Utilizziamo i cookie per personalizzare i contenuti e analizzare il nostro traffico. Si prega di decidere se si è disposti ad accettare i cookie dal nostro sito Web.
20 apr 2026

La Vespa compie 80 anni

di Luciano Caveri

La mia Vespa - e me ne ero dimenticato! - ha compiuto 50 anni l’anno scorso. Ieri sono sceso in garage per il cambio gomme e ho chiesto scusa alla mia compagna di tante avventure, avvertendola del compleanno della sua ”specie”: 80 anni tondi tondi.

Ma cominciamo da lei.

Come dicevo, la mia "Vespa 125 Primavera" è del 1975. Venduto il mio cinquantino "Beta", a sedici anni il passaggio alla categoria superiore del "125" era uno dei passaggi giovanili, tanto che ricordo a memoria la targa AO 24210 (oggi ha una targatura diversa, perché l'ho reimmatricolata e può vantare l'aggettivo di "storica").

Se gli oggetti potessero parlare per proprio conto e non solo attraverso la nostra memoria, la "Vespa" potrebbe raccontare un sacco di cose, magari davanti a un camino in una sera d'inverno, come avverrebbe con una vecchia fiaba con il suo "C'era una volta...".

In questo caso il punto di partenza sarebbe l'incontro fra la "Vespa" ed un sedicenne, il sottoscritto. Ha scritto Paul Auster: ”Nella memoria, le cose non hanno sempre lo stesso peso. Alcuni giorni possono contare più di cent'anni”.

E questo vale certamente per certi momenti vissuti con la "Vespa": ricordo bene la gioia del possesso ed i chilometri macinati lungo tutte le strade della Valle e nell'Imperiese delle mie vacanze, di giorno e di notte. Un divertimento dell'epoca, da veri imbecilli, era proprio di notte fare le scintille nei tornanti con la scocca della Vespa che sfiorava l'asfalto.

E poi, in tutte le stagioni, la usavo per andare a scuola (ho fatto il Liceo ad Ivrea) con i giornali sotto il maglione per evitare l'umidità, terribile lungo i tratti in cui si costeggiava la Dora. Penso che certe botte alla cervicale siano il regalo ricevuto a distanza.

E ancora - ciliegina sulla torta - l'epico viaggio con gli amici co la Vespa, attraverso l'Italia, sino in Calabria, statale dopo statale.

Ma parliamo degli 80 anni.

Tutto inizia con un’esclamazione. Nel 1946, quando l'ingegner Corradino D'Ascanio presentò il prototipo, Enrico Piaggio non ebbe dubbi. La forma stretta in vita e il ronzio del motore gli suggerirono immediatamente il nome: "Sembra una vespa!".

Ma perché rottame bellico? Si tratta di un’espressione forte, ma tecnicamente azzeccata. Definire la Vespa un "rottame bellico" non significa dire che sia un pezzo di ferro vecchio, ma piuttosto che la sua intera genetica industriale deriva direttamente dai resti della Seconda Guerra Mondiale.

Ecco perché questa definizione è così calzante: Prima della fine del conflitto, la Piaggio non faceva scooter: faceva aerei da guerra, motori radiali ed eliche. Dopo il 1945, l'Italia aveva il divieto di produrre tecnologie militari. Enrico Piaggio si ritrovò con le fabbriche bombardate (a Pontedera) e la necessità di riconvertire macchinari e materiali bellici in qualcosa di civile e vendibile.

Il legame con il materiale bellico è letterale. Molte delle soluzioni tecniche della Vespa 98 (la prima del 1946) sono nate dal riciclo di componenti aeronautiche. Si dice che il primo motore derivasse dai motorini d'avviamento dei motori d'aereo. Mentre la sospensione anteriore è ispirata direttamente ai carrelli d'atterraggio degli aeroplani. e per le ruote si sono utilizzate le ruote dei carrellini dei bombardieri. Originale e legata alle attrezzature esistenti la scocca portante in lamiera d'acciaio, esattamente come la carlinga di un aereo.

L'ingegnere che la progettò, il già citato Corradino D'Ascanio, era un genio aeronautico che odiava le motociclette. Le considerava sporche, ingombranti e difficili da guidare. Ha usato la sua esperienza nel design di elicotteri e aerei per creare un mezzo che risolvesse i problemi "bellici" della mobilità italiana: strade distrutte, mancanza di carburante e povertà.

Mentre le vecchie motociclette erano sporche e complicate, la Vespa era democratica ed elegante. Il filosofo Roland Barthes ne colse perfettamente la natura "borghese" e rassicurante. ”La Vespa è l’anti-motocicletta: pulita, urbana, non richiede una tenuta speciale; essa permette di restare civili pur andando veloci”.

Per gli scrittori dell'epoca, come Ennio Flaiano, lo scooter non era solo un mezzo di trasporto, ma una nuova lente attraverso cui guardare la città che cambiava: ”Roma è diventata il regno della Vespa. È un insetto che non punge, ma permette di sfuggire alla noia delle distanze”.

Oggi la Vespa è viva e vegeta e pure imitata in tutto il mondo. Nanni Moretti ha trasformato questa guida nel film Caro Diario in una forma di riflessione urbana: ”Il modo migliore per vedere i quartieri è girare in Vespa, senza una meta, con il vento in faccia e i pensieri che si mettono in ordine da soli”.

Saluto sempre con giubilo le comitive dei Vespa Club uniti nel divertimento di qualche gita!