello che oggi è conosciuto come Santa Claus, cioè Babbo Natale.
San Nicola ha dunque perso la sua connotazione religiosa per affermarsi anche nei paesi non cattolici, come un uomo anziano con una folta barba bianca, vestito di rosso e molto generoso, che vive in Lapponia. Viaggia per il pianeta a bordo di una slitta trainata da renne, per continuare ad alimentare la magia del Natale e soprattutto a costruire e consegnare regali, chiesti dai bimbi con apposita letterina, almeno sin che ci credono…
Ma le radici del sono sono ben più antiche. Marcel Mauss, antropologo francese è stato autore del celebre "Saggio sul dono", libro diventato celebre e vera pietra miliare della antropologia culturale. In questo saggio Mauss descrive la socialità del dono nelle società arcaiche e primitive. Tre le caratteristiche fondamentali del dono: "dare, ricevere, ricambiare" e mostra come i tre fondamenti del dono fossero essenzialmente obbligatori all'interno delle comunità primitive da lui studiate. Si deve "dare" per mostrare la propria potenza, la propria ricchezza; si è nell'obbligo di "ricevere", cioè non si può rifiutare il dono, pena la scomunica della comunità ed il disonore; si deve "ricambiare", cioè restituire alla pari o accrescendo ciò che si è ricevuto: restituire meno di ciò che si è ricevuto è un'offesa al donatore. Nel "Saggio sul dono" si mostra quindi come gli individui delle società arcaiche fossero obbligati a donare. Il dono non è quindi pratica libera, è un obbligo sociale, è un vincolo comunitario, non è liberalità del singolo, non è disinteresse. L'obbligo al dono è indotto innanzitutto da vincoli comunitari e di onore. Chi non partecipa al rito del dono e chi non è nella capacità di reperire e possedere oggetti da immettere nel circolo del dono è soggetto all’esclusione dal gruppo.
Certi automatismi, consci o inconsci, pesano da allora sui nostri comportamenti e restiamo fedeli a certi riti in una lunga catena dalla notte dei millenni.

La ferocia in Iran

Possiamo oggi dire che, noi nati nel Novecento, ci siamo illusi con la speranza che un nuovo secolo e un nuovo millennio sarebbero stati uno straordinario punto a capo.
Ricordo quel Capodanno che a Mezzanotte ci portò al 2000 con l’ingenua illusione di chiudere i conti con un secolo pieno di dolori e orrori. Si aveva a sua chiusura una consapevolezza piena di quanto fosse avvenuto e per questo si invocava una discontinuità.
Ora che questi anni Venti ci hanno confermato mali antichi è bene, pur senza indugiare in eccessi di pessimismo, guardare alla cruda realtà e gli esempi sotto i nostri occhi spaventano per chi verrà dopo di noi e le speranze sinora si sono infrante.
Leggevo in queste ore, non avendo ancora coscienza di come finirà questa storia, Massimo Recalcati su Repubblica: “Le impiccagioni pubbliche dei giovani oppositori al regime teocratico degli ayatollah intendono frenare la rivolta in corso in Iran attraverso l’esibizione terroristica della morte. Una schizofrenia temporale sconcertante appare sotto ai nostri occhi. Da una parte un popolo, guidato alla rivolta dalle donne, esige libertà e democrazia muovendosi con decisione e coraggio verso un nuovo avvenire. Dall’altra parte il sistema politico del regime teocratico che resta vincolato ad un passato remoto, immobile, insensibile ad ogni progresso, ancorato ad una ideologia patriarcale e maschilista di tipo medioevale. È un esempio tragico di cosa significa restare legati nostalgicamente ad un passato destinato ad essere irreversibilmente corroso dal tempo”.
È più avanti con capacità immaginifica: “Quale è, infatti, la natura più profonda della perversione? Lacan lo ha indicato con precisione: farsi alfieri, legionari, crociati, cavalieri della fede di una Legge che esige il sacrificio perpetuo della vita umana nel nome di un ideale superiore. È quello che sta accadendo in Iran: si invoca la Legge di Dio contro quella degli uomini trasfigurando l’esercizio brutale del potere in una opera di purificazione morale resasi necessaria dall’ostinazione ottusa di coloro che non sanno riconoscere l’assoluta potenza di quella Legge”.
È questa una condanna senza appello verso qualunque forma di estremismo nel nome di fede e di ideologie, che deforma i rapporti umani e trasforma tutto in cieco desiderio di sopraffazione.
Recalcati aggiunge sulla violenza: “Il Novecento ne ha fornito drammatici esempi. In ogni fondamentalismo ideologico-religioso l’odio profondo per la vita appare in assoluto primo piano. Nel caso della teocrazia la tesi teologica che lo fomenta è semplice e drammatica nello stesso tempo: la vera vita non è questa, ma è quella di un mondo al di là di questo mondo, di cui questa vita è solamente una pallida ombra. La mortificazione della vita — di cui le donne sarebbero l’incarnazione maligna — sarebbe, di conseguenza, la sola possibilità per accedere alla salvezza, il suo sacrificio l’obolo necessario per essere accolti nel mondo vero che si situa al di là del mondo del mondo falso. L’odio per la vita è, dunque, la sola possibilità di guadagnare il rimborso nell’al di là per le sue privazioni vissute nell’al di qua”.
Poi il punto cruciale e convincente: “È lo spirito sacrificale che troviamo in tutti i totalitarismi. Ma è proprio in quelli teocratici che appare a volto scoperto: la Legge di Dio odia la vita perché non ci deve essere gioia in questo mondo. Per questa ragione il regime degli ayatollah non può esprimere alcuna tolleranza, pietas, capacità di ascolto. Mostrare la morte in piazza attraverso le impiccagioni significa piuttosto ribadire che la vita in quanto tale è un oggetto d’odio. Il Dio degli ayatollah è un Dio della guerra che combatte non solo contro le altre religioni, ma, innanzitutto, contro la vita stessa. Per questa ragione il maschilismo non è una appendice solo secondaria della teocrazia, ma un suo nucleo psichicamente più significativo: se la donna è l’incarnazione della vita e della libertà, l’odio per la vita impone il suo asservimento disciplinare, la sua sistematica mortificazione, la sua cancellazione”.
Sembra incredibile, se solo ci si ferma a ragionare, eppure dimostra uno dei lati oscuri - e ce ne sono tanti altri - nel mondo in cui viviamo.

