blog di luciano

Mai dimenticare gli islamisti

Non ho scritto per tempo dell’ orrendo tentativo di assassinio dello scrittore Salman Rushdie, che nel 1989 fu oggetto di una una condanna a morte da parte dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, il leader politico e religioso dell’Iran. Quella di Khomeini fu una fatwa, cioè la sentenza emessa da un’autorità religiosa e teoricamente vincolante per tutti i musulmani. La fatwa fu emessa dopo che Rushdie aveva scritto I versi satanici, un romanzo in cui, secondo Khomeini, Rushdie insultava la religione islamica e il suo profeta.
Per capire quanto gli estremisti siano stupidì ricordo cortei studenteschi ai tempi della scuola in cui militanti dell’estrema sinistra in corteo proponevano slogan inneggianti al medesimo Khomeini contro l’oppressione dello Scià di Persia nel nome della Rivoluzione…
Ma non è questo il punto. Quel che conta oggi è non essere ambigui sulla questione e ho visto troppi silenzi. Questo è avvenuto nei Paesi islamici, ma anche nella società italiana per una sorta di imbarazzo sbagliato, come se condanna e critiche dovessero sempre avvenire in punta di piedi per non disturbare. Invece ritengo che non ci debba essere nessuna sordina o chissà quale timidezza nel riaffermare le ragioni della libertà.
Ho letto su L’Express un editoriale assai convincente di Anne Rosencher, che evoca ideali della lotta di Resistenza: “Il y a, au coeur du Chant des partisans, une phrase qui suscite une émotion formidable : « Ami, si tu tombes, un ami sort de l’ombre à ta place. » Dans l’hymne de la Résistance, écrit par Kessel et Druon, cette promesse agit comme une exhortation. Elle dit : « Tu n’es pas seul ; ton combat n’est pas vain. Ton courage, d’autres l’auront. D’autres en seront dignes. » Mais c’est aussi une proclamation. Un pari, presque. « Ami, si tu tombes, un ami sort de l’ombre ta place. » Est-ce bien vrai ? C’est l’anxieuse question qui saisit le coeur, à chaque fois qu’un défenseur de la liberté est attaqué, comme Salman Rushdie”.
Poi l’esplicitazione delle preoccupazioni e il caso italiano è sovrapponibile al ragionamento sulla Francia: “On ne peut s’empêcher une brève revue des troupes : des soutiens, on en voit, bien sûr ; mais combien de « oui, mais »? Et combien d’indifférences? Ou de silence apeuré? On aimerait que tonne un fracas terrible. Que « le camp de la liberté » fasse entendre sa fermeté face aux intimidations. Las ! on se dit que les vaillants sont parfois bien seuls. Que nous ne les méritons pas.
Dans les jours comme ceux-là, je pense à tous ceux qui vivent sous la menace pour avoir défié l’islamisme. Ceux qui apprivoisent tant bien que mal la peur – existe-t-il une autre définition du courage ? – et que les attaques comme celle contre Salman Rushdie, trente-trois ans après la fatwa édictée contre lui, viennent replonger dans l’angoisse. Si la France est bien le « conservatoire de la liberté », si elle est la patrie de Voltaire, qui le premier osa projeter sa philosophie contre le carcan du dogme, alors notre nation et notre société doivent sans cesse réaffirmer leur soutien envers ces combattants-là. Sans se laisser paralyser par les faux humanistes, qui n’aiment les démocraties que politiquement désarmées”.
Non è questo il campo di un imbelle “politicamente corretto” o di silenzi che diventano complicità .
Prosegue, infatti, l’editoriale: “Il ne faut pas, non plus, se laisser intimider par ceux qui fustigent les laïques et les « blasphémateurs », qu’ils jugent matérialistes et décadents, insultants envers les fidèles et insensibles à la transcendance. Ils se trompent. L’homme est cet être curieux qui, pour la liberté – de créer ou de dire – s’expose, parfois, à payer de sa vie. Qu’est-ce, sinon de la transcendance ? « Ecraser les fanatismes et vénérer l’infini, telle est la loi », écrit Victor Hugo dans Les Misérables. Il y a de l’infini dans l’oeuvre et la vie de Rushdie. Courage à lui. Et aux autres. Ils sont « la garde prétorienne de la liberté »”.
Omissioni e cautele servono solo a favorire gli islamisti, che restano sempre pronti a colpire, perché ci vogliono morti.

