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21 apr 2026

Dalla politica del nemico alla cultura dell’avversario

di Luciano Caveri

Una premessa è d’obbligo. Mi sono stufato di certi toni bellicosi che avvelenano i rapporti umani e la politica non fa eccezione. Anzi, esiste un evidente crescendo di chi passa il tempo a gettare benzina sul fuoco.

Ripeto così a me stesso la differenza solo linguistica, ma soprattutto concettuale e relazionale, fra avversario e nemico. E non è questione di lana caprina.

L’avversario è qualcuno con cui sei in competizione o in contrasto, ma entro regole condivise. Il conflitto è limitato, spesso temporaneo, e non mette in discussione la legittimità dell’altro. L’avversario è qualcuno che vuoi battere, non eliminare. Il nemico è qualcuno percepito come una minaccia da neutralizzare o distruggere. Il rapporto è più radicale: manca il riconoscimento reciproco o viene meno quando i toni eccedono.

Se ne discuto da tempo e fa parte - potremmo dire da sempre - della discussione che mette assieme temi assai profondi, come l’identità collettiva, il potere e il consenso. Non si tratta solo di una tattica retorica, ma di un elemento strutturale spesso inevitabile, di cui è tuttavia un bene fissare argini.

Carl Schmitt - personalità discussa per la sua compromissione con il nazismo - ha scritto della distinzione amico-nemico delle pagine che mantengono una loro freschezza.

Per Schmitt, che se occupò nei turbolenti anni Trenta del secolo scorso) la specifica distinzione politica non è né morale (bene/male), né estetica (bello/brutto), né economica (utile/dannoso), bensì amico (Freund) / nemico (Feind). Il nemico non è un rivale privato (inimicus), ma un nemico pubblico (hostis): un’entità collettiva che rappresenta un’opposizione esistenziale, potenzialmente fisica e non solo metaforica.

La politica nasce da questa contrapposizione intensa. Senza un “altro” contro cui definirsi, il politico si dissolve. Insomma, la politica è conflitto, non solo discussione o consenso.

Pensatori come Hannah Arendt o teorici di area liberale l’hanno accusato Schmitt di esaltare l’inimicizia, ma la sua impostazione resta uno strumento potente per analizzare populismi, polarizzazioni e crisi. Basta evocare l’intreccio in corso in Medio Oriente o l’ossessivo batti e ribatti nella politica italiana (e vale anche per la Valle d’Aosta) che disperde i temi topici a vantaggio di una polemica continua,

Umberto Eco, in Costruire il nemico (2011), sottolinea che “avere un nemico è importante non solo per definire la nostra identità ma anche per procurarci un ostacolo rispetto al quale misurare il nostro sistema di valori”. Quando il nemico manca, occorre inventarlo.

Ma il rischio evidente, come dimostra la Storia, è la ricerca di un capro espiatorio, l’affermarsi di stereotipi, la mistificazione della realtà (oggi palificata da un uso strumentale dei Social).

Verrebbe da dire un imbarbarimento. Se non fosse che l’uso del termine "barbaro" (dal latino balbus ”balbuziente”, che indicava lo straniero come colui che parla una lingua incomprensibile, che balbetta sillabe senza senso) non è mai stato una semplice descrizione etnica o geografica, ma uno dei più potenti strumenti di esclusione sociale e politica della storia. Funziona come un meccanismo di "pulizia" dell'identità collettiva: definendo l'altro come selvaggio, incivile o subumano, una società può proiettare su di esso le proprie colpe, paure e fallimenti.

Tornando al punto, la sfida democratica sta nel trasformare il “nemico” in “avversario” legittimo, mantenendo la competizione entro regole senza delegittimarla moralmente. Quando la ricerca del nemico diventa ossessiva, rischia di sfociare in polarizzazione tossica o autoritarismo.

Certamente la “ricerca del nemico” non è un’anomalia in sé, ma un tratto ricorrente della politica. Esistono, tuttavia, dei limiti di buonsenso, altrimenti si alimentano sfiducia e preoccupazione quando il livello diventa profondamente inquinato da dichiarazioni violente e scontri perenni, che ricordano la celebre espressione antica di Thomas Hobbes “Bellum omnium contra omnes”, vale a