CVA cresce

È di queste ore lo scatto in avanti di CVA, l’azienda elettrica valdostana, che rappresenta una solida certezza per la comunità valdostana.
Uscita quest’anno dalla Madia, che ne ingessava l’operatività e rendeva quasi impossibili acquisizioni esterne, in tempi rapidi i vertici della Società hanno con tempismo acquisito una significativa società del fotovoltaico presente in molte Regioni italiane con impianti esistenti, già autorizzati o in fase di progettazione. Un colpo di notevole portata che completa anzitempo il piano industriale all’orizzonte 2025, senza dimenticare operazioni di revamping, cioè di ammodernamento e di potenziamento massiccio della produzione, di centrali elettriche quali Hône 2 e Chavonne.
Non entro nei termini numerici dell’operazione appena annunciata perché non è questa la sede. Mi limito a sottolineare che CVA è la partecipata regionale maggiormente strategica in questa fase sia per il suo peso economico (che si traduce per la Regione in dividendi e tassazion) sia per la politica commerciale che dimostra costantemente attenzione al territorio e la recente proroga degli sconti ne è la dimostrazione. L’operazione rafforza la CVA, che diventa protagonista indiscussa sul mercato italiano nel settore delle rinnovabili, considerato strategico da tutti i documenti europei e non solo. Così accanto al tradizionale idroelettrico radicato in Valle cresce moltissimo il fotovoltaico e l’eolico è la terza gamba su cui poggiano i piani industriali, guardando anche in prospettiva allo sviluppo dell’idrogeno verde, che rappresenta l’avvenire.
Scelta lungimirante quella appena avvenuta, condotta con grande rapidità dai vertici societari per crescere, come necessario, per evitare una taglia troppo piccola della Compagnie in vista di futuri investimenti.
Ho compartecipato, soprattutto da deputato, alla nascita di CVA, profittando delle direttive comunitarie di liberalizzazione del settore elettrico e facendo rivivere in legge le nostro competenze su acque e il loro sfruttamento per l’elettricità, vanificate all’epoca della nazionalizzazione. Un vulnus profondo che venne sanato proprio con l’acquisto da parte della Regione di centrali e dighe da Enel con contatti tecnici e politici difficili, ma andarono a buon fine.
Negli anni la società è cresciuta bene e ora l’evidente svolta con un’operazione industriale e finanziaria giunta al momento giusto. Questa acquisizione impatta in un periodo in cui la guerra in Ucraina pesa sul mercato elettrico, facendolo a tratti impazzire, dimostrando che bisognava reagire con coraggio investendo.
L’orizzonte ora riguarda la scadenza delle concessioni, che dovrà avvenire con trasparenza e correttezza da parte della Regione nel rispetto delle norme di concorrenza. Sapendo, come logica generale, quanto l’acqua sia importante per la nostra Regione, come risorsa per il futuro nei suoi plurimi usi, compresa l’energia mai come in questo momento oggetto di attenzione in Valle d’Aosta per tutti per le implicazioni che dicevo legate agli aumenti energetici.
In ogni sede politica, piccola o grande, tutto ciò è da ricordare e CVA ne ha piena consapevolezza.