Donne al macello

Viviamo in un mondo che non sta bene. Questa storia degli assassinii di donne, uccise da uomini trasformati in belve, lascia sempre più esterrefatti e non consente più elementi di minimizzazione.
E apre ad una serie di interrogativi mica da sottovalutare nella categoria più vasta degli omicidi, orribili sempre qualunque sia la vittima, ma questa delle donne nel mirino inquieta per un concatenamento evidente, giorno dopo giorno.
Il quadro giuridico dovrebbe essere abbastanza definito e poi ogni volta si scopre qualche bug sin dalla denuncia fino agli accertamenti delle forze dell’ordine e ciò vale anche per la successiva catena giudiziaria con tempi e misure come reazione ai rischi che sono spesso inaccettabili, perché ci scappa la morta.
In più - vogliamo dirlo senza avere paura delle parole - il fenomeno pone l’accento su problemi mentali ampiamente sottostimati, che si concretizzano con troppa facilità in gesti terrificanti, spesso anticipato da vere e proprie persecuzioni che hanno esiti finali che non era difficile immaginare. L’ultimo caso in Emilia Romagna ha visto l’incredibile commento del il Procuratore di Bologna: “Non è stata mala giustizia. Non emergeva rischio concreto di violenza”. Difatti…
Ma facciamo un passo indietro. “Femminicidio” - superando la limitazione del vecchio termine uxoricidio, che riguardava solo le mogli - è un neologismo non sempre compreso e io stesso ho visto nei primi tempi una quale forzatura ideologica e rischi di sensazionalismo. Oggi credo, però, al di là delle dispute penalistiche, che l’uso del termine possa essere utile per isolare la questione per l’evidente gravità.
Il termine fu coniato dalla criminologa Diana Russell, che lo usò per la prima volta 1992, nel libro Femicide, spiegandone così il significato come categoria criminologica: “Il concetto di femmicidio si estende aldilà della definizione giuridica di assassinio ed include quelle situazioni in cui la morte della donna rappresenta l'esito o la conseguenza di atteggiamenti o ti o pratiche sociali misogine”.
In Italia il termine ha avuto un utilizzo massiccio a partire dal 2008, quando Barbara Spinelli, consulente dell'ONU in materia di violenza sulle donne prima che assumesse su vari temi le attuali posizioni eccentriche al Parlamento europeo, ha pubblicato un libro dal titolo: Femminicidio.
La parola appare sul Devoto-Oli 2009, nello Zingarelli a partire dal 2010 e nel Vocabolario Treccani online si definisce così: "Qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l'identità attraverso l'assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte".
Forse più che una “o” finale sarebbe stato bene mettere una “e”, altrimenti di fatto il femminicidio verrebbe svuotato del suo terribile esito finale, che addolora e atterrisce.

Le contraddizioni di Adriano Olivetti

Ho fatto il Liceo ad Ivrea in anni in cui era ancora ben vivo lo “spirito olivettiano”, che mi ha sempre incuriosito e che ha imbevuto nel tempo il milieu eporediese.
Alla fine degli anni Settanta tutto era ormai nostalgico, come una fine di un’epoca e il rimpianto di quella personalità, che mi ha sempre incuriosito, che fu Adriano Olivetti.
Così nel tempo ho letto scritti suoi e di chi lo descriveva. Erano le sue pagine interessanti, spesso complesse, ma il suo credo federalista era stimolante per chi è federalista, così come lo era il molto materiale che lo riguardava, quasi sempre agiografico e celebrativo. Mi interessava quel suo legame con la Valle d’Aosta sul quale - a parte il famoso piano regolatore in piena epoca fascista - non ho mai trovato elementi utili su due punti. Il primo le sue implicazioni, dopo la caduta di Mussolini, fra il 1943 e il 1945, quando Olivetti trafficava in Svizzera con i servizi segreti angloamericani e poi - esiste qualche lettera degli anni 50 negli archivi Olivetti - i legami con mio zio Séverin, eletto come lui (ma Adriano si dimise quasi subito) in Parlamento nel 1958.
Torno al punto: ho trovato un libro rivelatore, che so che ha creato alcuni mal di pancia in quella parte di eporediesi nati e cresciuti nel mito olivettiano, prima del papà Camillo e poi del figlio Adriano. Una biografia di Paolo Bricco, giornalista e scrittore eporediese, intitolata “Adriano Olivetti, un italiano del Novecento”. Un libro avvincente, che ricostruisce una vita ora vincente e ora perdente di un uomo pieno di contraddizioni. Si smontano meccanismi di cose dette e ridette, inquadrando questa personalità in un contesto storico, economico e sociale più vasto e assai accurato.
Il percorso è il Novecento, dalla nascita nel 1901 alla morte prematura avvenuta in treno in Svizzera nel 1960. Segnalo come l’Olivetti incise molto anche sulla nostra Valle con tanti valdostani in Olivetti e con montanari che presero cascine lasciati dai canavesani che abbandonavano i campi per la fabbrica. In comune poi ci fu la Provincia di Aosta esistita dal 1927 al 1945 e che venne soppressa con decreto luogotenenziale per ridare alla Valle d’Aosta i suoi confini storici.
Cito, tornando a Olivetti, due passaggi illuminanti di Bricco: “Nel caso di Adriano appare insieme brillante e oscura l’abilità di innestare e contemperare l’impresa con le curiosità e con il girovagare di un’anima randagia e misteriosa, vocata anche alla vita politica pubblica e alla dimensione della comunità, all’illusione positivista delle scienze sociali in grado di mutare la natura dell’uomo e al seme della propria alterità ossessiva pronta in ogni istante a sconfinare in una specie di follia personale non deturpante, ma creatrice, e sempre con una cifra tecnoindustriale e organizzativo-industriale, estetico-industriale e comunitario-industriale.”
Il secondo: “Adriano ha una personalità polimorfa e composita, sfacciata e segreta, malinconica e divertente, nascosta e luccicante. Opera su più piani. Intreccia numerose dimensioni. Compie una ricerca interiore privata, costruisce un edificio economico e sociale pubblico con la sua impresa, sviluppa una propria idea della Storia, è convinto di potere avere un ruolo politico nell’Italia che è uscita dalla Seconda guerra mondiale malferma e piena di un desiderio di rivalsa e che è approdata alla democrazia affamata di futuro e sazia di rimozioni del passato. Per fare tutto questo–per essere tutto questo–Adriano ha bisogno di sé stesso, della sua anomalia e della sua naturale propensione a mutare sembianze, e ha bisogno degli altri. Gli altri, per lui, sono lo specchio, l’ombra e la proiezione della sua realtà intima: polimorfi, compositi, sfacciati, segreti. Uno diverso dall’altro. Tutti ricondotti a un disegno che, appunto, è insieme contraddittorio e coerente. Gli altri sono gli intellettuali.”
Già gli intellettuali che animarono con lui l’utopia, che è sfociata in vere realizzazioni sociali ma anche in elementi mitici alimentati nel tempo, e che crearono un ambiente che fece di Ivrea e del Canavese qualcosa di irripetibile.
Ma certa adesione al Fascismo, le radici ebraiche negate al tempo delle leggi razziali, le contraddizioni che azzopparono l’azienda dopo una crescita prodigiosa, una religiosità contraddittoria mista anche a logiche magiche e di occultismo, l’incapacità di essere collante di una famiglia bizzarra.
Mi limito a questo, perché il libro va letto e approfondito perché offre una marea di informazioni che creano un affresco interessante, in cui spicca questo uomo, Adriano Olivetti. Ne esce sminuito? Direi di no: ne esce, come chiunque, dipinto con onestà, evitando di frane un inutile santino.

