Tocca riflettere sulle festività, a pochi giorni dal 25 aprile, festa ormai rovinata da cortei di facinorosi, ai quali - come ha scritto Aldo Cazzullo sul Corriere - ”del 25 aprile non importa nulla: sono lì per andare contro altri, non in nome dell'unità antifascista; approfittano del contesto per esprimere le proprie idee di parte, mentre il 25 aprile dovrebbe ricordare la prodigiosa unità che seppero trovare repubblicani e monarchici, comunisti e liberali”.
Interessante pensare alla salute delle “feste comandate”, che in Italia mischiano giorni di precetto stabiliti (cioè “comandati”) dalla Chiesa cattolica, in cui i fedeli hanno l’obbligo di partecipare alla Messa e di astenersi da lavori che impediscono il culto e il riposo, con date storiche che la Repubblica ha fissato come autoaffermazione delle proprie radici.
L’espressione cattolica deriva direttamente dal terzo comandamento («Ricordati di santificare le feste» o «il giorno del Signore»), esteso dalla tradizione ecclesiastica anche ad altre solennità, oltre alla domenica.
Così, oltre a tutte le domeniche, le principali feste comandate di precetto sono: 1° gennaio (Maria Santissima Madre di Dio / Capodanno); 6 gennaio (Epifania); 15 agosto (Assunzione di Maria / Ferragosto); 1° novembre (Tutti i Santi); 8 dicembre (Immacolata Concezione); 25 dicembre (Natale).
Si sappia che in passato le feste di precetto erano molte di più (fino a 35-45 nel Medioevo). Nel tempo la Chiesa le ha ridotte per ragioni pratiche (lavoro, economia), ma il principio è rimasto: sono giorni “comandati” da Dio tramite la Chiesa, per santificare il tempo e ricordare i misteri della fede.
Ovvio che in una società laicizzata certe festività religiose sono mantenute come giorni di riposo civili, ma per molti risultano svuotate di significato sacro.
Oltre alle precedenti, lo Stato italiano riconosce come giorni festivi nazionali queste ricorrenze puramente civili o storiche (non legate a precetti religiosi): 25 aprile — Anniversario della Liberazione dal nazifascismo; 1° maggio — Festa dei Lavoratori; 2 giugno — Festa della Repubblica; Lunedì dell’Angelo (Pasquetta) — il lunedì dopo Pasqua (estensione civile della Pasqua); 26 dicembre — Santo Stefano (aggiunto come prolungamento del Natale, non di precetto religioso).
Inoltre esiste la Festa del Santo Patrono locale, festività civile comunale. Nacque su mia idea in Valle d’Aosta la Festa della Valle d’Aosta il 7 settembre di ogni anno in concomitanza con il Patrono della Diocesi e l’emanazione dei decreti luogotenenziali che diedero la prima Autonomia del dopoguerra. Purtroppo venne improvvidamente soppressa.
In Italia nel 2026 si è aggiunta - più per retorica politica che per altro - anche il 4 ottobre (San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia) come festività nazionale.
Si può dire che il 1° maggio, festeggiato oggi, sia tra le festività civili quella che ha perso più riconoscibilità e “peso” simbolico rispetto alle altre, soprattutto se confrontato con le feste religiose/culturali o con altre date civili.
Non è l’unica, ma spicca per vari motivi. Un sondaggio Euromedia del 2023 indicava che solo il 28% degli italiani lo considera una festività davvero importante, mentre il 30% lo vede ormai come “propaganda” o retorica. Molti lo vivono più come un giorno di riposo o del tradizionale concertone a Roma con una maratona musicale che come momento di riflessione profonda sui diritti dei lavoratori. I
n Valle d’Aosta la manifestazione più importante ricorda Il 1° maggio 1944, quando - in piena occupazione nazifascista e mentre la Festa dei lavoratori era stata soppressa dal regime fascista - le bande partigiane di Verrès e di Arnad liberarono il paese per alcune ore.
Si parla, dunque, di un 1 Maggio che ha “perso il significato originale” e che appare contraddittoria in un Paese dove l’articolo 1 della Costituzione (“l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”) sembra smentito dai fatti e dimostra il rischio che certa santificazione della Costituzione sia più ideologizzata che concretamente praticata.
Insomma, con buona pace di tutti, il 1 Maggio è diventato un’occasione di svago più che di lotta o memoria storica.