Elogio dei ”vecchi” giocattoli

Una larga maggioranza dei regali natalizi riguardano i bambini. Da sempre è così e regalar loro principalmente giocattoli è scontato. Lo sappiamo perché siamo stati bambini o acquirenti per comprare ai più piccoli i regali.
Ho letto con interesse su Internazionale un articolo di Alex Blasdel The Guardian, che è stato messo in copertina da Internazionale, il cui titolo - che pareva contro i giocattoli stessi - mi aveva irritante, prima che lo leggessi. Dopo la lettura ho, invece, condiviso il lungo e circostanziato reportage contro quella massa di giocattoli cosiddetti “intelligenti”.
Difficile riassumere bene la lunga inchiesta, per cui mil limiterò a qualche passaggio, utile viatico per regali imminenti o futuri a beneficio di un bambino.
Nel cuore dell’articolo una giusta constatazione e cioè la profonda storia dei giocattoli, così espressa: “Le prime tracce di giocattoli risalirebbero almeno al tardo paleolitico superiore, tra 20.000 e 10.000 anni fa, anche se è improbabile trovare testimonianze archeologiche dei giocattoli più comuni, come le bambole fatte di bastoncini e le piccole lance di legno. Dall’età del bronzo in poi, cioè dal terzo millennio aC, i giocattoli compaiono frequentemente, e il più delle volte all’interno di tombe e altri ambienti che testimoniano la loro relazione intima con l’infanzia e il suo significato. Un’anfora attica del quinto secolo aC conservata al Metropolitan museum of art di New York raffigura un bambino che si appresta ad attraversare lo Stige per entrare nel mondo dei morti; tende una mano verso la madre, che non può afferrarla, e nell’altra stringe il manico di un carretto giocattolo.
Anche se la funzione esplicitamente didattica dei giocattoli è un fenomeno relativamente recente, i giochi sono sempre stati visti come un appiglio nella scalata verso la maturità. Un giocattolo da traino a forma di ariete che risale al terzo millennio aC, proveniente dall’antica città sumerica di Eshnunna (l’odierna Tell Asmar, in Iraq), fu probabilmente usato da un bambino per imparare a gattonare e poi a muovere i primi passi. Nel deserto del Kalahari, nell’Africa meridionale, archi e frecce in miniatura servono ancora oggi a preparare i bambini del popolo san al loro futuro ruolo nella caccia. Dopo la diffusione del capitalismo e dell’etica protestante dal cinquecento in poi, in gran parte del mondo occidentale il gioco era disapprovato, a meno che non fosse inteso come una forma di lavoro fisicamente, mentalmente e moralmente produttivo. I giocattoli educativi come quelli della stanza dei giochi di mio figlio sono il frutto più o meno diretto di questo zelo industrioso e moralizzatore”.
Ma poi c’è stato dell’altro: “A metà del novecento questo zelo ha trovato una dubbia giustificazione neuroscientifica. A partire dagli anni sessanta, studiando in laboratorio topi, gatti e macachi rhesus, i ricercatori scoprirono che nei primi anni di vita i mammiferi avevano bisogno di una serie di stimoli mirati per sviluppare facoltà cruciali come la vista. Gli esemplari giovani, inoltre, avevano una sovrabbondanza di connessioni sinaptiche, che tendevano drasticamente a “cadere” durante lo sviluppo. Se allevati in ambienti in cui potevano interagire con giocattoli e altri animali della loro specie avevano più sinapsi di quelli cresciuti in isolamento.
Erano intuizioni rivoluzionarie nel campo che oggi conosciamo come neuroplasticità, il modo in cui il cervello si modifica nel tempo. Tuttavia, questi risultati furono troppo presto estrapolati e associati agli esseri umani, senza sufficienti basi scientifiche. Nei trent’anni successivi si radicò la convinzione che la mente del bambino va stimolata con giocattoli, bilinguismo e passaggi intrauterini di Bach, per far sì che il cervello formi e conservi il massimo numero possibile di sinapsi e che il bambino raggiunga il suo pieno potenziale, evitando la fatica, la miseria e magari anche il crimine. Alla fine degli anni novanta l’esperto di neuroscienze e finanziatore della ricerca John T. Bruer lo definì “il mito dei primi tre anni”.
I riferimenti alle sinapsi diedero una parvenza di fondamento biologico alla dottrina già molto diffusa del “determinismo infantile”, l’idea cioè che le prime esperienze influenzino in modo irreversibile il comportamento e le capacità di una persona. Quest’idea era già presente in molti sistemi psicologici, dal freudianesimo alla teoria dell’attaccamento di John Bowlby fino ai quattro stadi dello sviluppo postulati da Jean Piaget. Nel 1996 uno psichiatra infantile di Harvard spiegava al giornalista Ronald Kotulak: “C’è un processo di formazione che parte all’inizio dello sviluppo; alla fine di questo processo, all’età di due, tre o quattro anni, sostanzialmente abbiamo progettato un cervello che con ogni probabilità non cambierà molto”. Bisogna usare i giocattoli per stimolare subito l’apprendimento, questo era il ragionamento, altrimenti la finestra per il massimo sviluppo si chiude e sarà troppo tardi”.
Da qui i giocattoli “intelligenti”: “Tuttavia, nonostante gli sforzi di milioni di genitori premurosi, è molto improbabile che bambini di tre anni diventino dei geni regalandogli un ukulele di plastica o facendogli imparare le scale al violino. Anzi, il rischio è favorire nei bambini un perfezionismo paralizzante e un profondo senso di inadeguatezza. Per lo stesso motivo, non serve crescere con centinaia di giocattoli o parlare tre lingue per diventare straordinariamente brillanti: infatti, si possono imparare lingue straniere a ottimi livelli anche nella tarda infanzia e oltre.
Non sempre i genitori colgono queste sfumature. Già a metà degli anni ottanta Brian Sutton-Smith, probabilmente il più prolifico studioso del gioco di sempre, scriveva: “Ci sono scarse prove di un legame tra i giocattoli, presi di per sé, e il raggiungimento dei risultati”. Alla fine degli anni novanta, quando il mito dei primi tre anni pervadeva ancora la cultura statunitense, il comparto dei giocattoli educativi è cresciuto più di qualsiasi altro segmento del settore, a un tasso più che doppio rispetto a quello dell’economia statunitense in generale. Comprare giocattoli educativi è diventata “una sorta di magia rituale a cui ci si affida per assicurare uno sviluppo ottimale al terreno fecondo del cervello infantile”, scriveva all’inizio degli anni duemila la studiosa di comunicazione Majia Nadesan”.
Mi pare che sia chiara la necessità di cautela. E preziosa risulta la citazione del Center for early childhood education della Eastern Connecticut state university, che ha studiato le tipologie di gioco stimolate dai vari giocattoli: “Dopo aver osservato i bambini alle prese con più di cento tipi di giocattoli, i ricercatori sono arrivati alla conclusione che oggetti semplici, non legati a un risultato preciso, non realistici e con più parti, come un assortimento casuale di Lego, sono quelli che stimolano il gioco migliore. Quando sono impegnati in questi giochi, i bambini “tendono a essere più creativi, a risolvere i problemi, a interagire con i loro coetanei e a usare il linguaggio”, scrivono i ricercatori. I giocattoli elettronici, invece, tendono a limitare il gioco: “Durante il nostro studio, un semplice registratore di cassa in legno ha stimolato una serie di conversazioni sul vendere e comprare, mentre uno di plastica che emetteva dei suoni quando si premevano i bottoni ha spinto i bambini solo a premere ripetutamente i pulsanti”.
Alla luce di questa ricerca è ormai generalmente riconosciuto che i migliori giocattoli nuovi sono quelli vecchi: bastoncini, cubi, bambole e sabbia, che non seguono procedure programmate e non richiedono comportamenti predeterminati. “Non credo che i giocattoli elettronici siano il male, ma spesso nel nostro settore tendiamo a esagerare, appropriandoci dell’esperienza dei bambini”, dice Hirsh-Pasek. “Dopo che i bambini ci giocano un paio di volte, sono più interessati alla scatola” “.
Credo che sia un’esperienza che ho fatto anche io, senza alcuna scientificità, con i miei figli e che rivaluta i “vecchio” giocattoli. Pensiamoci anche a Natale.