Il Paese della Cuccagna

Seguo la confusa e caotica situazione politico-elettorale dell’Italia e temo che ci toccherà parlarne.
Quel che intanto colpisce è la gara al rilancio propagandistico fra le forze politiche maggiori che si contendono il Parlamento, anche se i sondaggi – ma ci si può fidare? – indicano già chi potrebbe uscire vincitore dalle urne. In molti, oltra al vizio di criticare più gli altri che affermare le proprie ragioni, propongono, spesso con toni irrealistici rispetto alla complessità, una sorta di Paese della Cuccagna, se l’Italia sarà governata da loro.
Anni fa ero in aeroporto e c’era – trovata geniale! – una specie di dispensatore di brevi brani letterari. A me spuntò “L'invitation au voyage" di Charles Baudelaire. L'inizio è: "Il est un pays superbe, un pays de Cocagne, dit-on, que je rêve de visiter avec une vieille amie. Pays singulier, noyé dans les brumes de notre Nord, et qu'on pourrait appeler l'Orient de l'Occident, la Chine de l'Europe, tant la chaude et capricieuse fantaisie s'y est donné carrière, tant elle l'a patiemment et opiniâtrement illustré de ses savantes et délicates végétations”.
E ancora: “Un vrai pays de Cocagne, où tout est beau, riche, tranquille, honnête; où le luxe a plaisir à se mirer dans l'ordre; où la vie est grasse et douce à respirer; d'où le désordre, la turbulence et l'imprévu sont exclus; où le bonheur est marié au silence; où la cuisine elle-même est poétique, grasse et excitante à la fois; où tout vous ressemble, mon cher ange".
Fu facile scoprire che quest'opera era datata 1861 in cui si rivolge alla fidanzata - penso fosse la celebre musa del poeta, Jeanne Duval  - a cui disegnare una città ideale o meglio "un idéal obsédant".
In italiano questo termine "cuccàgna" appare - secondo l'Etimologico - nel quindicesimo secolo e vuol dire "paese favoloso, ricco d'ogni ben di Dio; abbondanza", spesso resa in modo plastico dalle cibarie in cima allo scivoloso albero della cuccagna, che sembra in senso metaforico l’ascesa al seggio parlamentare per chi aspira al ruolo.
Viene dal francese "cocagne", diffuso nell'ambiente goliardico medievale per lo più nella locuzione "pays de Cocagne, paese di Cuccagna".
La spiegazione etimologica fa sorridere: "accettata dal Meyer-Lübke), che fa risalire "cocagne" al termine olandese "kokenje, dolce con zucchero e sciroppo" da donare ai bambini in occasione delle fiere, non è sostenibile perché con tutta probabilità è semmai "kokenje" a provenire dal francese; d'altra parte i tentativi di derivarlo dall'occitano "coco, torta" o "coco, caco, uovo" si scontrano col divario cronologico che separa queste forme dell'occitanico moderno dalle prime attestazioni di "cocagne" (circa 1200); contro difficoltà fonetiche insormontabili urta invece la proposta di Lurati di derivare "cocagne" in quanto "paese dei marginali, dei vagabondi" (i goliardi medievali) da "calca", nel senso di "vita vagabonda, mendicità". Le probabilità maggiori restano quelle di una base "coca, coco" proveniente dal lessico infantile, ma ci mancano i significati e i contesti originari che ne chiariscano la motivazione".
In fondo c’è qualche cosa d’infantile nel rischio di eccesso di promesse nella fase che precede il voto, la famosa “campagna elettorale”, che ricorda le grandi manovre militari.
Un compianto giornalista, Vittorio Zucconi, rappresentava bene in una frase il prima e il dopo: “Per essere eletti, si devono sparare promesse. Per governare, si deve scendere al compromesso con la realtà”.
Che oggi risulta essere molto difficile e vale l’ammonimento del politico francese Pierre Mendès France: “La démocratie, c'est beaucoup plus que la pratique des élections et le gouvernement de la majorité : c'est un type de moeurs, de vertu, de scrupule, de sens civique, de respect de l'adversaire; c'est un code moral”

