Non vorrei farla troppo grossa, ma certi fenomeni vanno capiti e mai sottostimati.
Il termine che mi permetto di usare, "animalismo grottesco", coglie bene il paradosso di certi dibattiti contemporanei, quando l'ideologia sembra prevalere sulla gestione pragmatica degli ecosistemi.
Questo è il risultato di un corto circuito tra la sensibilità urbana (che vede l'animale come un personaggio da cartone animato) e la realtà rurale e montana (fatta di equilibri fragili e convivenza difficile).
L'aggiunta dei pavoni alla lista dei "nuovi intoccabili" - animali da non sfiorare neppure come un dito - è l'esempio perfetto di questo fenomeno.
Punta Marina (Ravenna), una colonia di pavoni è cresciuta a dismisura, causando danni alle auto, ai giardini e rumori incessanti. Le immagini televisive lasciano del tutto attoniti con i pennuti che spadroneggiano dappertutto e si riproducono come se non ci fosse un domani.
Nonostante siano una specie ornamentale alloctona (non originaria dell'ecosistema locale), ogni tentativo di spostamento o contenimento viene accolto da proteste vibranti che equiparano il pavone a una specie protetta in via d'estinzione. Qui l'estetica dell'animale vince sulla logica ecologica. Ci torneremo.
Il dibattito su lupi e orsi - di cui mi sono già occupato con conseguente reprimenda di chi li considera intoccabili e assoluto tabù - è più complesso perché tocca il tema della sicurezza pubblica e dell'economia montana.
Certo approccio privo di buonsenso si manifesta quando si nega l'evidenza dei numeri. Se negli anni '70 il lupo in Italia era sull'orlo dell'estinzione, oggi la popolazione è in salute e in grande espansione. L'animalismo radicale tende a rifiutare qualsiasi piano di gestione (anche non cruento), trattando ogni singolo esemplare come un simbolo sacro piuttosto che come parte di una popolazione che va monitorata e contenuta perni danni che arreca e una vicinanza inquietante alla popolazione umana.
In troppi sottostimano i rischi già resi evidenti dalle cronache di un incontro ravvicinato con un orso e chi dipinge i lupi come cuccioloni non conosce la storia del rapporto di questo predatore con gli altri animali selvatici e domestici, oltreché casi di aggressioni alle persone, ampiamente documentati nel passato.
L'idea che la natura sia "buona" per definizione e che l'uomo debba solo farsi da parte per dar sfogo ad una Natura in cui gli animali possano spadroneggiare diventa in alcuni una fissazione ideologica. In un territorio antropizzato come l'Italia, questa visione porta inevitabilmente al conflitto violento tra città e montagna, cui si aggiunge il fatto che il lupo ormai scende in pianura e si aggira già in paesi e arriverà nelle grandi città, come da anni fanno i cinghiali che parevano simpatici porcellini ai loro protettori e ora si conosco i rischi di questo scorrazzare liberamente.
C’è chi, in modo patologico, tende a proiettare sentimenti e diritti umani sugli animali, ignorando le leggi della biologia e della catena alimentare, negando persino un ruolo all’umanità considerata di troppo nel sistema degli esseri viventi.
Chi vive in città spesso ha una visione "estetizzata" del predatore. Il lupo è un'icona di libertà finché non sbrana il gregge di chi cerca di mantenere viva l'economia di un alpino. L’orso non è Yoghi (e neppure Bubu): se lo incontri in passeggiata ti può aggredire e pure uccidere.
C’è chi pensa che la fauna selvatica sia come gli animali domestici (i cosiddetti pets), dimenticando che un orso di 200 kg o lupi che colonizzano intere vallate con logiche invasive richiedono una gestione tecnica, non solo emotiva ma assai pratica.
In sostanza un animalismo che rifiuta il concetto di "gestione della fauna" finisce paradossalmente per danneggiare gli animali stessi, alimentando il risentimento delle popolazioni locali e portando, nei casi peggiori, ad atti di bracconaggio o giustizia privata.
Ma torniamo al “caso pavoni” che ha trasformato un paese in un pollaio.
Antonio Gurrado sul Foglio commenta il caso ricorrendo ad uno scritto di Dino Buzzati, che ricordo in premessa. La famosa invasione degli orsi in Sicilia è un romanzo-fiaba scritto e illustrato da Dino Buzzati nel 1945 (pubblicato a puntate sul Corriere dei Piccoli e poi in volume). Racconta con tono divertito di orsi che scendono in pianura per mancanza di cibo e per il freddo, conquistando la Sicilia. Ben presto, però, gli orsi vengono corrotti dai vizi umani: gozzoviglie, bische, intrighi di palazzo, avidità e corruzione. Il loro re, Leonzio, deluso e nostalgico della vita semplice in montagna, decide di riportare il suo popolo sulle vette. Gli orsi tornano così alla loro natura originaria, abbandonando il potere e la vita “civile”.
Scrive Gurrado: “Dramma, caos, lotta: rasenta il bellico il lessico dei titoli riguardo all'ormai celebre invasione dei pavoni a Punta Marina che, come l'ancor più famosa invasione degli orsi in Sicilia, meriterebbe di essere cantata da Dino Buzzati. La sua fiaba era ambientata nel Regno delle Due Sicilie, ma costituiva un'allegoria delle inclinazioni di una popolazione - quella italiana - cui si rivolgeva nel 1945, all'alba di un'epoca dagli sviluppi imprevedibili. In un tempo altrettanto complesso, anche la notiziola dei pavoni al lido ravennate sortisce un simile effetto specchio e ci rivela come siamo diventati. Il nostro carattere nazionale si è subito espresso nella netta suddivisione in due fazioni: pro Pav e no Pav, li ha ribattezzati una battuta celando una verità intrinseca.
Ciascuna delle fazioni vede i pavoni a modo suo. Per i pro Pav i tasianidi incarnano la bellezza, l'innocenza incontaminata, la resistenza alla colonizzazione turistica e capitalistica; per i no Pav, sono una minaccia, un'alterità che inquieta e devasta, un danno al decoro e uno squarcio nella coesione della comunità. Cambiate una consonante e ottenete i pro Pal; cambiatene un'altra ed ecco i no Tav.
I pavoni continuano intanto a becchettare ignari, a stridere atrocemente (è la stagione degli accoppiamenti: i maschi devono farsi notare), a lasciare escrementi che gli esperti assicurano fetentissimi. Impazza tutt'attorno il consueto carnevale all'italiana. I cittadini lamentano la mancanza d'iniziativa del comune e dal municipio rispondono di avere le mani legate per burocrazia. Il numero dei pavoni è sterminato secondo i manifestanti, un centinaio secondo le forze dell'ordine.
Le trasmissioni televisive di denuncia spediscono troupe d'assalto sui terrazzi delle case, onde fornire dettagliata cronaca della rovina delle antenne. Arrivano garruli villeggianti fuori stagione per fotografare i pavoni, sognando magari un selfie con loro.
Viene annunciato un censimento - dei pavoni, non dei turisti - con utilizzo di droni, che fa già presagire un bando di appalto di lungaggine tale da far morire i pavoni di vecchiaia”.
Il finale è altrettanto esilarante e istruttivo: ”Nel libro di Buzzati, dopo mirabolanti avventure, gli orsi si civilizzano, ma poi decidono che è meglio tornarsene verso i boschi perché lì si vive meglio; anch'io sono certo che, mentre continueremo a discuterne, i pavoni se ne andranno da Punta Marina. Perché li avremo annoiati”.