La gioia dello sci

“Ma tu vai ancora a sciare?”. La domanda spunta come una sciabolata. Come dire: sei ormai âgé e chi te lo fa fare?
Mi spiace, ma dopo la pausa forzata dalla pandemia cui si aggiunse l’inverno scorso la neve scarsa, sono pronto per la stagione dello sci. Il mio punto di riferimento sono le marmotte, che ho visto con i miei occhi scivolare su lembi di nevaio, dimostrazione che l’ebbrezza da scivolamento non è solo umana.
Di recente a Rovaniemi in Finlandia ho visitato il Museo Arktikum, dove in una sala su usi e costumi dei popoli del Grande Nord figurano gli antesignani degli sci, persino visibili in stilizzate figurine rupestri con attrezzi nei piedi. C’è chi ha scritto che questi attrezzi sarebbero persino il più antico mezzo di locomozione inventato dall’uomo, prima ancora della ruota. Alcuni ritrovamenti fossili datano i primi strumenti di questo tipo addirittura al 2500 a.C. Gli inventori dello sci furono probabilmente i lapponi ma anche nel IV secolo a.C. si parla di popoli dell’Asia minore che utilizzavano “scarpe di legno” per spostarsi sulla neve. Immagino che anche le nostre popolazioni alpine di fossero ingegnati per non sprofondare nella neve con “ciaspole” artigianali, ma scivolare è altra cosa!
Da noi gli sci arrivarono a inizio Novecento e la modellistica, ripresa anche in Svizzera qualche anno prima, era quella proprio giunta proprio dalla Lapponia. Agli esordi (e ne vediamo ancora paia Poll appesi ai muri in certi ristorante in quota) lo sci era interamente in legno, con gli scarponi di cuoio legati tramite rudimentali attacchi realizzati con srtinghe e lacci di cuoio. La nascita degli sci moderni con lamine in metallo ho letto essere attribuita ad un pilota di idrovolante di nome Head (proprio il fondatore dell’omonima casa produttrice), che si dice che avesse dimenticato gli sci a casa e avesse di conseguenza adattati i pattini del suo aereo con soddisfacenti risultati. Attenzione alla bufala! In realtà l’ingegnere aeronautico americano Howard Head, perplesso rispetto all'utilizzo del legno in un'epoca che aveva già sviluppato materiali molto più avanzati, volle utilizzare l'alluminio basandosi sulla sua esperienza professionale.
Di certi scampoli ancora legati al pionierismo sono stato testimone. Ho dei ”super8" girati da mio papà in cui mi si vede in discesa traballanti in favore di cinepresa con sci in legno e attacchi a molla con annessi bastoncini preistorici, vestito da montagna rustici con giacche a vento tipo esercito e maglioni fatti ai ferri, pesanti scarponi di cuoio con legacci. La battitura piste dei miei esordi non annoverava gatti delle nevi e veniva fatta da addetti sci ai piedi e si creavano gobbe insidiose per via dei ripetuti passaggi, altro che la fresatura che crea oggi ospitali piste lisce.
Gli impianti a fune, anzitutto "skilift", poi seggiovie a un solo posto, ovetti a due posti e rare funivie, erano spartani e con tecnologie rumorose e senza fronzoli. I maestri di sci erano persone semplici e sbrigative e da bambino qualche racchettata sul sedere l'ho presa, se facevo i capricci. Da ragazzo lo sci era con i compagni di classe, con la scuola o con il CAI, con acquisti furtivi di mignon di liquori e la speranza di un bacio in pullman con la propria fiamma. Poi, quando affittavamo la casa in montagna, si formavano le allegre compagnie mosto fra villeggianti e noi autoctoni, con uno sciare per bande in lunghe processioni lungo le piste, tipo tribù nomade. Se penso alla joie de vivre questa ne era un'espressione genuina, perché sciare con gli amici voleva dire affrontare piccole avventure assieme, fare prove di coraggio dai salto al fuoripista, ricopiare le serpentine dei più virtuosi, fare gruppo dalla polenta concia alle prime bevute come prova del fuoco. Oggi - evoluzione della specie - esiste pure la prova del palloncino sulle piste e se il tasso alcolico è contro la legge è prevista la multa. Mi sfugge cosa si faccia dell’ubriaco certificato: si sequestrano gli sci, lo si inibisce per un certo periodo dal frequentare le piste, come lo si riaccompagna a valle?
Poi di impianti a fune mi sono occupato professionalmente (e sempre gratis), cogliendo nei piccoli impianti di cui mi occupai a Brusson con un’alfabetizzazione al tema sul campo. Ho poi bazzicato nelle istanze nazionali ed internazionali di categoria, constatando dal vivo come l'evoluzione dello sci e dell'impiantistica sia stata una delle progressioni più rapide. Si va dall'attrezzatura personale sempre più tecnica ai sistemi digitali di bigliettazione, da impianti con tecnologie sempre più avanzate a scuole di sci sempre più ospitali, da tecniche di sci in evoluzione a abitudini degli usi e costumi dello sciatore diverse dal passato. Un esempio lampante è il venir meno di un certo bon ton sulle piste: il "kannibale" era un tempo messo alla gogna, oggi ce ne sono molti e minacciosi e tocca sempre guardarsi alle spalle. Tant'è che molti si danno - e la pandemia ci ha messo lo zampino - allo scialpinismo non solo per una scelta esclusivamente sportiva, ma per fuggire dalla pazza folla dei momenti di punta.
Sciare è sciare: credo che questo sport in fondo così recente - ho delle belle foto anni Trenta di Pila con mia papà ed i suoi fratelli "pionieri" dello sci - consenta di divertirsi all’aria aperta in mezzo a paesaggi meravigliosi.
Per questo ho sci e scarponi affittati (così ormai si fa) nuovi di trinca e sono pronto!