La cultura del rischio

Ormai credo che sia capitato a tutti di assistere a fenomeni meteorologici straordinari. Mi riferisco in particolare a certe piogge spaventose e violentissime, definite ormai impropriamente “bombe d’acqua”, che sarebbe una traduzione del vocabolo inglese cloudburst (letteralmente ‘esplosione di nuvola’).
Dal punto di vista scientifico e in buon italiano sarebbe, invece, “nubifragio”, che si raggiunge all’apice di questa scala di valori: meno di 1mm/hr → pioviggine; 1-2 mm/hr → pioggia debole; 2-6 mm/hr → pioggia moderata; 6-10 mm/hr → pioggia forte; 10-30 mm/hr → rovescio; oltre 30mm/hr → nubifragio.
C’è una ricerca del Politecnico di Torino che spiega come, su base statistica, in alcune aree d’Italia la frequenza e l’intensità dei nubifragi mostri in modo indiscutibile delle tendenze in crescita nel tempo. Questo a causa della maggiore capacità dell’atmosfera di immagazzinare vapore d’acqua, dovuta al riscaldamento globale con buona pace dei negazionisti.
Questo purtroppo avviene anche sulle Alpi con il mercurio che sale irrefrenabile e in Valle d’Aosta il fenomeno si è manifestato anche anche quest’estate siccitosa con pioggia e grandine, nelle rare occasioni e simili ad esplosioni, con il solito repertorio di danni e paure attraverso allagamenti,
straripamenti, frane, tubazioni saltate, abitazioni danneggiate, alberi sradicati, traffico bloccato e tutto il resto. Se si aggiunge sulle montagne quanto avviene in quota con le temperature elevate dalle cime in giù con i ghiacciai e il permafrost che si sciolgono il quadro si fa complesso e rende problematica la convivenza con questi fenomeni sommati fra loro.
Tutto questo ci obbliga ad essere vigili e reattivi. In Francia di questi tempi, ma il tema certo non è nuovo, si discute molto sulla cultura del rischio e la capacità di allertare i cittadini per tempo e di dare loro istruzioni precise sul da farsi di fronte a fenomeni catastrofici. Quanto ormai può avvenire grazia alla capillare presenza della telefonia mobile.
Questi sistemi di allarme pubblico sono essenziali per garantire la sicurezza dei cittadini. Esistono già da tempo, ad esempio negli Stati Uniti, dove vengono utilizzati per avvisare di inondazioni, incendi, o altre calamità, di rapimenti di minori, di potenziali attacchi nucleari, e di altro ancora In Europa a partire dal dicembre 2018 una direttiva imponeva a tutti gli stati membri dell’UE di dotarsi entro giugno 2022 di un sistema efficace di allarme pubblico basato appunto sulla telefonia. In Italia IT-alert è il nuovo sistema di allarme pubblico per l’informazione diretta dei cittadini in fase di realizzazione da parte del Dipartimento della Protezione Civile. A luglio 2022 è attualmente in beta testing, cioè si sta già concretamente sperimentando, secondo quanto sostenuto sul sito it-alert.it.
Trovo la questione davvero decisiva e mi auguro che si accelerino i tempi di messa in servizio (siamo già in ritardo) e si accompagni tutto questo con una campagna di educazione alla cultura del rischio. Anche nelle scuole bisognerà lavorare di più.

