Mi è capitato spesso, nel corso della mia esperienza politica, di avere a che fare con i Paesi africani attraverso l’utile chiave di lettura del mondo istituzionale della francofonia, di cui la Valle d’Aosta è partecipe.
Interessante, in due fasi diverse della mia vita, l’esperienza nella Association Internationale des Régions Francophones. Il livello istituzionale è quello dei politici e amministratori locali e rappresenta la "voce" delle Regioni all'interno del mondo francofono, parallela (ma distinta) da altre strutture come l'OIF (il livello statale, cui la Valle d’Aosta viene invitata) o l'APF (i parlamentari, cui i valdostani partecipano a pieno titolo).
Vi è poi, in zone non francofone, l’esperienza fatta nei viaggi a titolo personale, che offrono un ulteriore scenario di conoscenze alimentate anche da un interesse verso l’Africa coltivato all’Università con il professore valdostano Giuseppe Morosini, con cui diedi due esami all’Università: "Storia dell’Africa" e "Sociologia dei Paesi in via di sviluppo". Era un personaggio singolare: valdostano e internazionalista. Già molti anni fa ci spiegava con perizia e grande capacità di empatia con noi studenti (ma io divenni anche suo amico) cosa fosse stato il colonialismo con suoi drammi, ma non faceva neppure sconti ai fenomeni di liberazione nazionale sfociati in dittature o in forme mascherate di neocolonialismo con evidente continuità con il passato e complicità delle élites locali.
In questi giorni, sono stato a Zanzibar - già ci andai una ventina anni fa per una vacanza analoga - e come capita ogni volta ti domandi come diavolo sia possibile che questo Continente così vario e affascinante sembri sempre sull’orlo dell’abisso e in certi casi si trovi già da tempo in fondo all’abisso.
Nel caso dell’isola dove sono stato, si tratta di un pezzo di Tanzania, Paese nella mani di una Presidente donna Samia Suluhu Hassan, che figura dappertutto con grandi manifesti da evidente culto della personalità.
Salita al potere nel 2021 con l'immagine di "riformatrice" dopo l'autoritarismo del predecessore John Magufuli, la Presidente è oggi al centro di pesanti accuse, culminate nelle controverse elezioni dell’ottobre dello scorso anno, cui è seguita la nomina di un Governo composto da soli esponenti del suo clan familiare.
Siamo di fronte ad una svolta autoritaria evidente, nel solco di metodi repressivi del passato per assicurarsi la vittoria elettorale. I principali leader dell'opposizione sono stati incarcerati, squalificati o costretti all'esilio, lasciando la scheda elettorale priva di reali sfidanti.
Ci si trova, come altrove in Africa, di fronte alla violazione dei diritti civili e della libertà di stampa e al mancato rispetto delle promesse di riforme costituzionali che garantiscano il rispetto di principi democratici.
Nonostante la crescita del PIL (5-6%), molti cittadini accusano - e se intravvedono facilmente le ragioni - l'élite politica di corruzione. Circa il 43-49% della popolazione vive ancora sotto la soglia di povertà internazionale (fissata recentemente a 3 dollari al giorno) non riuscendo spesso a soddisfare i bisogni alimentari di base.
Una delle critiche più feroci alla gestione di Samia Suluhu Hassan è la priorità data alle "grandi opere" - con evidenti interessi speculativi - rispetto al benessere immediato. Sul punto sono abilissimi ad insinuarsi russi e cinesi, come ho capito nel dialogo con politici africani che si fanno incantare da promesse vane.
Esemplari di una certa modellistica predatoria sono le polemiche sullo sfruttamento turistico proprio a Zanzibar, di cui ho avuto contezza di persona.
Il governo sta spingendo per trasformare l’isola in una meta di lusso estremo e di conseguenza si vedono nuove costruzioni enormi e impattanti sulle coste, che ignorano estetica e storia locale e sono nelle mani di proprietà straniera. Si stima che circa il 70-80% dei guadagni generati dal turismo lasci l'isola, tornando nelle tasche di investitori internazionali o tour operator mondiali, anziché essere almeno in parte reinvestiti in loco.
Così la rabbia per lo sfruttamento turistico è diventata una bandiera per le opposizioni, che accusano il governo di "svendere l'isola" agli investitori stranieri in cambio di sostegno politico, mentre la popolazione locale continua a vivere in villaggi di fango e lamiera a pochi metri dai resort a cinque stelle.
Una sorta di neocolonialismo esogeno e purtroppo anche endogeno, cioè fatto di complicità di politici che si piegano facilmente ai desiderata di chi cavalca la speculazione che non genera sviluppo, ma innesca sempre più fenomeni di degrado.
Si profila un overtourism aggressivo e estraneo e irrispettoso dei diritti e delle speranze delle comunità locali.