L’Europa e i disonesti

Capisco il giubilo dei nemici dell’Unione europea per la storia vomitevole della cricca interna al Parlamento europeo al soldo del Qatar e pure del Marocco. Ovvio che sfruttino questa occasione ghiotta, che pone il problema vecchio come la democrazia del rischio che gli eletti obbediscano a chi li corrompe.
Chiunque abbia frequentato assemblee parlamentari grandi a piccole è stato sottoposto a corteggiamenti di lobbies di vario genere e a diventare disonesti per soldi se si incappa in una lobby cattiva per soldi c’è chi purtroppo ci mette poco. Per questo in Europa esistono regole stringenti sul ruolo dei gruppi di pressione (nel Parlamento italiano non c’è nulla di serio), che evidentemente non si sono dimostrate sufficienti. Lo stesso vale per le misure draconiane sui PEP (che conosco da una vita come eletto). I PEP per norme europee sono le “persone politicamente esposte”, che vengono - assieme a tutti i familiari - sottoposte a grandi controlli dai sistemi bancari e finanziari per scoprire movimenti di denaro di dubbi origine. Ma proprio il caso di cui scrivo ha dimostrato, con il contante trovato, che fatta la legge trovato l’inganno da parte di chi è disonesto.
I controlli dovrebbero vertere di più su iniziative politiche e discorsi pubblici, quando mostrano - come nel caso del Qatar - strane amicizie e commistioni illogiche. Chi in questi mesi sosteneva in favore del Qatar i passi in avanti in corso a favore dei diritti dei lavoratori e di quelli civili o era stupido o corrotto. Poche le alternative.
A me mille volte in diverse occasioni, nell’ ascoltare certi colleghi, è bastato un minuto per capire per quale lobbies lavorassero e non in buona fede e per convinzione, ma per “pecunia non olet”.
Per questo esistono i gruppi parlamentari che sono i primi a dover scovare le mele marce, che nel caso in esame colpiscono al cuore e me ne dolgo il Parlamento europeo e la sua credibilità. Facendo contenti, come dicevo, gli antieuropeisti, che nel caso italiano dovrebbero guardare a tanti parlamentari che siedono da anni al Senato o alla Camera con legami sospetti, come si può vedere ad esempio dagli emendamenti sulfurei a favore degli uni o degli altri.
Uno dei giornalisti più esperti di questioni europee, che da anni ne segue le vicende, Andrea Bonanni, ha scritto su Repubblica: “Colpisce, in questa brutta pagina del Qatargate, la grande sproporzione tra i vantaggi davvero risibili che corrotti e corruttori sono riusciti a procurare al Qatar e al Marocco, da cui venivano pagati clandestinamente, e i danni enormi che il loro comportamento ha provocato all’immagine dell’Europa e della sinistra, da cui venivano pagati legalmente. Dopo i trenta denari di Giuda, si ricordano pochi tradimenti così sperequati tra danno inferto e beneficio procurato”.
A dimostrazione che i corretti hanno fallito aggiunge: “Nonostante le valigiate di euro spesi dall’Emirato, le risoluzioni critiche verso il Qatar sono passate ugualmente al Parlamento europeo. Nonostante la capillare rete di corruzione messa in piedi dai servizi marocchini, l’Europa continua a non riconoscere l’occupazione del Sahara occidentale da parte del Marocco. Certo, è possibile che Panzeri & Co siano riusciti a limare una frase qua e un aggettivo là, ad ammorbidire qualche sfumatura di linguaggio diplomatico a favore dei loro mandanti. Se ciò valga tutti i soldi spesi, è una valutazione che spetta ai corruttori. Di certo, non ha modificato la sostanza politica delle posizioni europee. E questa è l’unica considerazione che, forse, può salvare l’anima delle istituzioni di Bruxelles. La corruzione c’è stata, ed è gravissimo. Ma non ha pagato, e questo è confortante. Sempre che dall’inchiesta non emergano fatti nuovi che coinvolgano altre e più importanti personalità, o altri e più delicati dossier”.
Speriamo in bene, ma il danno, come scrive Bonanni, resta: “In ogni caso il danno reputazionale che lo scandalo ha arrecato all’Europa è devastante. Lo dimostra quanto gongolano i nemici della Ue, a cominciare dall’ungherese Orbán, che i soldi li prende da Putin e che riesce davvero a bloccare le politiche europee, ma non è chiamato a renderne conto”.
Già, questo anche in Italia è un filone interessante, visto i filorussi che pullulano anche in Parlamento e che dicono cose che lasciano straniti.
Resta - come già accennato - l’esercizio democratico da svolgere, di fronte ai discorsi e alle iniziative di qualunque eletto a qualunque livello, quando ci si accorge che interviene troppo e ripetutamente su temi cari a qualche “padrone” che evidentemente lo tiene al guinzaglio e non lo fa per convinzioni politiche o posizioni ideologiche, ma più prosaicamente per denaro, svilendo Istituzioni e Politica.
 