Emergenza energia

Ci sono emergenze che obbligano a riflettere anche in questo concitato periodo elettorale. Nell’autunno che ormai si profila si sarebbe dovuto fare a meno di elezioni e bisogna seguire l’evento pieno di sfide, ma senza distogliere lo sguardo da problemi gravi non risolvibili a colpi di slogan e men che mai con battutine sui Social.
Per ora chi ha cominciato a mettere le mani avanti con la a sua rude franchezza è stato il Presidente francese Emanuel Macron nel suo ultimo discorso: “Je pense à notre peuple auquel il faudra de la force d’âme pour regarder en face le temps qui vient, résister aux incertitudes, parfois à la facilité et à l’adversité et, unis, accepter de payer le prix de notre liberté et de nos valeurs“.
L’esempio più impressionante è la questione energia e gli aumenti folli.
Mi hanno mandato questo articolo da qualenergia.it che - con grande dovizia di particolari - offre un quadro preoccupante è al quale bisognerà rispondere con una strategia nazionale ed europea.
Cerco di farne una sintesi. Questo l’inizio: “Gli italiani sono correttamente informati sui prossimi ulteriori rincari dei prezzi dell’energia che troveranno in bolletta nell’ultimo trimestre 2022 e in avanti e su come potranno ridurne il peso?
Presi dal rumore di fondo del teatrino della politica pre-elettorale, molti non sono informati o non hanno ancora compreso che gli aumenti dei prezzo del gas e, di conseguenza dell’energia elettrica, avranno un impatto notevolissimo sui consumatori domestici e sulle imprese già dal 1° ottobre. E i media non stanno certo evidenziando a sufficienza lo scenario che potremmo avere tra poco più di un mese e mezzo”.
E così si prosegue: “Un impatto che di recente l’Autorità per l’energia ha stimato in un +100% rispetto all’attuale costo in bolletta se dovessero restare le quotazioni del gas dell’ultimo mese (media di circa 180 €/MWh, con picchi oltre i 200 euro). Siamo ormai a 2 euro a metro cubo! E oggi ogni famiglia per il gas spende il 70-80% in più di un anno fa (stima di circa 1700-1800 € all’anno per consumi tipo).
In sintesi e questo spaventa: “Si tratta di prezzi pari a 10 volte quelli medi degli ultimi cinque anni”.
Poi si precisa e vale anche per possibili interventi regionali: “Con questi prezzi pur in presenza dei previsti interventi da parte del Governo a riduzione di tali variazioni, non si potrebbero evitare variazioni dei costi che mai si sono verificate. Tali costi risulterebbero difficilmente sostenibili per tutti i consumatori, non solo domestici, con potenziali ripercussioni sulla tenuta dell’intera filiera”, ha avvertito Arera”.
Già in Valle le diverse associazioni imprenditoriali hanno aggiunto la loro voce a sindacati e associazioni dei consumatori per segnalare emergenze attuali e ora di certo quelle di prospettiva.
Infine: “Le motivazioni di questo rialzo sono diverse, a partire dalla guerra in Ucraina e non ultima la speculazione. Poi con la crisi delle forniture di metano dalla Russia c’è la corsa dei paesi europei, soprattutto nelle ultime settimane, a riempire le riserve per l’inverno, che ha fatto rialzare il prezzo del gas. In Italia attualmente (3 agosto) gli stoccaggi sono al 74%, comunque in calo sensibile rispetto agli anni scorsi”.
La seconda parte dell’articolo riguarda l’elettrico: “Ma vediamo ora come è aumentato anche il prezzo dell’energia elettrica in Italia, influenzato fortemente dal peso del gas nel mix elettrico italiano.
Il prezzo unico nazionale (PUN), che determina il prezzo del kWh che paghiamo in bolletta, in media negli scorsi anni non si discostava dai 60 euro/MWh, cioè 6 cent€/kWh (nel 2019 era di 52,32 € e nel 2020 di 38,92 €). Ma nel 2021, soprattutto per i rialzi degli ultimi mesi dell’anno, è arrivato a 125,46 euro/MWh (media annuale PUN).
Oggi a inizio agosto la media annuale del PUN è intorno ai 303 euro/MWh (+7 volte la media del 2020 e circa +2,5 volte del 2021), con picchi recenti di 538 €/MWh (4 agosto) e una media di 491 euro per il mese di agosto”.
Si aggiunge ancora: “In Italia il PUN è tra i più elevati dei paesi dell’Europa occidentale, anche a causa di un ritardo quasi decennale nelle strategie energetiche per la diffusione di rinnovabili, efficienza e risparmio.
Mentre diverse PMI stanno soffrendo per i rincari già evidenti da oltre una decina di mesi, molte famiglie (e anche enti locali) non hanno ancora l’esatta percezione degli aumenti attuali e futuri, né di come affrontarli. Nonostante siamo di fronte ad una domanda relativamente rigida, immaginiamo, solo per ipotesi, quale poteva essere la reazione dei consumatori se la benzina avesse toccato un prezzo alla pompa di 10-12 euro al litro.
Invece, interpretare le bollette che ci arrivano bimestralmente a casa è roba da esperti. E il fatto che per gas e luce non abbiamo una sorta di distributore che ci indichi giornalmente il prezzo ci rende meno consapevoli e fa ritardare le nostre reazioni e comportamenti di consumo, nonché la pressione che dovremmo far sentire alla politica e ai fornitori di energia per provare ad invertire almeno un po’ la pericolosa rotta che stiamo percorrendo”.
Parole assolutamente condivisibili.