Compleanni di diversa età

Dicembre è mese di compleanni per i maschi di casa. Comincia oggi Alexis con i suoi 12 anni, proseguo io con i miei 64 e chiude Laurent con i suoi 27.
La verità ed è un fatto oggettivo è che nulla come la crescita dei propri figli ha, come contrappasso, il proprio invecchiamento, dato inoppugnabile e rispetto al quale non ci sono ricordi da avanzare.
Ha scritto Susan Sontag: ”La paura di invecchiare viene nel momento in cui si riconosce di non vivere la vita che si desidera. Equivale alla sensazione di abusare del presente”.
Credo che sia davvero così e ne parlavo l’altro ad una assemblea di pensionati (anche io sono pensionato Rai da qualche tempo) e osservavo come si debba sfuggire al rischio di accasciarsi ed è bene usare bene il proprio tempo nelle molte attività possibili.
Va detto di come l’età è mutata nel tempo. Vista dalla mia prospettiva certo la longevità conquistata da gran parte dell’umanità è un bene, ma anche in Valle d’Aosta il progressivo invecchiamento della popolazione che si accompagna ad un crollo della natalità crea una inquietante ridistribuzione demografica con conseguenze economiche, sociali e sanitarie.
Però l’età non è solo questo. Che differenza c’è fra un dodicenne di oggi rispetto a me che quegli anni li ho avuti nel 1970? Com’è un ventenne di questi anni Venti rispetto a me che a quell’età ho attraversato gli anni Ottanta del secolo scorso?
Le generazioni che si susseguono hanno caratteristiche nuove. I miei nonni e i miei bisnonni avevano radici ottocentesche e quel mondo aveva caratteristiche tutte sue. Se qualcuno di nuovo ha inciso su di noi è l’incredibile accelerazione dello sviluppo tecnologico, che non ha avuto eguali nel passato e il cui riflesso già nel corso della nostra vita ha avuto un enorme impatto.
Avevo messo da parte un’Ansa di qualche mese fa, pensando che prima o poi mi sarei occupato dei cambiamenti in corso: “L'adolescenza si è dilatata, perché da una parte inizia prima, già a 10 anni, specie per le bambine che nei paesi ricchi tendono a svilupparsi presto, mentre dall'altra è divenuto più lungo il percorso che porta un teenager all'ingresso nella vita adulta, che può considerarsi la soglia dei 24 anni.
E' quanto sostiene Susan Sawyer, direttore del centro per la salute degli adolescenti presso il Royal Children's Hospital di Melbourne in un articolo sulla rivista Lancet Child & Adolescent Health.
L'adolescenza in genere si riteneva conclusa intorno ai 19 anni, spiega Sawyer. Dal punto di vista biologico si considera l'età di ingresso nella vita adulta quella in cui si conclude lo sviluppo, cioè quando il corpo smette di crescere.
Ma questa resta un'età tutt'altro che definita, sottolinea l'esperta: per esempio il cervello dei giovani continua a maturare oltre i 20 anni, funzionando sempre più velocemente e in maniera più efficiente. Altri aspetti della crescita corporea indicano che il periodo adolescenziale si estende oltre il compimento della maggiore età, si pensi ad esempio all'eruzione dei denti del giudizio che può avvenire anche a 25 anni. Ma soprattutto grossi stravolgimenti sociali lasciano propendere per un'estensione del periodo adolescenziale, conclude, ad esempio il fatto che i giovani tendono a sposarsi, fare figli e a rendersi indipendenti dai genitori molto più tardi”.
In poche righe lo scenario di novità si evidenzia.
Sulla vecchiaia - partendo dal presupposto ingenuo che mi sento ancora…giovane - credo che valga per i prossimi decenni quanto ha detto Rita Levi Montalcini: “Ho perso un po’ la vista, molto l’udito. Alle conferenze non vedo le proiezioni e non sento bene. Ma penso più adesso di quando avevo vent’anni. Il corpo faccia quello che vuole. Io non sono il corpo: io sono la mente”.
Mi viene in mente il rimpianto César Dujany, politico di razza, che era così alla soglia dei cento anni.