L’invidia all’Inferno

Lo psicanalista e saggista Massimo Recalcati è ormai una delle firme di punta di Repubblica.
Riesce sempre a commentare vicende di attualità, profittandone per scavare in elementi più profondi.
In queste ore si è occupato di questo tema: “Sanna Marin - coraggiosa premier finlandese - è entrata nell'occhio del ciclone social e mediatico perché un video divenuto pubblico la riproduce mentre in una festa tra amici balla e si diverte. L'accusa non è solo sfacciatamente moralistica - perché una figura con responsabilità politiche non avrebbe il diritto di divertirsi? - ma merita di essere considerata con attenzione”.
Poi inizia lo scavo, applicabile in molti altri casi anche nella nostra quotidianità: ”Al centro c'è innanzitutto, ancora una volta, la passione accanita dell'invidia. Tommaso d'Aquino la definiva come la tristezza causata per il bene altrui che impedisce l'affermazione della propria eccellenza. Più sinteticamente, Lacan affermava che l'invidia è sempre invidia della vita. Nello sguardo risentito dell'invidioso ciò che, infatti, risulta intollerabile, è proprio la manifestazione della gioia della vita.
Non a caso i soggetti sui quali solitamente si scarica la pioggia acida dell'invidia sono soggetti che sanno, in modo differenti, incarnare la potenza di quella gioia. È una lezione della psicoanalisi: non si invidia mai l'estraneo, ma si invidia sempre la vita che si vorrebbe essere e non si riesce ad essere. L'invidiato è, cioè, sempre l'ideale inconscio dell'invidioso”.
Quanto c’è da riflettere in un mondo popolato, anche in politica, da invidiosi!
Spiega più avanti Recalcati: “Ebbene, questa donna che ha preso decisioni difficili in un tempo di grande crisi (pandemia, guerra in Ucraina), che ha portato il suo Paese verso la Nato, che ha rivendicato l'autonomia del suo popolo di fronte alla prepotenza bellica della Russia, sa anche godere della vita, sa vivere una festa. È forse questo il peccato che deve espiare?”.
Poi il pensiero finale, che mi conforta in queste ore in cui, dopo una certa delusione, ho fatto festa con amici: “Lo sappiamo per esperienza, difficilmente chi non sa fare festa sa vivere la vita. Piuttosto la può solo osservare da distanza sempre pronto al giudizio severo. Per questo Dante, nel girone popolato dagli invidiosi li rappresenta con gli occhi cuciti da fili di ferro”.
Ii grande romanziere Carlos Ruiz Zafón, morto purtroppo anzitempo, ha scritto: “L'invidia è la religione dei mediocri. Li consola, risponde alle inquietudini che li divorano e, in ultima istanza, imputridisce le loro anime e consente di giustificare la loro grettezza e la loro avidità fino a credere che siano virtù e che le porte del cielo si spalancheranno solo per gli infelici come loro, che attraversano la vita senza lasciare altra traccia se non i loro sleali tentativi di sminuire gli altri e di escludere, e se possibile distruggere, chi, per il semplice fatto di esistere e di essere ciò che è, mette in risalto la loro povertà di spirito, di mente e di fegato. Fortunato colui al quale latrano i cretini, perché la sua anima non apparterrà mai a loro”.
Mai.

Vorrei un Minion

I film di animazione, che per me a vita saranno noti come cartoni animati, hanno rappresentato un classico della mia infanzia e poi anche nelle successive fasi della mia vita per via pure della differenza di età fra i miei figli. Con quello di 11 anni, infatti, sono ancora arruolato e devo dire che si tratta sempre di un piacere, anche perché molte di queste pellicole contengono – per la capacità degli sceneggiatori – dialoghi a lettura diversa e spesso ci sono anche doppi sensi maliziosi non distinguibili dai bambini. L’assoluta perfezione tecnologica stranisce, pensando ai vecchi film disneyani e bisogna dire la verità che alcuni di questi, per essere veramente godibili, vanno visti sul grande schermo e cerco di farlo a difesa anche dei cinema.
Sono andato a vedere in queste ore ”Minions 2 - Come Gru diventa Cattivissimo”, il film diretto da Kyle Balda, che è il prequel del film d'animazione con protagonisti i buffi personaggi gialli di Cattivissimo. Il film approfondisce le origini di Felonius Gru (voce originale di Steve Carell, voce italiana di Max Giusti) e di come sia diventato cattivissimo, ambientando la storia nel cuore degli anni '70.
Ho trovato la storia molto simpatica e i buffi personaggi del tutto travolgenti. Apro una parentesi per chi non sapesse di che cosa parlo. I Minions, visibili ormai in ogni carnevale dei bambini, sono gialli, piccolini, con la testa ovale, pelati o con un ciuffetto di capelli in cima alla testa. Possiedono uno o due occhi e braccia e gambe sottili. Indossano una salopette di jeans, guanti, stivaletti, occhiali e sembrano sempre essere al lavoro, anche se perlopiù combinano pasticci.
La parola “minion” in inglese sta per “servitore” o “galoppino” ma anche per “tirapiedi”. Certo questi personaggi hanno un gran cuore e una goffa furbizia.
Pasticcioni, divertenti e combinaguai, i minions creano scene di ilarità in tutti i film, ed è impossibile non amarli. Parlano un linguaggio inventato che suona come una specie di esperanto. La loro frase più frequente, detta quando hanno fame, è: “Me want bananas”, perché adorano le banane e sono disposti a tutto per averne una.
Anni fa, a dimostrazione di come si viva in un mondo che stravolge tutto, un utente di Facebook spagnolo, Luciano Gonzales, fece credere che questi personaggi fossero nelle loro fattezze ispirati ad una serie di esperimenti nazisti applicati sui bambini ebrei.
La 'bufala' aveva fatto il giro del web immediatamente, sfruttando il confronto tra una foto di repertorio e un'altra dei Minions. L'immagine era accompagnata da questo messaggio: “Lo sapevate? ‘Minions’ (dal tedesco ‘minion’ ‘schiavo) era il nome dato ai bambini ebrei, adottato da scienziati nazisti durante i loro esperimenti. I bambini ebrei vittime di esperimenti soffrivano, e visto che non parlavano tedesco, le uniche parole che pronunciavano erano suoni che facevano molto ridere i tedeschi”.
La foto rappresentava persone con un casco in testa che assomigliano molto ai Minions.
In realtà l'immagine di repertorio apparteneva al Royal Navy Submarine Museum del Regno Unito e raffigura dei sommozzatori durante un esercizio di salvataggio all’inizio del 20esimo secolo.
Poveri Minions finiti nel tritacarne di una fake news, da cui sono usciti in fretta con i loro borbottii e i loro guizzi!

Contro l’indifferenza

L’indifferenza è una brutta storia. Scriveva sul tema quella figura assai contraddittoria, che è stato Antonio Gramsci: “Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. [...] Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oggi non oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch'io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo? [...] Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.
La sua era certo una visione molto ideologica, come si ricostruisce dal suo percorso politico e anche dal dramma umano della prigionia, ma questa storia dell’indifferenza è fotografata in modo efficace.
Lo vediamo rispetto a queste elezioni Politiche nel solco di tanti altri appuntamenti elettorali. È calato ormai un velo di stanchezza che rasenta lo scoramento sul sistema dei partiti a causa del lento allontanamento dei cittadini da queste organizzazioni politiche, alimentate ancora da pochi coraggiosi e senza finanziamenti che li aiutino. Ci troviamo ormai di fronte ad un vasto settore dell’opinione pubblica che snobba gli appuntamenti elettorali. Una scelta in fondo di continuità con il venir meno dell’impegno civile attraverso forme organizzate.
Viene in mente il messaggio speranzoso, dopo un Ventennio fascista liberticida, contenuto nella vigente Costituzione all’articolo 49: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.
Testo breve è comprensibile.
Scriveva il grande costituzionalista Costantino Mortati: “Il partito ha come fine specifico di elaborare una sua propria concezione politica, di raccogliere intorno ad essa il maggior numero di consensi popolari, di rendere operativa la concezione stessa nell’azione statale, o direttamente con l’immissione dei suoi aderenti nelle cariche pubbliche (allorchè riesca a raccogliere per sè nelle elezioni la maggioranza dei voti), o indirettamente, attraverso l’azione di critica o di opposizione all’azione del partito vincitore”.
Naturalmente dove Mortati parla di “statale” si potrebbe dire che l’incidenza vale per tutti i livelli di governo, compresi meglio nel termine onnicomprensivo “Repubblica”.
Ora le cose sono in Italia e direi nelle democrazie occidentali in grande movimento. Quel che colpisce è non solo il fenomeno ben misurabile del crescente astensionismo alle elezioni, che da fenomeno marginale e sotto controllo è diventato un problema endemico in costante progressione, ma esiste ancora più grave - anche per chi vota in ossequio ad un dovere morale ma non giuridico - il tema crescente dell’indifferenza.
Le sue caratteristiche sono duplici. Da una parte l’abbandono del campo politico da parte di chi ha tutti gli strumenti di comprendonio per poter basare il proprio interesse su basi solide e consapevoli. Ma anche - secondo aspetto - si manifesta una crescente ignoranza verso elementari nozioni e conoscenze dei meccanismi democratici, che crea un distacco forse non più rimarginabile.
Come uscirne? Questo resta un interrogativo sospeso e speriamo che la riappropriazione della democrazia non debba venire, come reazione, a fronte di svolte in qualche modo autoritarie.