Stupore e meraviglia

Difficile catalogare lo stupore, ma certo ogni volta che mi capita di esserne investito me ne compiaccio, perché è uno choc salutare.
Vorrei dire subito che questa sensazione o forse un’emozione che più di molto altro, pensando alla nostra infanzia, si collega alla magia del Natale e ai suoi rituali religiosi e laici. Il primo mio stupore, legato al Natale, è un’immagine: un triciclo rosso che vidi appena sveglio un 25 dicembre di quand’ero piccolissimo. Ricordo il cuore che batteva a mille!
Ma anche, da adulto, come non ricordare certe messe di Mezzanotte con presepi viventi che mi hanno fatto rivivere la suggestione della natalità. Per non dire di quando portammo un bellissimo albero per il Natale in piazza San Pietro in Vaticano nel 2003 all’epoca del papato di Giovanni Paolo II ed inutile dire quale carica mistica ci fosse in quel luogo straordinario in più con un Papa sinceramente amico della Valle d’Aosta.
Ma confesso che, giorni fa, in Lapponia tutto l’insieme natalizio, che sarà pure commerciale ma convincente, costruito a Rovaniemi mi ha colpito con grande simpatia, calore e pure stupore fra renne, cani da slitta, neve dappertutto. Ma soprattutto grazie alla capacità di chi impersona Babbo Natale con grande capacità recitativa e un’empatia verso i bambini che non è comune.
Il dizionario Treccani sullo stupore è esplicito: ”Forte sensazione di meraviglia e sorpresa, tale da togliere quasi la capacità di parlare e di agire.
Da una parte c’è il verbo stupire:
riempire di stupore, meravigliare, che Etimologico ricorda come venga dal latino stupēre ‘essere stordito, restare attonito’, letteralmente ‘restare colpito’.
Dall’altra questa bella parola, direi in disuso che è “meraviglia” (che fa il pari con “stupendo” sempre da stupore). Anche in questo caso l’origine è latina, da mirabĭlĭa ‘cose straordinarie, sorprendenti’.
C’è una bella frase di Luigi Pirandello sul tema, che dice: “Solo i fanciulli han la divina fortuna di prendere sul serio i loro giuochi. La meraviglia è in loro; la rovesciano su le cose con cui giuocano, e se ne lasciano ingannare. Non è più un giuoco; è una realtà meravigliosa”.
Giocare credo che sia insito nella nostra natura e va detto che proprio nel periodo natalizio può capitare di farlo in famiglia e cade il tabù dell’età.
Ma lo stupore è anche un stimolo per crescere, come dice questo passaggio di Albert Einstein: “La cosa più bella della vita è il suo lato misterioso. È questo il sentimento profondo che si trova sempre nella culla dell'arte e della scienza pura. Chi non prova più né stupore né sorpresa, è come morto, una candela spenta”.
Personalmente ardo con allegria e ogni giorno mi stupisco di qualche cosa e lo considero un elemento di impagabile vitalità.
Viene in mente la sindrome di Stendhal". Lo scrittore la descrisse, raccontando che, durante una visita alla Basilica di Santa Croce a Firenze, fu colto da una crisi che lo costrinse a guadagnare l'uscita dell'edificio al fine di risollevarsi dalla reazione vertiginosa che il luogo d'arte scatenò nel suo animo. Anche in questo vado cette visite nei miei viaggi hanno innescato sensazioni simili, forse non così impressionanti.
Insomma:lo stupore colpisce e ci rende vivi!