La saga dei Menabrea

È sempre difficile spiegare che cosa abbia rappresentato e che cosa possa rappresentare per la Valle d’Aosta la presenza della piccola e particolare enclave germanofona della Valle del Lys.
Mi riferisco alla lunga storia a partire dagli insediamenti delle colonie walser nelle zone alte di Issime e nei due Gressoney che vengono datati fra il 1100 e il 1200, chiamati a colonizzare i beni del capitolo di Saint-Gilles e gli alpeggi della Chiesa di Sion. 
Sono molto fiero di aver fatto inserire nello Statuto di autonomia nel 1993 un articolo, riparatorio rispetto al testo del 1948, che riconosce i walser dal punto di vista giuridico. Si tratta dell’articolo Art. 40bis, che contiene grandi potenzialità ancora inespresse e che così afferma: “Le popolazioni di lingua tedesca dei comuni della Valle del Lys individuati con legge regionale hanno diritto alla salvaguardia delle proprie caratteristiche e tradizioni linguistiche e culturali.
Alle popolazioni di cui al primo comma è garantito l'insegnamento della lingua tedesca nelle scuole attraverso gli opportuni adattamenti alle necessità locali”.
Su quest’ultimo punto non si è fatto abbastanza.
Ma in questa occasione vorrei parlare di un libro, che va letto non solo perché racconta l’epopea di una famiglia walser trasferitasi a Biella, ma perché nel farlo viene magistralmente descritta la comunità walser e la sua capacità di avere contatti economici e commerciali con il mondo germanico.
Mi riferisco a “La salita dei giganti. La saga dei Menabrea” (edito da Feltrinelli) dello scrittore milanese Francesco Casolo, che è anche docente di Storia del cinema e autore di testi molto vari, alcuni dei quali già vicini ai temi della montagna.
Con una grande capacità di approfondimento e sfuggendo all’agiografia, questa saga di una famiglia di imprenditori ma con un vasto spazio alle donne narranti, dimostra una straordinaria empatia verso il popolo walser nel descrivere un tratto della vita dei Menabrea. Sono loro, con soci biellesi, che fondarono l’omonima birreria nel 1846 a Biella, società che oggi - pur avendo ancora legami parentali con chi ne diede la nascita - fa parte del gruppo Forst.
Ma non ci sono solo i Menabrea nella coralità del racconto, ma ci sono gli Squindo, i Thedy, gli Zimmermann. Citato nel libro c’è il celebre Anton, birraio in Aosta, sepolto nel cimitero di Sant’Orso di Aosta a due passi dalla mia bisnonna walser Herminie - Marie Antoinette De La Pierre - Zumstein del ramo Danielsch.
Il libro descrive la vita dei Menabrea, con gioie e dolori, speranze e delusioni, ma ciò avviene ricordando non solo gli intrecci parentali e gli sviluppi imprenditoriali, ma anche la vita vissuta a Gressoney, della strada carrozzabile che muta e cambierà la vita dei gressonari, dei legami con la Germania attraverso i colli, che mostrano la rete del popolo walser e dei loro commerci. Molto ruota attraverso la celebre Tremertal o Kramerthal, la Valle dei mercanti nel legame fra Valle di Gressoney e la Valle s’Ayas verso poi la Valtournenche e del valico alpino oggi abbandonato del Colle del Teodulo. Siamo in quello spazio straordinario che abbraccia il Monte Rosa sino al Cervino e di cui Biella è di fatto un territorio integrato sempre nella logica intervalliva, come spiega bene il libro perché il sentiero da Piedicavallo a Gressoney-Saint-Jean fu finanziato proprio dai Menabrea.
Usi e costumi, compresi il dialetto Titsch, compaiono nel libro ad illustrare la ricchezza culturale dei walser in un contesto di vicende familiari con la birra e la sua lavorazione come una delle protagoniste con apposite descrizioni. Un’antica bevanda che diventa tradizione walser che porta dei Beck Peccoz a vivere in Baviera e a produrre ancor l’ottima Kühbacher, che ho bevuto all’Oktoberfest a Monaco e ogni anno al Patrono San Giovanni di Gressoney-Saint-Jean.
Spero che il bel romanzo venga letto dai giovani walser e che contribuisca alla fierezza identitaria di questo nostro piccolo popolo che vive anche in altre parte delle Alpi. La salvaguardia della loro cultura è un loro e nostro dovere.

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