Quelli che tenevano per gli ayatollah

Ho già detto quanto mi spezzi il cuore seguire ogni giorno le vicende iraniane e il tentativo attraverso vaste proteste popolari di liberarsi dalla odiosa dittatura teocratica.
L’Occidente per molto meno si è mobilitato, mentre questa volta esistono molte amnesie e questo è frutto di una certa incomprensione degli eventi. Le condanne a morte e le esecuzioni sono solo la punta di un iceberg che mostra la ferocia di un regime che ha trasformato un intero Paese in una prigione nel nome dell’ integralismo religioso.
Il fatto che a ribellarsi siano state anzitutto le donne suona come un contrappasso per gli esponenti della Repubblica islamica, fissati in maniera grottesca con il corpo femminile, imprigionandolo con regole incompatibili con elementari diritti di libertà.
Un amico l’altro giorno, avendo letto che avevo denunciato la cecità occidentale che assecondò l’arrivo al potere degli Āyatollāh, quel titolo di grado elevato che viene concesso agli esponenti più importanti del clero sciita, come alternativa alla “occidentalizzazione” dell’Iran, mi ha mandato un suo contributo al dibattito con un ritaglio di giornale.
Scriveva Edoardo Castagna nel 2009 su Avvenire e l’articolo poteva essere apparso ieri: “Le sbandate storiche della sinistra italiana, negli anni Settanta, sono note: dall’entusiasmo per la Rivoluzione culturale e il Libretto rosso di Mao, a quello per le "mirabili" imprese di Ho Chi Minh e Pol Pot. Ma non era necessario che vi fosse un comune – realmente e ipoteticamente – retroterra ideologico marxista per accendere le speranze dei gauchiste nostrani: afflitti da un odio cieco verso tutto ciò che era vicino – la nostra società, il nostro sistema economico, la nostra religione, la nostra cultura –, s’infiammavano per qualunque cosa fosse o apparisse altro. Così, quando trent’anni fa l’ayatollah Khomeini fece il suo trionfale ritorno nell’Iran che aveva appena scacciato lo scià per instaurare la Repubblica islamica, dalle colonne della stampa di estrema sinistra si levarono gridolini estasiati”.
Poi si spiega ancor meglio l’abbaglio: “Capofila dei pasdaran nostrani era Lotta continua: il quotidiano a Teheran aveva inviato un Carlo Panella che non perdeva occasione per definire «stupendo» tutto quanto osservava – la cacciata dello scià, la guerriglia nelle strade, i processi a porte chiuse, le esecuzioni sommarie, l’instaurazione della più rigida shari’a – in reportage trionfalmente intitolati «Una giornata in cui inizia il cammino della vittoria», oppure «In quattro milioni riempiono il vuoto di potere», «Il popolo assapora la vittoria impossibile». Un entusiasmo che, alla lunga, stancò gli stessi lettori della testata: va bene che gli ayatollah erano dei buoni anti-americani, ancorché islamici, e non dei retrogradi filo-capitalisti come i cattolici di casa nostra, però sempre dediti alla religione "oppio dei popoli" erano. E infatti si mobilitarono, i lettori, contro Lotta continua in una lettera intitolata con elegante ironia «Se l’ayatollah alza la sottana, Lc diventa musulmana?». Dubbi liquidati come echi veteromarxisti dalla redazione. Appena un filo più misurato Il Manifesto, che pure fu ugualmente sedotto dal movimento di massa in azione a Teheran. Certo, il fatto che tale massa fosse ispirata da una religione mandava «in crisi epistemologica» i compagni, che di conseguenza blindavano il loro entusiasmo per il barbone di Khomeini con la constatazione che ai fatti d’Iran «è difficile applicare le nostre categorie occidentali». Il mensile culturale Re nudo, dal canto suo, teorizzava: «Il cosiddetto dibattito sulla spiritualità in passato aveva suscitato perplessità. Ma l’evolversi della situazione persiana ha fatto diventare il rapporto tra liberazione e spiritualità un argomento attuale». Sempre, beninteso, purché la spiritualità non sia quella cristiana”.
Comprensibile che su Avvenire ci possa essere una stoccata così e Castagna affonda la lama: “L’atteggiamento dell’estrema sinistra rappresentò soltanto la punta avanzata di una simpatia, di una benevolenza riservata agli ayatollah anche da gran parte della pubblicistica moderata – per quanto riuscisse a essere davvero 'moderata' la stampa italiana degli anni Settanta. Ecco allora che il Corriere della Sera riportava una serie di corrispondenze del filosofo Michel Foucault. In teoria ottima scelta, visto che si trattava dell’autore della Storia della follia; invece di notare quella dei fanatici islamici al seguito di Khomeini, però, Foucault sembrò volersi esercitare in proprio. E così la lotta politica in atto in Iran, subito prima la cacciata dello scià, veniva descritta il 22 ottobre del 1978 in questi termini: «La situazione sembra essere sospesa a una grande tenzone tra due personaggi dal blasone tradizionale: il re e il santo; il sovrano in armi e l’esule inerme; il despota con, di fronte, l’uomo che si erge con le mani nude, acclamato da un popolo». E in effetti Khomeini veniva quasi unanimemente descritto, dalla stampa dell’epoca, come un "santo", mezzo profeta e mezzo eremita; si leggevano corrispondenze come quella di Paolo Patruno su La Stampa del 25 gennaio 1979, che informava i lettori sulla monacale scansione della giornata dell’"esule inerme" a Neauphle-le-Château, appena fuori Parigi: «La giornata dell’ayatollah comincia alle 3, per la prima preghiera e la meditazione, che durano fino alle 7; poi un breve riposo fino alle 9, quando iniziano le visite e le consultazioni, interrotte poi dalla preghiera di metà giornata. Il pranzo è frugale, ridotto al piatto nazionale...». Sul Corriere Renato Ferraro non era da meno: «Gli erano state offerte ville lussuose, ma aveva rifiutato: 'Voglio una casa semplice, una vecchia bicocca'». E via di questo passo; d’altra parte, per tornare a Foucault, si parla del «vecchio santo in esilio a Parigi». Lo Stato che sarà creato da un santo, naturalmente, sarà uno Stato perfetto: il filosofo francese già pregusta la futura Repubblica islamica, dove «le libertà saranno rispettate; le minoranze saranno protette e libere di vivere a modo loro, a condizione di non danneggiare la maggioranza; tra uomo e la donna vi non vi sarà disuguaglianza»... Insomma, concludeva Foucault il 26 novembre, sarà «l’insurrezione di uomini dalle mani nude che vogliono sollevare il peso formidabile che grava su ciascuno di noi... È forse la prima grande insurrezione contro i sistemi planetari». Il profetismo khomeiniano finì per contagiare lo stesso Foucault: «Sento già degli europei ridere. Ma io so che hanno torto». Un entusiasmo contagioso”.
Roba da brividi dopo tanti anni, cui si aggiunge una conclusione evidente: “Anche firme insospettabili si sentivano in dovere, magari parlando di tutt’altro, di versare il proprio obolo al tifo filo-khomeinista: Leo Valiani, Corsera del 3 gennaio 1979, parlando di democrazia in Occidente e Guerra fredda, osserva per inciso che «nell’Iran i giorni dell’assolutismo imperiale sembrano contati». Ancora freddino, rispetto a Francesco Alberoni, che sulla stessa testata il 1 gennaio aveva scritto: «La liberazione cessa di essere un prodotto della dominazione culturale dell’Occidente e diventa una autoliberazione nel nome del Corano... La rivoluzione iraniana è la manifestazione più spettacolare della rinascita islamica. Una civilizzazione culturale infatti si espande quando è in condizione di assorbire i movimenti che sorgono per sfidarla ed è in una fase di rinascita quando si dimostra capace di assorbire i movimenti delle altre civilizzazioni». Eppure qualcuno capace di leggere fin dal primo momento i pericoli nascosti – nemmeno troppo – nell’islamismo al potere ci fu. Sul Nouvelle Obsevateur Maxime Rodinson annotava, sempre nel gennaio del ’79: «Khomeini non è Robespierre o Lenin, forse nemmeno Savonarola, Calvino o Cromwell. Ma può tendere al Torquemada». E già nell’estate Oriana Fallaci avrebbe affrontato in un celebre faccia a faccia l’ayatollah, quello durante il quale lo sfidò sfilandosi il chador cui era stata costretta. Al ritorno dall’Iran, scrisse: «A me sembra fanatismo del genere più pericoloso. E cioè quello fascista». Che aveva mandato in visibilio Lotta continua: convergenze casuali?”.
Gli opposti estremismi hanno purtroppo evidenti elementi di contiguità, al di là della propaganda degli uni e degli altri.

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